Titanic: quintessenza di un simbolo.

Il titanico relitto ormai riposa nel buio abissale e silenzioso dell’immenso oceano Atlantico settentrionale, a profondità proibitive, dove fluttuano migliaia di microscopiche creature, capaci di sopportare pressioni straordinarie, nonostante al tatto siano molli e i loro corpi bianchi e trasparenti ricordino alieni di un altro mondo.

L’immenso puzzle costituito dai frammenti del relitto copre un’area di 400 ettari di fondale oceanico melmoso. Nella ruggine batterica prosperano i funghi, mentre altre forme di vita primordiali si aggirano come fantasmi tra i ponti di quello che è divenuto un vero e proprio emblema: il transatlantico RMS Titanic, classe Olympic, della White Star Line, affondato il 15 aprile 1912.

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RMS Titanic.

Il geologo Robert Ballard e Jean-Louis Michel ritrovarono il relitto nel 1985 a bordo del batiscafo Alvin, in quella che è stata una delle spedizioni d’avventura più ambiziose della storia del mare. James Cameron e Paul-Henry Nargeolet, negli ultimi vent’anni, hanno ottenuto immagini decisamente più nitide con le loro spedizioni su quel tratto di piana abissale.

Purtroppo ottenere una visione completa dell’intero areale su cui giace il relitto è ancora un’impresa piuttosto complessa; si ha come la sensazione di guardare le spoglie della nave attraverso un buco della serratura.

Eppure nel 2010 la Woods Hole Oceanographic Institution (WHOI) ha finanziato una spedizione costata parecchi milioni di dollari. Da questa spedizione è stato possibile mappare il fondo marino con sonar a scansione laterale e con l’ausilio di tre specifici veicoli sottomarini.

La grande mappa elaborata assomiglia a un territorio lunare e mostra rilievi, crateri e dune come quelle del deserto. Difatti le correnti abissali, dei veri e propri fiumi sottomarini che scorrono nel corpo oceanico, spostano continuamente sedimenti, creando delle dune talvolta di altezza pari a quella del relitto (come afferma il capo progetto).

Uno dei piloti sommergibili lancia una battuta: «Prima di questa esplorazione sonar a tappeto, analizzare il Titanic era come sforzarsi di capire come fosse fatta Manhattan a mezzanotte sotto un temporale, avendo solo una torcia».

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Mappa sonar elaborata dalla Woods Hole Oceanographic Institution nel 2010. Mostra 400 ettari di fondale marino in cui sono sparsi i resti del Titanic; a sinistra si vede il troncone di prua, mentre a destra il troncone di poppa, con il coronamento rivolto a sinistra, invece che a destra, che dimostra la spirale subita negli abissi.

La domanda però permane: perché a distanza di un secolo e passa, l’umanità investe ancora milioni di dollari, cervelli e tecnologie avanzate, per questa sorta di cimitero di metallo a 3787 metri di profondità? Dove la pressione supera i 370 chili al centimetro quadro?

Probabilmente il fascino del Titanic è dovuto alla fine che ha subito: una tragedia epocale. Tutto quello che riguarda questo transatlantico sembra avere un che di esagerato: era grande, era lussuoso, è affondato a causa di un iceberg gigantesco, per di più in acque fredde e abissali. Ma non solo: che dire delle centinaia di persone a bordo il cui destino rimase incatenato a quella titanica massa di ferro? In sole due ore e quaranta minuti andò in scena una tragedia che coinvolse quasi 2250 persone (le liste precise dei passeggeri andarono perdute).

La maggioranza delle persone cercò di avere un comportamento onorevole, salvando donne e bambini; escludendo il codardo che si travestì da donna per salire sulle scialuppe, o il giapponese che saltò su una scialuppa ed ebbe un ritorno disonorevole in patria.

Il capitano Edward John Smith rimase a bordo; il comandante è sempre l’ultimo ad abbandonare la nave (Francesco Schettino a parte). L’orchestra continuò a suonare finché poté, la sala radio rimase connessa fino all’ultimo, per mandare segnali di soccorso.

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John Edward Smith, comandante dell’RMS Titanic.

Che dire della nave Californian, un piroscafo britannico che sostava a sole dieci miglia e non intervenne? Avrebbe potuto salvare tutti i passeggeri, che invece morirono d’ipotermia a causa dell’eccessiva distanza della nave Carpathia, che intervenne dopo 4 ore, poiché distava 50 miglia dal Titanic.

Tutto sembra una danza macabra, con la grande mietitrice che aleggia come un mostro marino pronto a falciare e divorare la nave inaffondabile nelle gelide acque dell’Atlantico settentrionale.

Eppure c’è qualche altra cosa! Persino oltre le centinaia di morti umane.

C’è un sogno infranto, come disse James Cameron, il celebre regista/esploratore che realizzò il film colossal nel 1997.

Il regista continua, durante un’intervista.

«C’è un sogno infranto per l’illusione di una società organizzata, il tutto condito dal progresso tecnologico con cui era stato costruito il Titanic. C’erano speranze su quella nave, nonostante l’Europa galoppasse velocemente verso una guerra di proporzioni catastrofiche. Nel primo Novecento furono scoperte meraviglie su meraviglie; sembrava non esserci fine. Ma con il Titanic crollò tutto.»

Dopo una lunga pausa, quasi triste, Cameron riprende con nuovo vigore, allargando le mani: «Quel relitto è qualcosa di straordinario, una strana combinazione di vita biologica e ferro. C’è qualcosa di soprannaturale nel vederlo adagiato negli abissi; si ha davvero l’impressione di vedere qualcosa che sia finito all’inferno. Ci si sente connessi alla tragedia, quello è un posto dove sono morte tantissime persone. Vedere tutto questo sparire nel nulla dopo solo quattro giorni dalla partenza, dà un fascino sinistro al relitto».

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La prua del Titanic. Spedizione 2004.

Nel 2001 Cameron ritornò negli abissi per girare un documentario tecnico atto a scoprire tutte le aree interne del relitto non ancora esplorate: dalle cabine, alla sala macchina, ai dormitori prodieri dei fuochisti, al bagno turco e ai ponti, documentando e catalogando centinaia di oggetti; nonché visitando la sezione poppiera, dove le caldaie, nonostante la pressione e l’impatto col fondo, sono rimaste saldamente imbullonate al troncone.

Nelle immagini dei ROV progettati dal fratello del celebre regista, le macchine appaiono come due gigantesche sfingi a guardia di un sepolcro inviolabile. I due ROV, soprannominati Jake ed Elwood (in riferimento ai Blues Brothers), hanno esplorato anfratti mai visti o toccati da quell’ultima maledetta notte.

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Nell’immagine superiore le due macchine mastodontiche del Titanic come appaiono oggi nella sezione del troncone di poppa. Nell’immagine centrale il sommergibile Mir 1, ripreso dal Mir 2, si avvicina a una delle eliche del Titanic. Nella terza immagine in basso si vede una foto scattata nel 1912; le gigantesche eliche dell'”Inaffondabile” in cantiere prima del varo.

L’attore Bill Paxton (purtroppo tragicamente scomparso lo scorso febbraio) fu trascinato dal regista, in qualità di amico, nella spedizione sottomarina; dopo la prima immersione commentò così le sue emozioni: «Al di là dell’aspetto romantico del Titanic, una domanda che mi pongo è: le persone che conosco avrebbero davvero avuto il coraggio di salutare i propri cari sapendo che stavano morendo? Come mi sarei comportato con i miei figli e mia moglie?».

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Da sinistra James Cameron (regista/esploratore) e Bill Paxton (attore) a 3780 metri di profondità.

James Cameron oggi fa parte anche del team di ricerche internazionali con il quale sta analizzando, da un punto di vista tecnico, la gigantesca scena del delitto del Titanic.

