Quando la vita esplose

“Libera dalla schiavitù, la vita finalmente esplose”

 

Più di mezzo miliardo di anni fa la vita esplose. La biodiversità si fece largo sul pianeta come un bulldozer in una cava. Nel cambriano ebbero origine la maggior parte dei gruppi animali esistenti oggigiorno.

Da semplici microbi, le creature si evolsero in qualcosa di più grande (macroscopicamente) e più complesso (geneticamente). Tutto iniziò 570 milioni di anni fa; sono talmente tanti che forse persino il cervello umano ha difficoltà a contarli e a comprendere a fondo le miriadi di variazioni geologiche e paleontologiche che avvengono sul pianeta in questo lasso di tempo: mezzo miliardo di anni.

Incredibile!

Per tre miliardi di anni la Terra era stata popolata da organismi unicellulari e pluricellulari semplici; poi successe qualcosa, 700/800 milioni di anni fa il pianeta fu interessato da una serie di estese glaciazioni che portarono al fenomeno della Snowball Earth, ovvero la Terra a “Palla di Neve”. Dopo questo lunghissimo periodo freddo, circa 580 milioni di anni fa, queste glaciazioni terminarono; la fusione della gigantesca calotta di ghiaccio permise all’ossigeno di raggiungere una soglia critica tale da consentire lo sviluppo di organismi pluricellulari complessi.

La vita esplose.

Come ho scritto prima, le più antiche evidenze fossili risalgono a circa 570 milioni di anni fa. Tuttavia si tratta di datazioni per difetto sui registri fossili. Gli studi genetici sugli organismi viventi indicano che forme di vita complesse esistevano anche prima.

Snowball earth
Ricostruzione digitale della Snowball Earth.

Nel periodo geologico ediacarano avvenne la glaciazione di Gaskiers (molto breve, due milioni di anni circa, anche meno). L’ediacarano è ritenuto dai geologi un vero e proprio periodo misterioso. Molti organismi fossili sono conosciuti solo per l’impronta lasciata nei fanghi, o nelle ceneri vulcaniche; molti organismi dell’ediacarano non assomigliano nemmeno agli animali viventi oggi.

Sull’isola di Terranova, in America del nord, si trova un promontorio roccioso chiamato Mistaken Point (letteralmente Punto Sbagliato), a causa dei naufragi, infatti i capitani lo scambiavano per un altro punto, da cui il nome.

A Mistaken Point sono però emersi dettagli geologici e paleontologici davvero straordinari e meravigliosi. Il sito (non è l’unico dell’ediacarano) è studiato da decadi, eppure i paleontologi vi vedono chiaramente uno scenario nuovo e rivoluzionario.

Mistaken Point
Mistaken Point, sull’isola di Terranova.

Molti fossili scoperti a Mistaken Point non nuotavano, né strisciavano pur assomigliando, alcuni di loro, a scheletri di serpenti. Erano forme di vita diverse, la maggior parte delle persone ne ignora persino l’esistenza, per non parlare dei creazionisti (ma questa è un’altra storia). In quest’angolo flagellato dalle gelide onde oceaniche dell’Atlantico settentrionale è conservato questo antico fotogramma del pianeta, come una vecchia foto in bianco e nero, la scintilla della grande vita che sarebbe esplosa nei milioni di anni successivi.

Uno dei fossili dell’ediacarano di Mistaken Point.

“Qui, per la prima volta, la vita è diventata grande”. Dice il paleontologo Marc Laflamme, dell’Università di Toronto.

Per risolvere questo mistero bisogna però fare qualche passo indietro: nell’Australia del 1946, quando il geologo Reginald Sprigg scoprì degli strani fossili sulla collina di Ediacara (da cui il nome del periodo). Sprigg dapprincipio non sapeva che quei fossili risalissero a 550 milioni di anni fa, ovvero dieci milioni di anni prima dell’esplosione del cambriano.

Ci sono somiglianze con la fauna fossile dell’isola di Terranova: questi organismi erano molto simili tra loro, insomma erano connessi, in qualche maniera.

Australia Edicariano
Australia, strato guida dell’ediacarano marcato con un disco di bronzo.

I siti scoperti e attribuiti all’ediacarano sono 40 e sono sparsi in molteplici località del mondo, eccetto l’Antartide (solo perché coperto di ghiacci, ancora per poco tuttavia, stando al tasso di scioglimento dei ghiacci).

La domanda a questo punto è obbligatoria: che cosa, dopo miliardi di anni in cui il nostro pianeta fu popolato da soli microbi, consentì a questi organismi di diventare più grandi e di diffondersi in tutto il pianeta?

Prima che la fauna di Ediacara si diffondesse sulla Terra, l’evoluzione funzionava a scala perlopiù microscopica; ciò era dovuto anche alla carenza di ossigeno planetaria, che alimentava (e alimenta tuttora) il metabolismo animale.

Mar Bianco ediacarano
Mar Bianco, Russia. Uno dei 40 siti dell’ediacarano.

Nel 2016, sulla prestigiosa rivista Nature fu pubblicato un articolo che evidenziava come, nell’atmosfera terrestre, la percentuale di ossigeno richiedeva non meno di cento milioni di anni per incrementare dall’1% al 10%, innescando, così, l’esplosiva diffusione della vita.

Due miliardi di anni fa vi fu un primo incremento di ossigeno terrestre, grazie ai batteri marini che lo generavano con la fotosintesi. Tuttavia i livelli si mantennero bassi per un altro miliardo di anni. Tra i 717 e i 635 milioni di anni fa vi furono tre glaciazioni molto potenti che ricoprirono a intervalli l’intero pianeta (fenomeno Terra a Palla di Neve, come è conosciuto tra gli scienziati). Durante queste glaciazioni, i livelli di ossigeno aumentarono.

Australia, fossile dell'ediacarano.
Australia, fossile dell’ediacarano.

Queste tre glaciazioni (dalla più antica) furono la Sturtiana, la Marinoana e la Gaskiers. Durante la prima gli scienziati hanno scoperto che gli oceani era più ossigenati in superficie, ma non in profondità, dove si accumulò molto ferro. Durante la seconda glaciazione si nota la comparsa di invertebrati e un livello maggiore di ossigeno, ma è dopo l’ultima glaciazione che, con lo scioglimento dei ghiacci, in concomitanza di eruzioni vulcaniche, l’anidride carbonica fece da effetto serra, riscaldando l’atmosfera.

Fusione dei ghiacci, aumento dell’ossigeno ed evoluzione delle cellule più complesse consentirono agli organismi dell’ediacarano di prosperare?

Probabilmente.

Questi organismi avevano generalmente forme a fronda, un paleontologo tedesco li definì strutture biologiche a trapunta. La nutrizione doveva comunque essere un problema per queste creature, non essendo provviste di bocca, né di intestino, né di ano, né di testa e né di occhi.

Fauna edicariana
Ricostruzione digitale della fauna dell’ediacarano.

Molti di questi organismi presentavano una sorta di disco di ancoraggio, un rizoide che faceva presa sul fondo marino, permettendo a queste forme a fronda di muoversi nell’acqua, o fluttuare. Inoltre i fondali marini di mezzo miliardo di anni fa erano ricoperti di tappeti microbici. Tuttavia queste creature a fronda non erano piante, quindi non potevano sfruttare la fotosintesi, oltretutto vivevano a più di mille metri di profondità, dove non c’era luce (e tuttora non c’è).

Quindi come si nutrivano?

L’ipotesi più accreditata dagli scienziati è che questi organismi si nutrissero tramite osmotrofia, ovvero assorbivano le sostanze nutrienti dissolte nell’acqua tramite la superficie corporea. 

La fauna ediacarana si estinse circa 540 milioni di anni fa, all’inizio del Cambriano. Molti scienziati sono concordi sul fatto che si tratti di una sorta di esperimento evolutivo fallito di vita pluricellulare.

Perché?

Alcuni paleontologi canadesi hanno una loro teoria, in parte basata anche sui fossili rinvenuti in un sito ediacarano della Namibia. Sostanzialmente i vermi cominciarono ad avere strutture complesse che non li facevano limitare al solo strisciare sui fondali oceanici, come era sempre stato, ma potevano scavare i fanghi con lunghi tunnel, grazie all’evoluzione di una muscolatura complessa.

Namibia
Namibia. Sito geologico dell’ediacarano.

Inoltre ci furono cambiamenti anche nella chimica oceanica, gli scheletri dei fossili mostrano ricchezza di calcio. Questi fattori sembrano essere la chiave per questo mistero. L’ipotesi dei vermi e delle loro tracce sembra confermata soprattutto in un sito australiano, dove la roccia ricorda il formaggio svizzero, per come è tappezzata di tracce di vermi (icniti, in geologia).

“Lo sviluppo della muscolatura complessa in questi vermi segna l’inizio del Cambriano”. Dice il paleontologo australiano James Gehling.

