Diario di viaggio: Sudafrica.

Spinto dalla mia passione per gli squali, il mondo del mare e la geologia, qualche tempo fa mi recai in Sudafrica per un vero e proprio safari subacqueo (e geologico) con una spedizione italiana guidata dal Dott. A. De Maddalena. Passammo sette giorni tra grandi squali bianchi, balene franche australi, delfini, pinguini e otarie; circondati da un quadro naturale di montagne frastagliate e spiagge chilometriche bianche come lo zucchero, su cui si infrangevano onde oceaniche di colore blu cobalto: il regno del grande squalo bianco.

Un vero trionfo di colori e di sensazioni, di cui ne porto tuttora un magnifico ricordo, indelebile; un’esperienza di vita nel vero senso della parola.

Capo di Buona Speranza
Il signore del mare.

Le nostre giornate erano scandite dall’oceano e dai suoi abitanti; la sveglia all’alba era indispensabile per recarci immediatamente nel piccolo porto, dove il White Pointer II (l’imbarcazione del team del fotografo naturalistico Chris Fallows, BBC, Discovery Channel, Air Jaws), ci portava in mare. L’alba, infatti, è il momento migliore per osservare il grande squalo bianco (Carcharodon carcharias) nella sua attività predatoria ai danni delle otarie orsine del Capo (Arctocephalus pusillus), sull’isola di Seal Island, un isolotto roccioso su cui risiede una colonia di circa 60.000 otarie.

Il contrasto di luce creato con l’alzarsi del sole permette al grande predatore di individuare le otarie orsine del Capo, senza essere a sua volta visto dalle prede, se non quando è ormai troppo tardi e l’attacco è ormai nella fase finale. I mammiferi rientrano in piccoli gruppi all’isola di Seal Island, dopo una notte passata in oceano a nutrirsi; il grande squalo ha difficoltà però a selezionare il singolo individuo in un gruppo che nuota compatto, così predilige attaccare gli individui solitari.

Tuttavia lo squalo bianco mira prevalentemente ai cuccioli, inesperti, che nuotano generalmente da soli. Il grande cacciatore, una volta individuata la preda, rasenta il fondale, accelera, si verticalizza nella colonna d’acqua, ed esplode dalle acque con la povera otaria tra le mascelle, costellate da denti bianchi e triangolari. Naturalmente non sempre la caccia va a buon fine e il piccolo mammifero riesce talvolta a fuggire, magari riportando lievi ferite.

Il sole rosso si alza dietro le montagne.

Non scorderò mai il primo giorno in mare. L’onda lunga oceanica era scura e tetra nell’alba, gli uccelli marini saettavano davanti la prua con le loro grida da strega e i nostri pensieri correvano sul grande squalo bianco e il suo regno acqueo. Eravamo arrivati da pochi minuti sul lato sud dell’isola quando Fallows urla a squarciagola: “Predation“. Premere la leva del gas e virare di bordo fu una cosa unica per il fotografo. Mi sono sentito trasportato nella scena dell’inseguimento de “Lo Squalo” di Spielberg.

Arrivammo sul posto che però lo squalo aveva già ucciso il mammifero marino e lo stava scuotendo con un vigore e una forza straordinari, tali che mi fecero accapponare la pelle. La quantità di sangue in acqua era immensa; lo squalo, dopo aver ucciso l’otaria (adulta), cominciò a fare dei lenti cerchi intorno all’aerea dell’attacco. Lascio immaginare le nostre prime frasi a quell’incontro (molti di noi avevano visto il grande bianco solo nei documentari; ci sembrava di essere in un sogno); la scarica di fotografie fu lunghissima, consumando spazio sulle schede di memoria. Quando lo squalo ritenne che fosse ormai arrivato il momento giusto, trascinò il cadavere sott’acqua, divorandolo in tranquillità.

Il White Pointer II ci porta in mare; la gabbia antisqualo è pronta.

Nei giorni a seguire eseguimmo molte immersioni in gabbia antisqualo; vedere il grande squalo bianco in mare, mentre nuota verso di te, è come tornare indietro nel tempo, non ci si sente nella nostra epoca, ma nella preistoria, sembra di vedere un dinosauro vivente. Quello che mi ha colpito vedendoli è capire il perché venga definito “grande”: sono davvero animali possenti e massicci, con una circonferenza ben lontana dalla sinuosità degli altri squali. Un vero signore del mare, tuttavia in acqua noi siamo visitatori in un mondo sconosciuto; bisogna sempre portare rispetto per quel mondo.

Otarie orsine del Capo si riposano sulle rocce.

La gabbia veniva ancorata sempre lungo la fiancata dell’imbarcazione, in modo da permettere ai visitatori di scendere, senza l’ausilio di nessun brevetto, in mare, in apnea al massimo. Ricordo un’immersione in particolare: io ero in apnea sul fondo della gabbia, ero stufo di sentire le urla degli operatori: squalo a destra o squalo a sinistra. Così presi un bel respiro e scesi sul fondo, aggrappandomi alla griglia metallica per rilassarmi per un paio di minuti in totale osservazione, circondato dai crepitii del mare, fu in quel momento che vidi un puntolino bianco risalire dagli abissi verdastri. Da principio non capii cosa fosse: mi resi conto che era la punta del muso di un grande bianco che ascendeva nella colonna d’acqua. Si mostrò davanti i miei occhi in tutta la sua immensità, il ventre bianco neve come la balena bianca di Achab, per esplodere dalle acque e rubare l’esca di tonno. Risalii in superficie tra le urla di felicità del gruppo a bordo e della mia compagna di gabbia, Simona, che aveva visto il grande predatore saltare dinanzi a lei. Fu una sequenza straordinaria, impressa a fuoco nella mia mente… Il grande squalo bianco… capolavoro della storia evolutiva naturale…

Grande squalo bianco.

Nel tragitto di andata (o di ritorno) era sovente fare parecchi incontri di altri animali, in particolare delfini del Capo (Delphinus capensis) e balene franche australi (Eubalaena australis). Le balene sono frequenti nel periodo di settembre in particolare e, credetemi, sentire un animale pesante 50 tonnellate che respira è una cosa meravigliosa, indescrivibile; non sopporto che ci siano popoli che ancora ammazzano esseri di tale bellezza naturalistica. La costa meridionale del Sudafrica è definita Whale Coast proprio a causa del fatto che nei periodi primaverili australi le mamme vengono con i cuccioli; è possibile vederli davvero vicini alla spiaggia, un giorno pranzammo in un ristorante con le balene che soffiavano alla base della scarpata del belvedere, che pasto felice fu.

Il panorama della False Bay.

I delfini sono sempre centinaia, anzi, un giorno contammo più di duemila esemplari che correvano e saltavano tutto intorno a noi, non sapevo dove puntare la macchina fotografica; ero letteralmente ubriaco di natura selvaggia, nemmeno mille fotografie potrebbero raccontare quel momento com’è tuttora rappresentato nella mia mente, perché la bellezza del viaggiare sta nel fatto che ciò che si vede rimane a noi, nessuno può togliercelo. 