Si potrebbe pensare che la nave, dopo essersi spezzata in due, si sia adagiata sul fondale dopo trenta minuti circa di caduta libera. Non fu così. La scena fu raccapricciante e gli ultimi momenti di questa bella nave furono davvero violenti.

Ma come andarono le cose?

Alle 23.40 il Titanic urtò dal lato di dritta, a proravia, un iceberg. L’impattò deformò permanentemente circa 90 metri di carena, squarciando come burro sei compartimenti stagni prodieri.

L’affondamento era inevitabile.

Tuttavia pare che ci fu un’accelerazione nel processo di affondamento causato da alcuni uomini che aprirono il portello della murata di sinistra, allo scopo di caricare le lance da un’altezza inferiore. Il tentativo fallì, poiché la nave presentava già una lieve inclinazione a sinistra nelle prime fasi dell’affondamento, il portello cominciò ad allagarsi all’1.50 del mattino.

Alle 2.05 la sezione poppiera era ormai fuori dall’acqua, con le gigantesche eliche sospese sul mare nero. Fu messa in mare l’ultima scialuppa.

Alle 2.18 il Titanic, a causa delle incredibili sollecitazioni a mezzanave, e la prua ormai sommersa, si spezzò in due. James Cameron e il disegnatore tecnico Ken Marschall sostengono che si spezzò in un preciso punto dove era collocato un pozzo di aerazione della sala macchine; questo elemento strutturale rompeva la continuità strutturale interna.

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Un disegno che raffigura il Titanic nel momento in cui si spezza in due.

Il troncone della prua s’inabissò, acquistando velocità e perdendo i fumaioli nel tragitto; non furono mai ritrovati, si pensa che siano stati trasportati dalle correnti, lontano dall’area di affondamento.

Dopo circa cinque minuti la prua impattò con il fondo argilloso degli abissi; l’impatto fu talmente violento che ancora oggi sono visibili i solchi degli oggetti espulsi come proiettili.

La poppa ebbe un destino ancora più tragico; separata dalla prua, s’inabisso in una spirale diabolica a causa della scarsa idrodinamicità. Nella sua folle discesa la pressione compresse il troncone poppiero quasi completamente, deformandolo e distruggendo i ponti e i compartimenti. Arrivò sul fondo che era ormai irriconoscibile, eccetto che per il coronamento.

Le immagine sonar in basso parlano da sole.

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Mappe sonar elaborate nel 2010.  La prima in alto mostra il troncone di prua, vista laterale fiancata di dritta. Il pulpito prodiero è a destra. L’immagine centrale mostra il troncone di prua visto dall’alto. L’ultima in basso mostra il troncone di poppa deformato, il coronamento è sul lato sinistro.

Un membro del team della Woods Hole scherza in merito: «Per decifrare il relitto della poppa bisogna essere dei fanatici di Picasso».

1496 persone morirono di ipotermia mentre galleggiavano nei loro salvagente di sughero; ma ci furono tantissime persone trascinate vive negli abissi. Molti di loro erano migranti che viaggiavano in terza classe per rifarsi una vita in America.

Viene da chiedersi come vissero quei momenti, mentre migliaia di tonnellate di ferro vibravano intorno a loro, e si squarciavano, e le cabine si allagavano, e l’acqua gelida trafiggeva i loro corpi, e la pressione sembrava far esplodere le loro teste…

Il presidente della White Star Line, Joseph Bruce Ismay, fu il responsabile per aver ordinato l’installazione di un minor numero di scialuppe di salvataggio. Egli si comportò come un codardo, salendo su una delle scialuppe, come se niente fosse. Thomas Andrews Jr, il progettista della nave, invece, preferì affondare con essa.

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Joseph Bruce Ismay, presidente della White Star Line.
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Thomas Andrews Jr. Ingegnere.

Bill Paxton, mentre era a bordo, pone l’interrogativo a Cameron e Marschall: «Chi si sentì peggio? Ismay per non aver autorizzato un maggior numero di scialuppe a bordo, o Andrews per non aver osteggiato tale richiesta con maggior fermezza, in quanto responsabile diretto delle progettazione?».

Cameron replica enigmatico: «Le morti pesano sulla coscienza, questa è l’unica cosa certa».

Paxton allarga le braccia. «Tutto si riduce a un interrogativo: che cosa avremmo fatto noi?»

È l’11 settembre 2001 e Cameron si trova sul fondo dell’Atlantico (1000 miglia a ovest le Torri Gemelle stavano affondando nel cuore di Manhattan, invece). Il regista manovra abilmente il Joystick del Remotely Operated Vehicle (ROV); il batiscafo russo da alta profondità Mir si blocca ed Elwood avanza lasciandosi dietro il suo cavo a fibra ottica, come Teseo.

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Il sommergibile russo Mir 1, utilizzato da James Cameron nelle sue spedizioni abissali.

La scala principale, bellissima nella sua lavorazione, interamente a mano, è andata distrutta; tuttavia nel 2010 la WHOI ha identificato la cupola che la ricopriva, sbalzata nell’impatto a decine di metri.

Il vuoto lasciato dalla scala si apre come un’orbita vuota di un mostro in decomposizione; il gigantesco pozzo ha permesso ai ROV di Cameron, e a quelli della WHOI in seguito, di penetrare nel relitto e nelle cabine per parecchie decine di metri.

«Ci sono tre milioni di chili al metro quadrato di pressione», sogghigna Mike Cameron (fratello di James), «è pazzesco!»

«Oggi il Titanic appare come una vecchia scogliera abbandonata.» Replica il regista, non mollando un secondo lo sguardo dal monitor, le due videocamere frontali di Elwood si muovono come occhi attraverso il relitto; appaiono sale decorate e letti metallici ribaltati nell’impatto. «Chissà se in uno di questi letti di ottone dormì Margaret “Molly” Brown?»

Il ROV Jake invece esplora la fiancata di sinistra, verso proravia, il mini sommergibile sembra un calabrone che vola intorno allo scheletro di una gigantesca balena. L’ancora da 15 tonnellate pende dalla fiancata, poco in basso ci sono delle scale di acciaio, staccatesi dalla prua nell’impatto.

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I due mini sommergibili Jake ed Elwood davanti la prua del sommergibile Mir 1.

La ruggine ricopre ogni cosa con delle lunghe stalattiti gommose; ma non sono altro che colonie di batteri. Vengono definiti rusticles (dall’inglese rust, ovvero ruggine); nel 2010 scienziati canadesi e spagnoli della WHOI hanno identificato finalmente questi batteri, battezzandoli Halomonas titanicae.

Elwood risale dal pozzo della scala e gira lungo la passeggiata di prima classe, il miliardario John Jacob Astor IV fece passare la moglie incinta proprio da quelle finestre, caricandola sulla scialuppa. Lui rimase a bordo e morì.

Jake si libra sul relitto, passando vicino all’unica gru rimasta intatta (se ne usavano due per le scialuppe), probabilmente fu usata per la scialuppa in cui trovò posto Ismay.

Le immagini riportate dalla spedizione della WHOI sono straordinarie e le ricostruzioni sonar gettano luce sul relitto del Titanic.

Le spedizioni di Cameron, invece, hanno permesso di visitare il 65% degli interni del relitto: mostrando vetrate artistiche fabbricate a mano, rivestimenti di mogano, lampadari di cristallo, lavorazioni in ferro battuto nelle ascensori, specchi d’argento e tantissimi altri oggetti.

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Cabina rinvenuta da Cameron (sx), come appariva nel 1912 (dx).

Quello del Titanic era il viaggio inaugurale, quindi gli interni non erano stati tutti fotografati; Cameron basò le sue ricostruzioni nel film omonimo, basandosi sulla nave gemella, l’Olympic. «Adesso so quali scene del film erano fedeli, e quali no.» Scherza.