In ultima analisi c’è un punto importantissimo, scoperto da un gruppo di paleontologi canadesi in Ontario. Costoro, sempre analizzando le icniti di molti siti, hanno individuato che questi vermi, oltre ad aver sviluppato una muscolatura atta a cambi di direzione nelle tre dimensioni, non tornavano in aree già battute dai vecchi tunnel: ciò indica capacità cerebrali superiori. Non cercavano il cibo a caso, girovagando senza meta, erano metodici! I ricercatori affermano che il cambriano corrisponde alla fase in cui il comportamento fu codificato nel genoma.

Cambriano
Ricostruzione di un mare del cambriano.

La fauna dell’ediacarano fu praticamente soppiantata da questi organismi più efficienti, che dettero la scintilla per l’esplosione della vita nel successivo mezzo miliardo di anni.

Qualcuno potrebbe chiedere: come si quantifica questa esplosione oggi?

Bene. Prendiamo la classe di animali dominante: gli artropodi. Questi sono composti dagli insetti, dagli aracnidi e dai crostacei. Al momento vi sono un milione duecentoquattordici mila e duecentonovantacinque specie di artropodi conosciuti. Sono davvero un esercito, rispetto a noi mammiferi.

ragno
I ragni fanno parte degli artropodi.

Gli artropodi hanno caratteristiche comuni tra di loro, come l’esoscheletro (ovvero esterno) resistente e il corpo segmentato in sezioni. Gamberi, insetti stecco, cavallette, granchi, stomatopodi, ragni, scorpioni ecc… E potrei continuare ancora, oltre un milione di specie, e probabilmente molte devono ancora essere scoperte.

Già nell’ordoviciano, circa 450 milioni di anni fa, gli artropodi erano ben diversificati, con la famigerate e stupende trilobiti (ormai estinte), che molti di voi avranno certamente visto. La proliferazione degli animali del cambriano si deve anche a un modo nuovo di alimentare il proprio corpo: nutrendosi di altri animali. I predatori sono il motore della vita, essi evolsero bocche per mangiare e le prede svilupparono esoscheletri più resistenti. Fu una vera e propria corsa agli armamenti quella che avvenne tra gli artropodi, e non solo.

trilobite
Trilobite del Marocco.

Il rapporto preda-predatore è sempre stato uno dei più forti motori evolutivi e macro-evolutivi in natura, come anche dimostrato dal prof. Douglas Emlen.

Gli artropodi non furono l’unica classe interessata all’esplosione della vita e dall’evoluzione negli ultimi 500 milioni di anni, anzi. Ecco un elenco con relativi numeri relativi alle specie moderne:

  • Cordati, comprendenti pesci, uccelli, rettili, mammiferi e anfibi. Attualmente si conoscono 68.045 specie.
  • Molluschi, 117.358 specie conosciute.
  • Cnidari, ovvero attinie, coralli e meduse. Attualmente si conoscono 10.303 specie.
  • Echinodermi, ovvero stelle marine e ricci di mare. Si conoscono 7.509 specie.
  • Poriferi, ovvero le spugne. 8716 specie
  • Platelminti. Vermi piatti. 29.285 specie.
  • Anellidi, ovvero i vermi metamerici. 17.210 specie conosciute.
  • Briozoi. 5.650 specie.
  • Nematodi. Sono i vermi cilindrici. 24.773 specie.

Poi ci sono altri Phylum (gruppo tassonomico) minori con poche specie.

Cordati
Esempi di cordati.

Tutto questo per capire come, da un punto di vista evolutivo, la vita nell’ultimo mezzo miliardo di anni è letteralmente esplosa, nonostante la Terra sia vecchia di quattro miliardi e mezzo di anni. I numeri come dicevo sono relativi alle specie moderne, quindi nel calderone andrebbero inseriti anche quelli relativi alle specie fossili, ormai estinte, di cui ovviamente di moltissime di loro non si ha proprio notizia della loro esistenza. Ciò è dovuto anche al processo di fossilizzazione, notevolmente complesso.

Ci sono specie che vivono sulla Terra da tento immemore, chissà se noi umani, comparsi solo in tempi recenti sul pianeta, riusciremo a sopravvivere…

Aaronne Colagrossi

 

Diario di viaggio: Sudafrica.

Spinto dalla mia passione per gli squali, il mondo del mare e la geologia, qualche tempo fa mi recai in Sudafrica per un vero e proprio safari subacqueo (e geologico) con una spedizione italiana guidata dal Dott. A. De Maddalena. Passammo sette giorni tra grandi squali bianchi, balene franche australi, delfini, pinguini e otarie; circondati da un quadro naturale di montagne frastagliate e spiagge chilometriche bianche come lo zucchero, su cui si infrangevano onde oceaniche di colore blu cobalto: il regno del grande squalo bianco.

Un vero trionfo di colori e di sensazioni, di cui ne porto tuttora un magnifico ricordo, indelebile; un’esperienza di vita nel vero senso della parola.

Capo di Buona Speranza
Il signore del mare.

Le nostre giornate erano scandite dall’oceano e dai suoi abitanti; la sveglia all’alba era indispensabile per recarci immediatamente nel piccolo porto, dove il White Pointer II (l’imbarcazione del team del fotografo naturalistico Chris Fallows, BBC, Discovery Channel, Air Jaws), ci portava in mare. L’alba, infatti, è il momento migliore per osservare il grande squalo bianco (Carcharodon carcharias) nella sua attività predatoria ai danni delle otarie orsine del Capo (Arctocephalus pusillus), sull’isola di Seal Island, un isolotto roccioso su cui risiede una colonia di circa 60.000 otarie.

Il contrasto di luce creato con l’alzarsi del sole permette al grande predatore di individuare le otarie orsine del Capo, senza essere a sua volta visto dalle prede, se non quando è ormai troppo tardi e l’attacco è ormai nella fase finale. I mammiferi rientrano in piccoli gruppi all’isola di Seal Island, dopo una notte passata in oceano a nutrirsi; il grande squalo ha difficoltà però a selezionare il singolo individuo in un gruppo che nuota compatto, così predilige attaccare gli individui solitari.

Tuttavia lo squalo bianco mira prevalentemente ai cuccioli, inesperti, che nuotano generalmente da soli. Il grande cacciatore, una volta individuata la preda, rasenta il fondale, accelera, si verticalizza nella colonna d’acqua, ed esplode dalle acque con la povera otaria tra le mascelle, costellate da denti bianchi e triangolari. Naturalmente non sempre la caccia va a buon fine e il piccolo mammifero riesce talvolta a fuggire, magari riportando lievi ferite.

Il sole rosso si alza dietro le montagne.

Non scorderò mai il primo giorno in mare. L’onda lunga oceanica era scura e tetra nell’alba, gli uccelli marini saettavano davanti la prua con le loro grida da strega e i nostri pensieri correvano sul grande squalo bianco e il suo regno acqueo. Eravamo arrivati da pochi minuti sul lato sud dell’isola quando Fallows urla a squarciagola: “Predation“. Premere la leva del gas e virare di bordo fu una cosa unica per il fotografo. Mi sono sentito trasportato nella scena dell’inseguimento de “Lo Squalo” di Spielberg.

Arrivammo sul posto che però lo squalo aveva già ucciso il mammifero marino e lo stava scuotendo con un vigore e una forza straordinari, tali che mi fecero accapponare la pelle. La quantità di sangue in acqua era immensa; lo squalo, dopo aver ucciso l’otaria (adulta), cominciò a fare dei lenti cerchi intorno all’aerea dell’attacco. Lascio immaginare le nostre prime frasi a quell’incontro (molti di noi avevano visto il grande bianco solo nei documentari; ci sembrava di essere in un sogno); la scarica di fotografie fu lunghissima, consumando spazio sulle schede di memoria. Quando lo squalo ritenne che fosse ormai arrivato il momento giusto, trascinò il cadavere sott’acqua, divorandolo in tranquillità.

Il White Pointer II ci porta in mare; la gabbia antisqualo è pronta.

Nei giorni a seguire eseguimmo molte immersioni in gabbia antisqualo; vedere il grande squalo bianco in mare, mentre nuota verso di te, è come tornare indietro nel tempo, non ci si sente nella nostra epoca, ma nella preistoria, sembra di vedere un dinosauro vivente. Quello che mi ha colpito vedendoli è capire il perché venga definito “grande”: sono davvero animali possenti e massicci, con una circonferenza ben lontana dalla sinuosità degli altri squali. Un vero signore del mare, tuttavia in acqua noi siamo visitatori in un mondo sconosciuto; bisogna sempre portare rispetto per quel mondo.

Otarie orsine del Capo si riposano sulle rocce.

