Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi

La parola emigrare ha un significato preciso, ovvero spostarsi temporaneamente o permanentemente in un altro luogo dopo un viaggio più o meno lungo, soprattutto per problemi lavorativi, come avviene anche negli ultimi anni a molti giovani (e non solo) italiani. Tuttavia nel corso del tardo Ottocento e del Novecento furono molti i bastimenti che accompagnarono milioni di italiani nei viaggi transoceanici, verso le due Americhe, o in Australia, o nell’Africa meridionale. Per dare dei numeri, tra il 1870 e il 1970 furono ventiquattro milioni, gli italiani che lasciarono la nostra penisola.

Molti dovevano vendere tutto quello che possedevano per poter comprare un biglietto di sola andata per una di queste destinazioni. C’era chi si vendeva il mulo, la vigna, la casa e quant’altro.

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi

 

Ho deciso di scrivere questo articolo dopo aver visitato il Galata museo del mare di Genova, dove è stato ricostruito il viaggio di un migrante oltre oceano; consiglio a tutti di visitare questo splendido museo. Inoltre il giorno dopo la mia visita è iniziato il Festival del Mare 2018, dove l’argomento dell’emigrazione italiana in terza classe è stato affrontato in maniera molto esaustiva.

Ma veniamo al nostro argomento, dopo che la persona svolgeva presso gli uffici tutte le pratiche per l’acquisto del biglietto, senza rischiare di non essere ammesso nel paese nel quale voleva trasferirsi (per esempio gli Stati Uniti avevano stilato una lista ben precisa dopo il 1911), egli poteva finalmente imbarcarsi per intraprendere il lungo viaggio. La compagnia marittima Navigazione Generale Italiana forniva ampi dettagli su molti aspetti riguardanti la navigazione oceanica e le regole da rispettare.

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi
USA, Ellis Island, accoglienza.

Per coloro che erano diretti in Nord America, le condizioni climatiche di viaggio, specialmente per chi partiva nei mesi invernali, non erano propriamente ottimali, poiché il freddo pungente, il mare mosso e l’umidità potevano rendere il viaggio transoceanico un vero inferno, soprattutto per le persone meno avvezze alla vita di mare, come coloro che provenivano dalle zone interne della penisola italiana, e magari non avevano mai nemmeno visto il mare, come mi hanno raccontato alcuni emigranti ormai anziani che andarono nelle Americhe negli anni cinquanta.

Il giorno della partenza era condito da tristezza per molti, di felicità per pochi (clandestini), magari c’erano persone che avevano perso le famiglie in una delle due guerre mondiali, per esempio, ed erano ormai orfani. Insomma c’era un panorama davvero variopinto. Naturalmente per le navi in partenza da Genova non vi erano solo genovesi; ma tanti altri, come piemontesi, o emiliani anche. Inoltre spesso le navi facevano sosta a Napoli, dove prelevavano passeggeri da tutta l’Italia meridionale, praticamente. Le navi passeggeri facevano poi rotta per lo stretto di Gibilterra, se dirette verso le Americhe, o per il canale di Suez per quelle dirette in India, Cina e Australia.

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Salito a bordo, il passeggero doveva sistemare il bagaglio, seppur misero in taluni casi. Per questo scopo sussisteva la bagagliera. Infatti il problema principale era che i dormitori a bordo erano in realtà degli spazi angusti. Questi dovevano ospitare il maggior numero di persone. Erano ammessi nei dormitori o un fagotto, o un sacco, o una piccola cassa con pochi beni vestiari e generi alimentari. Tutto il resto: vestiti, camice, effetti personali, casse e bauli grandi, andava chiuso nella bagagliera. Spesso questa rimaneva chiusa sino all’arrivo, dopo settimane in mare. Praticamente si rimaneva con gli stessi vestiti indosso per tutto il viaggio, molto spesso inumiditi dalla pioggia, dal sale, o sporcati di cibo, di vomito, di urina e di feci. Un vero strazio! Come potete immaginare.

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Tuttavia il dormitorio doveva seguire regole ben precise e ben descritte nel Regio Decreto n. 375 del 10 luglio 1901. In sostanza cosa recitava tale norma? Elencava per esempio le misure delle cuccette, esse non dovevano essere inferiori in lunghezza a 180 cm per 56 di larghezza. Inoltre il R.D. vietava la presenza delle cuccette (a castello) vicino ai locali caldaie e della sala macchine. Infine i dormitori erano separati tra maschi e femmine.

Esattamente, proprio per evitare promiscuità, dai sette anni in su, gli uomini erano separati dalle donne e dai bambini. Ciò era in parte dovuto ad alcune leggi degli Stati Uniti D’America, che regolavano i flussi migratori in entrata a Ellis Island; non erano ammesse navi che avessero, per esempio, più di tre ordini di cuccette per ogni dormitorio, ma solo due. Le navi invece dirette in America meridionale lasciarono per moltissimi anni tre ordini di cuccette.

Ricostruzione dormitorio maschile. Genova, Galata Museo del Mare.

Ma come erano questi dormitori? Un medico dell’epoca, tale Teodorico Rosati, scrisse: “L’impressione di disgustosa ripugnanza che si ha nel scendere in una stiva dove hanno dormito degli emigranti è tale che, provata una sola volta, non si dimentica più!“.  Rosati continua: “L’emigrante si sdraia vestito e calzato sul letto, ne fa deposito di fagotti e valigie, i bambini vi lasciano orine e feci; i più vi vomitano; tutti, in una maniera o nell’altra, l’hanno ridotto, dopo qualche giorno, in una cuccia da cane. A viaggio compiuto, quando non lo si cambia, ciò che accade spesso, è lì come fu lasciato, con sudiciume e insetti, pronto a ricevere il nuovo partente“.

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La realtà era questa: dormitori in cui vivevano e dormivano centinaia di uomini e donne sporchi, senza nessuna possibilità di lavarsi. Se a ciò aggiungiamo umidità, ambienti scarsamente areati, mal di mare e poca illuminazione, potete certamente immaginare le condizioni gravose in cui queste persone erano costrette a viaggiare, sia maschi sia femmine, nonché i bambini. Non a caso la maggior parte dei migranti di terza classe preferiva passare la maggior parte della giornata in coperta, onde evitare il fetore. Tuttavia per coloro che si trasferivano in Nord America nei mesi invernali, attraversare l’Atlantico non permetteva di starsene molto tempo in coperta, sbattuti dal vento gelido e dalle frequenti burrasche.

Ma la vita quotidiana a bordo non prevedeva solo dormite e passeggiate, bisognava utilizzare anche i gabinetti per espletare le proprie funzioni e per garantire un minimo di abluzioni. All’inizio del ventesimo secolo poche navi disponevano di elettricità a bordo e quasi nessuna aveva un impianto di scarico a pressione. Nel 1888, De Amicis scriveva: “I luoghi che dovrebbero dare pulizia e igiene sono in realtà orridi e per mille e cinquecento viaggiatori di terza classe non c’è un bagno“.

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Bagni a bordo. Genova, Galata Museo del Mare

Nella seconda classe le cose miglioravano di parecchio, ma bisognava tenere conto che sui piroscafi dell’epoca, quelli destinati all’emigrazione, come il Città Di Torino, i posti destinati alla seconda classe erano quaranta e quelli per la prima solo venti, a fronte dei mille e quattrocento totali, il grosso delle persone andava in terza. Anche se in un ambiente ristretto, le cabine offrivano comunque qualche sorta di comfort: un piccolo stipetto, un lavabo, una porta che si poteva chiudere, una stanza tutto sommato pulita e soprattutto il vaso da notte. Insomma era possibile viaggiare nel vero senso del termine. Ma non è tutto: i passeggeri di prima e di seconda avevano a disposizione i locali interni della nave, nonché locali mensa separati dagli altri; si poteva mangiare a tavola con tovaglioli e posate, con un vitto migliore, e di parecchio anche. 

Ecco cosa scrive invece il dottor Rosati in merito ai pasti di terza classe: “Accovacciati sulla coperta, presso le scale, col piatto tra le gambe e il pezzo di pane fra i piedi, mangiavano il loro pasto come i poverelli alle porte dei conventi. È un avvilimento dal lato morale e un pericolo da quello igienico, perché ognuno può immaginarsi che cosa sia una coperta di piroscafo sballottato dal mare, sulla quale si rovesciavano tutte le immondizie volontarie e involontarie di quelle popolazioni viaggianti“.

I medici come Rosati, prima del 1895, non erano obbligatori per i viaggi destinati all’oceano Indiano o nelle Americhe, oltre Gibilterra e Suez, insomma. Quindi la figura del medico di bordo divenne obbligatoria da questa data in poi. Probabilmente non era nemmeno sufficiente, considerando che il piroscafi transoceanici potevano imbarcare dalle 900 alle 2400 persone. De Amicis scrisse: “E dican quel che voglion gli igienisti che han fissato il numero necessario dei metri cubi d’aria, la carne umana è troppo ammassata, e che una volta si facesse peggio, non scusa“.

Ricostruzione infermeria. Genova, Galata Museo del Mare

Le condizioni igieniche carenti e la moltitudine di persone favorivano le malattie, per cui la presenza di un medico di bordo era davvero necessaria. Malattie come gastroenteriti e bronchiti si diffondevano rapidamente e non tardavano a mietere vittime tra i passeggeri più deboli, come bambini e anziani. Il morbillo falciava molte vittime infantili; non erano rari i casi di epidemie di morbillo sulle navi, con obbligo di quarantena per l’intera nave. Il medico di bordo non aveva mezzi necessari a contrastare tali epidemie e il buon Rosati cita che spesso il comandante prendeva un paio di uomini dall’equipaggio e gli faceva indossare il camice bianche con la croce, improvvisandoli infermieri. Nel 1884 un piroscafo italiano, con un epidemia di colera, fu respinto a colpi di cannone nel porto di Montevideo. Nel 1905, il Città Di Torino, segnalò nella traversata quasi cinquanta morti tra febbre tifoide, bronchite e morbillo. 

Le navi erano oggetto della visita preliminare, in base al regolamento della sanità marittima, l’articolo 59 del Regio Decreto 29 settembre 1895. La commissione incaricata doveva accertarsi sulla qualità dei viveri e delle bevande, sulla quantità dei medicinali presenti a bordo, sulle buone condizioni di salute dell’equipaggio, sulla pulizia generale dei locali equipaggio, sul corretto numero di passeggeri imbarcati e su una corretta areazione in tutti i locali del bastimento. 

Una figura di bordo importantissima era il commissario. A bordo dei piroscafi il Regio Commissario aveva un ruolo quasi paragonabile a quello del comandante. Il commissario compilava anche la lista passaporti, particolarmente importante per sbarcare a Ellis Island, negli Stati Uniti. Il commissario si occupava anche del mantenimento della disciplina, sedando risse, furti, violenze sessuali nei dormitori femminili, arrestando portatori di armi da fuoco, o coloro che non possedevano il biglietto (questi non sarebbero stati accettati in USA e avrebbero dovuto pagarsi anche il rientro in Italia) e, non per ultimo, toglieva le bevande alcoliche.

Ricostruzione ufficio del commissario di bordo. Genova, Galata Museo del Mare.