Ma ci sono anche migliaia di oggetti che ricordano le vittime, i cui corpi e scheletri sono stati ormai decomposti dai microrganismi abissali. Ci sono armadi aperti, con vestiti, oppure, come nel caso di Henry Harper del ponte D, c’è ancora la bombetta di feltro che usò quella notte, quando poi decise di tornare in cabina, per aspettare la morte.

Cappello recuperato dal Titanic.

Nella sala radio Jake riprende l’ultimo settaggio sugli strumenti di soccorso, prima che gli operatori venissero trascinati negli abissi gelidi. I due tecnici staccarono la corrente prima dell’arrivo dell’acqua, ma questo si è scoperto solo dopo queste sequenze di immagini.

L’ultimo cadavere ritrovato in mare fu portato a Terranova, era l’8 giugno del 1912, quasi due mesi dopo il naufragio. Il mare vomitò sulle spiagge dell’isola rottami di ferro e di legno per molti altri mesi ancora, comprese sedie da sole e pannelli pitturati.

Alcuni anni prima della tragedia, Guglielmo Marconi costruì una stazione radio a Cape Race, un desolato promontorio roccioso a sud di Saint John. Il radiotelegrafista quattordicenne Jim Myrick fu il primo a ricevere il messaggio di soccorso del Titanic.

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L’iceberg che impattò col Titanic; fotografato qualche giorno dopo dal marinaio Stephen Rehorek.

All’inizio il transatlantico trasmise un CQD, in base alla normativa vigente all’epoca, solo successivamente trasmise un segnale diverso e usato raramente: un SOS. E furono i due tecnici a bordo a farlo, da appassionati quali erano. Così facendo salvarono più di 700 persone, poiché il Carpathia lesse proprio quell’SOS.

È una cosa strana pensare che la nave più veloce, più potente e più avanzata dell’epoca, con un nome grande e ambizioso, come la sua inaffondabilità, sia stato spezzato da qualcosa di atavico e lento come il ghiaccio groenlandese, tra i più antichi.

L’elegante transatlantico d’epoca edoardiana è oggi una sorta di caverna sommersa, quasi surreale. Riposa in una sorta di limbo spettrale, non appartiene più al nostro mondo, eppure al tempo stesso non è scomparso: è ancora lì, negli abissi.

Aaronne Colagrossi
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Titanic – artwork by  Ken Marschall.

Tortuga: roccaforte della pirateria.

L’isola della Tortuga, una vera roccaforte naturale, fu chiamata così da Cristoforo Colombo. In spagnolo la parola vuol dire tartaruga; i francesi la chiamavano Île Tortue. Il navigatore genovese la scoprì nel 1492, mentre stava circumnavigando la grande isola di Hispaniola. Colombo vide nell’alba solo le alte montagne dell’isola, che spuntavano dalla nebbia come il dorso di una tartaruga.

Isola Tortuga colagrosssi
Isola Tortuga

La Tortuga fu colonizzata da pochissimi spagnoli fino alla prima metà del diciassettesimo secolo, quando una spedizione francese strappò l’isola agli iberici con un’azione di forza.

Gli spagnoli tentarono più volte di riprendersi l’isola, ormai abitata da francesi, inglesi e cacciatori montanari provenienti dalla vicina Hispaniola, però a questo punto era troppo tardi.

Un ingegnere francese, Jean La Vasseur, che nel 1640 raggiunse la Tortuga insieme a centocinquanta francesi, dette un nuovo volto politico all’isola.

La Vasseur, dal carattere austero, ferreo, talvolta estremamente violento e cruento, ordinò immediatamente la costruzione di un forte, Fort De Rocher, che avrebbe dominato la baia antistante, utilizzata come porto naturale.

Questa baia era situata sul lato meridionale dell’isola, poiché il lato settentrionale, di natura rocciosa calcarea e aspra, non permetteva insediamenti, né tantomeno sbarchi.

Isola Tortuga oggi colagrossi
Isola Tortuga oggi

L’avvicinamento alla cittadina di Cayona era possibile solo attraverso due canali naturali di corallo, larghi circa trecento iarde, che si aprivano a “V” verso il mare aperto, con un angolo di circa centoventi gradi.

L’area divenne perfetta per la colonia, attirando ben presto bucanieri e banditi di ogni sorta e nazionalità, tutti intenti a depredare gli spagnoli e a drenare le casse dei viceré di Spagna: nascevano i “Fratelli della Costa”.

Ad ogni modo La Vasseur dette ordine di costruire la guarnigione su una forte pendenza, sulla roccia viva, a circa duecentoquaranta piedi di altezza sul livello del mare; il cortile interno ospitava anche una sorgente naturale, motivo in più della scelta. La presenza di acqua permetteva una resistenza di mesi agli eventuali assediati, a discapito degli assedianti.

I torrioni a base stellata, tipici nell’architettura europea del tempo, dominavano il lato est e ovest del presidio.

Il Fort De Rocher fu dotato di ventiquattro cannoni e l’area ai lati delle guarnigione fu pulita dagli alberi; così facendo i difensori avrebbero avuto la visuale a centottanta gradi della baia, letteralmente sotto il loro dominio.

Fort De Rocher colagrossi
Fort De Rocher

L’accesso al presidio era possibile solo attraverso un sentiero scavato nella roccia.

Insomma, una vera roccaforte inespugnabile!

Jean La Vasseur venne nominato governatore, anche se molti erano convinti che avesse ricevuto l’incarico in Europa, quindi prima di partire per la colonia del Nuovo Mondo; ad ogni modo il tiranno fu ucciso nel 1653 da due suoi luogotenenti, sdegnati del fatto che il governatore avesse rapito le loro donne, segregandole nei suoi alloggi, nella colombaia del forte, attuando ogni tipo di violenza — sessuale, fisica e morale.

Una delle donne attirò il governatore nei magazzini e gli sparò a bruciapelo con un moschetto, subito sopraggiunsero i due luogotenenti, che finirono l’uomo a colpi di daghe, come i congiuri dell’antica Roma.

Gli spagnoli nel frattempo cercarono di riprendersi la Tortuga quattro volte, senza successo.

Nel 1665, dopo le vicende legate a Jérémie Deschamps du Rausset, nonché al suo imprigionamento nella Bastiglia, fu chiamato a governare l’isola Bertrand D’Ogeron de La Bouëre, un ex militare francese. La nascente Compagnia delle Indie Occidentali francesi prese base sull’isola insieme al nuovo governatore, tuttavia i “Fratelli della Costa” non permisero alla Compagnia di prendere il pieno potere. Oltre a ciò, inizialmente, i nuovi francesi cercarono di sopprimere l’attività corsara degli isolani, ottenendo esattamente l’effetto contrario.

François l'Olonese colagrossi
François l’Olonese

I bucanieri e i filibustieri conoscevano l’isola rocciosa a menadito, scomparivano per mesi, imbarcandosi sulle navi e depredando gli spagnoli lungo le coste, per poi rientrare alla Tortuga come dei fantasmi.

Ad ogni modo D’Ogeron non cadde mai nei trucchi dei filibustieri…

Tra questi vi erano illustri tagliagole e criminali, uomini del calibro dell’Olonese, di Michele Il Basco, di Bartolomeu il Portoghese, di Edward Mansfield e di Henry Morgan, il quale, in seguito al litigio con D’Ogeron, si spostò a Port Royal.

Erano vagabondi del mare che professavano la loro libertà a colpi di cannone, di pistola e di spada; banditi con i quali non era possibile trattare, se la posta in gioco era composta da possibili centinaia di migliaia pezzi da otto in argento.