Un delfino segue la scia della nostra imbarcazione.
Aspetti geologici e curiosità.

Nel contempo, però, la mia “deformazione” geologica di osservatore di campagna, che mi accompagna sempre, perfino sott’acqua, non mi evitò di compiere qualche indagine a occhio nudo sul panorama che mi si poneva davanti. Sì perché la mia curiosità si accese il primo giorno che ci avvicinammo a Seal Island (al centro della False Bay), notai immediatamente una tipologia di roccia che entrava in netto contrasto con quella delle montagne sulle sfondo. Rientrammo in porto il pomeriggio e, dopo la lezione di zoologia con De Maddalena, ci recammo alla Boulders Beach (spiaggia dei macigni, non a caso), a due passi dal centro abitato di Simon’s Town, nonché importante porto militare sul versante orientale della penisola del capo di Buona Speranza.

Graniti di Seal Island.

Su questa splendida spiaggia trova alloggio una cospicua colonia di circa 3000 pinguini africani del capo (Spheniscus demersus). Mentre camminavo tra i meravigliosi (da un punto di vista evolutivo) uccelli marini, il puzzle geologico si compose nella mia mente come un mazzo di carte disposto ordinatamente su un tavolo da gioco: erano gli stessi graniti che componevano Seal Island. Quelle erano rocce vecchie di seicento milioni di anni, come mi confermò un geologo olandese di Simon’s Town; graniti bianchi e tondeggianti come uova di airone e con le stesse straordinarie sfumature.

Boulders Beach.

La penisola rocciosa del capo di Buona Speranza, unica nel suo genere, penetra come l’artiglio di un leone nell’oceano Atlantico meridionale. A lungo si è ritenuto che il promontorio fosse il divisore idrografico tra l’oceano Indiano e l’Atlantico: in realtà è capo Agulhas, posto verso est (e composto delle stesse rocce del cugino occidentale) a porre il limite idrografico tra i due maestosi oceani nell’estremo sud del continente africano. La penisola del capo, dal profilo alto e massiccio simile alla testa di un rinoceronte, segna il confine occidentale della False Bay (in afrikaans Valsbaai). Tale corpo d’acqua è infine delimitato a oriente da capo Hangklip, che si biforca come la lingua di un serpente in pieno oceano. L’area della False Bay, nonché i due promontori, possono suddividersi in tre aree geomorfologiche:

  •  L’area del capo di Buona Speranza, comprendente anche il parco naturale della Table Mountain e la riserva naturale di Cape Point.
  • L’area delle pianure del capo (le Cape Flats).
  • L’area capo Hangklip, comprendente anche il parco naturale di Kogelberg.

Da un punto di vista puramente geologico, invece, l’area mostra tre principali sequenze rocciose, molto, molto antiche, che dominano incontrastate il panorama della False Bay e del capo di Buona Speranza.

La prima di queste successioni è il gruppo Malmesbury (per gruppo, in geologia, si intende un’associazione di formazioni) di età non inferiore ai 650 milioni di anni (precambriano superiore) e composto da rocce metamorfiche e sedimentarie.

Dettaglio dei graniti della Boulders Beach.

Nello specifico si incontrano, a grande scala, arenarie da correnti di torbida (rocce sedimentarie), ardesie (rocce metamorfiche, le famose lavagne di scuola, abbondanti anche in Italia) e grovacche (dal tedesco minerario Grauwacke, in inglese Greywacke); la grovacca è una roccia sedimentaria clastica mal cernita, un’arenaria immatura (da un punto di vista sedimentologico) e, alcuni scienziati ne sono convinti, sembrerebbe avere tra le origini anche i Lahar (dal giavanese: lava), ovvero colate di fango, di rocce piroclastiche e di acqua, lungo i fianchi dei vulcani.

Il gruppo Malmesbury include al suo interno, come fosse un corpo estraneo, la formazione dei Graniti della Penisola (Peninsula Granite Intrusion), un corpo granitico appunto, di età non inferiore ai 630 milioni di anni. Questa intrusione plutonica viene considerata una gigantesca batolite (batholith in inglese); le batoliti sono enormi strutture, estese anche per diverse migliaia di chilometri quadrati, che si generano all’interno della crosta terrestre nei processi orogenetici che portano alla formazione delle montagne, in particolare quando i processi di anatessi fondono la roccia, permettendone (in milioni di anni) la risalita crostale.

Affioramento di una parte del gruppo Malmesbury.

Un magnifico esempio di batolite è l’Half Dome, un monolite granitico nel Parco nazionale di Yosemite (U.S.A). Le batoliti granitiche dell’area del capo di Buona Speranza affiorano in maniera piuttosto estesa, ma un magnifico esempio è Seal Island, dove, da milioni di anni, gli squali bianchi pattugliano in un continuo anello della morte i fondali dell’isolotto.

La terza macro successione rocciosa presente nell’area è denominata gruppo della Montagna della Tavola (Table Mountain Group) che si è depositata su superficie erosiva delle due precedenti. L’età di questo gruppo è variabile tra i 360 e i 540 milioni di anni. Alcune delle rocce del suddetto gruppo sono ben visibili sul versante orientale della penisola, lungo la strada che raggiunge la riserva di Cape Point.

Sequenza arenacea alla base del capo di Buona Speranza.

Questo gruppo è composto da sequenze ben precise che, in maniera sommaria, mostrano le seguenti rocce: si hanno arenarie marroni e nere, peliti rosa, argille laminate marroni, arenarie quarzose (ben visibili sulle scogliere a reggipoggio a picco sull’oceano), e, infine, da particolarissime tilliti ben litificate (tra le più rare al mondo) dovute a processi sedimentari dei ghiacciai (depositi di morene).

Queste tilliti sudafricane (insieme ad altri depositi antichissimi sparsi nel mondo) sembrerebbero essere tra gli elementi di base di una teoria scientifica (The Snowball Earth, letteralmente terra a palla di neve) secondo la quale, circa 500 milioni di anni fa, la temperatura della terra si abbassò tanto da provocarne una vera e propria glaciazione, anzi, secondo alcuni scienziati americani, sembrerebbero esserci state ripetute glaciazioni tra i 500 e i 950 milioni di anni fa.

Grazie per l’attenzione… Alcuni video li trovate qui

Aaronne Colagrossi.

Georgia australe: paradiso sospeso.

Nel lontano oceano Atlantico meridionale, a mille miglia a est da capo Horn, svetta solitaria e silenziosa la Georgia Australe (o Georgia del sud); l’isola rocciosa si erge maestosa come una gigantesca mezzaluna di 180 chilometri di lunghezza.

Come scrissero alcuni balenieri del novecento, vedendola dal mare sembra un Himalaya appena emerso dalle acque del Diluvio Universale: un’apparizione eccezionale, picchi di ghiaccio, pinnacoli di roccia e distese nevose perenni fin dove occhio possa mirare. La sua natura è aspra e bella ma mutevole allo stesso tempo, il cielo terso si può chiudere improvvisamente per una tempesta di neve, per poi riaprirsi nuovamente al sole. È come se l’isola fosse segnata da un destino maledetto, dicevano gli antichi esploratori.