Nonostante ciò, gli emigranti maschi creavano molti problemi con il gioco d’azzardo e con il porto di armi da taglio, come lame e pugnali. A bordo del piroscafo Giava (misto vela-carbone), mi ha colpito un episodio tratto dal diario di Angelo Tosi del 1887-88, l’autore cita vari accoltellamenti tra elementi di bande rivali della Calabria. Un altro grosso problema erano i clandestini, in particolare coloro privi di passaporto per motivi penali e aiutati da amici, alla partenza, a salire a bordo per nascondersi. Il commissario allestiva una speciale squadra, comandata da un sottufficiale, che scandagliava ogni angolo della nave, mettendo in cella i malviventi.

Ma altri ruoli equipaggio importanti erano i macchinisti, abbandonati nei lontani locali nel cuore della nave e comandati dal direttore di macchina. Comunque è vero: la sala macchine era (ed è anche oggi) un mondo a sé, separato dal resto della nave, per così dire. Su queste navi i macchinisti oliavano continuamente le giunture e i fuochisti alimentavano le caldaie, un lavoro da inferno! 

Sì perché le caldaie dovevano rimanere sempre a una determinata temperatura, per fare in modo di avere sempre la corretta pressione nel sistema. Un’altra operazione da fare era la pulizia della cenere delle stesse caldaie; naturalmente era incandescente e andava buttata in mare. La vita dei fuochisti prevedeva turni anche di sedici ore; alla fine di questi il personale poteva andare in coperta a prendere un po’ d’aria e a rilassarsi. I loro alloggi erano vicini alle macchine, poiché in caso di emergenza dovevano subito essere pronti, naturalmente ciò significava un caldo infernale in estate e al passaggio dei tropici. Tuttavia il pericolo maggioro, quasi di morte, per un fuochista, era in caso di tempesta, poiché rischiavano di essere scaraventati vicino ai portelli incandescenti; senza contare il rischio di ritorni di fiamma.

In definitiva questi viaggi hanno segnato un’epopea, sia per i passeggeri sia per il personale impiegato a bordo, considerando che prima del 1890 i piroscafi non avevano scali prestabiliti, come avvenne successivamente. In sostanza in base alle necessità della nave o magari meteorologiche, il bastimento poteva fermarsi nel taluno o nel talaltro porto. Quindi era in sostanza una navigazione abbastanza avventurosa. Le malattie, come abbiamo visto, erano sempre in agguato, anche per il personale dell’equipaggio, senza contare gli incidenti di bordo.

Non era una vita semplice e i viaggi erano molto difficoltosi.

Aaronne Colagrossi 

 

 

 

1863 – Gettysburg – L’America spezzata.

Gettysburg - Aaronne Colagrossi

Unione, una parola che in America ha una storia profonda e complessa. Dall’aprile del 1861 all’aprile 1865 gli schiavisti, riuniti sotto la Confederazione degli Stati Uniti, si batterono per l’indipendenza dall’Unione, che il presidente Lincoln era intenzionato a mantenere ad ogni costo. Sia i confederati sia i nordisti pensavano di risolvere e vincere la guerra in poco tempo: ma non andò così. La storia parla chiaro, più di mezzo milioni di morti in cinque anni di guerra. La battaglia di Gettysburg è quindi solo un tassello nella grande scacchiera della guerra creatasi in quegli anni, tuttavia molto importante.

L’Unione incominciò ad avere la meglio solo a partire dal 1863, a luglio, per essere precisi, nella battaglia di Gettysburg, in Pennsylvania; più di centocinquantamila uomini si scontrarono in quella che è definita la battaglia più grande del Nord America. Cinquantunmila uomini caddero sul campo e più di trentamila rimasero orrendamente feriti e mutilati.

Stampa dell’epoca sulla battaglia di Gettysburg.

Ma facciamo un passo indietro all’inverno: a gennaio 1863.

All’inizio dell’anno il generale Robert E. Lee era decisamente ottimista per come stavano andando le sorti della guerra, in favore dei confederati. Nonostante la sua armata della Virginia del Nord avesse subito ingenti perdite l’anno prima, anche gli schiavisti avevano dato una batosta all’armata del Potomac dell’Unione. La situazione a gennaio era quindi sostanzialmente positiva per il sud; i due eserciti erano accampati sul lati opposti delle rive del fiume Rappahannock, in attesa che finisse l’inverno.

Il freddo era insopportabile e i viveri, soprattutto tra le file dei sudisti, non erano ottimali. Alloggiati in baracche e tendopoli, riscaldati dai soli fuochi, i soldati dei due eserciti, sui loro diari ritrovati e recuperati, descrissero situazioni molto simili:

Neve, gelo e pioggia quasi tutti i giorni; le strade e le piste sono impraticabili, tale che è impossibile spostarsi.

Gennaio 1863. Fotografia del campo nordista.

Il morale era comunque alto tra i sudisti. Il 2 gennaio, il soldato della Confederazione William F. Brand scrisse sul suo diario:

Penso che la situazione per la nostra confederazione stia migliorando e spero che tra non molto saremo un popolo libero e indipendente. Il morale della truppa è alto.

La situazione rimase così fino al 27 aprile, quando i nordisti attraversarono il fiume per dar battaglia alla confederazione. Il 1 maggio i sudisti ottennero una nuova vittoria: quella della battaglia di Chancellorsville, definita la “Battaglia perfetta di Lee”.

Soldati dell’Unione sul lato occidentale del fiume Rappahannock, nei pressi di Fredericksburg. Virginia.

La battaglia durò sei giorni, sino al 6 maggio e vi perse la vita anche uno dei migliori generali di Lee, Thomas “Stonewall”Jackson. Il presidente Lincoln invece sostituì il generale nordista Joseph Hooker con il comandante George G. Meade, a causa della sconfitta.

NB. La sostituzione avvenne però il 28 giugno, quando Hooker, infastidito dai modi di Lincoln, presentò le dimissioni. Il presidente le accettò immediatamente e nominò Meade, che dovette recarsi subito verso nord, a Gettysburg, dove era stato avvistata l’armata di Lee.

Il generale Lee ora mirava a invadere la Pennsylvania, dove avrebbe ottenuto rifornimenti e cibo nelle ricche fattorie, permettendo alla Virginia, martoriata dalla guerra, di giungere a un meritato riposo; ciò avrebbe permesso di spingere il nemico verso nord, costringendolo in uno scontro che Lee riteneva di poter vincere.

Il generale Robert E. Lee, comandante dell’armata confederata della Virginia.

I due reggimenti cominciarono ad avanzare verso nord, muovendosi in parallelo alle Blue Ridge Mountains, come immensi serpenti pronti a scontrarsi in una battaglia senza tempo.

Le marce cui erano sottoposti entrambi gli eserciti erano estenuanti. Il 5° reggimento di fanteria confederata della Virginia, ridotto a 600 unità, si unì con altri quattro reggimenti, formando la brigata Stonewall, comandata dal generale Thomas “Stonewall”Jackson; nel solo 1862 il 5° reggimento aveva marciato per 2400 km nei territori dell’America, cui dovevano sommarsi i 1100 della prima metà del 1863.

Dall’altra parte i nordisti non furono da meno; l’83° reggimento di fanteria della Pennsylvania, creato nel 1861 da mille volontari, tutti contadini delle fattorie del nord, fu decimato di 600 unità da battaglie e malattie. In quei primi mesi del 1863 il reggimento aveva già marciato per 1200 km, cercando di stanare l’esercito sudista di Lee.

Il presidente Lincoln visita un campo nordista.

L’11 giugno l’armata confederata delle Virginia superò il villaggio di Flint Hill, verso ovest, rispetto alla posizione stimata dai nordisti. Infatti l’armata di Lee mirava a valicare le montagne a occidente, per marciare poi indisturbato verso nord.

Il 13, il 14 e il 15 giugno l’esercito sudista (che avanzava attraverso le montagne) si scontrò con le forze dell’unione, nei pressi di Winchester , che presidiavano la città dal 1862. I sudisti fecero 2000 prigionieri.

Il 17 giugno i nordisti dell’83° mangiarono la foglia e i comandanti mandarono la cavalleria dell’Unione verso ovest, cercando di individuare la posizione di Lee, avvenne un sanguinoso scontro alla base dei monti Blue Ridge.

Il 21 giugno, però, i nordisti ricevettero un aiuto cruciale dall’83° reggimento della fanteria della Pennsylvania, subendo una sola perdita su un campo di battaglia di ben 27 km di estensione.

La marcia dei due eserciti verso nord, che portò allo scontro di Gettysburg, in Pennsylvania. In rosso i movimenti dei sudisti, in blu quelli dei nordisti.

Il caldo era soffocante, mentre i sudisti attraversavano i monti Blue Ridge, un soldato del 5° reggimento scrisse:

Faceva caldo e le strade erano polverose e asciutte. La polvere sollevata dai carri e dall’artiglieria ci si appiccicava addosso, rendendoci marroni come la polvere stessa.

Il 24 giugno, quando ormai il 5° reggimento confederato era penetrato in Pennsylvania e il morale era alto, un altro soldato scrisse sul suo diario:

La gente è molto arrendevole e ubbidisce docilmente alle nostre richieste. Credo che saremo in grado di fare molto, per arrivare a una pace onorevole.

Tuttavia la musica per i soldati sudisti cambiò il 27 giugno, quando il generale Lee venne a sapere da una spia civile che le forze dell’Unione erano vicine. Lee interruppe la sua avanzata nel cuore dell’America, per radunare le truppe a Gettysburg. Ma non fu così semplice; infatti il 30 giugno, nei dintorni della cittadina, il generale unionista John Buford Jr avvistò dei confederati nella periferia. Buford dispose immediatamente una linea difensiva, supponendo che l’armata di Lee fosse vicina. Il generale telegrafò al comando quel giorno stesso.

I confederati sono a quattro miglia dalla mia posizione.

Il generale nordista John Buford Jr.
Primo giorno di battaglia. 1 luglio 1863. Gettysburg.

I primi cannoni a sparare furono quelli nordisti del generale Buford, in prima linea.

Alle ore 10.00, il ventiquattrenne Rufus Dawse, tenente colonnello dell’armata nordista del Potomac, agli ordini del generale Buford, attaccò valorosamente i confederati, ma quella che dapprincipio sembrava una ritirata del nemico, divenne ben presto un attacco. I sudisti, ben protetti dietro una massicciata ferroviaria, ricambiarono pan per focaccia. Una mischia mortale per Dawse e i suoi uomini, che riuscirono a comunque a spuntarla contro i confederati, sopraffacendoli in venti minuti netti. 

Truppe confederate in marcia all’entrata di Gettysburg.

Gettysburg era circondata dai soldati confederati dell’armata di Lee. Ciò che sembrava un piccolo scontro casuale contro gli uomini del generale Buford, montò ben presto in qualcosa di molto più grande: una battaglia. La più grande combattuta in Nord America.

Il generale dell’Unione George G. Meade (ingegnere topografo) arrivò fresco di nomina sul campo di battaglia. La sua mente calcolò immediatamente la situazione e il generale individuò alcune colline alle spalle della città. Ordinò di creare delle difese su quei rilievi, in posizione sopraelevata; un vantaggio che non intendeva perdere entro la sera.

Il comandante dell’esercito nordista del Potomac, il generale Geroge G. Meade.

Il generale sudista Lee era invece determinato, quella mattina, e voleva vincere l’intera guerra, non solo quella battaglia. La sera precedente, il 30 giugno, aveva scritto sul suo diario:

Possiamo avere una grande opportunità, qui a Gettysburg.

