Quando la vita esplose

“Libera dalla schiavitù, la vita finalmente esplose”

 

Più di mezzo miliardo di anni fa la vita esplose. La biodiversità si fece largo sul pianeta come un bulldozer in una cava. Nel cambriano ebbero origine la maggior parte dei gruppi animali esistenti oggigiorno.

Da semplici microbi, le creature si evolsero in qualcosa di più grande (macroscopicamente) e più complesso (geneticamente). Tutto iniziò 570 milioni di anni fa; sono talmente tanti che forse persino il cervello umano ha difficoltà a contarli e a comprendere a fondo le miriadi di variazioni geologiche e paleontologiche che avvengono sul pianeta in questo lasso di tempo: mezzo miliardo di anni.

Incredibile!

Per tre miliardi di anni la Terra era stata popolata da organismi unicellulari e pluricellulari semplici; poi successe qualcosa, 700/800 milioni di anni fa il pianeta fu interessato da una serie di estese glaciazioni che portarono al fenomeno della Snowball Earth, ovvero la Terra a “Palla di Neve”. Dopo questo lunghissimo periodo freddo, circa 580 milioni di anni fa, queste glaciazioni terminarono; la fusione della gigantesca calotta di ghiaccio permise all’ossigeno di raggiungere una soglia critica tale da consentire lo sviluppo di organismi pluricellulari complessi.

La vita esplose.

Come ho scritto prima, le più antiche evidenze fossili risalgono a circa 570 milioni di anni fa. Tuttavia si tratta di datazioni per difetto sui registri fossili. Gli studi genetici sugli organismi viventi indicano che forme di vita complesse esistevano anche prima.

Snowball earth
Ricostruzione digitale della Snowball Earth.

Nel periodo geologico ediacarano avvenne la glaciazione di Gaskiers (molto breve, due milioni di anni circa, anche meno). L’ediacarano è ritenuto dai geologi un vero e proprio periodo misterioso. Molti organismi fossili sono conosciuti solo per l’impronta lasciata nei fanghi, o nelle ceneri vulcaniche; molti organismi dell’ediacarano non assomigliano nemmeno agli animali viventi oggi.

Sull’isola di Terranova, in America del nord, si trova un promontorio roccioso chiamato Mistaken Point (letteralmente Punto Sbagliato), a causa dei naufragi, infatti i capitani lo scambiavano per un altro punto, da cui il nome.

A Mistaken Point sono però emersi dettagli geologici e paleontologici davvero straordinari e meravigliosi. Il sito (non è l’unico dell’ediacarano) è studiato da decadi, eppure i paleontologi vi vedono chiaramente uno scenario nuovo e rivoluzionario.

Mistaken Point
Mistaken Point, sull’isola di Terranova.

Molti fossili scoperti a Mistaken Point non nuotavano, né strisciavano pur assomigliando, alcuni di loro, a scheletri di serpenti. Erano forme di vita diverse, la maggior parte delle persone ne ignora persino l’esistenza, per non parlare dei creazionisti (ma questa è un’altra storia). In quest’angolo flagellato dalle gelide onde oceaniche dell’Atlantico settentrionale è conservato questo antico fotogramma del pianeta, come una vecchia foto in bianco e nero, la scintilla della grande vita che sarebbe esplosa nei milioni di anni successivi.

Uno dei fossili dell’ediacarano di Mistaken Point.

“Qui, per la prima volta, la vita è diventata grande”. Dice il paleontologo Marc Laflamme, dell’Università di Toronto.

Per risolvere questo mistero bisogna però fare qualche passo indietro: nell’Australia del 1946, quando il geologo Reginald Sprigg scoprì degli strani fossili sulla collina di Ediacara (da cui il nome del periodo). Sprigg dapprincipio non sapeva che quei fossili risalissero a 550 milioni di anni fa, ovvero dieci milioni di anni prima dell’esplosione del cambriano.

Ci sono somiglianze con la fauna fossile dell’isola di Terranova: questi organismi erano molto simili tra loro, insomma erano connessi, in qualche maniera.

Australia Edicariano
Australia, strato guida dell’ediacarano marcato con un disco di bronzo.