Jolly Roger colagrossi

I pirati reclamavano a gran voce il bottino. D’Ogeron, intelligentemente però (e con il favore di Luigi XIV), favorì l’attività della filibusta, elargendo false Patenti da Corsa, in accordo con il governatore Modyford di Port Royal.

In questo modo i due governatori soddisfarono le richieste dei rispettivi regnanti: arrecare danno agli spagnoli e aumentare i denari nelle casse dei re d’Inghilterra e di Francia.

Aaronne Colagrossi

Port Royal: “Sodoma del Nuovo Mondo”.

La Giamaica è una vera e propria perla nel Mar dei Caraibi, nonostante sia una delle isole più grandi delle Indie Occidentali, o Antille. Il nome deriva dagli indigeni Taino, quasi sterminati dagli spagnoli, che nella loro lingua Arawak chiamavano così la grande isola: Xaymaca.

L’isola fu scoperta da Cristoforo Colombo nel 1494 e poi rivendicata in seguito come colonia spagnola. Nel 1655 l’ammiraglio William Penn strappò l’isola agli iberici con un’azione di forza.

Nella Port Royal Harbour, una grande baia naturale, sorse la colonia inglese di Port Royal.

Port Royal_la Sodoma del Nuovo Mondo
Giamaica, baia di Port Royal.

Se c’è mai stata una città del peccato nel diciassettesimo secolo, questa era senz’altro Port Royal; le cronache della seconda metà del seicento definivano questa città la “Sodoma del Nuovo Mondo”. Era opinione diffusa nella vecchia Europa che Port Royal fosse una roccaforte di manigoldi, prostitute, pederasti e banditi.

Come amavano dire a Londra: “Il potere di un governatore in Giamaica è sottile come una pergamena e altrettanto fragile”.

Nel 1666 il ruolo del governatore sir Thomas Modyford, primo baronetto, (in incarico dal 1664), con nomina del re Carlo II d’Inghilterra, era principalmente quello di occuparsi dei rapporti commerciali con l’Europa, in particolare per la canna da zucchero, di cui la Giamaica ne è ricchissima.

In seconda analisi, il governatore, sotto tacito assenso del re, forniva Patenti di Corsa, o Lettere di Marca, ai capitani di ventura per attaccare i domini spagnoli: gli Spanish Main.

Tuttavia sia Modyford che il governatore francese della Tortuga (Bertrand D’Ogeron de La Bouëre), non avrebbero mai ammesso l’esistenza della pirateria nei loro domini: “Non esistono pirati nelle Indie Occidentali ma solo falsi corsari della corona”.

Port Royal_la Sodoma del Nuovo Mondo
Veduta Google Earth di Port Royal e della baia.

In questo quadro geopolitico Inghilterra e Francia erano alleate, difatti Carlo II e Luigi XIV erano cugini. Si unirono per controllare e depredare i territori spagnoli ma tutto ciò portò con gli anni a scorrerie sui mari, a massacri, a violenze indicibili, a schiavitù, a devastazioni, a epidemie e alla distruzione di molte colonie.

Alle corti reali di Carlo II e Luigi XIV, questi aneddoti raccapriccianti, peraltro rigorosamente veri, suscitavano scandalo. I sovrani, di tanto in tanto, si limitavano a condannare alcuni di questi filibustieri con l’accusa di pirateria. L’impiccagione serviva solo per favorire gli ambasciatori spagnoli in Francia e Inghilterra, o per zittirli fino alla successiva spedizione da parte dei bucanieri d’America.

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Relitto di una nave della filibusta nei fondali della Port Royal Harbour.

Port Royal era un covo di pirati inglesi, filibustieri francesi, bucanieri di Hispaniola, ex militari olandesi, tedeschi, navigatori scandinavi, fuggiaschi italiani (specialmente dal Regno di Napoli), disertori spagnoli, portoghesi, commercianti di schiavi, indigeni Tainos entrarti nelle file dei capitani di ventura, schiavi africani liberati, prostitute scappate, oppure importate appositamente dall’Europa, per favorire i rapporti eterosessuali a discapito di quelli omosessuali, piuttosto frequenti sia a terra che in mare, e chi più ne ha, più ne metta.

I filibustieri che tornavano dalle spedizioni in mare erano capaci di spendere tutto quello che avevano depredato in una sola notte, bevendo e mangiando fino allo svenimento, o pagando fior di pezzi da otto a prostitute, anche più di una, o a giovinetti da sodomizzare.

Si contava una taverna ogni dieci uomini in High Street.

Ma la potenza navale di Port Royal, amministrata dall’Inghilterra, e della vicina isola della Tortuga, amministrata principalmente dalla Francia (e nominalmente anche dalla Compagnia francese delle Indie Occidentali, apparentemente impotente al potere dei pirati), stava proprio nella loro composizione multietnica nonché in quella che gli europei definivano: “Abominevole democrazia”.

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Antica mappa di Port Royal.

Ciò era particolarmente sentito a bordo delle navi dei “Fratelli della Costa”, dove vigevano regole molto ferree sulla spartizione dei bottini, sulle percentuali da dare al governatore, al capitano, al timoniere, o a coloro che ricevevano ferite e mutilazioni in battaglie e scontri, durante le spedizioni naturalmente.

Agli occhi di Luigi XIV e Carlo II, il primo motivo di approvazione della pirateria delle Indie Occidentali era il fatto che i filibustieri dessero filo da torcere agli spagnoli e agli olandesi, tuttavia alle loro corti essi stessi non amavano molto parlare della “Questione della filibusta”, soprattutto quando le spedizioni non ottenevano il successo sperato. In termini economici s’intende.

Il lato economico era il secondo motivo di consenso alla pirateria, anzi si potrebbe osare definirlo il principale comburente dell’attività anglo-francese nei Caraibi.

I filibustieri rubavano tonnellate di oro, preziosi e merci varie che, miracolosamente, riapparivano a Londra e a Parigi dopo parecchi mesi, con grande disappunto e nervosismo da parte degli ambasciatori spagnoli, che non potevano fare altro che lagnarsi con Carlo e Luigi. Sul finire degli anni ottanta del 1600 la pirateria cominciò a non essere più ben vista, nonostante si organizzassero ancora spedizioni in maniera ufficiosa, col rischio del capestro, date le nuove leggi anti-pirateria promulgate.

Tuttavia uno spettro apparve all’orizzonte.

Il 7 giugno 1692 la Giamaica fu colpita da un violentissimo terremoto. Port Royal venne quasi completamente distrutta dall’onda di maremoto, di proporzioni bibliche.

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La Giamaica nel terremoto del 1692.

L’intera città portuale fondava su un banco di sabbia, conosciuto come Tombolo, o Palisadoes, in antico portoghese; questo bedrock liquefò letteralmente. Le cronache raccontano di tre onde tsunami in successiva sequenza che, unite alla liquefazione, fecero sprofondare gran parte della città sott’acqua.

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Fort Charles. Port Royal. Mura inclinate a seguito della liquefazione del sottosuolo.

Morte e distruzione s’impadronirono di quelle terre; perirono quasi tremila persone nel cataclisma, cui seguirono epidemie dovute alle centinaia di cadaveri in decomposizione sotto le macerie. Le malattie uccisero, si stima, altre duemila persone.

L’Atto di Dio fu invocato dall’Europa. L’Onnipotente aveva distrutto la “Sodoma del Nuovo Mondo”, infierì la Chiesa di Roma, stolidamente supportata dagli stati europei.

La filibusta aveva comunque perso il suo quartier generale: Port Royal.

Un’epopea era finita.

Aaronne Colagrossi

Capo Tiburon – Da recensionelibri.org – 2017

La trama

Tiburon in spagnolo significa squalo, quel predatore dalla forma sinuosa e allungata come il promontorio roccioso che regna sovrano come un gigantesco mostro marino sul lato sudorientale di Haiti-Santo Domingo. Proprio Capo Tiburon, infatti, fa da sfondo alle vicende narrate in questo romanzo breve.