La prima descrizione dell’isola, e il suo corretto posizionamento geografico, risalgono al 1675, quando un commerciante inglese incappò in una tempesta al largo di capo Horn, dovette deviare per migliaia di chilometri, approdando nella selvaggia South Georgia.

Georgia Australe: paradiso sospeso
Ernest Shackleton e la sua scialuppa.

Ernest Shackleton vi arrivò con cinque uomini su una scialuppa, dopo 16 mesi di stenti nelle terre antartiche. Era il 24 aprile del 1916 quando un piccola scialuppa, attrezzata alla meno peggio, salpa dalla sperduta e disabitata isola Elephant, a poca distanza dall’Antartide, per raggiungere la Georgia del Sud, approdo saltuario di baleniere, ad una distanza di circa 700 miglia nautiche, circa 1300 chilometri in un mare complesso da navigare… A bordo ci sono sei uomini, già stremati da mesi di fatiche, sopravvissuti allo stritolamento da parte dei ghiacci della loro nave, la Endurance. Inutile dire che quell’isola sembrò a quei disperati un paradiso al confronto dell’inferno dal quale proveniva. Al loro comando c’era un uomo inossidabile, Ernest Shackleton.

Da un punto di vista geologico la South Georgia fa parte di un frammento di crosta continentale un tempo unito alla Penisola Antartica e al Sud America. Tutti i frammenti di questa crosta continentale (Georgia A, Isole Sandwich Australi, Isole Orcadi Meridionali, ecc) si sono spostati verso est nel corso di milioni di anni. L’isola della G. A. è composta prevalentemente da rocce sedimentarie del Mesozoico con bellissime sequenze torbiditiche. Si riscontrano anche rocce ignee di attività vulcanica nel lato meridionale.

Georgia Australe: paradiso sospeso
Mappa fisica della Georgia Australe.

Geograficamente l’arcipelago presenta numerose vette montuose, con ben undici cime sopra i 2000 metri di altitudine; la più alta è Monte Paget con i suoi 2935 metri s.l.m. Ma il panorama splendido delle montagne è deturpato lungo le coste dalle decine d’impianti arrugginiti e dismessi, per la lavorazione delle balene; molti di questi impianti oggi sono stati occupati da colonie di pinguini e foche.

Il paradosso si trasforma in miracolo: l’isola, un tempo teatro di uno dei più grandi massacri di mammiferi marini, oggi pullula di una quantità tale di animali marini da far pensare a come fosse il mondo prima dell’invenzione della lancia, dell’arco e del fucile.

Nel 1775 James Cook arrivò nella Georgia Australe a bordo dell’HMS Resolution, facendone una dettagliata descrizione ma trascrivendo, ahimè, che vi era una straordinaria abbondanza di foche.

Georgia Australe: paradiso sospeso
Elefanti marini del Sud in lotta per le femmine.

Dieci anni dopo arrivarono le prime imbarcazioni per la caccia. Nella sola stagione 1800-1801 una sola delle 18 navi inviate uccise 57.000 otarie orsine antartiche (Arctocephalus gazella). Fu portata quasi all’estinzione. Per non parlare della popolazione di elefante marino del Sud (Mirounga leonina), cacciato per l’olio che si otteneva dal suo grasso, fu ridotto alla quasi estinzione.

Poi fu la volta delle baleniere, che dapprima si dedicarono ai cetacei più lenti, come balene franche, megattere e capodogli; dopo il novecento, con l’avvento delle macchine a vapore, vennero erette stazioni baleniere direttamente lungo le coste della Georgia Australe, dedicandosi anche al massacro della balenottera comune e della balenottera azzurra. Negli anni venti furono introdotte le navi fabbrica, o officina, che macellavano direttamente in mare. (Leggi altro articolo sull’argomento: [Leggi la descrizione])

Georgia Australe: paradiso sospeso
1917, vecchia foto che ritrae una stazione baleniera di macello.

Ma ora sono le stazioni baleniere a essere estinte sull’isola, sono i cacciatori di foche a essersi estinti, tutti scomparsi nel tempo. Eccettuata la balenottera azzurra, quasi tutte le specie cacciate sono ritornate in auge, con popolazioni da capogiro in alcuni casi. Vi è addirittura una colonia di pinguini reali (Aptenodytes patagonicus) che conta 300 mila individui; era scesa a circa 1100 individui. La popolazione di elefanti marini del Sud conta invece circa 6000 individui.

Georgia Australe: paradiso sospeso
Georgia Australe, stazione macello balene in disuso.

Ma qual è il segreto di questa esplosione di vita che ha sempre caratterizzato questo paradiso sospeso?

Il krill è la risposta. Un piccolo crostaceo dell’ordine Euphausiacea. Le colonie di krill (una parola di origine norvegese) raggiungono dall’Antartide l’isola in milioni d’individui, divenendo l’alimento base per balene, foche, pinguini e tutti i predatori che accompagnano questi animali, tra cui squali e orche.

Purtroppo ogni tanto il fiume di krill antartico sembra perdere la retta via, per così dire. Un esempio ne è stata la penuria registrata nel 2004 e nel 2009. Le cause sono ancora sconosciute ma gli scienziati concordano su due probabilità: variazione ciclica nella popolazione di krill, o cambiamenti climatici che influiscono sulle correnti antartiche.

Georgia Australe: paradiso sospeso
Krill che si nutre di fitoplancton sotto il ghiaccio.

La scomparsa di diverse piattaforme di ghiaccio nel perimetro antartico sembra influire sullo svernamento delle larve di krill, che poi migrano.

Gli iceberg che vagano intorno alla Georgia Australe sono aumentati negli ultimi anni, sono molto belli è vero (per una foto ricordo) ma rappresentano un pericolo in agguato per le migliaia di specie marine che subiscono i cambiamenti climatici che stanno interessando l’intero pianeta.

Aaronne Colagrossi

Un grazie di cuore al sito Ocean 4 Future

Isole Tremiti: perla geologica del mar Adriatico.

 

Io considero l’arcipelago delle isole Tremiti una magnifica “perla nel mare Adriatico” (parafrasando il grande Emilio Salgari) non solo perché si trova a due passi da casa mia (Campobasso), ma anche perché ho avuto modo di apprezzarlo sia sopra sia sotto il mare, grazie alla mia passione per la subacquea, che trova in queste acque notevoli punti di immersione, innamorandomene letteralmente da ormai parecchio tempo.