I siti scoperti e attribuiti all’ediacarano sono 40 e sono sparsi in molteplici località del mondo, eccetto l’Antartide (solo perché coperto di ghiacci, ancora per poco tuttavia, stando al tasso di scioglimento dei ghiacci).

La domanda a questo punto è obbligatoria: che cosa, dopo miliardi di anni in cui il nostro pianeta fu popolato da soli microbi, consentì a questi organismi di diventare più grandi e di diffondersi in tutto il pianeta?

Prima che la fauna di Ediacara si diffondesse sulla Terra, l’evoluzione funzionava a scala perlopiù microscopica; ciò era dovuto anche alla carenza di ossigeno planetaria, che alimentava (e alimenta tuttora) il metabolismo animale.

Mar Bianco ediacarano
Mar Bianco, Russia. Uno dei 40 siti dell’ediacarano.

Nel 2016, sulla prestigiosa rivista Nature fu pubblicato un articolo che evidenziava come, nell’atmosfera terrestre, la percentuale di ossigeno richiedeva non meno di cento milioni di anni per incrementare dall’1% al 10%, innescando, così, l’esplosiva diffusione della vita.

Due miliardi di anni fa vi fu un primo incremento di ossigeno terrestre, grazie ai batteri marini che lo generavano con la fotosintesi. Tuttavia i livelli si mantennero bassi per un altro miliardo di anni. Tra i 717 e i 635 milioni di anni fa vi furono tre glaciazioni molto potenti che ricoprirono a intervalli l’intero pianeta (fenomeno Terra a Palla di Neve, come è conosciuto tra gli scienziati). Durante queste glaciazioni, i livelli di ossigeno aumentarono.

Australia, fossile dell'ediacarano.
Australia, fossile dell’ediacarano.

Queste tre glaciazioni (dalla più antica) furono la Sturtiana, la Marinoana e la Gaskiers. Durante la prima gli scienziati hanno scoperto che gli oceani era più ossigenati in superficie, ma non in profondità, dove si accumulò molto ferro. Durante la seconda glaciazione si nota la comparsa di invertebrati e un livello maggiore di ossigeno, ma è dopo l’ultima glaciazione che, con lo scioglimento dei ghiacci, in concomitanza di eruzioni vulcaniche, l’anidride carbonica fece da effetto serra, riscaldando l’atmosfera.

Fusione dei ghiacci, aumento dell’ossigeno ed evoluzione delle cellule più complesse consentirono agli organismi dell’ediacarano di prosperare?

Probabilmente.

Questi organismi avevano generalmente forme a fronda, un paleontologo tedesco li definì strutture biologiche a trapunta. La nutrizione doveva comunque essere un problema per queste creature, non essendo provviste di bocca, né di intestino, né di ano, né di testa e né di occhi.

Fauna edicariana
Ricostruzione digitale della fauna dell’ediacarano.

Molti di questi organismi presentavano una sorta di disco di ancoraggio, un rizoide che faceva presa sul fondo marino, permettendo a queste forme a fronda di muoversi nell’acqua, o fluttuare. Inoltre i fondali marini di mezzo miliardo di anni fa erano ricoperti di tappeti microbici. Tuttavia queste creature a fronda non erano piante, quindi non potevano sfruttare la fotosintesi, oltretutto vivevano a più di mille metri di profondità, dove non c’era luce (e tuttora non c’è).

Quindi come si nutrivano?

L’ipotesi più accreditata dagli scienziati è che questi organismi si nutrissero tramite osmotrofia, ovvero assorbivano le sostanze nutrienti dissolte nell’acqua tramite la superficie corporea. 

La fauna ediacarana si estinse circa 540 milioni di anni fa, all’inizio del Cambriano. Molti scienziati sono concordi sul fatto che si tratti di una sorta di esperimento evolutivo fallito di vita pluricellulare.

Perché?

Alcuni paleontologi canadesi hanno una loro teoria, in parte basata anche sui fossili rinvenuti in un sito ediacarano della Namibia. Sostanzialmente i vermi cominciarono ad avere strutture complesse che non li facevano limitare al solo strisciare sui fondali oceanici, come era sempre stato, ma potevano scavare i fanghi con lunghi tunnel, grazie all’evoluzione di una muscolatura complessa.