Siamo nel 1635 e la piroga pirata Chasseur, dieci metri di lunghezza e ventinove filibustieri a bordo, è alla deriva nel mar dei Caraibi dopo una tempesta. La lunga canoa si trova cinque miglia a ovest di Capo Tiburon, i naufraghi languono come anime perdute in un’astenia infinita: pungolati dalla fame e dalla sete, il morso dell’avidità che li ha spinti in mare non molla la presa.

Il comandante di questa ciurma di bucanieri, Pierre Le Grand, avvista un enorme galeone spagnolo nei pressi del promontorio e le mascelle della bramosia si stringono ancora di più intorno a lui. Il pirata sul ponte urla ferino l’ordine d’attacco e navigando a remi durante la notte, Le Grand fa prima affondare la Chasseur per poi lanciarsi con i suoi uomini all’arrembaggio dell’immensa nave da guerra, con poche probabilità di successo.
Del resto, la vita nella filibusta è così: vivo alla luce del sole, o morto in fondo al mare.

Gli uomini stavano acquattati sul fondo di legno marcio della piroga come cani nel fango pronti a catturare un animale. Le Grand disse: «Abborderemo sulla fiancata di destra, a mezzanave. Voglio che vi arrampichiate come scimmie, ammazzatene quanti più potete; non fermatevi nemmeno davanti al diavolo in persona».

L’autore

Aaronne Colagrossi è nato a Campobasso nel 1980 e si è laureato in Scienze Geologiche e Geologia Applicata all’Ingegneria. Da sempre appassionato di scienza, storia e immersioni subacque, la nascita dell’interesse per gli squali è da ricercare nella lettura durante l’infanzia del romanzo “Lo squalo” di Peter Benchley, che lo folgorò acuendo la sua attrazione per gli ambienti marini.

Aaronne Colagrossi

Grande viaggiatore e fotografo, dopo aver girato l’Europa sbarca nel continente africano dove entra per la prima volta in contatto con la natura pura. Autore di due romanzi, nelle sue opere affronta sempre temi a lui cari come il mare e la pirateria. Mosso dal desiderio costante di esprimersi per mezzo della scrittura, l’autore ha da poco inaugurato il suo blog personale aaronnecolagrossi.com, oltre a essere a lavoro su due nuove opere di narrazione sulla pirateria e due reportage di viaggio sulla Romania e sul Botswana.

Per maggiori informazioni, visitate la pagina Facebook dell’autore.

Lo stile

Capo Tiburon è un racconto storico di avventura che trascina il lettore dentro un evento realmente accaduto. Con uno stile diretto e una strutturazione dei dialoghi efficace e d’impatto, Colagrossi rende vivide le scene da lui narrate, permettendo al lettore di percepire il rollare del ponte della nave sotto di lui e l’odore di acqua salmastra nelle narici.

Il romanzo breve di Colagrossi nasce da un accurato lavoro di ricerca e studio delle fonti bibliografiche e risulta credibile negli aspetti più tecnici, come quelli storici o nautici, ma anche scorrevole e appassionante per chi è alla ricerca di una buona storia di avventura, pirateria e coraggio. La passione pura dell’autore per il mare e tutto ciò che lo riguarda è palpabile tra le pagine e rende l’opera perfetta per adulti e adolescenti pronti a salpare con la lettura verso questo mondo tempestoso dove ogni essere umano rischia di essere sballottato come una briciola di pane su una tavola di ubriachi.

Capo Tiburon è un racconto che resta aderente alla bibliografia storica, senza concedersi voli di immaginazione e per questo capace di soddisfare anche il più pignolo degli amanti dei un genere, quello della pirateria, che vanta una storia lunga e affascinante.

Capo Tiburon è disponibile su Amazon

[Articolo originale]

Dinosauri italiani.

Molti di noi sono abituati a pensare che certe creature fossili siano impossibili da rinvenire nei nostri territori; eppure i dinosauri italiani ci sono (anzi ci sono stati), probabilmente non con l’abbondanza che ci si aspetterebbe ma certamente con caratteristiche peculiari nel loro genere.

Nel lontano inverno del 1980 un calzolaio veronese che lavorava in Campania, Giovanni Todesco, decise per una scampagnata sul Massiccio del Matese occidentale, al confine tra Campania e Molise. Non sapeva che stava per cambiare la storia dei dinosauri italiani.

Scelse, per le sue ricerche di fossili, puramente da appassionato, una cava abbandonata nei pressi di Pietraroja, cittadina già famosa dai tempi del Regno di Napoli per i suoi fossili completi di pesci.

Staccò alcune lastre di roccia calcarea, il famigerato Plattenkalk, senza aprirle; tuttavia aveva riconosciuto un sottile strato nero tra le due lastre. Presenza di fossili.

Scipionyx samniticus - dinosauri italiani
Scipionyx samniticus – Plattenkalk

Todesco lasciò il fossile esposto in casa, fino al 1993. Dopo la visione del film Jurassic Park si rese conto che il suo fossile era certamente qualcosa di più di una semplice lucertola, seppur ben conservata. Era solo il primo dei dinosauri italiani.

Quando mostrò il materiale a un paleontologo di Milano, questi si rese immediatamente conto della scoperta di importanza mondiale: un dinosauro lungo circa 20 centimetri completo in molte sue parti, soprattutto i suoi organi.

Successive analisi scientifiche mostrarono l’appartenenza della creatura a una famiglia sconosciuta di teropodi, non solo: il fossile è uno dei primi dinosauri al mondo per stato di conservazione degli organi interni.

Scipionyx samniticus - dinosauri italiani
Scipionyx samniticus – Disegno

Il paleontologo Cristiano Dal Sasso battezzò il piccolo dinosauro Scipionyx samniticus (in onore del geologo Scipione Breislak).

Nel 2010 Dal Sasso ha presentato buona parte dei suoi studi su Ciro, il nomignolo col quale è stata ribattezzata la piccola creatura. I suoi studi hanno mostrato che Ciro ha un ottimo stato di conservazione delle fibre muscolari, del fegato, dell’intestino e di altre parti molli, difficilissime da fossilizzare in altri ambienti.

Tuttavia Scipionyx samniticus non è l’unico dinosauro italiano.

Difatti è opinione comune, compresa quella di molti miei colleghi geologi, che l’Italia del Cretaceo fosse sommersa dalle acque marine dell’oceano Tetide e che, quindi, sia difficilissimo rinvenire fossili di una certa importanza paleontologica come i dinosauri, se non impossibile.

Certo, l’Italia del Cretaceo era una sorta di tavolato sommerso dalle acque, ma si trattava di mari poco profondi, con ampi settori di terre emerse, ricchi di vegetazione, che permettevano addirittura interscambi migratori di specie animali.

Inoltre il corpo geografico che ci appare adesso come l’Italia, oltre che parzialmente sommerso e smembrato, era anche spostato rispetto alla posizione attuale, sia di latitudine e sia di longitudine; verso sudovest per essere precisi.

Nel 1985, nelle Dolomiti bellunesi, ai piedi di Monte Pelmetto, furono scoperte impronte di dinosauri.

Dolomiti bellunesi, impronte di dinosauri italiani.
Dolomiti bellunesi, impronte di dinosauri.

Nel 1989 a Lavini di Marco, vicino Rovereto, un appassionato scambiò per buchi di granate delle Seconda Guerra Mondiale quelle che, in realtà, erano impronte di dinosauri. Ne furono catalogate ben 1500 in 46 piste diverse.