La gabbia veniva ancorata sempre lungo la fiancata dell’imbarcazione, in modo da permettere ai visitatori di scendere, senza l’ausilio di nessun brevetto, in mare, in apnea al massimo. Ricordo un’immersione in particolare: io ero in apnea sul fondo della gabbia, ero stufo di sentire le urla degli operatori: squalo a destra o squalo a sinistra. Così presi un bel respiro e scesi sul fondo, aggrappandomi alla griglia metallica per rilassarmi per un paio di minuti in totale osservazione, circondato dai crepitii del mare, fu in quel momento che vidi un puntolino bianco risalire dagli abissi verdastri. Da principio non capii cosa fosse: mi resi conto che era la punta del muso di un grande bianco che ascendeva nella colonna d’acqua. Si mostrò davanti i miei occhi in tutta la sua immensità, il ventre bianco neve come la balena bianca di Achab, per esplodere dalle acque e rubare l’esca di tonno. Risalii in superficie tra le urla di felicità del gruppo a bordo e della mia compagna di gabbia, Simona, che aveva visto il grande predatore saltare dinanzi a lei. Fu una sequenza straordinaria, impressa a fuoco nella mia mente… Il grande squalo bianco… capolavoro della storia evolutiva naturale…

Grande squalo bianco.

Nel tragitto di andata (o di ritorno) era sovente fare parecchi incontri di altri animali, in particolare delfini del Capo (Delphinus capensis) e balene franche australi (Eubalaena australis). Le balene sono frequenti nel periodo di settembre in particolare e, credetemi, sentire un animale pesante 50 tonnellate che respira è una cosa meravigliosa, indescrivibile; non sopporto che ci siano popoli che ancora ammazzano esseri di tale bellezza naturalistica. La costa meridionale del Sudafrica è definita Whale Coast proprio a causa del fatto che nei periodi primaverili australi le mamme vengono con i cuccioli; è possibile vederli davvero vicini alla spiaggia, un giorno pranzammo in un ristorante con le balene che soffiavano alla base della scarpata del belvedere, che pasto felice fu.

Il panorama della False Bay.

I delfini sono sempre centinaia, anzi, un giorno contammo più di duemila esemplari che correvano e saltavano tutto intorno a noi, non sapevo dove puntare la macchina fotografica; ero letteralmente ubriaco di natura selvaggia, nemmeno mille fotografie potrebbero raccontare quel momento com’è tuttora rappresentato nella mia mente, perché la bellezza del viaggiare sta nel fatto che ciò che si vede rimane a noi, nessuno può togliercelo. 

Un delfino segue la scia della nostra imbarcazione.
Aspetti geologici e curiosità.

Nel contempo, però, la mia “deformazione” geologica di osservatore di campagna, che mi accompagna sempre, perfino sott’acqua, non mi evitò di compiere qualche indagine a occhio nudo sul panorama che mi si poneva davanti. Sì perché la mia curiosità si accese il primo giorno che ci avvicinammo a Seal Island (al centro della False Bay), notai immediatamente una tipologia di roccia che entrava in netto contrasto con quella delle montagne sulle sfondo. Rientrammo in porto il pomeriggio e, dopo la lezione di zoologia con De Maddalena, ci recammo alla Boulders Beach (spiaggia dei macigni, non a caso), a due passi dal centro abitato di Simon’s Town, nonché importante porto militare sul versante orientale della penisola del capo di Buona Speranza.

Graniti di Seal Island.

Su questa splendida spiaggia trova alloggio una cospicua colonia di circa 3000 pinguini africani del capo (Spheniscus demersus). Mentre camminavo tra i meravigliosi (da un punto di vista evolutivo) uccelli marini, il puzzle geologico si compose nella mia mente come un mazzo di carte disposto ordinatamente su un tavolo da gioco: erano gli stessi graniti che componevano Seal Island. Quelle erano rocce vecchie di seicento milioni di anni, come mi confermò un geologo olandese di Simon’s Town; graniti bianchi e tondeggianti come uova di airone e con le stesse straordinarie sfumature.

Boulders Beach.

La penisola rocciosa del capo di Buona Speranza, unica nel suo genere, penetra come l’artiglio di un leone nell’oceano Atlantico meridionale. A lungo si è ritenuto che il promontorio fosse il divisore idrografico tra l’oceano Indiano e l’Atlantico: in realtà è capo Agulhas, posto verso est (e composto delle stesse rocce del cugino occidentale) a porre il limite idrografico tra i due maestosi oceani nell’estremo sud del continente africano. La penisola del capo, dal profilo alto e massiccio simile alla testa di un rinoceronte, segna il confine occidentale della False Bay (in afrikaans Valsbaai). Tale corpo d’acqua è infine delimitato a oriente da capo Hangklip, che si biforca come la lingua di un serpente in pieno oceano. L’area della False Bay, nonché i due promontori, possono suddividersi in tre aree geomorfologiche:

  • L’area del capo di Buona Speranza, comprendente anche il parco naturale della Table Mountain e la riserva naturale di Cape Point.
  • L’area delle pianure del capo (le Cape Flats).
  • L’area capo Hangklip, comprendente anche il parco naturale di Kogelberg.

Da un punto di vista puramente geologico, invece, l’area mostra tre principali sequenze rocciose, molto, molto antiche, che dominano incontrastate il panorama della False Bay e del capo di Buona Speranza.

La prima di queste successioni è il gruppo Malmesbury (per gruppo, in geologia, si intende un’associazione di formazioni) di età non inferiore ai 650 milioni di anni (precambriano superiore) e composto da rocce metamorfiche e sedimentarie.

Dettaglio dei graniti della Boulders Beach.

Nello specifico si incontrano, a grande scala, arenarie da correnti di torbida (rocce sedimentarie), ardesie (rocce metamorfiche, le famose lavagne di scuola, abbondanti anche in Italia) e grovacche (dal tedesco minerario Grauwacke, in inglese Greywacke); la grovacca è una roccia sedimentaria clastica mal cernita, un’arenaria immatura (da un punto di vista sedimentologico) e, alcuni scienziati ne sono convinti, sembrerebbe avere tra le origini anche i Lahar (dal giavanese: lava), ovvero colate di fango, di rocce piroclastiche e di acqua, lungo i fianchi dei vulcani.

Il gruppo Malmesbury include al suo interno, come fosse un corpo estraneo, la formazione dei Graniti della Penisola (Peninsula Granite Intrusion), un corpo granitico appunto, di età non inferiore ai 630 milioni di anni. Questa intrusione plutonica viene considerata una gigantesca batolite (batholith in inglese); le batoliti sono enormi strutture, estese anche per diverse migliaia di chilometri quadrati, che si generano all’interno della crosta terrestre nei processi orogenetici che portano alla formazione delle montagne, in particolare quando i processi di anatessi fondono la roccia, permettendone (in milioni di anni) la risalita crostale.

Affioramento di una parte del gruppo Malmesbury.

Un magnifico esempio di batolite è l’Half Dome, un monolite granitico nel Parco nazionale di Yosemite (U.S.A). Le batoliti granitiche dell’area del capo di Buona Speranza affiorano in maniera piuttosto estesa, ma un magnifico esempio è Seal Island, dove, da milioni di anni, gli squali bianchi pattugliano in un continuo anello della morte i fondali dell’isolotto.

La terza macro successione rocciosa presente nell’area è denominata gruppo della Montagna della Tavola (Table Mountain Group) che si è depositata su superficie erosiva delle due precedenti. L’età di questo gruppo è variabile tra i 360 e i 540 milioni di anni. Alcune delle rocce del suddetto gruppo sono ben visibili sul versante orientale della penisola, lungo la strada che raggiunge la riserva di Cape Point.

Sequenza arenacea alla base del capo di Buona Speranza.

Questo gruppo è composto da sequenze ben precise che, in maniera sommaria, mostrano le seguenti rocce: si hanno arenarie marroni e nere, peliti rosa, argille laminate marroni, arenarie quarzose (ben visibili sulle scogliere a reggipoggio a picco sull’oceano), e, infine, da particolarissime tilliti ben litificate (tra le più rare al mondo) dovute a processi sedimentari dei ghiacciai (depositi di morene).

Queste tilliti sudafricane (insieme ad altri depositi antichissimi sparsi nel mondo) sembrerebbero essere tra gli elementi di base di una teoria scientifica (The Snowball Earth, letteralmente terra a palla di neve) secondo la quale, circa 500 milioni di anni fa, la temperatura della terra si abbassò tanto da provocarne una vera e propria glaciazione, anzi, secondo alcuni scienziati americani, sembrerebbero esserci state ripetute glaciazioni tra i 500 e i 950 milioni di anni fa.

Grazie per l’attenzione… Alcuni video li trovate qui

Aaronne Colagrossi.

Georgia australe: paradiso sospeso.

Georgia Australe: paradiso sospeso

Nel lontano oceano Atlantico meridionale, a mille miglia a est da capo Horn, svetta solitaria e silenziosa la Georgia Australe (o Georgia del sud); l’isola rocciosa si erge maestosa come una gigantesca mezzaluna di 180 chilometri di lunghezza.

Come scrissero alcuni balenieri del novecento, vedendola dal mare sembra un Himalaya appena emerso dalle acque del Diluvio Universale: un’apparizione eccezionale, picchi di ghiaccio, pinnacoli di roccia e distese nevose perenni fin dove occhio possa mirare. La sua natura è aspra e bella ma mutevole allo stesso tempo, il cielo terso si può chiudere improvvisamente per una tempesta di neve, per poi riaprirsi nuovamente al sole. È come se l’isola fosse segnata da un destino maledetto, dicevano gli antichi esploratori.