Namibia
Namibia. Sito geologico dell’ediacarano.

Inoltre ci furono cambiamenti anche nella chimica oceanica, gli scheletri dei fossili mostrano ricchezza di calcio. Questi fattori sembrano essere la chiave per questo mistero. L’ipotesi dei vermi e delle loro tracce sembra confermata soprattutto in un sito australiano, dove la roccia ricorda il formaggio svizzero, per come è tappezzata di tracce di vermi (icniti, in geologia).

“Lo sviluppo della muscolatura complessa in questi vermi segna l’inizio del Cambriano”. Dice il paleontologo australiano James Gehling.

In ultima analisi c’è un punto importantissimo, scoperto da un gruppo di paleontologi canadesi in Ontario. Costoro, sempre analizzando le icniti di molti siti, hanno individuato che questi vermi, oltre ad aver sviluppato una muscolatura atta a cambi di direzione nelle tre dimensioni, non tornavano in aree già battute dai vecchi tunnel: ciò indica capacità cerebrali superiori. Non cercavano il cibo a caso, girovagando senza meta, erano metodici! I ricercatori affermano che il cambriano corrisponde alla fase in cui il comportamento fu codificato nel genoma.

Cambriano
Ricostruzione di un mare del cambriano.

La fauna dell’ediacarano fu praticamente soppiantata da questi organismi più efficienti, che dettero la scintilla per l’esplosione della vita nel successivo mezzo miliardo di anni.

Qualcuno potrebbe chiedere: come si quantifica questa esplosione oggi?

Bene. Prendiamo la classe di animali dominante: gli artropodi. Questi sono composti dagli insetti, dagli aracnidi e dai crostacei. Al momento vi sono un milione duecentoquattordici mila e duecentonovantacinque specie di artropodi conosciuti. Sono davvero un esercito, rispetto a noi mammiferi.

ragno
I ragni fanno parte degli artropodi.

Gli artropodi hanno caratteristiche comuni tra di loro, come l’esoscheletro (ovvero esterno) resistente e il corpo segmentato in sezioni. Gamberi, insetti stecco, cavallette, granchi, stomatopodi, ragni, scorpioni ecc… E potrei continuare ancora, oltre un milione di specie, e probabilmente molte devono ancora essere scoperte.

Già nell’ordoviciano, circa 450 milioni di anni fa, gli artropodi erano ben diversificati, con la famigerate e stupende trilobiti (ormai estinte), che molti di voi avranno certamente visto. La proliferazione degli animali del cambriano si deve anche a un modo nuovo di alimentare il proprio corpo: nutrendosi di altri animali. I predatori sono il motore della vita, essi evolsero bocche per mangiare e le prede svilupparono esoscheletri più resistenti. Fu una vera e propria corsa agli armamenti quella che avvenne tra gli artropodi, e non solo.

trilobite
Trilobite del Marocco.

Il rapporto preda-predatore è sempre stato uno dei più forti motori evolutivi e macro-evolutivi in natura, come anche dimostrato dal prof. Douglas Emlen.

Gli artropodi non furono l’unica classe interessata all’esplosione della vita e dall’evoluzione negli ultimi 500 milioni di anni, anzi. Ecco un elenco con relativi numeri relativi alle specie moderne:

  • Cordati, comprendenti pesci, uccelli, rettili, mammiferi e anfibi. Attualmente si conoscono 68.045 specie.
  • Molluschi, 117.358 specie conosciute.
  • Cnidari, ovvero attinie, coralli e meduse. Attualmente si conoscono 10.303 specie.
  • Echinodermi, ovvero stelle marine e ricci di mare. Si conoscono 7.509 specie.
  • Poriferi, ovvero le spugne. 8716 specie
  • Platelminti. Vermi piatti. 29.285 specie.
  • Anellidi, ovvero i vermi metamerici. 17.210 specie conosciute.
  • Briozoi. 5.650 specie.
  • Nematodi. Sono i vermi cilindrici. 24.773 specie.

Poi ci sono altri Phylum (gruppo tassonomico) minori con poche specie.

Cordati
Esempi di cordati.