Quel primo giorno di battaglia, il sergente unionista Amos Humiston, un ex baleniere arruolatosi dopo un discorso di Lincoln, fu respinto in città dai confederati del generale Ewell (sostituito dopo la morte di “Stonewall” Jackson); l’unità del sergente Humiston subì pesanti perdite; quello stesso pomeriggio il soldato verrà ferito al torace, morirà con la foto dei figli in mano poco dopo la mezzanotte per un emorragia interna. Quella foto fu pubblicata alla fine della guerra, due anni dopo, la moglie riconobbe i figli e fu finalmente riconosciuto anche il sergente (ancora non si usavano le piastrine di identificazione), cui venne dedicato un monumento.

IL generale sudista Thomas Jonathan Perez Jackson “Stonewall”. Dopo la morte gli successe il generale Ewell.

I nordisti avevano ordine di sparare a ogni soldato dell’Unione che si fosse rifiutato di fare il proprio dovere. Quando il tenente colonnello unionista Joshua L. Chamberlain lesse la missiva ne rimase perplesso e turbato; non poteva pretendere di più dai suoi uomini, che erano allo stremo da ormai parecchi mesi. Il tenente colonnello sapeva, però, che se avessero perso questa battaglia, le sorti della guerra sarebbero rimaste a favore dei confederati e niente li avrebbe fermati dal raggiungere la capitale, Washington D.C.

Alle quattro del pomeriggio la situazione dei confederati era molto buona, l’armata sudista della Virginia stava vincendo l’ennesima battaglia e Lee se ne rallegrò.

I generali confederati non si aspettavano una grande mole di soldati dell’Unione, ciò generò un po’ di confusione iniziale, poiché il nemico fu stimato in un numero minore; si aspettavano infatti solo una strenua resistenza da parte della popolazione locale. Lee non intendeva far del male ai civili, così mandò precisi dispacci relativi all’argomento.

Uccidere civili solo per difesa personale.

In un altro dispaccio Lee sembrò piuttosto irato verso alcuni ufficiali comandanti, così scrisse per tutti:

Dobbiamo colpire l’esercito Yankee e dobbiamo essere veloci.

I nordisti dettero ordine alla popolazione civile di nascondersi in casa e di non uscire; alcuni si nascosero addirittura nel caveau della banca. Le persone di colore, già dal 30 giugno, cominciarono a scappare verso nord, sulla Underground Railroad; sostanzialmente si trattava di un percorso di luoghi sicuri utilizzato dagli schiavi in fuga verso nord, diretti principalmente verso New York e Philadelphia. In caso di cattura i confederati non esitavano a mozzare gli orecchi e a recidere i tendini delle ginocchia, storpiandoli a vita.

Ufficiali nell’accampamento nordista di Gettysburg.

La ricchezza del sud dipendeva dalla schiavitù, principale fonte dell’economia per molti stati confederati, per un totale di 3,5 miliardi di dollari, per essere precisi.

I confederati nel tardo pomeriggio erano quindi in vantaggio. Lee ordinò al tenente generale Richard S. Ewell di conquistare due colline, sulle quali si erano ritirati i nordisti fuggiti dalla città. Ma il generale decise di attendere i rinforzi; questo, secondo gli storici moderni, è considerato uno dei grandi “se” della battaglia. Se avesse eseguito immediatamente l’ordine di Lee cosa sarebbe successo? I nordisti avrebbero avuto il tempo di rinforzare le difese con trincee di terra e tronchi? Non lo sapremo mai, la storia racconta altro.

Il generale sudista Richard S. Ewell.

Comunque quella prima sera la bandiera confederata sventolava sulla città di Gettysburg; i morti, in entrambi gli eserciti, erano migliaia e i feriti languivano in una sorta di limbo in attesa del verdetto dei medici, definiti “segaossa”, poiché spesso l’amputazione dell’arto ferito, mediante sega, era l’unica via di salvezza per il malcapitato.

Fortunatamente c’erano dei primi anestetici, come il recentemente scoperto cloroformio e la morfina, distribuita regolarmente. In ultima analisi si utilizzava il whisky per stordire il paziente. Un medico in genere impiegava dodici minuti per amputare; tuttavia gli strumenti non venivano puliti tra un intervento e un altro, troppa perdita di tempo, così le infezioni erano frequenti. Solo cinque feriti su dieci sopravvivevano a un’amputazione veloce sul campo di battaglia. 

I morti sul campo di battaglia.

Un’innovazione che ha reso la Guerra di Secessione Americana particolarmente sanguinosa è stata la palla di fucile di tipo Minié. La pallottola presentava una concavità posteriore e delle scanalature laterali che ne miglioravano la precisione e la gittata nei fucili.

Pallottole di tipo “Minié”.

Al momento dell’impatto, la palla Minié tendeva a fracassare l’osso, appiattendosi e lacerando i tessuti. Le alte concentrazioni batteriche presenti nelle scanalature mandavano velocemente in setticemia l’arto colpito; se non si fosse proceduto all’amputazione immediata, il soldato sarebbe certamente morto di cancrena in meno di 72 ore.

Amputazione di una gamba nel campo nordista.

I prigionieri, in entrambi gli eserciti furono parecchi, tuttavia rientravano nel patto di “Libertà condizionale”. 

Gettysburg. Foto che ritrae prigionieri confederati.

Stipulato da entrambi gli eserciti, tale patto prevedeva che il prigioniero fosse messo in una sorta di libertà, ma un pezzo di carta lo obbligava a non combattere, pena la morte immediata sul posto. In periodi dell’anno stabiliti, sia i nordisti sia i sudisti, si ritrovavano in territori neutrali per effettuare lo scambio dei prigionieri.

La sera il generale Robert  Lee scrisse sul suo diario:

Con la giornata di domani si decideranno le sorti di tutta la guerra.

Secondo giorno di battaglia. 2 luglio 1863. Gettysburg.

Quella mattina i generali di entrambi gli schieramenti si riunirono per stabilire i movimenti di battaglia di quel giorno. Il generale Lee era piuttosto inquieto:

Per ogni minuto che aspettiamo il nemico Yankee si rafforza sempre di più.

I confederati di Lee ebbero anche un grave problema: la cavalleria. Nella prima giornata infatti sembrava essere letteralmente scomparsa, per prelevare cibo e rifornimenti in un raid a sud, cosa che mandò su tutte le furie Lee, cieco sul campo di battaglia, fino a metà del secondo giorno, per giunta. La cavalleria, all’epoca, erano gli occhi e le orecchie di un esercito. Tuttavia Lee si scusò con il maggiore generale James Ewell Brown “Jeb” Stuart, comandante della divisione di cavalleria confederata; lo fece anche perché Stuart era un grande uomo di tattica e di coraggio, ammirato persino in Europa, in Inghilterra. I suoi cavalieri lo tenevano in grande considerazione, per la sua grande capacità di leadership e per il suo carisma.

Il generale confederato James Ewell Brown “Jeb” Stuart, comandante della cavalleria sudista.

Questo errore, tuttavia, non passò inosservato al generale nordista Meade, che in sole due ore organizzò i rinforzi sulle colline, approfittando dell’assenza della cavalleria confederata.

Gli storici moderni affermano che se i confederati avessero avuto sul campo due semplici walkie-talkie, avrebbero cambiato le sorti della guerra e della moderna America.

Ma anche i nordisti ebbero un problema da risolvere: Meade non aveva contatti telegrafici con il presidente Lincoln. Il telegrafo era infatti utilizzatissimo a scopi militari. I confederati, in qualche maniera, avevano abbattuto i pali del telegrafo. Meade utilizzò le bandiere di campo per inviare, in una sorta di codice morse, segnali ai reggimenti alle spalle, che poterono così comunicare con Washington.

I nordisti, specialmente Meade, riponevano grande fiducia nell’estremo fianco sinistro della difesa, comandato dal colonnello Chamberlain. I sudisti miravano alla  collina presidiata dal colonnello. Chamberlain resistette a una prima carica. Dopo pochi minuti ne seguì una seconda: resistette anche a quella. Il fumo denso dei moschetti riempì il bosco, ma i confederati non si arresero e ordirono una terza carica, calpestando persino i compagni morti, o feriti. 

I dintorni della cittadina erano tappezzati di cadaveri a perdita d’occhio.

I nordisti del colonnello resistettero ancora. I sudisti fecero una quarta carica, urlando come cani rabbiosi: il bosco era un inferno, i morti a centinaia. Chamberlain infine ordinò la carica per respingerli definitivamente, la tromba nordista suonò e gli Yankee attaccarono: i confederati non riuscirono a contrastarla e dovettero soccombere.

Il tenente colonello nordista Joshua L. Chambelain.

Il piano dei sudisti era quello di lanciare, all’attacco delle colline, due brigate alla volta.

Ogni trenta minuti due brigate e così via, spezzando le difese nordiste. Le urla di quel primo pomeriggio si mescolarono alle voci dei cannoni.

Il piano di Lee era comunque basato su informazioni sbagliate, a peggiorare il tutto fu la mancata presenza della cavalleria di Stuart, tutto ciò non permise di attaccare con un numero sufficiente di uomini il fianco sinistro, dove si trovava Chamberlain, che Lee sperava di far cadere il prima possibile.

I nordisti, d’altro canto, fecero un piccolo errore, assolutamente non gradito dal comandante in capo Meade; infatti il maggiore generale Daniel Sickles avanzò alla base della collina Cemetery Ridge, spezzando la linea di difesa unionista e lasciando un vuoto alle spalle. Lo fece senza ordini diretti, poiché era insoddisfatto della postazione assegnatali da Meade. Sickles, ricco proprietario di piantagioni, pieno di sé, egoista e spesso insubordinato (l’unica persona importante per Sickles era Sickles stesso, diceva spesso), con il suo comportamento rischiò di far perdere l’intera battaglia.

Il generale nordista Daniel E. Sickles, noto per aver contravvenuto agli ordini di Meade.

Quando i confederati attaccano, infatti, concentrano le energie direttamente sul III Corpo, comandato da Sickles, isolato; Sickles fu ferito da un cannone, che gli tranciò di netto una gamba e sventrò il cavallo che montava. I suoi stessi soldati esultarono, odiando il generale egoista; gli unionisti di Sickles, quelli vivi, si ritirarono nuovamente in collina, nel frattempo Meade aveva dovuto rinforzare il vuoto creato dal generale insubordinato. 

Il generale confederato James Longstreet, capo del primo corpo d’armata e braccio destro di Lee, definirà in futuro quelle tre ore di battaglia come quelle più sanguinose ed eroiche che si siano mai viste in tutta la guerra di secessione.

A Culp’s Hill la situazione era un bagno di sangue, le trincee nordiste resistevano agli attacchi confederati, che definirono quel bosco “Il recinto del massacro.”

Una delle colline difese dai nordisti: Little Round Top Hill.

Meade dispose i cannoni e fece un fuoco di sbarramento con l’artiglieria. La sera i combattimenti proseguirono, fino a tarda notte, soprattutto su Culp’s Hill. Tuttavia i confederati, superiori di numero, non avanzarono, pensando di avere davanti un nemico ben più numeroso, in cima alla collina: invece c’era un terzo dei soldati previsti, lassù. Ma la cosa peggiore fu che i confederati non seppero di trovarsi a meno di 400 metri dalle riserve, dalle provviste e dai depositi di artiglieria dell’esercito dell’Unione. Se solo avessero saputo, i confederati avrebbero potuto vincere la battaglia di Gettysburg.