E le scoperte d’impronte non si fermarono, in tutta la penisola italiana ne furono rinvenute a migliaia. Nel 1999 ad Altamura furono rinvenute 30.000 (sì, proprio trentamila!) impronte di dinosauro risalenti al Cretaceo Superiore e appartenenti a dinosauri erbivori, principalmente.

Altamura, impronte di dinosauri italiani.
Altamura, impronte di dinosauri.

Nel 1994, vicino Trieste, a Villaggio del Pescatore di Duino, la geologa Tiziana Brazzatti scorse una zampa fuoriuscire dalla roccia in una cava abbandonata ( a 100 metri dal mare); la Brazzatti stava svolgendo rilevamento geologico per la sua tesi, ricorda ancora oggi l’adrenalina e l’entusiasmo per una delle più grandi scoperte paleontologiche dell’Europa.

Si trattava di un dinosauro erbivoro che la geologa battezzò Antonio. Rimuovere quel fossile dalle rocce richiese anni di lavoro. Si dovettero smuovere centinaia di metri cubi di roccia, tagliandola con fili diamantati per poi pulire ogni singolo osso con acido formico.

Tiziana Brazzatti posa vicino al calco di Antonio - dinosauri italiani
Tiziana Brazzatti posa vicino al calco di Antonio

Antonio risultò essere l’adrosauro più vecchio in Europa. L’adrosauro è più conosciuto come dinosauro a becco d’anatra. Il fossile rinvenuto era lungo quattro metri ed era femmina, a dispetto del nome. L’età era di 85 milioni di anni.

È stato Jack Horner, il famoso paleontologo americano a scoprire e studiare le prime colonie di nidi fossili di questi dinosauri a becco d’anatra, dimostrando l’elevato grado di socialità di questi antichi animali. Horner deve la sua popolarità anche grazie alla consulenza richiesta da Steven Spielberg nel film Jurassic Park, proseguita nel Mondo Perduto e poi andata avanti in JPIII e JP World con gli altri registi. Nell’ultimo film ha addirittura avuto un piccolo ruolo.

Nel 1996 Angelo Zanella scoprì dei fossili di dinosauro in una cava di Saltrio, in Lombardia; la successione sedimentaria apparteneva a depositi marini poco profondi; probabilmente l’animale morì lungo le spiagge per poi essere inglobato nei sedimenti. Tuttavia la classificazione del dinosauro, basata su 119 ossa, fu abbastanza frammentaria e lo rimane tuttora.

Saltriosauro - Ricostruzione - dinosauri italiani
Saltriosauro, ricostruzione.

Si può affermare che è certamente un dinosauro carnivoro teropode; i paleontologi non riescono ancora a dare una classificazione scientifica certa. Il dinosauro è stato denominato Saltriosauro.

Nel 2009 a Capaci, in Sicilia, fu scoperto l’osso di un dinosauro risalente al Cenomaniano, circa 96 milioni di anni fa. I tre paleontologi palermitani, autori della scoperta, inviarono un campione al centro di geologia dell’università di Bonn, per esami istologici.

Non vi fu più nessun dubbio: l’osso scoperto apparteneva a un grosso dinosauro, probabilmente un carnivoro.

Il dinosauro fu ribattezzato DinoSaro; tuttavia la scoperta mescolò nuovamente il mazzo di carte dell’evoluzione geologica della bella Sicilia. Probabilmente le acque marine del Cretaceo Superiore non erano così profonde come si era sempre pensato.

Giovanni Todesco e Tiziana Brazzatti - dinosauri italiani
Giovanni Todesco (che scoprì Ciro) e Tiziana Brazzatti (che scoprì Antonio) .

L’ultimo arrivato, il quinto, è Tito, un titanosauro col nome da imperatore, scoperto in Lazio, nel giacimento di Rocca di Cave. Tuttavia era stato dimenticato in un muretto di una casa privata vicino Roma; i blocchi di roccia contenevano una vertebra e due frammenti di bacino che provenivano da un affioramento ormai smantellato.

Tito - Ricostruzione titanosauro - dinosauri italiani
Tito – Ricostruzione del titanosauro.

Tito è un titanosauro di 113 milioni di anni fa, un sauropode per la precisione. I titanosauri, come si intuisce dal nome, sono rettili erbivori giganteschi, anche se Tito era un po’ più piccolo, circa sei metri; probabilmente era un individuo subadulto, o un individuo con caratteristiche morfologiche di taglia inferiore rispetto agli individui che vivevano sul continente (come afferma Dal Sasso, co-autore dello studio).

Come avviene sempre in questi casi una nuova scoperta mette in ballo nuove domande, ancora più complesse.

Ma d’altronde questo è anche il fascino della scoperta e dell’avventura…

in qualsiasi campo naturalmente…

Aaronne Colagrossi.

 

La bufera di neve del 1888 – U.S.A.

Nei primi mesi del 1888, negli Stati Uniti d’America, a New York in particolare, non si faceva che parlare di quello che era stato uno degli inverni più caldi degli ultimi anni, soprattutto per la mancanza di neve. Tuttavia il giorno 10 marzo, alle ore 21 per essere precisi, il termometro segnava una temperatura di 10 gradi centigradi.

Il giorno successivo, per quanto il cielo fosse coperto, con qualche rovescio di pioggia, la temperatura si mantenne ancora sopra le medie del periodo.

Nel corso del pomeriggio, però, qualcosa cominciò a cambiare: il vento iniziò a rinforzare sempre di più e i temporali aumentarono d’intensità. Inoltre la pressione atmosferica cominciò a diminuire molto velocemente.

Brooklyn 1888 - neve colagrossi
Brooklyn 1888

Quell’11 marzo era domenica: il centro meteorologico di New York era quasi deserto e si erano interrotti i collegamenti con il centro meteorologico di Washington D.C.; qui, infatti, la situazione era molto più chiara. Era ormai evidente che la costa orientale degli Stati Uniti stava per essere colpita da una tempesta con venti fortissimi, che avrebbero portato abbondanti nevicate.

La tempesta si generò a causa di masse d’aria dalle caratteristiche profondamente diverse, e dirette una contro l’altra. La prima massa d’aria proveniva dal Golfo del Messico ed era relativamente calda e carica d’umidità; la seconda proveniva dal Canada, diretta a sud, si era formata oltre il circolo polare artico.

Le due perturbazioni s’incontrarono proprio quella domenica pomeriggio; lo scontro fu violentissimo e generò un vero e proprio uragano invernale.

La spaventosa tormenta cominciò a spostarsi verso la costa di New York.

Verso sera le raffiche miste a pioggia raggiunsero velocità intollerabili, tanto da non permettere neanche ai cavalli di poter camminare (furono segnalate carrozze con tiro a sei ribaltate dal vento).

A mezzanotte la pioggia si tramutò in neve; a tutti era chiara la pericolosità della tempesta in corso ma dal centro meteorologico non era stato diramato nessun annuncio di allerta meteo.

New York, bufera del 1888 - neve colagrossi
New York, bufera del 1888

New York si risvegliò sotto un’immensa coltre di neve e la bufera non accennava a smettere. Ogni angolo della città e dei territori circostanti era martoriato dalla tempesta.

Molte persone rimasero bloccate nella sopraelevata; delinquenti locali fecero pagare i malcapitati bloccati nelle vetture per poter scendere su scale apposite.

Nel pomeriggio era tutto bloccato: uffici, alberghi, scuole, ecc. Tutto divenne un gigantesco dormitorio per le migliaia di persone uscite al mattino e rimaste bloccate sino al pomeriggio.

Nevicò per due giorni di seguito, sino al martedì; ma ormai la città era irriconoscibile. Si contarono 400 morti, tra cui persone letteralmente sommerse dalla neve o ammazzate dai cornicioni ghiacciati caduti.