L’arcipelago delle tremiti, geograficamente, si avvicina maggiormente alla linea costiera italica, anziché a quella balcanica. Nel suo complesso, questo gruppo di isole dista circa undici miglia nautiche dalla costa pugliese e ventiquattro da quella molisana. L’arcipelago è composto da sei isole: San Nicola (sede storica), San Domino (la più grande del gruppo di isole), Capraia (detta anche Capperaia, proprio per la presenza del noto Capparis spinosa), il Cretaccio (isolotto molto piccolo, ma dai colori magnifici), la Vecchia (un grosso scoglio adiacente all’isolotto del Cretaccio) e l’isola di Pianosa. Quest’ultima è posta verso nordest, verso il mare aperto, e ha una forma pressoché tabulare. A Pianosa sono vietate molte attività (previa eventuale autorizzazione), come la balneazione e le immersioni subacquee, a causa della presenza nei fondali di ordigni bellici risalenti al secondo conflitto mondiale.

Geologia, escursionismo e curiosità.

L’arcipelago delle Tremiti, di natura prevalentemente rocciosa, in particolare di tipo sedimentario, appartiene a lembi isolati della cosiddetta piattaforma apula. La sequenza stratigrafica completa purtroppo non appare in maniera continua tra le isole e, quindi, l’osservazione e lo studio della stessa non è molto agevole. Negli anni passati autorevoli geologi e paleontologi hanno avuto grosse difficoltà nell’interpretazione dei vari pezzi del puzzle e, tuttora, alcuni meccanismi geologici non sono del tutto chiari.

Isola di San Nicola vista da San Domino.

Il mio articolo vuol essere solo una leggera introduzione geo-paleontologica a questo magnifico arcipelago che, mi auguro, possa anche invogliarvi a visitarlo, magari evitando l’alta stagione (agosto), e preferendo i periodi tardo primaverili, o inizio autunnali, che vi permetteranno di ammirarne la bellezza con maggiore tranquillità. I migliori punti di osservazione della successione geologica sono, come anche in altri posti, le falesie. Alle Tremiti, queste pareti scoscese di roccia raggiungono un’elevazione consistente di parecchie decine di metri nonché un’inclinazione di parecchi gradi, dove osano avventurarsi solo le berte maggiori nei periodi di nidificazione.

Scoglio dell’Elefante.

Girovagando tra le isole (meglio iniziare da San Domino per poi andare a San Nicola) si distinguono innanzitutto i depositi olocenici di spiaggia, poi i detriti torrentizi (in cui si sono rinvenuti fossili di mammiferi quaternari) e i detriti di falda, cui seguono i depositi pleistocenici (più antichi) di loess. Il loess è un sedimento limoso giallastro di natura eolica, principalmente derivante dal clima secco periglaciale da steppa.

Nelle isole il deposito di loess sembrerebbe ricco di quarzo eolico, il che suggerirebbe un’ampia emersione delle piane oggigiorno sommerse a causa dell’abbassamento del livello marino nei periodi glaciali freddi. Altri depositi pleistocenici presenti sono dei crostoni rocciosi che, nella letteratura specialistica, vengono ascritti alla successione di varie fasi climatiche aride. In queste associazioni litologiche sono stati rinvenuti anche alcuni manufatti litici che rivelano la frequentazione umana delle isole in epoche preistoriche.

Formazione Cretaccio – Isola di San Domino (Nord).

Le rocce più antiche dell’arcipelago affiorano sull’isola di San Domino, con la formazione rocciosa del Bue Marino; si tratta di dolomie calcaree e calcareniti organogene con abbondanti resti di coralli, di echinidi, di briozoi e di crinoidi. In letteratura questa formazione viene ascritta al paleocene superiore (circa 58 milioni di anni fa) ed è attribuita a un ambiente di tipo laguna interna (aree di retro scogliera corallina).

A questa successione sedimentaria ne segue una più recente (geologicamente parlando) che viene ascritta all’eocene inferiore (circa 55 milioni di anni fa). Si tratta della formazione di Caprara; queste rocce (dolomiti microcristalline) affiorano pochissimo e sono di difficile identificazione, anche per la quasi sterilità in macrofossili. Una caratteristica peculiare è comunque l’evidenza di sedimentazioni scompaginate, tipiche di aree in cui avvenivano frequenti frane sottomarine; quindi probabilmente l’ambiente di formazione era nelle aree di scarpata continentale.

Isola Capraia vista da San Nicola.

Una curiosità: le famose calette delle isole Tremiti (ambite dai subacquei e non solo…) pongono la loro origine nell’attività tettonica che ha interessato le rocce delle isole, in particolare nelle direttrici nordovest-sudest. Il moto ondoso scarica la propria energia principalmente su questi punti rocciosi più deboli, creando queste forme morfologiche veramente particolari di cui, un famoso esempio, è Cala Tramontana.

Proseguendo verso l’alto della colonna stratigrafica (terreni più recenti, insomma) si incontra la formazione di San Domino (molto ben esposta nei settori occidentali dell’omonima isola). Sostanzialmente questa successione rocciosa è la vera spina dorsale dell’arcipelago (compone anche l’isola di Pianosa). I paleontologi la ascrivono, in letteratura, all’eocene medio inferiore (tra i 40 e i 47 milioni di anni fa); si distinguono nettamente dolomie cristalline, calcareniti cristalline, calcareniti a nummuliti (un macro foraminifero) e, infine, calcari organogeni biocostruiti (barriere coralline fossili). In queste rocce è possibile distinguere (cosa non sempre facile) i seguenti fossili: briozoi, litotamni, alghe corallinacee, macroforaminiferi (come assiline e discocicline), molluschi vari, crinoidi ed echinidi.

Isola Cretaccio vista da San Domino.

Nella spiaggia di San Domino (unica degna di tal nome) si riscontra il contatto trasgressivo con la formazione rocciosa del Cretaccio (irregolare su superficie di esposizione carsificata). Queste rocce sono quelle che affiorano maggiormente nel dedalo di isole (specialmente sull’isola del Cretaccio) ma, soprattutto, anche lungo i fondali prospicienti l’arcipelago. La successione del Cretaccio (22 milioni di anni fa) è composta da doloareniti fossilifere (arenarie, da tenere a dure, a granulometria grossolana con elementi calcarei talvolta quarzosi), conglomerati torbiditici (le correnti di torbida generano una sequenza ben precisa che noi geologi chiamiamo sequenza di Bouma, dal nome del geologo olandese Arnold Bouma, scomparso nel 2011) e da marne (anch’esse riccamente fossilifere).

Vari denti di squalo fossili rinvenuti alle Tremiti.

Questa formazione rocciosa è quella che mi ha affascinato di più, in particolare per i colori che variano dal giallo al rosso (settore settentrionale dell’isolotto del Cretaccio), ma specialmente per la presenza di denti di squalo fossili (un esempio nella foto).

In genere i denti di squalo sono il fossile di vertebrato relativamente più comune. Ad ogni modo i denti ritrovati (grandezza massima di un centimetro) appartenevano tutti a esemplari molto giovani e mancavano di radice. Su cinquanta dei reperti rinvenuti sono riuscito a identificare solo i generi Odontaspis e Isurus con certezza e quattro denti probabilmente ascrivibili al Parotodus benedeni (Le Hon, 1871), ovvero il falso mako (squalo che raggiungeva anche i nove metri di lunghezza con un peso di circa quattro/cinque tonnellate). Non tutti sanno che i reperti fossili di questa specie sono abbastanza rari in tutti i giacimenti del globo. Altri fossili presenti in queste antiche rocce sono i pettinidi e gli ostreidi, che si ritrovano in livelli fossiliferi molto fitti. La famosa composizione rocciosa dell’Elefante è costituita dalle rocce suddette.