Nella tarda giornata, la divisione del pittoresco e controverso maggiore generale George Pickett, arrivò al campo confederato; il generale assaporava la battaglia imminente, era impaziente di lasciare il suo segno sul campo, tra i valorosi. La sua occasione sarebbe presto arrivata, molto presto.

Secondo giorno di scontri. Sickles contravviene agli ordini di Meade e porta una divisione nordista alla base della collina, un errore che rischiò di far perdere la battaglia all’Unione.

La sera del secondo giorno, nel campo confederato non c’era una bella atmosfera. L’umore era molto basso, sia tra gli uomini sia tra gli ufficiali; il generale Lee si chiuse per ore nella sua casa, aveva bisogno di riflettere. Verso mezzanotte Lee  ebbe una nuova discussione tattica con Stuart, chiedendogli di eseguire i suoi ordini alla lettera. 

Terzo giorno di battaglia. 3 luglio 1863. Gettysburg.

All’alba il generale Lee si recò sul campo di battaglia e istruì personalmente due divisioni sulla tattica da adottare quel giorno; il generale ordinò di spaccare la linea centrale del fronte nordista, convinto che i federali avessero rafforzato le ali dello schieramento, diminuendo l’attenzione al corpo centrale. Longstreet espresse il suo dubbio in merito all’effettivo successo di tale manovra, ma Lee non intendeva cambiare idea. Il comandante dell’armata della Virginia era conscio che il giorno prima aveva sfiorato la vittoria e l’amaro in bocca era tangibile.

Il braccio destro di Lee, il generale confederato James Longstreet.

L’esitazione di Longstreet agli ordini di Lee (per ottimi motivi strategici tuttavia), fu usata come pretesto nei mesi successivi per la perdita della battaglia, ciononostante né nei mesi a seguire né negli anni successivi, il valore del generale Longstreet fu intaccato, tanto da dimostrarsi una delle più grandi personalità, persino del dopoguerra, molto rispettato anche dai nordisti stessi per il grande intelletto tattico militare.

Longstreet dispose le varie unità confederate, ordinando a Pickett di mantenere l’asse centrale e di caricare direttamente al centro, come voleva Lee.

I confederati lanciarono il primo attacco a Culp’s Hill, ma Lee si rese subito conto che qualcosa non stava andando per il verso giusto. Alle 11 del mattino l’attacco alla collina era terminato, senza che i nordisti avessero mollato la difesa principale. Lee allora decise di lanciare l’offensiva decisiva: 12000 soldati comandati da Pickett per spezzare l’armata del Potomac.

Terzo giorno di scontri. I nordisti si chiudono a forma di amo sulle colline. I sudisti non riescono a fare breccia nelle formazioni difensive.

Lee però decise di dar voce prima ai cannoni della confederazione: 160 cannoni sudisti disposti su una linea di 3 km, contrastati da 100 cannoni nordisti: il più grande fuoco d’artiglieria di fila mai visto dapprima in Nord America. I tuoni delle cannonate raggiunsero i 70 km di distanza, gli artiglieri persero sangue dalle orecchie per ore e molti lamentarono movimenti delle viscere, a causa degli spostamenti d’aria.

Un cannone a canna liscia napoleonico da 12 libbre, molto usato nella Guerra di Secessione Americana.

Il cannone d’ordinanza dell’esercito unionista era a canna rigata; l’interno della canna era costruito con strisce di ferro battuto spesso dodici centimetri. Ideato nel 1861, era preciso e affidabile, con granate che esplodevano all’impatto.

La carica Shrapnel da 16 libbre con il suo carico di palle mortali.

Ma era possibile sparare anche le granate Shrapnel: queste scoppiavano in aria, sopra le teste dei nemici, davvero devastante. Entrambe le file adoperavano anche i cannoni napoleonici a canna liscia, caricati con il Canister; questa era una sacca esplosiva di latta con 28 palle di ferro al suo interno. Quando esplodevano, mutilavano qualsiasi cosa.

I confederati di Longstreet erano finalmente pronti per la carica finale al centro dello schieramento, lo stesso Pickett sembrava infervorato come un demonio, tanto da non riuscire a stare in sella, come raccontarono i suoi uomini. L’attacco, noto come “Carica di Pickett”, iniziò verso le tre del pomeriggio, dopo il fuoco d’artiglieria dei cannoni confederati.

Canister per cannoni, caricato con palle di ferro,

Come aveva previsto Longstreet, la carica fu un vero e proprio massacro. Lee era amareggiato. La cavalleria sudista di Stuart fece due attacchi durante tutta la giornata, uno avvenne fuori dall’area di Gettysburg, per colpire i carri di rifornimento dei nordisti, Stuart attaccò corpo a corpo, con la sciabola.

Al termine dell’attacco confederato, Lee aveva perso un terzo della sua armata, Pickett era disperato, la sua intera divisione era stata annientata, nonostante l’atto eroico dei suoi uomini. Lee radunò i suoi uomini e si prese la colpa di tutto quello che era successo in quei maledetti tre giorni, ma i suoi uomini lo difesero, confortando il vecchio generale.

Il generale sudista George E. Pickett, noto per l’attacco finale definito “Carica di Pickett”.

Il 4 luglio fu dedicato principalmente alla raccolta dei feriti, Lee rafforzò le linee difensive, aspettandosi un contrattacco da parte del generale Meade, cosa che non avvenne, poiché questi decise di non assumersene il rischio, cosa che fu in seguito criticata.

L’odore di morte era ovunque, cadaveri in decomposizione, sangue rappreso e feriti che strillavano in cerca di un aiuto. Quell’odore avrebbe perseguitato Gettysburg per molti mesi a seguire.

Un campo ospedale nella periferia di Gettysburg, nell’agosto del 1863.

Il 12 luglio, nove giorni dopo il termine della battaglia, i confederati in ritirata verso il Maryland furono inseguiti dai nordisti. Il soldato sudista Oliver W. Norton ricordò così quei giorni tragici:

Migliaia di uomini sono rimasti senza scarpe, ma continuiamo a combattere con coraggio, adesso possiamo finire la guerra… sono stanco, sfinito, non mi tolgo le scarpe da una settimana e a volte mi sdraio sotto la pioggia torrenziale.

Il 13 luglio gli esploratori nordisti riferirono che la colonna di carri, su cui  viaggiavano i feriti dell’esercito sudista, era lunga 24 km. 

Il 21 luglio i nordisti continuarono a incalzare i sudisti in scontri e inseguimenti di tipo guerriglia. L’armata confederata della Virginia decise di abbandonare 2000 dei 4000 carri da trasporto, per velocizzare la marcia verso sud. Tuttavia anche l’esercito nordista era stremato, migliaia di uomini morirono tra il 4 e il 20 luglio, per infezione da cancrena. I cavalli che trascinavano l’artiglieria dell’armata del Potomac erano esausti e morirono per il caldo e la fatica.

Carri e cadaveri di cavalli della confederazione, alla periferia di Gettysburg.

La fame perseguitava entrambi gli eserciti in marcia verso sud, inseguitori e fuggiaschi si ritrovarono talvolta faccia a faccia nei cespugli di rovi per mangiare more, in abbondanza, per poi spararsi a vicenda. 

Soldati della confederazione morti in una trincea.

Il generale Lee cercava di contrastare la caccia dei nordisti, emanava tre dispacci di ordini al giorno: all’alba, a mezzogiorno e a mezzanotte.

Il 30 luglio un sodato confederato scrisse:

I cavalli sono distrutti, riescono a stento a trascinare i cannoni. Stamattina hanno mangiato mais per la prima volta dopo 20 giorni.

Ad agosto avvennero diserzioni in massa nell’esercito sudista di Lee. I disertori ricatturati furono giustiziati sul posto.

Il morale dei nordisti, invece, si rafforzò notevolmente dopo Gettysburg. Capirono che Lee poteva essere affrontato e battuto. Per molti aspetti questa battaglia è stata la più significativa di tutta la Guerra di Secessione Americana, segnando un punto di svolta nella storia dell’America moderna.

Lo spirito d’indipendenza dei confederati, però, era più duro da sconfiggere di quanto si pensasse e la guerra durò per altri due sanguinosi anni.

Aaronne Colagrossi

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Diario di viaggio: Sudafrica.

Spinto dalla mia passione per gli squali, il mondo del mare e la geologia, qualche tempo fa mi recai in Sudafrica per un vero e proprio safari subacqueo (e geologico) con una spedizione italiana guidata dal Dott. A. De Maddalena. Passammo sette giorni tra grandi squali bianchi, balene franche australi, delfini, pinguini e otarie; circondati da un quadro naturale di montagne frastagliate e spiagge chilometriche bianche come lo zucchero, su cui si infrangevano onde oceaniche di colore blu cobalto: il regno del grande squalo bianco.

Un vero trionfo di colori e di sensazioni, di cui ne porto tuttora un magnifico ricordo, indelebile; un’esperienza di vita nel vero senso della parola.

Capo di Buona Speranza
Il signore del mare.

Le nostre giornate erano scandite dall’oceano e dai suoi abitanti; la sveglia all’alba era indispensabile per recarci immediatamente nel piccolo porto, dove il White Pointer II (l’imbarcazione del team del fotografo naturalistico Chris Fallows, BBC, Discovery Channel, Air Jaws), ci portava in mare. L’alba, infatti, è il momento migliore per osservare il grande squalo bianco (Carcharodon carcharias) nella sua attività predatoria ai danni delle otarie orsine del Capo (Arctocephalus pusillus), sull’isola di Seal Island, un isolotto roccioso su cui risiede una colonia di circa 60.000 otarie.

Il contrasto di luce creato con l’alzarsi del sole permette al grande predatore di individuare le otarie orsine del Capo, senza essere a sua volta visto dalle prede, se non quando è ormai troppo tardi e l’attacco è ormai nella fase finale. I mammiferi rientrano in piccoli gruppi all’isola di Seal Island, dopo una notte passata in oceano a nutrirsi; il grande squalo ha difficoltà però a selezionare il singolo individuo in un gruppo che nuota compatto, così predilige attaccare gli individui solitari.

Tuttavia lo squalo bianco mira prevalentemente ai cuccioli, inesperti, che nuotano generalmente da soli. Il grande cacciatore, una volta individuata la preda, rasenta il fondale, accelera, si verticalizza nella colonna d’acqua, ed esplode dalle acque con la povera otaria tra le mascelle, costellate da denti bianchi e triangolari. Naturalmente non sempre la caccia va a buon fine e il piccolo mammifero riesce talvolta a fuggire, magari riportando lievi ferite.

Il sole rosso si alza dietro le montagne.

Non scorderò mai il primo giorno in mare. L’onda lunga oceanica era scura e tetra nell’alba, gli uccelli marini saettavano davanti la prua con le loro grida da strega e i nostri pensieri correvano sul grande squalo bianco e il suo regno acqueo. Eravamo arrivati da pochi minuti sul lato sud dell’isola quando Fallows urla a squarciagola: “Predation“. Premere la leva del gas e virare di bordo fu una cosa unica per il fotografo. Mi sono sentito trasportato nella scena dell’inseguimento de “Lo Squalo” di Spielberg.