La prima descrizione dell’isola, e il suo corretto posizionamento geografico, risalgono al 1675, quando un commerciante inglese incappò in una tempesta al largo di capo Horn, dovette deviare per migliaia di chilometri, approdando nella selvaggia South Georgia.

Georgia Australe: paradiso sospeso
Ernest Shackleton e la sua scialuppa.

Ernest Shackleton vi arrivò con cinque uomini su una scialuppa, dopo 16 mesi di stenti nelle terre antartiche. Era il 24 aprile del 1916 quando un piccola scialuppa, attrezzata alla meno peggio, salpa dalla sperduta e disabitata isola Elephant, a poca distanza dall’Antartide, per raggiungere la Georgia del Sud, approdo saltuario di baleniere, ad una distanza di circa 700 miglia nautiche, circa 1300 chilometri in un mare complesso da navigare… A bordo ci sono sei uomini, già stremati da mesi di fatiche, sopravvissuti allo stritolamento da parte dei ghiacci della loro nave, la Endurance. Inutile dire che quell’isola sembrò a quei disperati un paradiso al confronto dell’inferno dal quale proveniva. Al loro comando c’era un uomo inossidabile, Ernest Shackleton.

Da un punto di vista geologico la South Georgia fa parte di un frammento di crosta continentale un tempo unito alla Penisola Antartica e al Sud America. Tutti i frammenti di questa crosta continentale (Georgia A, Isole Sandwich Australi, Isole Orcadi Meridionali, ecc) si sono spostati verso est nel corso di milioni di anni. L’isola della G. A. è composta prevalentemente da rocce sedimentarie del Mesozoico con bellissime sequenze torbiditiche. Si riscontrano anche rocce ignee di attività vulcanica nel lato meridionale.

Georgia Australe: paradiso sospeso
Mappa fisica della Georgia Australe.

Geograficamente l’arcipelago presenta numerose vette montuose, con ben undici cime sopra i 2000 metri di altitudine; la più alta è Monte Paget con i suoi 2935 metri s.l.m. Ma il panorama splendido delle montagne è deturpato lungo le coste dalle decine d’impianti arrugginiti e dismessi, per la lavorazione delle balene; molti di questi impianti oggi sono stati occupati da colonie di pinguini e foche.

Il paradosso si trasforma in miracolo: l’isola, un tempo teatro di uno dei più grandi massacri di mammiferi marini, oggi pullula di una quantità tale di animali marini da far pensare a come fosse il mondo prima dell’invenzione della lancia, dell’arco e del fucile.

Nel 1775 James Cook arrivò nella Georgia Australe a bordo dell’HMS Resolution, facendone una dettagliata descrizione ma trascrivendo, ahimè, che vi era una straordinaria abbondanza di foche.

Georgia Australe: paradiso sospeso
Elefanti marini del Sud in lotta per le femmine.

Dieci anni dopo arrivarono le prime imbarcazioni per la caccia. Nella sola stagione 1800-1801 una sola delle 18 navi inviate uccise 57.000 otarie orsine antartiche (Arctocephalus gazella). Fu portata quasi all’estinzione. Per non parlare della popolazione di elefante marino del Sud (Mirounga leonina), cacciato per l’olio che si otteneva dal suo grasso, fu ridotto alla quasi estinzione.

Poi fu la volta delle baleniere, che dapprima si dedicarono ai cetacei più lenti, come balene franche, megattere e capodogli; dopo il novecento, con l’avvento delle macchine a vapore, vennero erette stazioni baleniere direttamente lungo le coste della Georgia Australe, dedicandosi anche al massacro della balenottera comune e della balenottera azzurra. Negli anni venti furono introdotte le navi fabbrica, o officina, che macellavano direttamente in mare. (Leggi altro articolo sull’argomento: [Leggi la descrizione])

Georgia Australe: paradiso sospeso
1917, vecchia foto che ritrae una stazione baleniera di macello.

Ma ora sono le stazioni baleniere a essere estinte sull’isola, sono i cacciatori di foche a essersi estinti, tutti scomparsi nel tempo. Eccettuata la balenottera azzurra, quasi tutte le specie cacciate sono ritornate in auge, con popolazioni da capogiro in alcuni casi. Vi è addirittura una colonia di pinguini reali (Aptenodytes patagonicus) che conta 300 mila individui; era scesa a circa 1100 individui. La popolazione di elefanti marini del Sud conta invece circa 6000 individui.

Georgia Australe: paradiso sospeso
Georgia Australe, stazione macello balene in disuso.

Ma qual è il segreto di questa esplosione di vita che ha sempre caratterizzato questo paradiso sospeso?

Il krill è la risposta. Un piccolo crostaceo dell’ordine Euphausiacea. Le colonie di krill (una parola di origine norvegese) raggiungono dall’Antartide l’isola in milioni d’individui, divenendo l’alimento base per balene, foche, pinguini e tutti i predatori che accompagnano questi animali, tra cui squali e orche.

Purtroppo ogni tanto il fiume di krill antartico sembra perdere la retta via, per così dire. Un esempio ne è stata la penuria registrata nel 2004 e nel 2009. Le cause sono ancora sconosciute ma gli scienziati concordano su due probabilità: variazione ciclica nella popolazione di krill, o cambiamenti climatici che influiscono sulle correnti antartiche.

Georgia Australe: paradiso sospeso
Krill che si nutre di fitoplancton sotto il ghiaccio.

La scomparsa di diverse piattaforme di ghiaccio nel perimetro antartico sembra influire sullo svernamento delle larve di krill, che poi migrano.

Gli iceberg che vagano intorno alla Georgia Australe sono aumentati negli ultimi anni, sono molto belli è vero (per una foto ricordo) ma rappresentano un pericolo in agguato per le migliaia di specie marine che subiscono i cambiamenti climatici che stanno interessando l’intero pianeta.

Aaronne Colagrossi

Un grazie di cuore al sito Ocean 4 Future

Tsunami, la furia della natura.

Maremoto di Sendai e del Tōhoku, marzo 2011.

Giappone nordorientale, 11 marzo 2011, ore 14:46. Il cielo è una lastra color grigio, della stessa consistenza del piombo fuso; ha quasi un aspetto funereo quel giorno. Lo tsunami è in arrivo…

Improvvisamente, in mare, il fondale sussulta; un blocco di crosta terrestre lungo 430 chilometri si sposta verso est, con traslazioni orizzontali che in alcuni punti raggiungono i 24 metri. Dopo cinque minuti dal termine del terremoto, Miki Endo, un’impiegata comunale di Sendai, preme un bottoncino rosso e accende il microfono; sembra un film di 007, ma non è finzione, è realtà.

Nell’immagine di testata: maremoto di Sendai e del Tōhoku, marzo 2011.

Gli altoparlanti della città lanciano l’allarme tsunami, migliaia di persone salgono sui tetti, ma non basta: la gigantesca onda di maremoto, lo tsunami, investe la città con i suoi 15 metri di altezza. L’onda nera carica di detriti, sabbia e fango travolge la costa e tutto quello che trova sul suo percorso. Il conto di mastro beccaio raggiunge i 20.000 morti; senza contare i 500 chilometri di costa devastata.

Immagini dell’onda nera che colpì la regione del Giappone nord orientale, nel terremoto di Sendai e del Tōhoku, marzo 2011.
Immagini dell’onda nera che colpì la regione del Giappone nord orientale, nel terremoto di Sendai e del Tōhoku, marzo 2011.

Il Giappone è il paese meglio preparato per affrontare terremoti e tsunami, come quello occorso l’11 marzo, di magnitudo 9, avvenuto a 130 chilometri dalla costa giapponese; in parole povere lo stesso sisma avrebbe distrutto tutto, se fosse avvenuto in un’altra zona del mondo.

Casi di tsunami se ne sono registrati tanti, basti ricordare quello indonesiano del 2004, dove perirono 230.000 persone.

Da geologo ricevo più o meno sempre la stessa domanda: sono prevedibili i terremoti? La risposta è no! Non lo sono. Diffidate di tutti gli pseudo-geologi, e/o gli pseduo-tecnici, che affermano il contrario.

Un immagine presa in Thailandia durante lo tsunami che colpì quelle regioni asiatiche il 26 dicembre 2004.
Un immagine presa in Thailandia durante lo tsunami che colpì quelle regioni asiatiche il 26 dicembre 2004.

La maggior parte dei sismologi afferma che ogni anno avviene uno tsunami di importanza rilevante, molti scienziati ritengono che maremoti storici, come quello avvenuto in Grecia 3.500 anni fa, abbia addirittura cambiato il corso della storia dell’uomo. Lo tsunami di Lisbona del 1755 pare abbia addirittura modificato il pensiero occidentale ottimista dell’epoca.