Immersione nella zona di Punta Secca.

Altra curiosità per gli amanti della subacquea: correnti permettendo, è consigliabile fare almeno un’immersione all’estremità orientale dell’isola di Capraia (Punta La Secca). Sul pianoro sommerso della falesia fino al drop (composto dalla formazione del Cretaccio), le guide locali vi porteranno in un magnifico mondo sommerso in una di quelle immersioni che vengono definite tra le più belle del Mediterraneo. In quanto non manca nulla della fauna e della flora mediterranea.

In quest’area l’immersione forse più bella, ma impegnativa, definita “Gli Archi”, si sviluppa a partire dai 30 metri circa, con pareti foderate da magnifici rami di gorgonie. A circa 48 metri si possono osservare le porzioni superiori di due archi naturali di roccia davvero imponenti, che si spingono fino a circa 60 metri di profondità. Le pareti e il fondo sono ricoperti di gorgonie multicolori e, a circa 54 metri, vi è una piccola colonia di corallo nero (Antipathella subpinnata) e una di “falso” corallo nero (Gerardia savaglia) a circa 50 metri. Ad ogni modo durante l’immersione è possibile osservare aragoste, musdee, cernie nonché predatori come ricciole e dentici. Punta Secca è quindi un immersione subacquea altamente consigliata per tutti gli appassionati.

P.S. Un esemplare di falso corallo nero presente alle isole Tremiti (sito d’immersione “Galapagos“) è stato stimato di un’età non inferiore ai 2500 anni (a una profondità di 48 metri).

Scoglio dell’Architiello.

L’ultima formazione rocciosa che oggi voglio descrivervi è quella dell’isola di San Nicola. Essa affiora esclusivamente sulla parte sommitale dell’isola omonima (al tetto della serie, quindi), risulta trasgressiva sulla precedente (formazione del Cretaccio) e viene ascritta, anche se con molti dubbi, al pliocene (4.5 milioni di anni fa). Risulta composta da dolomie fossilifere, calcari dolomitici (anch’essi fossiliferi) e calcareniti organogene.

Versante orientale dell’isola di San Nicola.

Al termine di questo mio veloce reportage geologico delle isole Tremiti, desidero ringraziare il piccolo Giacomo Turtù, per l’occhio attento nel riconoscere i denti di squalo, e l’amico Paolo Smargiassi per la pazienza durante le nostre operazioni geologiche. Ringrazio anche tutti i miei amici subacquei con cui ho condiviso queste magnifiche isole e le avventure nei suoi abissi. 

Un ringraziamento particolare al sito ocean4future.org

Aaronne Colagrossi

Il grande squalo Megalodon.

Breve storia degli squali.

Gli squali sono considerati tra le creature più antiche che abbiano mai vissuto sul nostro pianeta. I reperti fossili di questi animali sono circa tre volte più vecchi di quelli dei dinosauri, nonché quasi cento volte più arcaici rispetto all’intero percorso evolutivo seguito dallo stesso genere Homo.

L’albero genealogico dei Condritti (o anche Condroitti) si erge maestoso nel lungo percorso della storia naturale per un periodo di circa quattrocento milioni di anni. Forme primitive di squali nuotavano sinuose nei fiumi e negli oceani primordiali, ancor prima che gli insetti prendessero il volo e persino molto prima che le piante avessero di fatto colonizzato interamente tutti i continenti.

Cenni storici museali.

Nel corso del Novecento, in particolare la prima metà del secolo, la continua ricerca da parte dei musei di tutto il mondo nel gigantismo in molte specie animali, non escluse gli squali da questa indagine, forzata (a mio parere!).

Fu in questo periodo che il Carcharocles megalodon (o Carcharodon megalodon) divenne una celebrità tra i fossili, nonostante la specie fosse stata descritta nel 1843 dallo scienziato svizzero Agassiz e i denti fossero conosciuti già da molto tempo in numerose collezioni del mondo, soprattutto italiane.

Il grande squalo Megalodon
Museo di storia naturale di New York. Ricostruzione del professor Dean, sovradimensionata di 2/3 volte.

Tuttavia quando furono montate alcune mascelle, in maniera errata oltretutto, le platee di tutto il mondo tremarono di fronte a questo squalo gigante esposto nelle sale museali, dove le sue mascelle imponenti troneggiavano insieme agli scheletri dei dinosauri.

Sistematica e distribuzione mondiale dei fossili.

Il Carcharocles megalodon (come tutti gli squali estinti d’altronde) è conosciuto solo per i denti fossili, spesso di dimensioni enormi (e rare vertebre), ritrovati nelle successioni rocciose di origine marina del Miocene e del Pliocene su tutto il globo. I primi resti fossili di questo neoselace (ovvero gli squali moderni), appartenente al genere Carcharocles, risalgono al Paleogene inferiore, ma è nel Neogene (tra 2.5 e 23 milioni di anni fa) che questa creatura mastodontica ebbe la sua massima diffusione.

Il grande squalo Megalodon
Carcharocles megalodon, Sudafrica. 11 cm. Collezione personale (A. Colagrossi).

Carcharocles megalodon era in sostanza cosmopolita nel Miocene medio-superiore e quasi sempre accompagnato, nei registri fossili, da Isurus hastalis (anche Cosmopolitodus h., un attivo mako predatore), tanto che lo scienziato Leriche, nel 1926, affermò che l’associazione di questi due squali fossili caratterizzava il Neogene marino di ogni parte del globo.

Nel mondo ci sono tantissime formazioni sedimentarie nelle quali è possibile rinvenire denti di squalo; nella California meridionale vi è addirittura una collina dedicata ai fossili di questi temuti vertebrati predatori, chiamata Sharktooth Hill (collina del dente di squalo).

Negli ultimi cinque anni sono state condotte analisi molto attente sui depositi fossiliferi e sugli aspetti sedimentologici, tanto che alcuni scienziati sono riusciti ad isolare i maggiori assembramenti di denti e ad affermare che la distribuzione di questi grandi squali nel mondo era davvero amplia; la specie era abbondante tra la latitudine di 56° nord e i 44° sud del globo.

I maggiori assembramenti fossili appartengono principalmente alle due Americhe, in particolare: Argentina, Cile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, Messico, Panama, Perù, USA (più che altro la California e gran parte degli Stati della costa orientale), Venezuela e Uruguay. Senza tralasciare molte isole dei Caraibi, comprese le piccole Antille orientali.

Il grande squalo Megalodon
Distribuzione geografica dei maggiori ritrovamenti fossili di Megalodonte.