Arrivammo sul posto che però lo squalo aveva già ucciso il mammifero marino e lo stava scuotendo con un vigore e una forza straordinari, tali che mi fecero accapponare la pelle. La quantità di sangue in acqua era immensa; lo squalo, dopo aver ucciso l’otaria (adulta), cominciò a fare dei lenti cerchi intorno all’aerea dell’attacco. Lascio immaginare le nostre prime frasi a quell’incontro (molti di noi avevano visto il grande bianco solo nei documentari; ci sembrava di essere in un sogno); la scarica di fotografie fu lunghissima, consumando spazio sulle schede di memoria. Quando lo squalo ritenne che fosse ormai arrivato il momento giusto, trascinò il cadavere sott’acqua, divorandolo in tranquillità.

Il White Pointer II ci porta in mare; la gabbia antisqualo è pronta.

Nei giorni a seguire eseguimmo molte immersioni in gabbia antisqualo; vedere il grande squalo bianco in mare, mentre nuota verso di te, è come tornare indietro nel tempo, non ci si sente nella nostra epoca, ma nella preistoria, sembra di vedere un dinosauro vivente. Quello che mi ha colpito vedendoli è capire il perché venga definito “grande”: sono davvero animali possenti e massicci, con una circonferenza ben lontana dalla sinuosità degli altri squali. Un vero signore del mare, tuttavia in acqua noi siamo visitatori in un mondo sconosciuto; bisogna sempre portare rispetto per quel mondo.

Otarie orsine del Capo si riposano sulle rocce.

La gabbia veniva ancorata sempre lungo la fiancata dell’imbarcazione, in modo da permettere ai visitatori di scendere, senza l’ausilio di nessun brevetto, in mare, in apnea al massimo. Ricordo un’immersione in particolare: io ero in apnea sul fondo della gabbia, ero stufo di sentire le urla degli operatori: squalo a destra o squalo a sinistra. Così presi un bel respiro e scesi sul fondo, aggrappandomi alla griglia metallica per rilassarmi per un paio di minuti in totale osservazione, circondato dai crepitii del mare, fu in quel momento che vidi un puntolino bianco risalire dagli abissi verdastri. Da principio non capii cosa fosse: mi resi conto che era la punta del muso di un grande bianco che ascendeva nella colonna d’acqua. Si mostrò davanti i miei occhi in tutta la sua immensità, il ventre bianco neve come la balena bianca di Achab, per esplodere dalle acque e rubare l’esca di tonno. Risalii in superficie tra le urla di felicità del gruppo a bordo e della mia compagna di gabbia, Simona, che aveva visto il grande predatore saltare dinanzi a lei. Fu una sequenza straordinaria, impressa a fuoco nella mia mente… Il grande squalo bianco… capolavoro della storia evolutiva naturale…

Grande squalo bianco.

Nel tragitto di andata (o di ritorno) era sovente fare parecchi incontri di altri animali, in particolare delfini del Capo (Delphinus capensis) e balene franche australi (Eubalaena australis). Le balene sono frequenti nel periodo di settembre in particolare e, credetemi, sentire un animale pesante 50 tonnellate che respira è una cosa meravigliosa, indescrivibile; non sopporto che ci siano popoli che ancora ammazzano esseri di tale bellezza naturalistica. La costa meridionale del Sudafrica è definita Whale Coast proprio a causa del fatto che nei periodi primaverili australi le mamme vengono con i cuccioli; è possibile vederli davvero vicini alla spiaggia, un giorno pranzammo in un ristorante con le balene che soffiavano alla base della scarpata del belvedere, che pasto felice fu.

Il panorama della False Bay.

I delfini sono sempre centinaia, anzi, un giorno contammo più di duemila esemplari che correvano e saltavano tutto intorno a noi, non sapevo dove puntare la macchina fotografica; ero letteralmente ubriaco di natura selvaggia, nemmeno mille fotografie potrebbero raccontare quel momento com’è tuttora rappresentato nella mia mente, perché la bellezza del viaggiare sta nel fatto che ciò che si vede rimane a noi, nessuno può togliercelo. 

Un delfino segue la scia della nostra imbarcazione.
Aspetti geologici e curiosità.

Nel contempo, però, la mia “deformazione” geologica di osservatore di campagna, che mi accompagna sempre, perfino sott’acqua, non mi evitò di compiere qualche indagine a occhio nudo sul panorama che mi si poneva davanti. Sì perché la mia curiosità si accese il primo giorno che ci avvicinammo a Seal Island (al centro della False Bay), notai immediatamente una tipologia di roccia che entrava in netto contrasto con quella delle montagne sulle sfondo. Rientrammo in porto il pomeriggio e, dopo la lezione di zoologia con De Maddalena, ci recammo alla Boulders Beach (spiaggia dei macigni, non a caso), a due passi dal centro abitato di Simon’s Town, nonché importante porto militare sul versante orientale della penisola del capo di Buona Speranza.

Graniti di Seal Island.

Su questa splendida spiaggia trova alloggio una cospicua colonia di circa 3000 pinguini africani del capo (Spheniscus demersus). Mentre camminavo tra i meravigliosi (da un punto di vista evolutivo) uccelli marini, il puzzle geologico si compose nella mia mente come un mazzo di carte disposto ordinatamente su un tavolo da gioco: erano gli stessi graniti che componevano Seal Island. Quelle erano rocce vecchie di seicento milioni di anni, come mi confermò un geologo olandese di Simon’s Town; graniti bianchi e tondeggianti come uova di airone e con le stesse straordinarie sfumature.

Boulders Beach.

La penisola rocciosa del capo di Buona Speranza, unica nel suo genere, penetra come l’artiglio di un leone nell’oceano Atlantico meridionale. A lungo si è ritenuto che il promontorio fosse il divisore idrografico tra l’oceano Indiano e l’Atlantico: in realtà è capo Agulhas, posto verso est (e composto delle stesse rocce del cugino occidentale) a porre il limite idrografico tra i due maestosi oceani nell’estremo sud del continente africano. La penisola del capo, dal profilo alto e massiccio simile alla testa di un rinoceronte, segna il confine occidentale della False Bay (in afrikaans Valsbaai). Tale corpo d’acqua è infine delimitato a oriente da capo Hangklip, che si biforca come la lingua di un serpente in pieno oceano. L’area della False Bay, nonché i due promontori, possono suddividersi in tre aree geomorfologiche:

  • L’area del capo di Buona Speranza, comprendente anche il parco naturale della Table Mountain e la riserva naturale di Cape Point.
  • L’area delle pianure del capo (le Cape Flats).
  • L’area capo Hangklip, comprendente anche il parco naturale di Kogelberg.

Da un punto di vista puramente geologico, invece, l’area mostra tre principali sequenze rocciose, molto, molto antiche, che dominano incontrastate il panorama della False Bay e del capo di Buona Speranza.

La prima di queste successioni è il gruppo Malmesbury (per gruppo, in geologia, si intende un’associazione di formazioni) di età non inferiore ai 650 milioni di anni (precambriano superiore) e composto da rocce metamorfiche e sedimentarie.

Dettaglio dei graniti della Boulders Beach.

Nello specifico si incontrano, a grande scala, arenarie da correnti di torbida (rocce sedimentarie), ardesie (rocce metamorfiche, le famose lavagne di scuola, abbondanti anche in Italia) e grovacche (dal tedesco minerario Grauwacke, in inglese Greywacke); la grovacca è una roccia sedimentaria clastica mal cernita, un’arenaria immatura (da un punto di vista sedimentologico) e, alcuni scienziati ne sono convinti, sembrerebbe avere tra le origini anche i Lahar (dal giavanese: lava), ovvero colate di fango, di rocce piroclastiche e di acqua, lungo i fianchi dei vulcani.

Il gruppo Malmesbury include al suo interno, come fosse un corpo estraneo, la formazione dei Graniti della Penisola (Peninsula Granite Intrusion), un corpo granitico appunto, di età non inferiore ai 630 milioni di anni. Questa intrusione plutonica viene considerata una gigantesca batolite (batholith in inglese); le batoliti sono enormi strutture, estese anche per diverse migliaia di chilometri quadrati, che si generano all’interno della crosta terrestre nei processi orogenetici che portano alla formazione delle montagne, in particolare quando i processi di anatessi fondono la roccia, permettendone (in milioni di anni) la risalita crostale.

Affioramento di una parte del gruppo Malmesbury.

Un magnifico esempio di batolite è l’Half Dome, un monolite granitico nel Parco nazionale di Yosemite (U.S.A). Le batoliti granitiche dell’area del capo di Buona Speranza affiorano in maniera piuttosto estesa, ma un magnifico esempio è Seal Island, dove, da milioni di anni, gli squali bianchi pattugliano in un continuo anello della morte i fondali dell’isolotto.

La terza macro successione rocciosa presente nell’area è denominata gruppo della Montagna della Tavola (Table Mountain Group) che si è depositata su superficie erosiva delle due precedenti. L’età di questo gruppo è variabile tra i 360 e i 540 milioni di anni. Alcune delle rocce del suddetto gruppo sono ben visibili sul versante orientale della penisola, lungo la strada che raggiunge la riserva di Cape Point.

Sequenza arenacea alla base del capo di Buona Speranza.

Questo gruppo è composto da sequenze ben precise che, in maniera sommaria, mostrano le seguenti rocce: si hanno arenarie marroni e nere, peliti rosa, argille laminate marroni, arenarie quarzose (ben visibili sulle scogliere a reggipoggio a picco sull’oceano), e, infine, da particolarissime tilliti ben litificate (tra le più rare al mondo) dovute a processi sedimentari dei ghiacciai (depositi di morene).

Queste tilliti sudafricane (insieme ad altri depositi antichissimi sparsi nel mondo) sembrerebbero essere tra gli elementi di base di una teoria scientifica (The Snowball Earth, letteralmente terra a palla di neve) secondo la quale, circa 500 milioni di anni fa, la temperatura della terra si abbassò tanto da provocarne una vera e propria glaciazione, anzi, secondo alcuni scienziati americani, sembrerebbero esserci state ripetute glaciazioni tra i 500 e i 950 milioni di anni fa.

Grazie per l’attenzione… Alcuni video li trovate qui

Aaronne Colagrossi.

Titanic: quintessenza di un simbolo.

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Il titanico relitto ormai riposa nel buio abissale e silenzioso dell’immenso oceano Atlantico settentrionale, a profondità proibitive, dove fluttuano migliaia di microscopiche creature, capaci di sopportare pressioni straordinarie, nonostante al tatto siano molli e i loro corpi bianchi e trasparenti ricordino alieni di un altro mondo.

L’immenso puzzle costituito dai frammenti del relitto copre un’area di 400 ettari di fondale oceanico melmoso. Nella ruggine batterica prosperano i funghi, mentre altre forme di vita primordiali si aggirano come fantasmi tra i ponti di quello che è divenuto un vero e proprio emblema: il transatlantico RMS Titanic, classe Olympic, della White Star Line, affondato il 15 aprile 1912.

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RMS Titanic.

Il geologo Robert Ballard e Jean-Louis Michel ritrovarono il relitto nel 1985 a bordo del batiscafo Alvin, in quella che è stata una delle spedizioni d’avventura più ambiziose della storia del mare. James Cameron e Paul-Henry Nargeolet, negli ultimi vent’anni, hanno ottenuto immagini decisamente più nitide con le loro spedizioni su quel tratto di piana abissale.

Purtroppo ottenere una visione completa dell’intero areale su cui giace il relitto è ancora un’impresa piuttosto complessa; si ha come la sensazione di guardare le spoglie della nave attraverso un buco della serratura.

Eppure nel 2010 la Woods Hole Oceanographic Institution (WHOI) ha finanziato una spedizione costata parecchi milioni di dollari. Da questa spedizione è stato possibile mappare il fondo marino con sonar a scansione laterale e con l’ausilio di tre specifici veicoli sottomarini.