Tutto questo per capire come, da un punto di vista evolutivo, la vita nell’ultimo mezzo miliardo di anni è letteralmente esplosa, nonostante la Terra sia vecchia di quattro miliardi e mezzo di anni. I numeri come dicevo sono relativi alle specie moderne, quindi nel calderone andrebbero inseriti anche quelli relativi alle specie fossili, ormai estinte, di cui ovviamente di moltissime di loro non si ha proprio notizia della loro esistenza. Ciò è dovuto anche al processo di fossilizzazione, notevolmente complesso.

Ci sono specie che vivono sulla Terra da tento immemore, chissà se noi umani, comparsi solo in tempi recenti sul pianeta, riusciremo a sopravvivere…

Aaronne Colagrossi

 

Coccodrilli.

Coccodrilli

L’ordine Crocodylia attualmente comprende 23 specie tra coccodrilli, caimani, alligatori e gaviali.

Sopravvissuti a milioni di anni di evoluzione, di ere geologiche, di sconvolgimenti tettonici, di cambiamenti climatici e di altre vicissitudini geologiche, oggi si ritrovano faccia a faccia con l’uomo. È una vera lotta per la sopravvivenza, quella dei coccodrilli.

Nella sola Florida (USA) negli anni settanta rimanevano poco più di 400 alligatori, l’espansione umana li aveva costretti a fuggire da gran parte degli ambienti in cui solitamente vivevano.

Coccodrilli
Alligator mississippiensis

Gli umani li decimarono per la pelle e per la loro sicurezza personale, o al massimo li catturavano per gli zoo. Fortunatamente oggi ci sono misure di salvaguardia e gli animali si stanno ripopolando in fretta. Nel resto del mondo le cose non sono andate meglio.

Il coccodrillo è stato sempre perseguitato, o magari venerato, come nel caso degli antichi Egizi.  In Australia il gigantesco coccodrillo marino (Crocodylus porosus) è stato cacciato sin quasi all’estinzione, oggi è una macchina da soldi turistica che fa gola al governo australiano.

Coccodrilli
Australia, Crocodylus porosus.

Ma chi sono i coccodrilli?

I coccodrilli moderni, come li conosciamo noi per intenderci, sono presenti sulla terra da circa 80 milioni di anni; ma la storia dei coccodrilli è molto, molto più vecchia… anzi vetusta.

Mi verrebbe da dire proprio: “Quando i coccodrilli dominavano la Terra”, parafrasando una delle scene finali di Jurassic Park.

I Crurotarsi, lontani progenitori dei coccodrilli, comparvero circa 240 milioni di anni fa, nel triassico medio, e la maggior parte dei paleontologici concorda sul fatto che i primi caratteri morfologici dei coccodrilli comparvero proprio nei crurotarsi.

I crurotarsi erano presenti sulla terraferma e da loro si evolse il primo rettile con caratteristiche coccodrillomorfe, il Protosuchus.

Coccodrilli
Crocodylia moderni.

Il clima del triassico era caldo, con poche variazioni dai poli all’equatore, non come oggi; non ci sono evidenze di calotte polari ghiacchiate, per lo meno non con gli spessori attuali derivati dal quaternario (eccetto la vistosa diminuzione degli ultimi anni). Le grandi foreste di conifere arrivarono nel triassico superiore, che marcavano un clima generale più secco. In questo ambiente vivevano i crurotarsi.

Bisogna tenere bene a mente che gli antichi antenati dei coccodrilli (così come per i Pterosauri) si sono evoluti a partire da un predecessore comune per poi diversificarsi in una miriade di forme e dimensioni.

Nel triassico superiore, l’estinzione di massa che colpì la Terra 200 milioni di anni fa, estinse i crurotarsi. Fu un’occasione d’oro per i dinosauri, che si liberarono dalla loro nicchia ecologica per espandersi in tutto il mondo.

I Plesiosauri dominavano invece le acque marine, lasciando poco spazio ai concorrenti (persino gli squali moderni dovranno attendere altri 100 milioni di anni). I coccodrilli occuparono gli unici habitat disponibili: fiumi, laghi, paludi e acquitrini.