Lo storico greco Tucidide, nel 430 a.C., fu il primo a intuire una connessione tra terremoti e onde di tsunami.

Una rappresentazione del terremoto di Lisbona del 1755, dove seguì uno tsunami.
Una rappresentazione del terremoto di Lisbona del 1755, dove seguì uno tsunami.

La realtà non è proprio così: anche le frane sottomarine e quelle costiere possono provocare onde anomale di proporzioni enormi. In Italia un esempio è lo Stromboli nel 2002, quando una porzione di cratere è franata direttamente in mare, provocando un’onda alta circa 10 metri, cui ne sono seguite altre più basse. Per molti aspetti anche la frana del Vajont ha causato un’onda anomala da impatto frana (anzi tre onde) che hanno devastato la valle; l’onda che superò l’invaso era alta 150 metri, perse man mano altezza nel percorso, ma non potenza distruttiva.

COME NASCE UNO TSUNAMI?

La parola, innanzitutto, deriva dal giapponese e significa “onda di porto”, o “grande onda”. Gli tsunami non hanno nulla a che vedere con le onde di marea, né con il comune moto ondoso, neppure quello derivato da uragani tropicali e da grandi tempeste polari (con onde enormi).

Le onde di tsunami, o di maremoto, sono provocate da movimenti di masse rocciose che compongono la crosta terrestre, naturalmente sommersa dalle acque, in determinate zone del globo.

Queste zone sono dette di subduzione, dove cioè una porzione di crosta terrestre subduce rispetto all’altra; immaginate di spingere due materassi, uno contro l’altro, uno s’infilerà sotto l’altro, che salirà. Lungo queste zone di subduzione si formano enormi faglie, che sono punti cruciali dove si accumula energia.

Quattro modelli di formazione di tsunami.

Un terremoto, che sia esso sottomarino o non, è sostanzialmente un rilascio improvviso di energia accumulata; immaginate di prendere un bastone di legno con le mani e di piegarlo con il ginocchio, il legno si piegherà sino a un certo punto (accumulo di energia) per poi spezzarsi con un sonoro crack: quello sarà il terremoto.

Quando però avviene in mare, l’intera colonna d’acqua sovrastante il fondo, risentirà della sollecitazione di energia proveniente dal basso, come se si colpisse un secchio d’acqua sul fondo, sicuramente vedrete una serie di cerchi concentrici sempre più ampi.

È stato notato che spesso, ma non sempre, il mare lungo la costa si ritira, lasciando esposti centinaia di chilometri di costa prima dell’arrivo dell’onda anomala. Dopo la prima onda possono susseguirsi anche altre onde gigantesche, che flagellano la costa per ore.

L’onda di tsunami in mare aperto è innocua, essendo alta anche pochi centimetri, a volte; tuttavia viaggia a velocità incredibile, dell’ordine di 500 chilometri orari, talvolta anche 1000, con lunghezze d’onda di centinaia di chilometri (tra una cresta e l’altra), con un periodo di anche dieci minuti tra un’onda e l’altra. Lo tsunami diventa però pericoloso in prossimità della costa, dove il fondale si rialza. Inoltre queste onde anomale possono viaggiare per migliaia di chilometri e attraversare interi oceani.

Ricostruzione dell’altezza dell’onda anomala del 2004 durante la propagazione nell’oceano Indiano e in parte dell’Atlantico meridionale.
Ricostruzione dell’altezza dell’onda anomala del 2004 durante la propagazione nell’oceano Indiano e in parte dell’Atlantico meridionale.

Lo tsunami dell’11 marzo 2011 colpì, specularmente, anche la costa della California, con danni assenti naturalmente, tuttavia un uomo fu travolto dall’onda e affogò. Lo tsunami indonesiano del 26 dicembre 2004, provocò vittime un po’ ovunque nell’oceano Indiano: uccise 60.000 persone in India, nello Sri Lanka, e colpì mortalmente molti paesi dell’Africa orientale.

Dopo questa catastrofe senza precedenti (documentata almeno) diversi stati hanno avviato una collaborazione per installare un sistema di rilevazione degli tsunami; tali sistemi funzionano con la misura delle variazioni di pressione provocate dal passaggio dell’onda anomala in oceano vicino alla boa di rilevamento.

Prima del 2004 non c’era nemmeno una boa di questo tipo in tutto l’oceano Indiano; ma solo sei nel Pacifico. Attualmente, negli oceani del mondo, vi sono una sessantina di boe.

Tuttavia non è detto che il sistema delle boe sia infallibile; durante il famigerato terremoto giapponese dell’11 marzo 2011, le boe, durante il sisma, segnalarono una magnitudo di 7.4 Richter. Le analisi successive calcolarono una magnitudo di 9, invece.

Una delle 60 boe sparse negli oceani per il rilevamento tsunami. Questa appartiene all’Australia.
Una delle 60 boe sparse negli oceani per il rilevamento tsunami. Questa appartiene all’Australia.

Ciò significa che con una magnitudo di 7.4 i giapponesi allertati attendevano un’onda anomala di altezza pari a circa tre metri (al di sotto del frangiflutti anti-tsunami alto cinque metri); con una magnitudo 9, invece, lo tsunami ha raggiunto un’altezza di 15.5 metri. Questo errore di calcolo strumentale è costato la vita a migliaia di persone, che sarebbero potute scappare ancora più lontane, verso le alture dell’entroterra.

Strano a dirsi, ma la maggior parte dei geologi giapponesi non considerava la regione di Sendai particolarmente a rischio, da un punto di vista sismico s’intende; agli inizi del duemila, tuttavia, un gruppo di geologi nipponici aveva effettuato uno studio (pubblicato nel 2001) su alcuni depositi sabbiosi e argillosi dove si distinguevano chiaramente delle tsunamiti (depositi sedimentari da tsunami), appartenenti a maremoti molto potenti occorsi nella regione di Sendai con cadenza pari a circa 900 anni in un arco temporale di 4.000 anni all’incirca. Per ironia della sorte lo studio terminava con un monito degli autori sulla zona e sulla pericolosità che correva.

Depositi sedimentari dove è possibile distinguere un livello di tsunamite, appartenente a un grande terremoto del passato.
Depositi sedimentari dove è possibile distinguere un livello di tsunamite, appartenente a un grande terremoto del passato.

Altri studi del genere sono avvenuti lungo le coste occidentali degli Stati Uniti d’America, nelle Filippine, nelle Sonda e in Indonesia. I risultati sono allarmanti: con un range temporale che varia tra i 200 e i 700 anni di cadenza, queste zone, affermano i paleosismologi, sono state colpite sistematicamente da grandi onde di maremoto negli ultimi 5.000 anni.

Purtroppo non si può affermare, per una data zona, se tale tsunami avverrà fra trenta secondi o trent’anni. Che si può fare? Niente! Siamo sette miliardi sulla Terra e abbiamo volutamente insediato le zone costiere di tutto il mondo, creando una situazione senza uscita per miliardi di persone.

Ne stiamo pagando già le conseguenze.

Aaronne Colagrossi

Isole Tremiti: perla geologica del mar Adriatico.

 

Io considero l’arcipelago delle isole Tremiti una magnifica “perla nel mare Adriatico” (parafrasando il grande Emilio Salgari) non solo perché si trova a due passi da casa mia (Campobasso), ma anche perché ho avuto modo di apprezzarlo sia sopra sia sotto il mare, grazie alla mia passione per la subacquea, che trova in queste acque notevoli punti di immersione, innamorandomene letteralmente da ormai parecchio tempo.

L’arcipelago delle tremiti, geograficamente, si avvicina maggiormente alla linea costiera italica, anziché a quella balcanica. Nel suo complesso, questo gruppo di isole dista circa undici miglia nautiche dalla costa pugliese e ventiquattro da quella molisana. L’arcipelago è composto da sei isole: San Nicola (sede storica), San Domino (la più grande del gruppo di isole), Capraia (detta anche Capperaia, proprio per la presenza del noto Capparis spinosa), il Cretaccio (isolotto molto piccolo, ma dai colori magnifici), la Vecchia (un grosso scoglio adiacente all’isolotto del Cretaccio) e l’isola di Pianosa. Quest’ultima è posta verso nordest, verso il mare aperto, e ha una forma pressoché tabulare. A Pianosa sono vietate molte attività (previa eventuale autorizzazione), come la balneazione e le immersioni subacquee, a causa della presenza nei fondali di ordigni bellici risalenti al secondo conflitto mondiale.

Geologia, escursionismo e curiosità.

L’arcipelago delle Tremiti, di natura prevalentemente rocciosa, in particolare di tipo sedimentario, appartiene a lembi isolati della cosiddetta piattaforma apula. La sequenza stratigrafica completa purtroppo non appare in maniera continua tra le isole e, quindi, l’osservazione e lo studio della stessa non è molto agevole. Negli anni passati autorevoli geologi e paleontologi hanno avuto grosse difficoltà nell’interpretazione dei vari pezzi del puzzle e, tuttora, alcuni meccanismi geologici non sono del tutto chiari.