La grande mappa elaborata assomiglia a un territorio lunare e mostra rilievi, crateri e dune come quelle del deserto. Difatti le correnti abissali, dei veri e propri fiumi sottomarini che scorrono nel corpo oceanico, spostano continuamente sedimenti, creando delle dune talvolta di altezza pari a quella del relitto (come afferma il capo progetto).

Uno dei piloti sommergibili lancia una battuta: «Prima di questa esplorazione sonar a tappeto, analizzare il Titanic era come sforzarsi di capire come fosse fatta Manhattan a mezzanotte sotto un temporale, avendo solo una torcia».

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Mappa sonar elaborata dalla Woods Hole Oceanographic Institution nel 2010. Mostra 400 ettari di fondale marino in cui sono sparsi i resti del Titanic; a sinistra si vede il troncone di prua, mentre a destra il troncone di poppa, con il coronamento rivolto a sinistra, invece che a destra, che dimostra la spirale subita negli abissi.

La domanda però permane: perché a distanza di un secolo e passa, l’umanità investe ancora milioni di dollari, cervelli e tecnologie avanzate, per questa sorta di cimitero di metallo a 3787 metri di profondità? Dove la pressione supera i 370 chili al centimetro quadro?

Probabilmente il fascino del Titanic è dovuto alla fine che ha subito: una tragedia epocale. Tutto quello che riguarda questo transatlantico sembra avere un che di esagerato: era grande, era lussuoso, è affondato a causa di un iceberg gigantesco, per di più in acque fredde e abissali. Ma non solo: che dire delle centinaia di persone a bordo il cui destino rimase incatenato a quella titanica massa di ferro? In sole due ore e quaranta minuti andò in scena una tragedia che coinvolse quasi 2250 persone (le liste precise dei passeggeri andarono perdute).

La maggioranza delle persone cercò di avere un comportamento onorevole, salvando donne e bambini; escludendo il codardo che si travestì da donna per salire sulle scialuppe, o il giapponese che saltò su una scialuppa ed ebbe un ritorno disonorevole in patria.

Il capitano Edward John Smith rimase a bordo; il comandante è sempre l’ultimo ad abbandonare la nave (Francesco Schettino a parte). L’orchestra continuò a suonare finché poté, la sala radio rimase connessa fino all’ultimo, per mandare segnali di soccorso.

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John Edward Smith, comandante dell’RMS Titanic.

Che dire della nave Californian, un piroscafo britannico che sostava a sole dieci miglia e non intervenne? Avrebbe potuto salvare tutti i passeggeri, che invece morirono d’ipotermia a causa dell’eccessiva distanza della nave Carpathia, che intervenne dopo 4 ore, poiché distava 50 miglia dal Titanic.

Tutto sembra una danza macabra, con la grande mietitrice che aleggia come un mostro marino pronto a falciare e divorare la nave inaffondabile nelle gelide acque dell’Atlantico settentrionale.

Eppure c’è qualche altra cosa! Persino oltre le centinaia di morti umane.

C’è un sogno infranto, come disse James Cameron, il celebre regista/esploratore che realizzò il film colossal nel 1997.

Il regista continua, durante un’intervista.

«C’è un sogno infranto per l’illusione di una società organizzata, il tutto condito dal progresso tecnologico con cui era stato costruito il Titanic. C’erano speranze su quella nave, nonostante l’Europa galoppasse velocemente verso una guerra di proporzioni catastrofiche. Nel primo Novecento furono scoperte meraviglie su meraviglie; sembrava non esserci fine. Ma con il Titanic crollò tutto.»

Dopo una lunga pausa, quasi triste, Cameron riprende con nuovo vigore, allargando le mani: «Quel relitto è qualcosa di straordinario, una strana combinazione di vita biologica e ferro. C’è qualcosa di soprannaturale nel vederlo adagiato negli abissi; si ha davvero l’impressione di vedere qualcosa che sia finito all’inferno. Ci si sente connessi alla tragedia, quello è un posto dove sono morte tantissime persone. Vedere tutto questo sparire nel nulla dopo solo quattro giorni dalla partenza, dà un fascino sinistro al relitto».

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La prua del Titanic. Spedizione 2004.

Nel 2001 Cameron ritornò negli abissi per girare un documentario tecnico atto a scoprire tutte le aree interne del relitto non ancora esplorate: dalle cabine, alla sala macchina, ai dormitori prodieri dei fuochisti, al bagno turco e ai ponti, documentando e catalogando centinaia di oggetti; nonché visitando la sezione poppiera, dove le caldaie, nonostante la pressione e l’impatto col fondo, sono rimaste saldamente imbullonate al troncone.

Nelle immagini dei ROV progettati dal fratello del celebre regista, le macchine appaiono come due gigantesche sfingi a guardia di un sepolcro inviolabile. I due ROV, soprannominati Jake ed Elwood (in riferimento ai Blues Brothers), hanno esplorato anfratti mai visti o toccati da quell’ultima maledetta notte.

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Nell’immagine superiore le due macchine mastodontiche del Titanic come appaiono oggi nella sezione del troncone di poppa. Nell’immagine centrale il sommergibile Mir 1, ripreso dal Mir 2, si avvicina a una delle eliche del Titanic. Nella terza immagine in basso si vede una foto scattata nel 1912; le gigantesche eliche dell'”Inaffondabile” in cantiere prima del varo.

L’attore Bill Paxton (purtroppo tragicamente scomparso lo scorso febbraio) fu trascinato dal regista, in qualità di amico, nella spedizione sottomarina; dopo la prima immersione commentò così le sue emozioni: «Al di là dell’aspetto romantico del Titanic, una domanda che mi pongo è: le persone che conosco avrebbero davvero avuto il coraggio di salutare i propri cari sapendo che stavano morendo? Come mi sarei comportato con i miei figli e mia moglie?».

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Da sinistra James Cameron (regista/esploratore) e Bill Paxton (attore) a 3780 metri di profondità.

James Cameron oggi fa parte anche del team di ricerche internazionali con il quale sta analizzando, da un punto di vista tecnico, la gigantesca scena del delitto del Titanic.

Si potrebbe pensare che la nave, dopo essersi spezzata in due, si sia adagiata sul fondale dopo trenta minuti circa di caduta libera. Non fu così. La scena fu raccapricciante e gli ultimi momenti di questa bella nave furono davvero violenti.

Ma come andarono le cose?

Alle 23.40 il Titanic urtò dal lato di dritta, a proravia, un iceberg. L’impattò deformò permanentemente circa 90 metri di carena, squarciando come burro sei compartimenti stagni prodieri.

L’affondamento era inevitabile.

Tuttavia pare che ci fu un’accelerazione nel processo di affondamento causato da alcuni uomini che aprirono il portello della murata di sinistra, allo scopo di caricare le lance da un’altezza inferiore. Il tentativo fallì, poiché la nave presentava già una lieve inclinazione a sinistra nelle prime fasi dell’affondamento, il portello cominciò ad allagarsi all’1.50 del mattino.

Alle 2.05 la sezione poppiera era ormai fuori dall’acqua, con le gigantesche eliche sospese sul mare nero. Fu messa in mare l’ultima scialuppa.

Alle 2.18 il Titanic, a causa delle incredibili sollecitazioni a mezzanave, e la prua ormai sommersa, si spezzò in due. James Cameron e il disegnatore tecnico Ken Marschall sostengono che si spezzò in un preciso punto dove era collocato un pozzo di aerazione della sala macchine; questo elemento strutturale rompeva la continuità strutturale interna.

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Un disegno che raffigura il Titanic nel momento in cui si spezza in due.

Il troncone della prua s’inabissò, acquistando velocità e perdendo i fumaioli nel tragitto; non furono mai ritrovati, si pensa che siano stati trasportati dalle correnti, lontano dall’area di affondamento.

Dopo circa cinque minuti la prua impattò con il fondo argilloso degli abissi; l’impatto fu talmente violento che ancora oggi sono visibili i solchi degli oggetti espulsi come proiettili.

La poppa ebbe un destino ancora più tragico; separata dalla prua, s’inabisso in una spirale diabolica a causa della scarsa idrodinamicità. Nella sua folle discesa la pressione compresse il troncone poppiero quasi completamente, deformandolo e distruggendo i ponti e i compartimenti. Arrivò sul fondo che era ormai irriconoscibile, eccetto che per il coronamento.

Le immagine sonar in basso parlano da sole.

Titanic_quitessenza di un simbolo perduto

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Mappe sonar elaborate nel 2010.  La prima in alto mostra il troncone di prua, vista laterale fiancata di dritta. Il pulpito prodiero è a destra. L’immagine centrale mostra il troncone di prua visto dall’alto. L’ultima in basso mostra il troncone di poppa deformato, il coronamento è sul lato sinistro.

Un membro del team della Woods Hole scherza in merito: «Per decifrare il relitto della poppa bisogna essere dei fanatici di Picasso».

1496 persone morirono di ipotermia mentre galleggiavano nei loro salvagente di sughero; ma ci furono tantissime persone trascinate vive negli abissi. Molti di loro erano migranti che viaggiavano in terza classe per rifarsi una vita in America.

Viene da chiedersi come vissero quei momenti, mentre migliaia di tonnellate di ferro vibravano intorno a loro, e si squarciavano, e le cabine si allagavano, e l’acqua gelida trafiggeva i loro corpi, e la pressione sembrava far esplodere le loro teste…

Il presidente della White Star Line, Joseph Bruce Ismay, fu il responsabile per aver ordinato l’installazione di un minor numero di scialuppe di salvataggio. Egli si comportò come un codardo, salendo su una delle scialuppe, come se niente fosse. Thomas Andrews Jr, il progettista della nave, invece, preferì affondare con essa.

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Joseph Bruce Ismay, presidente della White Star Line.
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Thomas Andrews Jr. Ingegnere.

Bill Paxton, mentre era a bordo, pone l’interrogativo a Cameron e Marschall: «Chi si sentì peggio? Ismay per non aver autorizzato un maggior numero di scialuppe a bordo, o Andrews per non aver osteggiato tale richiesta con maggior fermezza, in quanto responsabile diretto delle progettazione?».

Cameron replica enigmatico: «Le morti pesano sulla coscienza, questa è l’unica cosa certa».

Paxton allarga le braccia. «Tutto si riduce a un interrogativo: che cosa avremmo fatto noi?»

È l’11 settembre 2001 e Cameron si trova sul fondo dell’Atlantico (1000 miglia a ovest le Torri Gemelle stavano affondando nel cuore di Manhattan, invece). Il regista manovra abilmente il Joystick del Remotely Operated Vehicle (ROV); il batiscafo russo da alta profondità Mir si blocca ed Elwood avanza lasciandosi dietro il suo cavo a fibra ottica, come Teseo.

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Il sommergibile russo Mir 1, utilizzato da James Cameron nelle sue spedizioni abissali.

La scala principale, bellissima nella sua lavorazione, interamente a mano, è andata distrutta; tuttavia nel 2010 la WHOI ha identificato la cupola che la ricopriva, sbalzata nell’impatto a decine di metri.

Il vuoto lasciato dalla scala si apre come un’orbita vuota di un mostro in decomposizione; il gigantesco pozzo ha permesso ai ROV di Cameron, e a quelli della WHOI in seguito, di penetrare nel relitto e nelle cabine per parecchie decine di metri.