New York nel post bufera, 1888 - neve colagrossi
New York nel post bufera, 1888

La tempesta coinvolse l’intero costa nordest degli Stati Uniti; in seguito a questo evento si decise di abbandonare definitivamente i collegamenti telefonici e telegrafici su palo per metterli sottoterra, abbattendo così la selva di tralicci che abbondavano in ogni dove.

New York ne uscì più moderna dalla bufera di neve, inaugurò inoltre la sua prima metropolitana sotterranea.

Aaronne Colagrossi.

Il caso dell’omicidio, del braccio e dello squalo.

Nella mia lunga “carriera” di appassionato di squali, che iniziò nel lontanissimo 1983, lessi su un famoso libro una faccenda riguardante gli squali, anzi uno squalo, che mi colpì immediatamente: il caso dell’omicidio, del braccio e dello squalo.

Le leggende e le storie che circondano gli squali sono talmente tante che la maggior parte sconfinano oltre i confini della ragione – e di parecchio – andando a finire in quell’immenso calderone da cui pescano personaggi meschini, per produrre e sceneggiare film come Sharknado.

Tuttavia qualche volta alcune storie sono reali e davvero inquietanti, è il caso dell’omicidio, del braccio e dello squalo.

La storia ebbe luogo in Australia e iniziò il 18 aprile 1935.

Il pescatore Albert Hobson partì per recuperare una lenza al largo della costa di Sidney. Recuperando la lenza, Hobson si rese immediatamente conto di aver preso qualcosa di grosso: uno squalo tigre di quasi quattro metri, ancora vivo, e un piccolo squalo parzialmente divorato.

Il pescatore cercò di sistemare al meglio il grande squalo tigre e lo rimorchiò fino alla vicina spiaggia dove, tempestivamente (prima di indurre lo squalo nella morte), decise di trasferirlo all’acquario di Cogee.

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Il grande squalo tigre nella vasca.

Le folle si accalcarono all’acquario per vedere il grande predatore, il quale visse felicemente per parecchi giorni, mangiando con appetito tutto ciò che gli operatori gli davano.

Un bel giorno, il 25 aprile, lo squalo cominciò a non accettare più il cibo; iniziò a nuotare in maniera strana, sbattendo contro le pareti della vasca, o a girare in tondo.

Dopo una mezz’oretta dall’aver assunto questo comportamento anomalo, lo squalo tigre rigurgitò un braccio umano, gettando la folla di spettatori nel panico totale.

Il dottor Victor Coppleson fu immediatamente contattato e la polizia prese in carico il braccio, su cui spiccava un vistoso tatuaggio.

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Il braccio rigurgitato dallo squalo tigre.

Il tatuaggio riportava due pugili in lotta e apparteneva a un uomo di corporatura molto muscolosa.

L’analisi di Coppleson rilevò che il braccio non era stato asportato dallo squalo ma che era stato staccato di netto, per opera di una sega – molto probabilmente. Sui quotidiani apparve la foto del tatuaggio, in modo da sperare che qualcuno identificasse la vittima.

Il fratello della vittima infine identificò il tatuaggio: James Smith.

Il caso dell'omicidio, del braccio e dello squalo_5_SMITH
James Smith, la vittima.

Nel frattempo lo squalo si era ammalato gravemente; le autorità dell’acquario dovettero procedere nella soppressione del grande animale.

Dall’autopsia emersero i pezzi dell’altro squalo, rinvenuto da Hobson alla sua lenza, e resti di pesci.

La polizia arrestò un certo Patrick Brady e interrogò un tale Reginald Holmes, il quale fu ritrovato molti giorni dopo con una pallottola in testa, nei pressi della baia di Sidney; ma sopravvisse miracolosamente a causa di un appiattimento della pallottola calibro 32 sulla fronte.

Il caso dell'omicidio, del braccio e dello squalo_5_HOLMES
Reginald Holmes.

Holmes testimoniò contro Brady, il quale però lo fece uccidere (o lo fece lui stesso, e definitivamente) l’11 giugno, con tre colpi di pistola al petto.

James Smith era stato coinvolto, con Brady e Holmes, in traffici illeciti e truffe assicurative.

Nei processi successivi il pubblico ministero portò le blande prove dell’omicidio ai danni di Smith, fatto a pezzi subito dopo la morte; le varie parti furono messe in un fusto di latta, eccetto il braccio che non vi entrava.

Fu così gettato in mare legato a un peso.

Pare che fu lo squalo più piccolo a ingoiare il braccio e, successivamente, che fosse stato attaccato dallo squalo tigre e parzialmente divorato con tutto il braccio, in questa sorta di matrioska grottesca.

Dopo tre processi Brady fu rilasciato per insufficienza di prove; morì trent’anni dopo all’età di 76 anni.

Il caso dell'omicidio, del braccio e dello squalo_5_BRADY
Patrick Brady.

Il caso dell’omicidio, del braccio e dello squalo (The Shark Arm Case), è una vera leggenda in Australia, tutt’oggi.

Nel 2003 un episodio di CSI: Miami fu sceneggiato basandosi su questo inquietante caso australiano.

Aaronne Colagrossi.

Storia sismica dell’Italia.

Se consideriamo che circa la metà degli italiani vive in zone sismiche, dove più del 60% degli edifici sono da considerarsi insicuri in caso di terremoto, in quanto progettati e costruiti senza vincoli dalla normativa antisismica, allora due grosse domande che mi faccio sono: quale è la storia sismica dell’Italia e quanti terremoti catastrofici vi hanno avuto luogo?

È inutile girarci intorno: l’Italia è un paese sismico.

Eccetto alcune zone franche, come la Sardegna e la Puglia sud-orientale (ma la mano sul fuoco non ce la metterei), la nostra penisola è interessata tutto l’anno da fenomeni sismici di varia natura, profondità ed entità – gli addetti ai lavori comprenderanno queste approssimazioni – senza tralasciare il fatto che ogni anno nel sottosuolo del nostro Bel Paese avvengono mediamente circa 2500 eventi di magnitudo 2.5 (non è poco!). La storia sismica dell’italia è quindi molto complessa.

L’attività sismica italiana è concentrata prevalentemente nella crosta terrestre a profondità decisamente minori di 40 Km. Bisogna escludere da questo calderone i sismi che avvengono lungo l’arco calabro e nel bacino tirrenico delle Eolie.

Inoltre basta guardare l’Italia su una cartina geografica per capire l’andamento della catena appenninica e, quindi, della sua attività tettonica, strettamente correlabile all’asse montuoso appenninico.

Tuttavia c’è da dire che solo nell’ultimo cinquantennio è stato possibile studiare bene, da un punto di vista fisico e matematico, i terremoti.

Cartina dell'Italia fisica. Storia sismica dell'Italia
Cartina dell’Italia fisica.

Gli antichi Romani furono degli ottimi osservatori, nonché dei grandi tecnici in molteplici discipline; a dirlo sono i fatti, le strutture da loro create e la storia. Furono loro i primi a scrivere la storia sismica dell’Italia.

Già Plinio si cimentò nella descrizione di tantissimi fenomeni naturali, tra cui il vulcanismo.

Ad ogni modo, nel corso del lungo impero Romano, e poi in epoca medievale, molti storici riportano i seguenti dati, magari approssimativi e lacunosi, tuttavia buoni indicatori di quanto avvenuto sul nostro territorio.

Dal 200 a.C. al 100 d.C. (date approssimative), gli antichi Romani riferirono, nelle loro cronache, di terremoti disastrosi nelle attuali aree della Toscana, dell’Umbria, delle Marche, dell’Emilia-Romagna, della Calabria, della Sicilia, della Campania e della Basilicata.

Nel 346 d.C. un terremoto distruttivo colpì l’Italia centro-meridionale, principalmente il Sannio; nel 362 fu invce la volta di Messina-Reggio Calabria, con migliaia di vittime e un maremoto nello Stretto.