Isola di San Nicola vista da San Domino.

Il mio articolo vuol essere solo una leggera introduzione geo-paleontologica a questo magnifico arcipelago che, mi auguro, possa anche invogliarvi a visitarlo, magari evitando l’alta stagione (agosto), e preferendo i periodi tardo primaverili, o inizio autunnali, che vi permetteranno di ammirarne la bellezza con maggiore tranquillità. I migliori punti di osservazione della successione geologica sono, come anche in altri posti, le falesie. Alle Tremiti, queste pareti scoscese di roccia raggiungono un’elevazione consistente di parecchie decine di metri nonché un’inclinazione di parecchi gradi, dove osano avventurarsi solo le berte maggiori nei periodi di nidificazione.

Scoglio dell’Elefante.

Girovagando tra le isole (meglio iniziare da San Domino per poi andare a San Nicola) si distinguono innanzitutto i depositi olocenici di spiaggia, poi i detriti torrentizi (in cui si sono rinvenuti fossili di mammiferi quaternari) e i detriti di falda, cui seguono i depositi pleistocenici (più antichi) di loess. Il loess è un sedimento limoso giallastro di natura eolica, principalmente derivante dal clima secco periglaciale da steppa.

Nelle isole il deposito di loess sembrerebbe ricco di quarzo eolico, il che suggerirebbe un’ampia emersione delle piane oggigiorno sommerse a causa dell’abbassamento del livello marino nei periodi glaciali freddi. Altri depositi pleistocenici presenti sono dei crostoni rocciosi che, nella letteratura specialistica, vengono ascritti alla successione di varie fasi climatiche aride. In queste associazioni litologiche sono stati rinvenuti anche alcuni manufatti litici che rivelano la frequentazione umana delle isole in epoche preistoriche.

Formazione Cretaccio – Isola di San Domino (Nord).

Le rocce più antiche dell’arcipelago affiorano sull’isola di San Domino, con la formazione rocciosa del Bue Marino; si tratta di dolomie calcaree e calcareniti organogene con abbondanti resti di coralli, di echinidi, di briozoi e di crinoidi. In letteratura questa formazione viene ascritta al paleocene superiore (circa 58 milioni di anni fa) ed è attribuita a un ambiente di tipo laguna interna (aree di retro scogliera corallina).

A questa successione sedimentaria ne segue una più recente (geologicamente parlando) che viene ascritta all’eocene inferiore (circa 55 milioni di anni fa). Si tratta della formazione di Caprara; queste rocce (dolomiti microcristalline) affiorano pochissimo e sono di difficile identificazione, anche per la quasi sterilità in macrofossili. Una caratteristica peculiare è comunque l’evidenza di sedimentazioni scompaginate, tipiche di aree in cui avvenivano frequenti frane sottomarine; quindi probabilmente l’ambiente di formazione era nelle aree di scarpata continentale.

Isola Capraia vista da San Nicola.

Una curiosità: le famose calette delle isole Tremiti (ambite dai subacquei e non solo…) pongono la loro origine nell’attività tettonica che ha interessato le rocce delle isole, in particolare nelle direttrici nordovest-sudest. Il moto ondoso scarica la propria energia principalmente su questi punti rocciosi più deboli, creando queste forme morfologiche veramente particolari di cui, un famoso esempio, è Cala Tramontana.

Proseguendo verso l’alto della colonna stratigrafica (terreni più recenti, insomma) si incontra la formazione di San Domino (molto ben esposta nei settori occidentali dell’omonima isola). Sostanzialmente questa successione rocciosa è la vera spina dorsale dell’arcipelago (compone anche l’isola di Pianosa). I paleontologi la ascrivono, in letteratura, all’eocene medio inferiore (tra i 40 e i 47 milioni di anni fa); si distinguono nettamente dolomie cristalline, calcareniti cristalline, calcareniti a nummuliti (un macro foraminifero) e, infine, calcari organogeni biocostruiti (barriere coralline fossili). In queste rocce è possibile distinguere (cosa non sempre facile) i seguenti fossili: briozoi, litotamni, alghe corallinacee, macroforaminiferi (come assiline e discocicline), molluschi vari, crinoidi ed echinidi.

Isola Cretaccio vista da San Domino.

Nella spiaggia di San Domino (unica degna di tal nome) si riscontra il contatto trasgressivo con la formazione rocciosa del Cretaccio (irregolare su superficie di esposizione carsificata). Queste rocce sono quelle che affiorano maggiormente nel dedalo di isole (specialmente sull’isola del Cretaccio) ma, soprattutto, anche lungo i fondali prospicienti l’arcipelago. La successione del Cretaccio (22 milioni di anni fa) è composta da doloareniti fossilifere (arenarie, da tenere a dure, a granulometria grossolana con elementi calcarei talvolta quarzosi), conglomerati torbiditici (le correnti di torbida generano una sequenza ben precisa che noi geologi chiamiamo sequenza di Bouma, dal nome del geologo olandese Arnold Bouma, scomparso nel 2011) e da marne (anch’esse riccamente fossilifere).

Vari denti di squalo fossili rinvenuti alle Tremiti.

Questa formazione rocciosa è quella che mi ha affascinato di più, in particolare per i colori che variano dal giallo al rosso (settore settentrionale dell’isolotto del Cretaccio), ma specialmente per la presenza di denti di squalo fossili (un esempio nella foto).

In genere i denti di squalo sono il fossile di vertebrato relativamente più comune. Ad ogni modo i denti ritrovati (grandezza massima di un centimetro) appartenevano tutti a esemplari molto giovani e mancavano di radice. Su cinquanta dei reperti rinvenuti sono riuscito a identificare solo i generi Odontaspis e Isurus con certezza e quattro denti probabilmente ascrivibili al Parotodus benedeni (Le Hon, 1871), ovvero il falso mako (squalo che raggiungeva anche i nove metri di lunghezza con un peso di circa quattro/cinque tonnellate). Non tutti sanno che i reperti fossili di questa specie sono abbastanza rari in tutti i giacimenti del globo. Altri fossili presenti in queste antiche rocce sono i pettinidi e gli ostreidi, che si ritrovano in livelli fossiliferi molto fitti. La famosa composizione rocciosa dell’Elefante è costituita dalle rocce suddette.

Immersione nella zona di Punta Secca.

Altra curiosità per gli amanti della subacquea: correnti permettendo, è consigliabile fare almeno un’immersione all’estremità orientale dell’isola di Capraia (Punta La Secca). Sul pianoro sommerso della falesia fino al drop (composto dalla formazione del Cretaccio), le guide locali vi porteranno in un magnifico mondo sommerso in una di quelle immersioni che vengono definite tra le più belle del Mediterraneo. In quanto non manca nulla della fauna e della flora mediterranea.

In quest’area l’immersione forse più bella, ma impegnativa, definita “Gli Archi”, si sviluppa a partire dai 30 metri circa, con pareti foderate da magnifici rami di gorgonie. A circa 48 metri si possono osservare le porzioni superiori di due archi naturali di roccia davvero imponenti, che si spingono fino a circa 60 metri di profondità. Le pareti e il fondo sono ricoperti di gorgonie multicolori e, a circa 54 metri, vi è una piccola colonia di corallo nero (Antipathella subpinnata) e una di “falso” corallo nero (Gerardia savaglia) a circa 50 metri. Ad ogni modo durante l’immersione è possibile osservare aragoste, musdee, cernie nonché predatori come ricciole e dentici. Punta Secca è quindi un immersione subacquea altamente consigliata per tutti gli appassionati.

P.S. Un esemplare di falso corallo nero presente alle isole Tremiti (sito d’immersione “Galapagos“) è stato stimato di un’età non inferiore ai 2500 anni (a una profondità di 48 metri).

Scoglio dell’Architiello.

L’ultima formazione rocciosa che oggi voglio descrivervi è quella dell’isola di San Nicola. Essa affiora esclusivamente sulla parte sommitale dell’isola omonima (al tetto della serie, quindi), risulta trasgressiva sulla precedente (formazione del Cretaccio) e viene ascritta, anche se con molti dubbi, al pliocene (4.5 milioni di anni fa). Risulta composta da dolomie fossilifere, calcari dolomitici (anch’essi fossiliferi) e calcareniti organogene.

Versante orientale dell’isola di San Nicola.

Al termine di questo mio veloce reportage geologico delle isole Tremiti, desidero ringraziare il piccolo Giacomo Turtù, per l’occhio attento nel riconoscere i denti di squalo, e l’amico Paolo Smargiassi per la pazienza durante le nostre operazioni geologiche. Ringrazio anche tutti i miei amici subacquei con cui ho condiviso queste magnifiche isole e le avventure nei suoi abissi. 

Un ringraziamento particolare al sito ocean4future.org

Aaronne Colagrossi

Pamaya: l’albero dei diamanti.

Pamaya: l'albero dei diamanti

L’Africa è uno dei continenti più ricchi del pianeta. Da un punto di vista geologico, le zone più antiche sono anche quelle più ricche di diamanti, come l’Africa meridionale, la fascia equatoriale e molteplici aree dell’Africa occidentale.