L’area del Mediterraneo è ricchissima di fossili di Carcharocles megalodon: Italia, Austria, Belgio, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Francia, Germania, Malta, Olanda, Turchia, Polonia e Spagna.

In Asia, in particolare in Giappone, sono stati trovati tantissimi siti paleontologici a denti di squalo. Come anche il settore meridionale dell’Australia ne è ricco; ma anche entrambe le isole della Nuova Zelanda e le isole Fiji.

Tuttavia pare che nel Miocene inferiore, circa 23 milioni di anni fa, le popolazioni di questi grandi squali erano distribuite prevalentemente nell’emisfero settentrionale, soprattutto nel mar dei Caraibi e nel Mediterraneo (oceano Tetide centro-occidentale). Tra i 13 e i 5 milioni di anni fa, invece, il Carcharocles megalodon divenne cosmopolita. Tuttavia gli scienziati sono certi che l’intera popolazione mondiale di megalodonti ebbe una decrescita (pari a circa il 20%) tra i 7 e i 5 milioni di anni fa, sparendo con un crollo quasi improvviso nel Pliocene.

Questi grandi squali vivevano in mari con temperature medie annuali comprese tra i 12° e i 27°C; questi dati sono basati su analisi paleoecologiche ben precise, fatte nei siti di ritrovamento dei maggiori assembramenti di denti.

Il grande squalo Megalodon
Carcharocles megalodon, Sudafrica. 7 cm. Collezione personale (A. Colagrossi).

Esistono tutt’oggi problematiche sulla nomenclatura del grande squalo megalodon.

Ciò in parte è dovuto alla natura dei singoli fossili, che cambiano colorazione e stato d’integrità in base al deposito roccioso nel quale sono inglobati, e allo stadio di crescita dell’animale (dimensioni variabili tra giovani e gli adulti), anche in areali molto prossimi.

La problematica principale va ricercata nella morfologia dentaria. Questa è apparentemente molto simile a quella del grande squalo bianco attuale, ma non uguale, e ciò ha generato attribuzioni al genere Carcharodon.

In particolare la vecchia concezione, secondo la quale il megalodon sia il diretto progenitore del grande squalo bianco attuale (Carcharodon carcharias), non troverebbe supporto proprio a causa della morfologia dei denti, diversi in molteplici aspetti. Le nuove linee di pensiero attribuiscono allo squalo il genere Carcharocles.

Il grande squalo Megalodon
Carcharodon carcharias, moderno squalo bianco, dente fossile. Sudafrica. 5.5 cm. Collezione personale (A. Colagrossi).

La comunità scientifica internazionale è però d’accordo che sia lo squalo bianco sia il C. megalodon, abbiano avuto un progenitore comune identificato nel genere Cretolamna (Cretaceo superiore), con ben sette specie fossili, documentate nel Nord America e nel Nord Africa; si trattava di un massiccio squalo predatore, lungo fino a circa quattro metri, che ebbe un buon successo evolutivo tra gli 85 e i 65 milioni di anni fa, quando scomparvero i dinosauri.

Il grande squalo Megalodon
Diagramma evolutivo.
Dimensioni e cibo.

In merito alle teorie sulle dimensioni del grande squalo megalodon queste sono molto variabili e, nel corso delle ultime decadi, prestigiosi scienziati da tutto il mondo si sono cimentati nell’ardua impresa, basandosi sull’accrescimento dello smalto (comparato anche ai denti di squalo bianco) e sulla larghezza della corona e della radice del dente (utilizzando i denti fossili più grandi mai ritrovati).

La maggior parte degli scienziati concorda sul fatto che il C. megalodon raggiungesse una lunghezza tra i 13 e i 19 metri, con una massa corporea variabile tra le 48 e le 80 tonnellate (questi dati sono relativi a esemplari adulti).

Il grande squalo Megalodon
Carcharocles megalodon comparato con un grande squalo bianco (Carcharodon carcharias).

Riguardo all’alimentazione le teorie abbondano e gli studiosi concordano oramai sul fatto che il megalodon avesse bisogno di grandi quantità di cibo per sostenere la sua massa corporea; ciò lo avrebbe certamente spinto a cacciare prede di grossa taglia come balene, altri mammiferi marini ricchi di grasso e grandi pesci pelagici (probabilmente anche altri squali). Molteplici ossa di balene fossili (vertebre caudali in particolare, lo squalo aggrediva l’organo propulsore della preda) mostrano segni inequivocabili di denti di squalo megalodon.

Il grande squalo Megalodon
Disegno a matita raffigurante un Carcharocles megalodon che attacca una balena misticeta. A. Pistillo, 2012.

Tuttavia, recentemente, in alcune formazioni mioceniche del Perù meridionale, risalenti a 7 milioni di anni fa, sono state ritrovate ossa di Piscobalaena nana; un tipo di balena misticeta, lunga all’incirca 6 metri (molto agile), le cui ossa riportano segni di denti di Carcharocles megalodon.

Gli scienziati che si occupano della pubblicazione scientifica hanno notato che i punti scheletrici in cui compaiono i segni dei denti del grande squalo sono: la mascella inferiore, le scapole e la coda.

Ciò farebbe propendere i ricercatori per un attacco diretto, mortale, da parte del grande predatore, in punti vitali di propulsione. Tuttavia non ne sono certi; il grande squalo potrebbe anche aver semplicemente divorato la carcassa. Nella stessa formazione sono state ritrovate anche ossa fossili di orca (agile predatore), di denti di altre specie di squali del genere Carcharocles e di grande squalo bianco (attivo predatore di mammiferi marini).

Estinzione, competizione e specie simili.

L’estinzione dei grandi predatori all’apice della catena alimentare è sempre di grande interesse in ambito ecologico; le domande sono ovvie, ma bisogna capire che in natura tutto ha un equilibrio, e persino un grande predatore perfezionato può estinguersi, se vengono a mancare determinati equilibri, o se entrano in gioco interferenze esterne, come accade ai nostri giorni con l’inquinamento e le attività umane di caccia e di pesca (come il depinnamento degli squali, per esempio).

Le cause di estinzione del C. megalodon sono molteplici ed estremamente complesse, poiché incorporano numerosi parametri, provenienti da parecchie branche scientifiche (meteorologia, paleontologia, ecologia, geologia, glaciologia, zoologia e oceanografia).

Il grande squalo Megalodon
Evoluzione degli squali moderni dal genere  Cretolamna del Cretaceo.

Nel corso degli ultimi decenni tanti scienziati hanno lavorato al tema e tuttora gli studi sono in pieno sviluppo.

La comunità scientifica internazionale ritiene che il raffreddamento di terre e mari (picco freddo di 2.8/2.5 milioni di anni fa), periodo durante il quale iniziarono le grandi glaciazioni quaternarie, cui seguì la diminuzione media delle temperature globali, un abbassamento medio del livello del mare e una diminuzione delle prede abituali, portarono all’estinzione i grandi squali megalodon.