«Ci sono tre milioni di chili al metro quadrato di pressione», sogghigna Mike Cameron (fratello di James), «è pazzesco!»

«Oggi il Titanic appare come una vecchia scogliera abbandonata.» Replica il regista, non mollando un secondo lo sguardo dal monitor, le due videocamere frontali di Elwood si muovono come occhi attraverso il relitto; appaiono sale decorate e letti metallici ribaltati nell’impatto. «Chissà se in uno di questi letti di ottone dormì Margaret “Molly” Brown?»

Il ROV Jake invece esplora la fiancata di sinistra, verso proravia, il mini sommergibile sembra un calabrone che vola intorno allo scheletro di una gigantesca balena. L’ancora da 15 tonnellate pende dalla fiancata, poco in basso ci sono delle scale di acciaio, staccatesi dalla prua nell’impatto.

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I due mini sommergibili Jake ed Elwood davanti la prua del sommergibile Mir 1.

La ruggine ricopre ogni cosa con delle lunghe stalattiti gommose; ma non sono altro che colonie di batteri. Vengono definiti rusticles (dall’inglese rust, ovvero ruggine); nel 2010 scienziati canadesi e spagnoli della WHOI hanno identificato finalmente questi batteri, battezzandoli Halomonas titanicae.

Elwood risale dal pozzo della scala e gira lungo la passeggiata di prima classe, il miliardario John Jacob Astor IV fece passare la moglie incinta proprio da quelle finestre, caricandola sulla scialuppa. Lui rimase a bordo e morì.

Jake si libra sul relitto, passando vicino all’unica gru rimasta intatta (se ne usavano due per le scialuppe), probabilmente fu usata per la scialuppa in cui trovò posto Ismay.

Le immagini riportate dalla spedizione della WHOI sono straordinarie e le ricostruzioni sonar gettano luce sul relitto del Titanic.

Le spedizioni di Cameron, invece, hanno permesso di visitare il 65% degli interni del relitto: mostrando vetrate artistiche fabbricate a mano, rivestimenti di mogano, lampadari di cristallo, lavorazioni in ferro battuto nelle ascensori, specchi d’argento e tantissimi altri oggetti.

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Cabina rinvenuta da Cameron (sx), come appariva nel 1912 (dx).

Quello del Titanic era il viaggio inaugurale, quindi gli interni non erano stati tutti fotografati; Cameron basò le sue ricostruzioni nel film omonimo, basandosi sulla nave gemella, l’Olympic. «Adesso so quali scene del film erano fedeli, e quali no.» Scherza.

Ma ci sono anche migliaia di oggetti che ricordano le vittime, i cui corpi e scheletri sono stati ormai decomposti dai microrganismi abissali. Ci sono armadi aperti, con vestiti, oppure, come nel caso di Henry Harper del ponte D, c’è ancora la bombetta di feltro che usò quella notte, quando poi decise di tornare in cabina, per aspettare la morte.

Cappello recuperato dal Titanic.

Nella sala radio Jake riprende l’ultimo settaggio sugli strumenti di soccorso, prima che gli operatori venissero trascinati negli abissi gelidi. I due tecnici staccarono la corrente prima dell’arrivo dell’acqua, ma questo si è scoperto solo dopo queste sequenze di immagini.

L’ultimo cadavere ritrovato in mare fu portato a Terranova, era l’8 giugno del 1912, quasi due mesi dopo il naufragio. Il mare vomitò sulle spiagge dell’isola rottami di ferro e di legno per molti altri mesi ancora, comprese sedie da sole e pannelli pitturati.

Alcuni anni prima della tragedia, Guglielmo Marconi costruì una stazione radio a Cape Race, un desolato promontorio roccioso a sud di Saint John. Il radiotelegrafista quattordicenne Jim Myrick fu il primo a ricevere il messaggio di soccorso del Titanic.

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L’iceberg che impattò col Titanic; fotografato qualche giorno dopo dal marinaio Stephen Rehorek.

All’inizio il transatlantico trasmise un CQD, in base alla normativa vigente all’epoca, solo successivamente trasmise un segnale diverso e usato raramente: un SOS. E furono i due tecnici a bordo a farlo, da appassionati quali erano. Così facendo salvarono più di 700 persone, poiché il Carpathia lesse proprio quell’SOS.

È una cosa strana pensare che la nave più veloce, più potente e più avanzata dell’epoca, con un nome grande e ambizioso, come la sua inaffondabilità, sia stato spezzato da qualcosa di atavico e lento come il ghiaccio groenlandese, tra i più antichi.

L’elegante transatlantico d’epoca edoardiana è oggi una sorta di caverna sommersa, quasi surreale. Riposa in una sorta di limbo spettrale, non appartiene più al nostro mondo, eppure al tempo stesso non è scomparso: è ancora lì, negli abissi.

Aaronne Colagrossi
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Titanic – artwork by  Ken Marschall.

Tortuga: roccaforte della pirateria.

Isola Tortuga colagrossi

L’isola della Tortuga, una vera roccaforte naturale, fu chiamata così da Cristoforo Colombo. In spagnolo la parola vuol dire tartaruga; i francesi la chiamavano Île Tortue. Il navigatore genovese la scoprì nel 1492, mentre stava circumnavigando la grande isola di Hispaniola. Colombo vide nell’alba solo le alte montagne dell’isola, che spuntavano dalla nebbia come il dorso di una tartaruga.

Isola Tortuga colagrosssi
Isola Tortuga

La Tortuga fu colonizzata da pochissimi spagnoli fino alla prima metà del diciassettesimo secolo, quando una spedizione francese strappò l’isola agli iberici con un’azione di forza.

Gli spagnoli tentarono più volte di riprendersi l’isola, ormai abitata da francesi, inglesi e cacciatori montanari provenienti dalla vicina Hispaniola, però a questo punto era troppo tardi.

Un ingegnere francese, Jean La Vasseur, che nel 1640 raggiunse la Tortuga insieme a centocinquanta francesi, dette un nuovo volto politico all’isola.

La Vasseur, dal carattere austero, ferreo, talvolta estremamente violento e cruento, ordinò immediatamente la costruzione di un forte, Fort De Rocher, che avrebbe dominato la baia antistante, utilizzata come porto naturale.

Questa baia era situata sul lato meridionale dell’isola, poiché il lato settentrionale, di natura rocciosa calcarea e aspra, non permetteva insediamenti, né tantomeno sbarchi.

Isola Tortuga oggi colagrossi
Isola Tortuga oggi

L’avvicinamento alla cittadina di Cayona era possibile solo attraverso due canali naturali di corallo, larghi circa trecento iarde, che si aprivano a “V” verso il mare aperto, con un angolo di circa centoventi gradi.

L’area divenne perfetta per la colonia, attirando ben presto bucanieri e banditi di ogni sorta e nazionalità, tutti intenti a depredare gli spagnoli e a drenare le casse dei viceré di Spagna: nascevano i “Fratelli della Costa”.

Ad ogni modo La Vasseur dette ordine di costruire la guarnigione su una forte pendenza, sulla roccia viva, a circa duecentoquaranta piedi di altezza sul livello del mare; il cortile interno ospitava anche una sorgente naturale, motivo in più della scelta. La presenza di acqua permetteva una resistenza di mesi agli eventuali assediati, a discapito degli assedianti.

I torrioni a base stellata, tipici nell’architettura europea del tempo, dominavano il lato est e ovest del presidio.

Il Fort De Rocher fu dotato di ventiquattro cannoni e l’area ai lati delle guarnigione fu pulita dagli alberi; così facendo i difensori avrebbero avuto la visuale a centottanta gradi della baia, letteralmente sotto il loro dominio.

Isola Tortuga colagrossi
Isola Tortuga

L’accesso al presidio era possibile solo attraverso un sentiero scavato nella roccia.

Insomma, una vera roccaforte inespugnabile!

Jean La Vasseur venne nominato governatore, anche se molti erano convinti che avesse ricevuto l’incarico in Europa, quindi prima di partire per la colonia del Nuovo Mondo; ad ogni modo il tiranno fu ucciso nel 1653 da due suoi luogotenenti, sdegnati del fatto che il governatore avesse rapito le loro donne, segregandole nei suoi alloggi, nella colombaia del forte, attuando ogni tipo di violenza — sessuale, fisica e morale.

Una delle donne attirò il governatore nei magazzini e gli sparò a bruciapelo con un moschetto, subito sopraggiunsero i due luogotenenti, che finirono l’uomo a colpi di daghe, come i congiuri dell’antica Roma.

Gli spagnoli nel frattempo cercarono di riprendersi la Tortuga quattro volte, senza successo.

Nel 1665, dopo le vicende legate a Jérémie Deschamps du Rausset, nonché al suo imprigionamento nella Bastiglia, fu chiamato a governare l’isola Bertrand D’Ogeron de La Bouëre, un ex militare francese. La nascente Compagnia delle Indie Occidentali francesi prese base sull’isola insieme al nuovo governatore, tuttavia i “Fratelli della Costa” non permisero alla Compagnia di prendere il pieno potere. Oltre a ciò, inizialmente, i nuovi francesi cercarono di sopprimere l’attività corsara degli isolani, ottenendo esattamente l’effetto contrario.

François l'Olonese colagrossi
François l’Olonese

I bucanieri e i filibustieri conoscevano l’isola rocciosa a menadito, scomparivano per mesi, imbarcandosi sulle navi e depredando gli spagnoli lungo le coste, per poi rientrare alla Tortuga come dei fantasmi.

Ad ogni modo D’Ogeron non cadde mai nei trucchi dei filibustieri…

Tra questi vi erano illustri tagliagole e criminali, uomini del calibro dell’Olonese, di Michele Il Basco, di Bartolomeu il Portoghese, di Edward Mansfield e di Henry Morgan, il quale, in seguito al litigio con D’Ogeron, si spostò a Port Royal.

Erano vagabondi del mare che professavano la loro libertà a colpi di cannone, di pistola e di spada; banditi con i quali non era possibile trattare, se la posta in gioco era composta da possibili centinaia di migliaia pezzi da otto in argento.

Jolly Roger colagrossi

I pirati reclamavano a gran voce il bottino. D’Ogeron, intelligentemente però (e con il favore di Luigi XIV), favorì l’attività della filibusta, elargendo false Patenti da Corsa, in accordo con il governatore Modyford di Port Royal.

In questo modo i due governatori soddisfarono le richieste dei rispettivi regnanti: arrecare danno agli spagnoli e aumentare i denari nelle casse dei re d’Inghilterra e di Francia.

Aaronne Colagrossi

Port Royal: “Sodoma del Nuovo Mondo”.

Port Royal_la Sodoma del Nuovo Mondo

La Giamaica è una vera e propria perla nel Mar dei Caraibi, nonostante sia una delle isole più grandi delle Indie Occidentali, o Antille. Il nome deriva dagli indigeni Taino, quasi sterminati dagli spagnoli, che nella loro lingua Arawak chiamavano così la grande isola: Xaymaca.

L’isola fu scoperta da Cristoforo Colombo nel 1494 e poi rivendicata in seguito come colonia spagnola. Nel 1655 l’ammiraglio William Penn strappò l’isola agli iberici con un’azione di forza.

Nella Port Royal Harbour, una grande baia naturale, sorse la colonia inglese di Port Royal.

Port Royal_la Sodoma del Nuovo Mondo
Giamaica, baia di Port Royal.