Naturalmente c’erano alcune specie marine che riuscirono ad avere il loro spazio ecologico, ma erano molto inferiori in numero rispetto ai cugini d’acqua dolce.

Coccodrilli
Crocodylus niloticus, Botswana.

Molti scienziati sono d’accordo sul fatto che questo vincolo delle acque dolci sia stato un freno alla loro evoluzione ma l’altra faccia della medaglia è anche che sia stata la loro salvezza; non a caso i coccodrilli sopravvissero all’estinzione di massa del limite K-T, che cancellò i dinosauri.

I coccodrilli convissero perfettamente con i mammiferi per i successivi 65 milioni di anni, sino all’arrivo del loro peggior nemico: Homo sapiens, l’unica specie che non trova equilibrio.

Verrebbe da chiedersi: perché dopo la scomparsa dei dinosauri, i coccodrilli non colsero l’occasione per dominare la Terra definitivamente? La risposta è che i mammiferi avevano già iniziato la loro diversificazione che li avrebbe portati al dominio della Terra, i coccodrilli rimasero completamente isolati… Da un punto di vista paleontologico.

Uno dei successi evolutivi dei coccodrilli, nell’arco di 250 milioni di anni è stato il fatto di poter occupare nicchie ecologiche in habitat sia marini e sia terrestri, nutrendosi di ogni tipo di cibo, praticamente.

Coccodrilli
Crocodylus niloticus, Botswana.

E oggi com’è la situazione di queste magnifiche creature?

Oggi i coccodrilli da “pelle” possono essere allevati legalmente e macellati: paradossalmente questo sistema ha permesso ad alcune specie di riprendersi dall’orlo dell’estinzione. Difatti oggi solo 7 specie su 23 sono a rischio.

Alcuni di essi, come l’alligatore cinese (Alligator sinensis) e il coccodrillo delle Filippine (Crocodylus mindorensis) non hanno più, di fatto, un loro habitat.

La popolazione del gaviale del Gange (Gavialis gangeticus), una specie dal muso sottile, un tempo diffusa dal Pakistan alla Birmania, dopo un ventennio di salute (1990-2010), ha subito un nuovo crollo, tanto da essere tornata ad alto rischio estinzione; in condizioni naturali restano meno di cinquecento gaviali tra India e Nepal.

L’alligatore (Alligator mississippiensis) ha invece avuto una ripresa incredibile.

Il coccodrillo del Nilo (Crocodylus niloticus), che ho avuto modo di ammirare nel Delta dell’Okavango, in Botswana, durante un mio recente safari, domina indiscusso in gran parte dell’Africa, nonostante debba dividere il territorio con l’ippopotamo anfibio.

Coccodrilli
Crocodylus niloticus, Botswana.

Il coccodrillo marino, pocanzi citato, era un tempo distribuito sino alle coste dell’India orientale, della Thailandia e di gran parte dell’Indonesia. Oggi è ampiamente diffuso in Australia e Papua Nuova Guinea, dove è comune. Storicamente ne sono stati trovati esemplari anche in Giappone e alle Seychelles.

È del 2013 la buona notizia invece che interessa il caimano jacaré (Caiman yacare) e della sua rinascita demografica nelle paludi brasiliane grazie ai programmi di salvaguardia. In passato i caimani jacaré furono quasi sterminati dai cacciatori ma oggi i loro occhi brillano nella notte a migliaia, se illuminate una palude nel cuore della notte.

L’ordine Crocodylia è sopravvissuto a sconvolgimenti inimmaginabili ma oggi deve affrontare la sfida più dura della sua intera storia evolutiva.

Ariticolo esterno correlato: Coccodrilli: spettatori nella vastità del tempo.

Articolo esterno correlato: Reportage: Botswana, gemma dell’Africa.

Aaronne Colagrossi

Dinosauri italiani.

Scipionyx samniticus - Ricostruzione - Aaronne Colagrossi

Molti di noi sono abituati a pensare che certe creature fossili siano impossibili da rinvenire nei nostri territori; eppure i dinosauri italiani ci sono (anzi ci sono stati), probabilmente non con l’abbondanza che ci si aspetterebbe ma certamente con caratteristiche peculiari nel loro genere.