Il processo che porta alla formazione dei diamanti è molto complesso e le origini vanno poste a rilevante profondità.

Pamaya: l'albero dei diamanti Liberia
Mappa della Liberia.

In Africa occidentale, in Liberia per la precisione, si estraggono diamanti da circa 80 anni, oltre che ferro, oro e bauxite (da cui si estrae alluminio). Fiumi e torrenti sono tuttora rastrellati alla ricerca di diamanti e pietre preziose.

Un team di geologi americani, che stava effettuando prospezioni nel nordovest del Paese, si è imbattuto in una pianta spinosa palmiforme: la pamaya, il cui nome scientifico è Pandanus candelabrum.

Pandanus_candelabrum_Pamaya: l'albero dei diamanti
Pandanus candelabrum.

Dopo varie ricerche si è scoperto che questa pianta sorge sopra i camini di kimberlite. In una in particolare, il diametro superava il mezzo chilometro. Non sempre le kimberliti forniscono diamanti, ma questi si trovano spesso in questo tipo di rocce.

La kimberlite è una roccia magmatica intrusiva con colorazione variabile dal nero, al giallo, all’azzurro e al verdastro; di struttura brecciosa e granulometrie molto variabili. Oltre che fonte di diamanti, dalla kimberlite si estraggono anche cristalli di piropo, il rubino del Capo, molto utilizzato in gioielleria.

Kimberlite Pamaya: l'albero dei diamanti
Kimberlite.

Naturalmente non tutti i camini contengono le tanto ambite gemme, tuttavia rappresentano un buon punto d’inizio.

In alcuni camini sono stati identificati diamanti formatisi a circa centosessanta chilometri di profondità, con un’età stimabile a tre miliardi di anni. La risalita nei camini pare sia variabile da qualche ora sino a qualche giorno.

Questi depositi kimberlitici sono poi stati inclusi nei normali processi di pedogenesi ed evoluzione del territorio, sotto agenti fisici e chimici, formando suolo fertile alla crescita dell’albero pamaya.

Pamaya: l'albero dei diamanti
Diamante della Liberia.

In Liberia pare che questo tipo di pianta cresca solo su terreni particolarmente ricchi di kimberliti, da cui l’attenta ricerca cui vi rivolgono le compagnie diamantifere.

Aaronne Colagrossi

Coccodrilli.

Coccodrilli

L’ordine Crocodylia attualmente comprende 23 specie tra coccodrilli, caimani, alligatori e gaviali.

Sopravvissuti a milioni di anni di evoluzione, di ere geologiche, di sconvolgimenti tettonici, di cambiamenti climatici e di altre vicissitudini geologiche, oggi si ritrovano faccia a faccia con l’uomo. È una vera lotta per la sopravvivenza, quella dei coccodrilli.

Nella sola Florida (USA) negli anni settanta rimanevano poco più di 400 alligatori, l’espansione umana li aveva costretti a fuggire da gran parte degli ambienti in cui solitamente vivevano.

Coccodrilli
Alligator mississippiensis

Gli umani li decimarono per la pelle e per la loro sicurezza personale, o al massimo li catturavano per gli zoo. Fortunatamente oggi ci sono misure di salvaguardia e gli animali si stanno ripopolando in fretta. Nel resto del mondo le cose non sono andate meglio.

Il coccodrillo è stato sempre perseguitato, o magari venerato, come nel caso degli antichi Egizi.  In Australia il gigantesco coccodrillo marino (Crocodylus porosus) è stato cacciato sin quasi all’estinzione, oggi è una macchina da soldi turistica che fa gola al governo australiano.

Coccodrilli
Australia, Crocodylus porosus.

Ma chi sono i coccodrilli?

I coccodrilli moderni, come li conosciamo noi per intenderci, sono presenti sulla terra da circa 80 milioni di anni; ma la storia dei coccodrilli è molto, molto più vecchia… anzi vetusta.

Mi verrebbe da dire proprio: “Quando i coccodrilli dominavano la Terra”, parafrasando una delle scene finali di Jurassic Park.

I Crurotarsi, lontani progenitori dei coccodrilli, comparvero circa 240 milioni di anni fa, nel triassico medio, e la maggior parte dei paleontologici concorda sul fatto che i primi caratteri morfologici dei coccodrilli comparvero proprio nei crurotarsi.

I crurotarsi erano presenti sulla terraferma e da loro si evolse il primo rettile con caratteristiche coccodrillomorfe, il Protosuchus.

Coccodrilli
Crocodylia moderni.

Il clima del triassico era caldo, con poche variazioni dai poli all’equatore, non come oggi; non ci sono evidenze di calotte polari ghiacchiate, per lo meno non con gli spessori attuali derivati dal quaternario (eccetto la vistosa diminuzione degli ultimi anni). Le grandi foreste di conifere arrivarono nel triassico superiore, che marcavano un clima generale più secco. In questo ambiente vivevano i crurotarsi.

Bisogna tenere bene a mente che gli antichi antenati dei coccodrilli (così come per i Pterosauri) si sono evoluti a partire da un predecessore comune per poi diversificarsi in una miriade di forme e dimensioni.

Nel triassico superiore, l’estinzione di massa che colpì la Terra 200 milioni di anni fa, estinse i crurotarsi. Fu un’occasione d’oro per i dinosauri, che si liberarono dalla loro nicchia ecologica per espandersi in tutto il mondo.

I Plesiosauri dominavano invece le acque marine, lasciando poco spazio ai concorrenti (persino gli squali moderni dovranno attendere altri 100 milioni di anni). I coccodrilli occuparono gli unici habitat disponibili: fiumi, laghi, paludi e acquitrini.

Naturalmente c’erano alcune specie marine che riuscirono ad avere il loro spazio ecologico, ma erano molto inferiori in numero rispetto ai cugini d’acqua dolce.

Coccodrilli
Crocodylus niloticus, Botswana.

Molti scienziati sono d’accordo sul fatto che questo vincolo delle acque dolci sia stato un freno alla loro evoluzione ma l’altra faccia della medaglia è anche che sia stata la loro salvezza; non a caso i coccodrilli sopravvissero all’estinzione di massa del limite K-T, che cancellò i dinosauri.

I coccodrilli convissero perfettamente con i mammiferi per i successivi 65 milioni di anni, sino all’arrivo del loro peggior nemico: Homo sapiens, l’unica specie che non trova equilibrio.

Verrebbe da chiedersi: perché dopo la scomparsa dei dinosauri, i coccodrilli non colsero l’occasione per dominare la Terra definitivamente? La risposta è che i mammiferi avevano già iniziato la loro diversificazione che li avrebbe portati al dominio della Terra, i coccodrilli rimasero completamente isolati… Da un punto di vista paleontologico.

Uno dei successi evolutivi dei coccodrilli, nell’arco di 250 milioni di anni è stato il fatto di poter occupare nicchie ecologiche in habitat sia marini e sia terrestri, nutrendosi di ogni tipo di cibo, praticamente.

Coccodrilli
Crocodylus niloticus, Botswana.

E oggi com’è la situazione di queste magnifiche creature?

Oggi i coccodrilli da “pelle” possono essere allevati legalmente e macellati: paradossalmente questo sistema ha permesso ad alcune specie di riprendersi dall’orlo dell’estinzione. Difatti oggi solo 7 specie su 23 sono a rischio.

Alcuni di essi, come l’alligatore cinese (Alligator sinensis) e il coccodrillo delle Filippine (Crocodylus mindorensis) non hanno più, di fatto, un loro habitat.

La popolazione del gaviale del Gange (Gavialis gangeticus), una specie dal muso sottile, un tempo diffusa dal Pakistan alla Birmania, dopo un ventennio di salute (1990-2010), ha subito un nuovo crollo, tanto da essere tornata ad alto rischio estinzione; in condizioni naturali restano meno di cinquecento gaviali tra India e Nepal.

L’alligatore (Alligator mississippiensis) ha invece avuto una ripresa incredibile.

Il coccodrillo del Nilo (Crocodylus niloticus), che ho avuto modo di ammirare nel Delta dell’Okavango, in Botswana, durante un mio recente safari, domina indiscusso in gran parte dell’Africa, nonostante debba dividere il territorio con l’ippopotamo anfibio.

Coccodrilli
Crocodylus niloticus, Botswana.

Il coccodrillo marino, pocanzi citato, era un tempo distribuito sino alle coste dell’India orientale, della Thailandia e di gran parte dell’Indonesia. Oggi è ampiamente diffuso in Australia e Papua Nuova Guinea, dove è comune. Storicamente ne sono stati trovati esemplari anche in Giappone e alle Seychelles.

È del 2013 la buona notizia invece che interessa il caimano jacaré (Caiman yacare) e della sua rinascita demografica nelle paludi brasiliane grazie ai programmi di salvaguardia. In passato i caimani jacaré furono quasi sterminati dai cacciatori ma oggi i loro occhi brillano nella notte a migliaia, se illuminate una palude nel cuore della notte.