Se c’è mai stata una città del peccato nel diciassettesimo secolo, questa era senz’altro Port Royal; le cronache della seconda metà del seicento definivano questa città la “Sodoma del Nuovo Mondo”. Era opinione diffusa nella vecchia Europa che Port Royal fosse una roccaforte di manigoldi, prostitute, pederasti e banditi.

Come amavano dire a Londra: “Il potere di un governatore in Giamaica è sottile come una pergamena e altrettanto fragile”.

Nel 1666 il ruolo del governatore sir Thomas Modyford, primo baronetto, (in incarico dal 1664), con nomina del re Carlo II d’Inghilterra, era principalmente quello di occuparsi dei rapporti commerciali con l’Europa, in particolare per la canna da zucchero, di cui la Giamaica ne è ricchissima.

In seconda analisi, il governatore, sotto tacito assenso del re, forniva Patenti di Corsa, o Lettere di Marca, ai capitani di ventura per attaccare i domini spagnoli: gli Spanish Main.

Tuttavia sia Modyford che il governatore francese della Tortuga (Bertrand D’Ogeron de La Bouëre), non avrebbero mai ammesso l’esistenza della pirateria nei loro domini: “Non esistono pirati nelle Indie Occidentali ma solo falsi corsari della corona”.

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Veduta Google Earth di Port Royal e della baia.

In questo quadro geopolitico Inghilterra e Francia erano alleate, difatti Carlo II e Luigi XIV erano cugini. Si unirono per controllare e depredare i territori spagnoli ma tutto ciò portò con gli anni a scorrerie sui mari, a massacri, a violenze indicibili, a schiavitù, a devastazioni, a epidemie e alla distruzione di molte colonie.

Alle corti reali di Carlo II e Luigi XIV, questi aneddoti raccapriccianti, peraltro rigorosamente veri, suscitavano scandalo. I sovrani, di tanto in tanto, si limitavano a condannare alcuni di questi filibustieri con l’accusa di pirateria. L’impiccagione serviva solo per favorire gli ambasciatori spagnoli in Francia e Inghilterra, o per zittirli fino alla successiva spedizione da parte dei bucanieri d’America.

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Relitto di una nave della filibusta nei fondali della Port Royal Harbour.

Port Royal era un covo di pirati inglesi, filibustieri francesi, bucanieri di Hispaniola, ex militari olandesi, tedeschi, navigatori scandinavi, fuggiaschi italiani (specialmente dal Regno di Napoli), disertori spagnoli, portoghesi, commercianti di schiavi, indigeni Tainos entrarti nelle file dei capitani di ventura, schiavi africani liberati, prostitute scappate, oppure importate appositamente dall’Europa, per favorire i rapporti eterosessuali a discapito di quelli omosessuali, piuttosto frequenti sia a terra che in mare, e chi più ne ha, più ne metta.

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I filibustieri che tornavano dalle spedizioni in mare erano capaci di spendere tutto quello che avevano depredato in una sola notte, bevendo e mangiando fino allo svenimento, o pagando fior di pezzi da otto a prostitute, anche più di una, o a giovinetti da sodomizzare.

Si contava una taverna ogni dieci uomini in High Street.

Ma la potenza navale di Port Royal, amministrata dall’Inghilterra, e della vicina isola della Tortuga, amministrata principalmente dalla Francia (e nominalmente anche dalla Compagnia francese delle Indie Occidentali, apparentemente impotente al potere dei pirati), stava proprio nella loro composizione multietnica nonché in quella che gli europei definivano: “Abominevole democrazia”.

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Antica mappa di Port Royal.

Ciò era particolarmente sentito a bordo delle navi dei “Fratelli della Costa”, dove vigevano regole molto ferree sulla spartizione dei bottini, sulle percentuali da dare al governatore, al capitano, al timoniere, o a coloro che ricevevano ferite e mutilazioni in battaglie e scontri, durante le spedizioni naturalmente.

Agli occhi di Luigi XIV e Carlo II, il primo motivo di approvazione della pirateria delle Indie Occidentali era il fatto che i filibustieri dessero filo da torcere agli spagnoli e agli olandesi, tuttavia alle loro corti essi stessi non amavano molto parlare della “Questione della filibusta”, soprattutto quando le spedizioni non ottenevano il successo sperato. In termini economici s’intende.

Il lato economico era il secondo motivo di consenso alla pirateria, anzi si potrebbe osare definirlo il principale comburente dell’attività anglo-francese nei Caraibi.

I filibustieri rubavano tonnellate di oro, preziosi e merci varie che, miracolosamente, riapparivano a Londra e a Parigi dopo parecchi mesi, con grande disappunto e nervosismo da parte degli ambasciatori spagnoli, che non potevano fare altro che lagnarsi con Carlo e Luigi. Sul finire degli anni ottanta del 1600 la pirateria cominciò a non essere più ben vista, nonostante si organizzassero ancora spedizioni in maniera ufficiosa, col rischio del capestro, date le nuove leggi anti-pirateria promulgate.

Tuttavia uno spettro apparve all’orizzonte.

Il 7 giugno 1692 la Giamaica fu colpita da un violentissimo terremoto. Port Royal venne quasi completamente distrutta dall’onda di maremoto, di proporzioni bibliche.

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La Giamaica nel terremoto del 1692.

L’intera città portuale fondava su un banco di sabbia, conosciuto come Tombolo, o Palisadoes, in antico portoghese; questo bedrock liquefò letteralmente. Le cronache raccontano di tre onde tsunami in successiva sequenza che, unite alla liquefazione, fecero sprofondare gran parte della città sott’acqua.

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Fort Charles. Port Royal. Mura inclinate a seguito della liquefazione del sottosuolo.

Morte e distruzione s’impadronirono di quelle terre; perirono quasi tremila persone nel cataclisma, cui seguirono epidemie dovute alle centinaia di cadaveri in decomposizione sotto le macerie. Le malattie uccisero, si stima, altre duemila persone.

L’Atto di Dio fu invocato dall’Europa. L’Onnipotente aveva distrutto la “Sodoma del Nuovo Mondo”, infierì la Chiesa di Roma, stolidamente supportata dagli stati europei.

La filibusta aveva comunque perso il suo quartier generale: Port Royal.

Un’epopea era finita.

Aaronne Colagrossi

Il Vecchio Swan.

Il vecchio Swan.

Il vecchio Swan aveva circa ottantaquattro anni, ma era ancora robusto e con lunghi capelli neve, che incorniciavano un viso largo e severo, quasi saggio. Era sempre di buon umore e piuttosto generoso, soprattutto verso i giovanissimi dell’equipaggio, mozzi di quindici anni. Beveva poco, o di rado, e aveva servito in gioventù nell’esercito inglese; era molto coraggioso, tuttora, nonostante l’età.

Sapeva maneggiare molto bene le lunghe pistole, ma non i moschetti, che trovava poco pratici. Era in mare da ormai quarant’anni, da quando aveva lasciato l’esercito, non aveva mai sofferto il mal di mare, anche nelle peggiori tempeste, né altre malattie, che abbondavano nelle Indie Occidentali, come malaria e dissenteria.

Da William Dampier. Memorie di un bucaniere.

Aaronne Colagrossi

 

Il caso dell’omicidio, del braccio e dello squalo.

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Nella mia lunga “carriera” di appassionato di squali, che iniziò nel lontanissimo 1983, lessi su un famoso libro una faccenda riguardante gli squali, anzi uno squalo, che mi colpì immediatamente: il caso dell’omicidio, del braccio e dello squalo.

Le leggende e le storie che circondano gli squali sono talmente tante che la maggior parte sconfinano oltre i confini della ragione – e di parecchio – andando a finire in quell’immenso calderone da cui pescano personaggi meschini, per produrre e sceneggiare film come Sharknado.

Tuttavia qualche volta alcune storie sono reali e davvero inquietanti, è il caso dell’omicidio, del braccio e dello squalo.

La storia ebbe luogo in Australia e iniziò il 18 aprile 1935.

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Il pescatore Albert Hobson partì per recuperare una lenza al largo della costa di Sidney. Recuperando la lenza, Hobson si rese immediatamente conto di aver preso qualcosa di grosso: uno squalo tigre di quasi quattro metri, ancora vivo, e un piccolo squalo parzialmente divorato.

Il pescatore cercò di sistemare al meglio il grande squalo tigre e lo rimorchiò fino alla vicina spiaggia dove, tempestivamente (prima di indurre lo squalo nella morte), decise di trasferirlo all’acquario di Cogee.

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Il grande squalo tigre nella vasca.

Le folle si accalcarono all’acquario per vedere il grande predatore, il quale visse felicemente per parecchi giorni, mangiando con appetito tutto ciò che gli operatori gli davano.

Un bel giorno, il 25 aprile, lo squalo cominciò a non accettare più il cibo; iniziò a nuotare in maniera strana, sbattendo contro le pareti della vasca, o a girare in tondo.

Dopo una mezz’oretta dall’aver assunto questo comportamento anomalo, lo squalo tigre rigurgitò un braccio umano, gettando la folla di spettatori nel panico totale.

Il dottor Victor Coppleson fu immediatamente contattato e la polizia prese in carico il braccio, su cui spiccava un vistoso tatuaggio.

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Il braccio rigurgitato dallo squalo tigre.

Il tatuaggio riportava due pugili in lotta e apparteneva a un uomo di corporatura molto muscolosa.

L’analisi di Coppleson rilevò che il braccio non era stato asportato dallo squalo ma che era stato staccato di netto, per opera di una sega – molto probabilmente. Sui quotidiani apparve la foto del tatuaggio, in modo da sperare che qualcuno identificasse la vittima.

Il fratello della vittima infine identificò il tatuaggio: James Smith.

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James Smith, la vittima.

Nel frattempo lo squalo si era ammalato gravemente; le autorità dell’acquario dovettero procedere nella soppressione del grande animale.

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Dall’autopsia emersero i pezzi dell’altro squalo, rinvenuto da Hobson alla sua lenza, e resti di pesci.

La polizia arrestò un certo Patrick Brady e interrogò un tale Reginald Holmes, il quale fu ritrovato molti giorni dopo con una pallottola in testa, nei pressi della baia di Sidney; ma sopravvisse miracolosamente a causa di un appiattimento della pallottola calibro 32 sulla fronte.

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Reginald Holmes.

Holmes testimoniò contro Brady, il quale però lo fece uccidere (o lo fece lui stesso, e definitivamente) l’11 giugno, con tre colpi di pistola al petto.

James Smith era stato coinvolto, con Brady e Holmes, in traffici illeciti e truffe assicurative.

Nei processi successivi il pubblico ministero portò le blande prove dell’omicidio ai danni di Smith, fatto a pezzi subito dopo la morte; le varie parti furono messe in un fusto di latta, eccetto il braccio che non vi entrava.

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Fu così gettato in mare legato a un peso.

Pare che fu lo squalo più piccolo a ingoiare il braccio e, successivamente, che fosse stato attaccato dallo squalo tigre e parzialmente divorato con tutto il braccio, in questa sorta di matrioska grottesca.

Dopo tre processi Brady fu rilasciato per insufficienza di prove; morì trent’anni dopo all’età di 76 anni.

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Patrick Brady.

Il caso dell’omicidio, del braccio e dello squalo (The Shark Arm Case), è una vera leggenda in Australia, tutt’oggi.

Nel 2003 un episodio di CSI: Miami fu sceneggiato basandosi su questo inquietante caso australiano.

Aaronne Colagrossi.