Nel lontano inverno del 1980 un calzolaio veronese che lavorava in Campania, Giovanni Todesco, decise per una scampagnata sul Massiccio del Matese occidentale, al confine tra Campania e Molise. Non sapeva che stava per cambiare la storia dei dinosauri italiani.

Scelse, per le sue ricerche di fossili, puramente da appassionato, una cava abbandonata nei pressi di Pietraroja, cittadina già famosa dai tempi del Regno di Napoli per i suoi fossili completi di pesci.

Staccò alcune lastre di roccia calcarea, il famigerato Plattenkalk, senza aprirle; tuttavia aveva riconosciuto un sottile strato nero tra le due lastre. Presenza di fossili.

Scipionyx samniticus - dinosauri italiani
Scipionyx samniticus – Plattenkalk

Todesco lasciò il fossile esposto in casa, fino al 1993. Dopo la visione del film Jurassic Park si rese conto che il suo fossile era certamente qualcosa di più di una semplice lucertola, seppur ben conservata. Era solo il primo dei dinosauri italiani.

Quando mostrò il materiale a un paleontologo di Milano, questi si rese immediatamente conto della scoperta di importanza mondiale: un dinosauro lungo circa 20 centimetri completo in molte sue parti, soprattutto i suoi organi.

Successive analisi scientifiche mostrarono l’appartenenza della creatura a una famiglia sconosciuta di teropodi, non solo: il fossile è uno dei primi dinosauri al mondo per stato di conservazione degli organi interni.

Scipionyx samniticus - dinosauri italiani
Scipionyx samniticus – Disegno

Il paleontologo Cristiano Dal Sasso battezzò il piccolo dinosauro Scipionyx samniticus (in onore del geologo Scipione Breislak).

Nel 2010 Dal Sasso ha presentato buona parte dei suoi studi su Ciro, il nomignolo col quale è stata ribattezzata la piccola creatura. I suoi studi hanno mostrato che Ciro ha un ottimo stato di conservazione delle fibre muscolari, del fegato, dell’intestino e di altre parti molli, difficilissime da fossilizzare in altri ambienti.

Tuttavia Scipionyx samniticus non è l’unico dinosauro italiano.

Difatti è opinione comune, compresa quella di molti miei colleghi geologi, che l’Italia del Cretaceo fosse sommersa dalle acque marine dell’oceano Tetide e che, quindi, sia difficilissimo rinvenire fossili di una certa importanza paleontologica come i dinosauri, se non impossibile.

Certo, l’Italia del Cretaceo era una sorta di tavolato sommerso dalle acque, ma si trattava di mari poco profondi, con ampi settori di terre emerse, ricchi di vegetazione, che permettevano addirittura interscambi migratori di specie animali.

Inoltre il corpo geografico che ci appare adesso come l’Italia, oltre che parzialmente sommerso e smembrato, era anche spostato rispetto alla posizione attuale, sia di latitudine e sia di longitudine; verso sudovest per essere precisi.

Nel 1985, nelle Dolomiti bellunesi, ai piedi di Monte Pelmetto, furono scoperte impronte di dinosauri.

Dolomiti bellunesi, impronte di dinosauri italiani.
Dolomiti bellunesi, impronte di dinosauri.

Nel 1989 a Lavini di Marco, vicino Rovereto, un appassionato scambiò per buchi di granate delle Seconda Guerra Mondiale quelle che, in realtà, erano impronte di dinosauri. Ne furono catalogate ben 1500 in 46 piste diverse.

E le scoperte d’impronte non si fermarono, in tutta la penisola italiana ne furono rinvenute a migliaia. Nel 1999 ad Altamura furono rinvenute 30.000 (sì, proprio trentamila!) impronte di dinosauro risalenti al Cretaceo Superiore e appartenenti a dinosauri erbivori, principalmente.

Altamura, impronte di dinosauri italiani.
Altamura, impronte di dinosauri.

Nel 1994, vicino Trieste, a Villaggio del Pescatore di Duino, la geologa Tiziana Brazzatti scorse una zampa fuoriuscire dalla roccia in una cava abbandonata ( a 100 metri dal mare); la Brazzatti stava svolgendo rilevamento geologico per la sua tesi, ricorda ancora oggi l’adrenalina e l’entusiasmo per una delle più grandi scoperte paleontologiche dell’Europa.