Molti scienziati ritengono che fattori biotici abbiano avuto la meglio su quelli su citati ti tipo climatico: in particolare si evidenziano il collasso della popolazione di balene misticete e la comparsa di nuovi predatori (tra cui il grande squalo bianco e le orche).

In particolare quest’ultima teoria io la trovo molto interessante, poiché alcuni scienziati hanno ipotizzato che la comparsa di mammiferi marini del genere Orcinus (l’antenato dell’orca attuale) abbia contribuito in maniera evidente al declino del C. megalodon; perché questi mammiferi erano più intelligenti, molto più agili e, soprattutto, cacciavano in gruppo, come appunto le moderne orche.

Probabilmente la concomitanza del raffreddamento degli oceani, della diminuzione delle prede e, infine, della competizione con altri predatori (in questo caso più efficienti e con maggior successo evolutivo) come le orche, abbia causato l’estinzione del Carcharocles megalodon.

Qualcosa successe alla popolazione mondiale di questi squali giganti, ma cosa? La domanda è ancora senza risposta, sfortunatamente.

C’è da considerare anche il fatto che due cugini evolutivi del megalodonte, il Carcharocles chubutensis, un gigantesco squalo predatore di circa 12 metri di lunghezza, e il Carcharocles angustidens, un altro predatore di circa 8 metri di lunghezza, vivevano nello stesso periodo del megalodonte, nonostante C. angustidens sia il predecessore di C. chubutensis, che a sua volta lo è del megalodonte. Anche se alcuni scienziati nutrono dubbi su queste discendenze genetiche, poiché vivevano contemporaneamente durante tutto il Miocene.

Il grande squalo Megalodon
Comparazioni tra varie specie di squali fossili, tra cui il Carcharocles (Carcharodon) megalodon, il Carcharocles chubutensis (circa 12 mt) e il Carcharocles angustidens (lunghezza circa 9 mt – proposto come nuovo genere Carcharodes in base ai fossili della Nuova Zelanda).

Ad ogni modo le tre specie di squali erano in competizione per le medesime prede.

Tuttavia i ricercatori sono sicuri che il Carcharocles chubutensis aveva maggiori capacità di adattamento ambientale, rispetto al cugino megalodon. Anche la dentatura era diversa, infatti i denti del C. chubutensis erano diversi dall’arcata superiore a quella inferiore, in particolare quelli superiori erano molto più larghi e piatti rispetto ai denti della mascella inferiore (quasi come nei moderni mako); inoltre, rispetto al megalodonte, C. chubutensis aveva le cuspidi laterali in fase di fusione col dente (sia in esemplari giovani che adulti); questo è ritenuto un carattere antico, rispetto al più moderno megalodonte.

Il grande squalo Megalodon
Carcharocles chubutensis, fusione cuspidi laterali quasi completata, in C. megalodon la fusione è completa.

Alcuni anni or sono, in Nuova Zelanda furono ritrovati 165 denti e 32 vertebre in uno di quelli che è risultato uno dei migliori ritrovamenti di fossili terziari di grandi squali. Appartenevano a un enorme Carcharocles angustidens. Il grado di preservazione era talmente alto che qualche scienziato propose il nuovo genere “Carcharodes“, poiché si notavano tantissime somiglianze sia con il grande squalo bianco attuale (Carcharodon carcharias, comparso circa 16 milioni di anni fa) che con il Carcharocles megalodon. Il grande squalo fossile fu stimato con una lunghezza di 9.3 metri.

Il grande squalo Megalodon
Comparazione tra varie specie di squali fossili del genere Carcharocles.
Oggi.

Molti criptozoologi sono convinti del fatto che esista tuttora un piccolo numero di squali megalodon che sia riuscito a sopravvivere indenne a questi mutamenti; in particolare ai cambiamenti climatici, ma che semplicemente abbiano modificato i loro stili predatori, cacciando e vivendo negli abissi.

Il romanzo di Steve Alten, dal titolo Meg, ebbe molto successo. All’epoca il libro mi appassionò molto, nonostante i gravi errori paleontologici, soprattutto di stampo cronologico e comportamentale.

Personalmente mi affascina l’idea che da qualche parte, negli abissi profondi, si aggirino furtivi questi giganteschi squali, cacciando grandi animali come calamari giganti, o capodogli in immersione profonda.

Questo fascino per me è stato talmente forte che mi ha spinto a scrivere un romanzo nel 2012, [Leggi articolo].

Tuttavia bisogna comunque considerare che un romanzo è appunto una storia di fantasia, e non una prova scientifica, seppur ancorata a un elemento di realtà (il Carcharocles megalodon è l’elemento reale, in quanto fossile riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale).

La verità è che il Carcharocles megalodon è, purtroppo, estinto.

Aaronne Colagrossi.

Un grazie al sito OCEAN4FUTURE

 

 

 

Megalodon il predatore perfetto – Da recensionelibri.org – 2012

Recensione del romanzo Megalodon.

“Al Duncan era lì, il viso biancastro con la bocca spalancata in un grido muto, i lunghi capelli biondi ondeggiavano lentamente nella placida corrente abissale. Il resto del corpo non c’era più, dalla cintola in giù non c’era più niente. Il sangue ancora usciva copioso dalla base del troncone”.

Due sono le reazioni difronte a un mostro vecchio di millenni d’evoluzione. Da una parte lo spavento ispirato dalla minaccia, dall’altra la fascinazione del mistero. Due scintille perse nello sguardo di un cacciatore. L’uomo. Megalodon il predatore perfetto di Aaronne Colagrossi, edito da Edizioni il Frangente, racconta la spietata bellezza della natura e la devastante capacità della specie umana di distruggerla, ergendosi come ultimo, vero predatore perfetto.

Tanti i riferimenti alla biologia della natura nel romanzo di Colagrossi, osservazioni quasi puramente scientifiche, dal sapore formativo. Mentre il ritmo narrativo è piuttosto veloce, frequenti cambi di scena, arricchiti da un uso del dialogo che accompagna il lettore per buona parte del testo. A tratti, leggendo Megalodon il predatore perfetto, potreste avere l’impressione di guardare un film. Le figure sono tratteggiate, senza per questo mancare di una caratterizzazione, ma puramente funzionali ai significati tracciati dal percorso letterario.

Prezzo: EUR 10,50

C’è chi è mosso dalla volontà di conoscere, chi invece esegue un compito dettato dall’agenda del potere governativo, chi ancora vorrebbe solo avere il privilegio di uccidere quell’antico predatore. Intorno alla spedizione, organizzata alla volta del mastodontico squalo, personaggi diversi vanno a riflettere i tanti scenari possibili che potrebbero prodursi a fronte di un mistero da esplorare. L’avventura ha però il dono del pragmatismo, e vediamo consumarsi anche temi di attualità: dall’ecoterrorismo alla caccia illegale alle balene, passando per le regioni di stato che tutto possono. Mentre la scienza resta a guardare, trattata come mero strumento.

Iacopo Bernardini

19 Novembre 2012

Leggi [Articolo originale] [Intervista originale]
Aaronne Colagrossi

Coccodrilli.