Nel 442 e nel 476 d.C. toccò a Roma, con un crollo parziale del Colosseo, danni a innumerevoli monumenti e crollli agli edifici civili.

Nell’801 un terremoto distastroso colpì Perugia, le scosse furono avertite anche a Roma, che nell’847 e nell’849 fu danneggiata da nuove scosse.

Veduta in elicottero del colosseo. Storia sismica dell'Italia
Veduta in elicottero del colosseo.

Nel 908 e 989 Irpinia e Sannio furono colpite da una serie di potenti terremoti, probabilmente nono grado della scala Mercalli.

Nell’anno 1004 fu Padova a cadere nel mirino della natura, dove ne uscì parzialmente distrutta. Nel 1046 invece la valle dell’Adige fu colpita da una serie di scosse di rilevante intensità.

Nel 1104 fu la Liguria a essere colpita, con numerose vittime.

Dall’anno mille a oggi si sono verificati circa 30.000 eventi sismici di media e forte intensità, di questi più di duecento sono stati definiti disastrosi.

Nel solo ventesimo secolo si contano circa 130.000 vittime.

Nel 1169 la Sicilia orientale venne stretta nella morsa di un potente sisma, approssimato intorno al decimo grado della scala Mercalli. Da Catania a Siracusa si contarono migliaia di morti.

Terremoto di Noto, Sicilia orientale. Storia sismica dell'Italia
Terremoto di Noto, Sicilia orientale.

Nel 1315 L’Aquila subì un terremoto distruttivo, quantificabile intorno al nono grado della Mercalli. Nel 1343 il Golfo di Napoli fu interessato da un potente maremoto, che portò alla devastazione del porto della città partenopea.

Poi toccò al Friuli nel 1348, con migliaia di morti.

Il 5 dicembre del 1456 il regno di Napoli fu devastato da uno dei più grandi sismi della storia sismica d’Italia: trentamila morti, scosse del decimo grado della scala mercalli e devastazioni dall’Abruzzo, al Molise, alla Campania, alla Puglia e alla Basilicata.

Terremoto del Regno di Napoli, 1456. Storia sismica dell'Italia
Terremoto del Regno di Napoli, 1456.

l’11 marzo del 1693, in Sicilia orientale, un terremoto dell’undicesimo grado della mercalli portò morte e devastazione in quella magnifica terra. 60.000 persone persero la vita, seguì un maremoto.

Molti scienziati concordano che questo fu uno dei più potenti sismi mai registrati nell’era dell’uomo in Italia.

Il 5 febbraio del 1783 lo Stretto di Messina fu devastato ancora da un teremoto dell’undicesimo grado Mercalli, si registrarono 50.000 morti.

Il 26 luglio del 1805 fu la volta della mia città, Campobasso, con un sisma del decimo grado della Mercalli. Persero la vita quasi seimila persone in quella tragica notte.

Terremoto 1805 - Vesuvio Storia sismica dell'Italia
Terremoto 1805 – Vesuvio

Il 16 dicembre 1857 le provincie di Salerno e di Potenza furono quasi rase al suole da un potente sisma, che uccise quasi dodicimila persone.

Il 28 dicembre 1908 una delle più grandi sciagure naturali dell’Europa colpì lo Stretto di Messina.La regione venne letteralmente distrutta da un terremoto, probabilmente del dodicesimo grado Mercalli (vere e proprie mutazioni morfologiche del territorio).

Circa 120.000 persone perirono e molti scomparvero nel maremoto che colpì la zona.

Avezzano 1915 Storia sismica dell'Italia
Avezzano 1915

Nel 1915 più di trentamila persone morirono nel terremoto di Avezzano, il sisma fu avvertito distintamente a Roma e persina a Napoli.

 

Orologio di Amatrice 24 agosto 2016 Storia sismica dell'Italia
Orologio di Amatrice 24 agosto 2016

Come capirete la storia sismica d’Italia è davvero lunga. Il novecento fu teatro di numerosi terremoti: 1930 in Irpinia, 1938 nel Basso Tirreno, 1968 in Belice, 1976 in Friuli, 1980 in Irpinia, 1990 in Sicilia, 1997 in Umbria, 31 ottobre 2002 di nuovo in Molise, 6 aprile 2009 a L’Aquila, 29 maggio 2012 in Emilia-Romagna, 24 agosto 2016 ad Amatrice e arriviamo all’ultima del 30 ottobre 2016, che è stata definita una delle più forti scosse sismiche mai registrate in Italia.

Aaronne Colagrossi.

Capo Tiburon – Recensione da parte del sito ocean4future.org

Mar dei Caraibi, 1635… Nei pressi della penisola di capo Tiburon…


“La maggior parte degli uomini stava acquattata sul fondo di legno marcio e maleodorante dello Chasseur, come cani nel fango pronti al guinzaglio per catturare un animale. 

Il debole tintinnio delle spade, che talvolta cozzavano tra di loro, era l’unico suono presente nell’aria. I bucanieri erano silenziosi.

Le Grand disse in tono lieve: «Abborderemo sulla fiancata di destra, a mezzanave, voglio che vi arrampichiate come scimmie, ammazzatene quanti più potete; non fermatevi nemmeno davanti al diavolo in persona».”

Con l’anno nuovo ecco il nuovo romanzo di Aaronne Colagrossi, “Capo Tiburon”, pubblicato in versione e-book a gennaio 2016 (per Amazon Kindle) e cartacea nel gennaio 2017.

Sulla base  delle descrizioni storiche, Capo Tiburon ci racconta un evento realmente accaduto nel 1635 nelle acque caraibiche.

La cronaca fu descritta da Alexandre Olivier Exquemelin (1645 – 1707) nel suo libro storico-biografico, De Americaensche Zee-Roovers che fu pubblicato ad Amsterdam nel 1678 (in Italia Bucanieri d’America).

Exquemelin narra la storia, piu’ o meno leggendaria, di Pierre Le Grand, un bucaniere francese originario di Dieppe, in Francia.

Pierre Le Grand - Capo Tiburon Colagrossi
Pierre Le Grand nella cabina del comandante.

L’evento storico citato da Exquemelin è descritto in maniera molto frammentaria e sommaria.

Si tratta dell’attacco di 29 pirati a un galeone spagnolo, la nave vice-ammiraglia della Flota Real, nei pressi di capo Tiburón, sulla costa sud occidentale dell’isola di Haiti.

Le Grand, consapevole di avere pochi e malnutriti marinai a disposizione, nonché disperati e aggrediti dalla fame e dalla sete, li costringe all’attacco affondando la piroga sulla quale viaggiavano da diverse settimane.

I 29 uomini giunti nei pressi del galeone lo attaccano e… La fine la lascio scoprire ai lettori del romanzo…

Sono tanti i riferimenti al mare, alla morte, alla voglia di combattere, di amare e di vivere.

Jolly Roger Capo Tiburon Colagrossi
Jolly Roger

L’autore, attraverso la descrizione dei desideri e dei sogni dei protagonisti, cerca di ricostruire lo stato d’animo dei naufraghi, che da marinai stremati si trasformano in belve assetate di oro e di sangue durante il cruento scontro notturno a bordo del galeone spagnolo, in procinto di rientrare in Spagna con il suo ricco carico.

Colagrossi descrive con ricchezza pittorica la natura, con i suoi odori e colori, e trasporta idealmente il lettore nel viaggio drammatico della piroga (che pare galleggiare su quel mare della consistenza del piombo fuso rotto solo dallo sbattere sull’acqua delle code degli squali) sulla via del promontorio di capo Tiburon che giace in lontananza come un gigantesco mostro marino pronto a inghiottire quei disperati.


02/02/2016 – Aggiornato 28/01/2017

Da ocean4future.org

Aaronne Colagrossi