Si trattava di un dinosauro erbivoro che la geologa battezzò Antonio. Rimuovere quel fossile dalle rocce richiese anni di lavoro. Si dovettero smuovere centinaia di metri cubi di roccia, tagliandola con fili diamantati per poi pulire ogni singolo osso con acido formico.

Tiziana Brazzatti posa vicino al calco di Antonio - dinosauri italiani
Tiziana Brazzatti posa vicino al calco di Antonio

Antonio risultò essere l’adrosauro più vecchio in Europa. L’adrosauro è più conosciuto come dinosauro a becco d’anatra. Il fossile rinvenuto era lungo quattro metri ed era femmina, a dispetto del nome. L’età era di 85 milioni di anni.

È stato Jack Horner, il famoso paleontologo americano a scoprire e studiare le prime colonie di nidi fossili di questi dinosauri a becco d’anatra, dimostrando l’elevato grado di socialità di questi antichi animali. Horner deve la sua popolarità anche grazie alla consulenza richiesta da Steven Spielberg nel film Jurassic Park, proseguita nel Mondo Perduto e poi andata avanti in JPIII e JP World con gli altri registi. Nell’ultimo film ha addirittura avuto un piccolo ruolo.

Nel 1996 Angelo Zanella scoprì dei fossili di dinosauro in una cava di Saltrio, in Lombardia; la successione sedimentaria apparteneva a depositi marini poco profondi; probabilmente l’animale morì lungo le spiagge per poi essere inglobato nei sedimenti. Tuttavia la classificazione del dinosauro, basata su 119 ossa, fu abbastanza frammentaria e lo rimane tuttora.

Saltriosauro - Ricostruzione - dinosauri italiani
Saltriosauro, ricostruzione.

Si può affermare che è certamente un dinosauro carnivoro teropode; i paleontologi non riescono ancora a dare una classificazione scientifica certa. Il dinosauro è stato denominato Saltriosauro.

Nel 2009 a Capaci, in Sicilia, fu scoperto l’osso di un dinosauro risalente al Cenomaniano, circa 96 milioni di anni fa. I tre paleontologi palermitani, autori della scoperta, inviarono un campione al centro di geologia dell’università di Bonn, per esami istologici.

Non vi fu più nessun dubbio: l’osso scoperto apparteneva a un grosso dinosauro, probabilmente un carnivoro.

Il dinosauro fu ribattezzato DinoSaro; tuttavia la scoperta mescolò nuovamente il mazzo di carte dell’evoluzione geologica della bella Sicilia. Probabilmente le acque marine del Cretaceo Superiore non erano così profonde come si era sempre pensato.

Giovanni Todesco e Tiziana Brazzatti - dinosauri italiani
Giovanni Todesco (che scoprì Ciro) e Tiziana Brazzatti (che scoprì Antonio) .

L’ultimo arrivato, il quinto, è Tito, un titanosauro col nome da imperatore, scoperto in Lazio, nel giacimento di Rocca di Cave. Tuttavia era stato dimenticato in un muretto di una casa privata vicino Roma; i blocchi di roccia contenevano una vertebra e due frammenti di bacino che provenivano da un affioramento ormai smantellato.

Tito - Ricostruzione titanosauro - dinosauri italiani
Tito – Ricostruzione del titanosauro.

Tito è un titanosauro di 113 milioni di anni fa, un sauropode per la precisione. I titanosauri, come si intuisce dal nome, sono rettili erbivori giganteschi, anche se Tito era un po’ più piccolo, circa sei metri; probabilmente era un individuo subadulto, o un individuo con caratteristiche morfologiche di taglia inferiore rispetto agli individui che vivevano sul continente (come afferma Dal Sasso, co-autore dello studio).

Come avviene sempre in questi casi una nuova scoperta mette in ballo nuove domande, ancora più complesse.

Ma d’altronde questo è anche il fascino della scoperta e dell’avventura…

in qualsiasi campo naturalmente…

Aaronne Colagrossi.

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