L’ordine Crocodylia è sopravvissuto a sconvolgimenti inimmaginabili ma oggi deve affrontare la sfida più dura della sua intera storia evolutiva.

Ariticolo esterno correlato: Coccodrilli: spettatori nella vastità del tempo.

Articolo esterno correlato: Reportage: Botswana, gemma dell’Africa.

Aaronne Colagrossi

Dinosauri italiani.

Scipionyx samniticus - Ricostruzione - Aaronne Colagrossi

Molti di noi sono abituati a pensare che certe creature fossili siano impossibili da rinvenire nei nostri territori; eppure i dinosauri italiani ci sono (anzi ci sono stati), probabilmente non con l’abbondanza che ci si aspetterebbe ma certamente con caratteristiche peculiari nel loro genere.

Nel lontano inverno del 1980 un calzolaio veronese che lavorava in Campania, Giovanni Todesco, decise per una scampagnata sul Massiccio del Matese occidentale, al confine tra Campania e Molise. Non sapeva che stava per cambiare la storia dei dinosauri italiani.

Scelse, per le sue ricerche di fossili, puramente da appassionato, una cava abbandonata nei pressi di Pietraroja, cittadina già famosa dai tempi del Regno di Napoli per i suoi fossili completi di pesci.

Staccò alcune lastre di roccia calcarea, il famigerato Plattenkalk, senza aprirle; tuttavia aveva riconosciuto un sottile strato nero tra le due lastre. Presenza di fossili.

Scipionyx samniticus - dinosauri italiani
Scipionyx samniticus – Plattenkalk

Todesco lasciò il fossile esposto in casa, fino al 1993. Dopo la visione del film Jurassic Park si rese conto che il suo fossile era certamente qualcosa di più di una semplice lucertola, seppur ben conservata. Era solo il primo dei dinosauri italiani.

Quando mostrò il materiale a un paleontologo di Milano, questi si rese immediatamente conto della scoperta di importanza mondiale: un dinosauro lungo circa 20 centimetri completo in molte sue parti, soprattutto i suoi organi.

Successive analisi scientifiche mostrarono l’appartenenza della creatura a una famiglia sconosciuta di teropodi, non solo: il fossile è uno dei primi dinosauri al mondo per stato di conservazione degli organi interni.

Scipionyx samniticus - dinosauri italiani
Scipionyx samniticus – Disegno

Il paleontologo Cristiano Dal Sasso battezzò il piccolo dinosauro Scipionyx samniticus (in onore del geologo Scipione Breislak).

Nel 2010 Dal Sasso ha presentato buona parte dei suoi studi su Ciro, il nomignolo col quale è stata ribattezzata la piccola creatura. I suoi studi hanno mostrato che Ciro ha un ottimo stato di conservazione delle fibre muscolari, del fegato, dell’intestino e di altre parti molli, difficilissime da fossilizzare in altri ambienti.

Tuttavia Scipionyx samniticus non è l’unico dinosauro italiano.

Difatti è opinione comune, compresa quella di molti miei colleghi geologi, che l’Italia del Cretaceo fosse sommersa dalle acque marine dell’oceano Tetide e che, quindi, sia difficilissimo rinvenire fossili di una certa importanza paleontologica come i dinosauri, se non impossibile.

Certo, l’Italia del Cretaceo era una sorta di tavolato sommerso dalle acque, ma si trattava di mari poco profondi, con ampi settori di terre emerse, ricchi di vegetazione, che permettevano addirittura interscambi migratori di specie animali.

Inoltre il corpo geografico che ci appare adesso come l’Italia, oltre che parzialmente sommerso e smembrato, era anche spostato rispetto alla posizione attuale, sia di latitudine e sia di longitudine; verso sudovest per essere precisi.

Nel 1985, nelle Dolomiti bellunesi, ai piedi di Monte Pelmetto, furono scoperte impronte di dinosauri.

Dolomiti bellunesi, impronte di dinosauri italiani.
Dolomiti bellunesi, impronte di dinosauri.

Nel 1989 a Lavini di Marco, vicino Rovereto, un appassionato scambiò per buchi di granate delle Seconda Guerra Mondiale quelle che, in realtà, erano impronte di dinosauri. Ne furono catalogate ben 1500 in 46 piste diverse.

E le scoperte d’impronte non si fermarono, in tutta la penisola italiana ne furono rinvenute a migliaia. Nel 1999 ad Altamura furono rinvenute 30.000 (sì, proprio trentamila!) impronte di dinosauro risalenti al Cretaceo Superiore e appartenenti a dinosauri erbivori, principalmente.

Altamura, impronte di dinosauri italiani.
Altamura, impronte di dinosauri.

Nel 1994, vicino Trieste, a Villaggio del Pescatore di Duino, la geologa Tiziana Brazzatti scorse una zampa fuoriuscire dalla roccia in una cava abbandonata ( a 100 metri dal mare); la Brazzatti stava svolgendo rilevamento geologico per la sua tesi, ricorda ancora oggi l’adrenalina e l’entusiasmo per una delle più grandi scoperte paleontologiche dell’Europa.

Si trattava di un dinosauro erbivoro che la geologa battezzò Antonio. Rimuovere quel fossile dalle rocce richiese anni di lavoro. Si dovettero smuovere centinaia di metri cubi di roccia, tagliandola con fili diamantati per poi pulire ogni singolo osso con acido formico.

Tiziana Brazzatti posa vicino al calco di Antonio - dinosauri italiani
Tiziana Brazzatti posa vicino al calco di Antonio

Antonio risultò essere l’adrosauro più vecchio in Europa. L’adrosauro è più conosciuto come dinosauro a becco d’anatra. Il fossile rinvenuto era lungo quattro metri ed era femmina, a dispetto del nome. L’età era di 85 milioni di anni.

È stato Jack Horner, il famoso paleontologo americano a scoprire e studiare le prime colonie di nidi fossili di questi dinosauri a becco d’anatra, dimostrando l’elevato grado di socialità di questi antichi animali. Horner deve la sua popolarità anche grazie alla consulenza richiesta da Steven Spielberg nel film Jurassic Park, proseguita nel Mondo Perduto e poi andata avanti in JPIII e JP World con gli altri registi. Nell’ultimo film ha addirittura avuto un piccolo ruolo.

Nel 1996 Angelo Zanella scoprì dei fossili di dinosauro in una cava di Saltrio, in Lombardia; la successione sedimentaria apparteneva a depositi marini poco profondi; probabilmente l’animale morì lungo le spiagge per poi essere inglobato nei sedimenti. Tuttavia la classificazione del dinosauro, basata su 119 ossa, fu abbastanza frammentaria e lo rimane tuttora.

Saltriosauro - Ricostruzione - dinosauri italiani
Saltriosauro, ricostruzione.

Si può affermare che è certamente un dinosauro carnivoro teropode; i paleontologi non riescono ancora a dare una classificazione scientifica certa. Il dinosauro è stato denominato Saltriosauro.

Nel 2009 a Capaci, in Sicilia, fu scoperto l’osso di un dinosauro risalente al Cenomaniano, circa 96 milioni di anni fa. I tre paleontologi palermitani, autori della scoperta, inviarono un campione al centro di geologia dell’università di Bonn, per esami istologici.

Non vi fu più nessun dubbio: l’osso scoperto apparteneva a un grosso dinosauro, probabilmente un carnivoro.

Il dinosauro fu ribattezzato DinoSaro; tuttavia la scoperta mescolò nuovamente il mazzo di carte dell’evoluzione geologica della bella Sicilia. Probabilmente le acque marine del Cretaceo Superiore non erano così profonde come si era sempre pensato.

Giovanni Todesco e Tiziana Brazzatti - dinosauri italiani
Giovanni Todesco (che scoprì Ciro) e Tiziana Brazzatti (che scoprì Antonio) .

L’ultimo arrivato, il quinto, è Tito, un titanosauro col nome da imperatore, scoperto in Lazio, nel giacimento di Rocca di Cave. Tuttavia era stato dimenticato in un muretto di una casa privata vicino Roma; i blocchi di roccia contenevano una vertebra e due frammenti di bacino che provenivano da un affioramento ormai smantellato.

Tito - Ricostruzione titanosauro - dinosauri italiani
Tito – Ricostruzione del titanosauro.

Tito è un titanosauro di 113 milioni di anni fa, un sauropode per la precisione. I titanosauri, come si intuisce dal nome, sono rettili erbivori giganteschi, anche se Tito era un po’ più piccolo, circa sei metri; probabilmente era un individuo subadulto, o un individuo con caratteristiche morfologiche di taglia inferiore rispetto agli individui che vivevano sul continente (come afferma Dal Sasso, co-autore dello studio).

Come avviene sempre in questi casi una nuova scoperta mette in ballo nuove domande, ancora più complesse.

Ma d’altronde questo è anche il fascino della scoperta e dell’avventura…

in qualsiasi campo naturalmente…

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