L’ordine Crocodylia attualmente comprende 23 specie tra coccodrilli, caimani, alligatori e gaviali.

Sopravvissuti a milioni di anni di evoluzione, di ere geologiche, di sconvolgimenti tettonici, di cambiamenti climatici e di altre vicissitudini geologiche, oggi si ritrovano faccia a faccia con l’uomo. È una vera lotta per la sopravvivenza, quella dei coccodrilli.

Nella sola Florida (USA) negli anni settanta rimanevano poco più di 400 alligatori, l’espansione umana li aveva costretti a fuggire da gran parte degli ambienti in cui solitamente vivevano.

Coccodrilli
Alligator mississippiensis

Gli umani li decimarono per la pelle e per la loro sicurezza personale, o al massimo li catturavano per gli zoo. Fortunatamente oggi ci sono misure di salvaguardia e gli animali si stanno ripopolando in fretta. Nel resto del mondo le cose non sono andate meglio.

Il coccodrillo è stato sempre perseguitato, o magari venerato, come nel caso degli antichi Egizi.  In Australia il gigantesco coccodrillo marino (Crocodylus porosus) è stato cacciato sin quasi all’estinzione, oggi è una macchina da soldi turistica che fa gola al governo australiano.

Coccodrilli
Australia, Crocodylus porosus.

Ma chi sono i coccodrilli?

I coccodrilli moderni, come li conosciamo noi per intenderci, sono presenti sulla terra da circa 80 milioni di anni; ma la storia dei coccodrilli è molto, molto più vecchia… anzi vetusta.

Mi verrebbe da dire proprio: “Quando i coccodrilli dominavano la Terra”, parafrasando una delle scene finali di Jurassic Park.

I Crurotarsi, lontani progenitori dei coccodrilli, comparvero circa 240 milioni di anni fa, nel triassico medio, e la maggior parte dei paleontologici concorda sul fatto che i primi caratteri morfologici dei coccodrilli comparvero proprio nei crurotarsi.

I crurotarsi erano presenti sulla terraferma e da loro si evolse il primo rettile con caratteristiche coccodrillomorfe, il Protosuchus.

Coccodrilli
Crocodylia moderni.

Il clima del triassico era caldo, con poche variazioni dai poli all’equatore, non come oggi; non ci sono evidenze di calotte polari ghiacchiate, per lo meno non con gli spessori attuali derivati dal quaternario (eccetto la vistosa diminuzione degli ultimi anni). Le grandi foreste di conifere arrivarono nel triassico superiore, che marcavano un clima generale più secco. In questo ambiente vivevano i crurotarsi.

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Bisogna tenere bene a mente che gli antichi antenati dei coccodrilli (così come per i Pterosauri) si sono evoluti a partire da un predecessore comune per poi diversificarsi in una miriade di forme e dimensioni.

Nel triassico superiore, l’estinzione di massa che colpì la Terra 200 milioni di anni fa, estinse i crurotarsi. Fu un’occasione d’oro per i dinosauri, che si liberarono dalla loro nicchia ecologica per espandersi in tutto il mondo.

I Plesiosauri dominavano invece le acque marine, lasciando poco spazio ai concorrenti (persino gli squali moderni dovranno attendere altri 100 milioni di anni). I coccodrilli occuparono gli unici habitat disponibili: fiumi, laghi, paludi e acquitrini.

Naturalmente c’erano alcune specie marine che riuscirono ad avere il loro spazio ecologico, ma erano molto inferiori in numero rispetto ai cugini d’acqua dolce.

Coccodrilli
Crocodylus niloticus, Botswana.

Molti scienziati sono d’accordo sul fatto che questo vincolo delle acque dolci sia stato un freno alla loro evoluzione ma l’altra faccia della medaglia è anche che sia stata la loro salvezza; non a caso i coccodrilli sopravvissero all’estinzione di massa del limite K-T, che cancellò i dinosauri.

I coccodrilli convissero perfettamente con i mammiferi per i successivi 65 milioni di anni, sino all’arrivo del loro peggior nemico: Homo sapiens, l’unica specie che non trova equilibrio.

Verrebbe da chiedersi: perché dopo la scomparsa dei dinosauri, i coccodrilli non colsero l’occasione per dominare la Terra definitivamente? La risposta è che i mammiferi avevano già iniziato la loro diversificazione che li avrebbe portati al dominio della Terra, i coccodrilli rimasero completamente isolati… Da un punto di vista paleontologico.

Uno dei successi evolutivi dei coccodrilli, nell’arco di 250 milioni di anni è stato il fatto di poter occupare nicchie ecologiche in habitat sia marini e sia terrestri, nutrendosi di ogni tipo di cibo, praticamente.

Coccodrilli
Crocodylus niloticus, Botswana.

E oggi com’è la situazione di queste magnifiche creature?

Oggi i coccodrilli da “pelle” possono essere allevati legalmente e macellati: paradossalmente questo sistema ha permesso ad alcune specie di riprendersi dall’orlo dell’estinzione. Difatti oggi solo 7 specie su 23 sono a rischio.

Alcuni di essi, come l’alligatore cinese (Alligator sinensis) e il coccodrillo delle Filippine (Crocodylus mindorensis) non hanno più, di fatto, un loro habitat.

La popolazione del gaviale del Gange (Gavialis gangeticus), una specie dal muso sottile, un tempo diffusa dal Pakistan alla Birmania, dopo un ventennio di salute (1990-2010), ha subito un nuovo crollo, tanto da essere tornata ad alto rischio estinzione; in condizioni naturali restano meno di cinquecento gaviali tra India e Nepal.

L’alligatore (Alligator mississippiensis) ha invece avuto una ripresa incredibile.

Il coccodrillo del Nilo (Crocodylus niloticus), che ho avuto modo di ammirare nel Delta dell’Okavango, in Botswana, durante un mio recente safari, domina indiscusso in gran parte dell’Africa, nonostante debba dividere il territorio con l’ippopotamo anfibio.

Coccodrilli
Crocodylus niloticus, Botswana.

Il coccodrillo marino, pocanzi citato, era un tempo distribuito sino alle coste dell’India orientale, della Thailandia e di gran parte dell’Indonesia. Oggi è ampiamente diffuso in Australia e Papua Nuova Guinea, dove è comune. Storicamente ne sono stati trovati esemplari anche in Giappone e alle Seychelles.

È del 2013 la buona notizia invece che interessa il caimano jacaré (Caiman yacare) e della sua rinascita demografica nelle paludi brasiliane grazie ai programmi di salvaguardia. In passato i caimani jacaré furono quasi sterminati dai cacciatori ma oggi i loro occhi brillano nella notte a migliaia, se illuminate una palude nel cuore della notte.

L’ordine Crocodylia è sopravvissuto a sconvolgimenti inimmaginabili ma oggi deve affrontare la sfida più dura della sua intera storia evolutiva.

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Articolo esterno correlato: Reportage: Botswana, gemma dell’Africa.

Aaronne Colagrossi