Pamaya: l’albero dei diamanti.

Pamaya: l'albero dei diamanti

L’Africa è uno dei continenti più ricchi del pianeta. Da un punto di vista geologico, le zone più antiche sono anche quelle più ricche di diamanti, come l’Africa meridionale, la fascia equatoriale e molteplici aree dell’Africa occidentale.

Il processo che porta alla formazione dei diamanti è molto complesso e le origini vanno poste a rilevante profondità.

Pamaya: l'albero dei diamanti Liberia
Mappa della Liberia.

In Africa occidentale, in Liberia per la precisione, si estraggono diamanti da circa 80 anni, oltre che ferro, oro e bauxite (da cui si estrae alluminio). Fiumi e torrenti sono tuttora rastrellati alla ricerca di diamanti e pietre preziose.

Un team di geologi americani, che stava effettuando prospezioni nel nordovest del Paese, si è imbattuto in una pianta spinosa palmiforme: la pamaya, il cui nome scientifico è Pandanus candelabrum.

Pandanus_candelabrum_Pamaya: l'albero dei diamanti
Pandanus candelabrum.

Dopo varie ricerche si è scoperto che questa pianta sorge sopra i camini di kimberlite. In una in particolare, il diametro superava il mezzo chilometro. Non sempre le kimberliti forniscono diamanti, ma questi si trovano spesso in questo tipo di rocce.

La kimberlite è una roccia magmatica intrusiva con colorazione variabile dal nero, al giallo, all’azzurro e al verdastro; di struttura brecciosa e granulometrie molto variabili. Oltre che fonte di diamanti, dalla kimberlite si estraggono anche cristalli di piropo, il rubino del Capo, molto utilizzato in gioielleria.

Kimberlite Pamaya: l'albero dei diamanti
Kimberlite.

Naturalmente non tutti i camini contengono le tanto ambite gemme, tuttavia rappresentano un buon punto d’inizio.

In alcuni camini sono stati identificati diamanti formatisi a circa centosessanta chilometri di profondità, con un’età stimabile a tre miliardi di anni. La risalita nei camini pare sia variabile da qualche ora sino a qualche giorno.

Questi depositi kimberlitici sono poi stati inclusi nei normali processi di pedogenesi ed evoluzione del territorio, sotto agenti fisici e chimici, formando suolo fertile alla crescita dell’albero pamaya.

Pamaya: l'albero dei diamanti
Diamante della Liberia.

In Liberia pare che questo tipo di pianta cresca solo su terreni particolarmente ricchi di kimberliti, da cui l’attenta ricerca cui vi rivolgono le compagnie diamantifere.

Aaronne Colagrossi

Megalodon il predatore perfetto – Da recensionelibri.org – 2012

Recensione del romanzo Megalodon.

“Al Duncan era lì, il viso biancastro con la bocca spalancata in un grido muto, i lunghi capelli biondi ondeggiavano lentamente nella placida corrente abissale. Il resto del corpo non c’era più, dalla cintola in giù non c’era più niente. Il sangue ancora usciva copioso dalla base del troncone”.

Due sono le reazioni difronte a un mostro vecchio di millenni d’evoluzione. Da una parte lo spavento ispirato dalla minaccia, dall’altra la fascinazione del mistero. Due scintille perse nello sguardo di un cacciatore. L’uomo. Megalodon il predatore perfetto di Aaronne Colagrossi, edito da Edizioni il Frangente, racconta la spietata bellezza della natura e la devastante capacità della specie umana di distruggerla, ergendosi come ultimo, vero predatore perfetto.

Tanti i riferimenti alla biologia della natura nel romanzo di Colagrossi, osservazioni quasi puramente scientifiche, dal sapore formativo. Mentre il ritmo narrativo è piuttosto veloce, frequenti cambi di scena, arricchiti da un uso del dialogo che accompagna il lettore per buona parte del testo. A tratti, leggendo Megalodon il predatore perfetto, potreste avere l’impressione di guardare un film. Le figure sono tratteggiate, senza per questo mancare di una caratterizzazione, ma puramente funzionali ai significati tracciati dal percorso letterario.

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C’è chi è mosso dalla volontà di conoscere, chi invece esegue un compito dettato dall’agenda del potere governativo, chi ancora vorrebbe solo avere il privilegio di uccidere quell’antico predatore. Intorno alla spedizione, organizzata alla volta del mastodontico squalo, personaggi diversi vanno a riflettere i tanti scenari possibili che potrebbero prodursi a fronte di un mistero da esplorare. L’avventura ha però il dono del pragmatismo, e vediamo consumarsi anche temi di attualità: dall’ecoterrorismo alla caccia illegale alle balene, passando per le regioni di stato che tutto possono. Mentre la scienza resta a guardare, trattata come mero strumento.

Iacopo Bernardini

19 Novembre 2012

Leggi [Articolo originale] [Intervista originale]
Aaronne Colagrossi

Capo Tiburon – Da recensionelibri.org – 2017

Copertina Capo Tiburon Aaronne Colagrossi
La trama

Tiburon in spagnolo significa squalo, quel predatore dalla forma sinuosa e allungata come il promontorio roccioso che regna sovrano come un gigantesco mostro marino sul lato sudorientale di Haiti-Santo Domingo. Proprio Capo Tiburon, infatti, fa da sfondo alle vicende narrate in questo romanzo breve.

Siamo nel 1635 e la piroga pirata Chasseur, dieci metri di lunghezza e ventinove filibustieri a bordo, è alla deriva nel mar dei Caraibi dopo una tempesta. La lunga canoa si trova cinque miglia a ovest di Capo Tiburon, i naufraghi languono come anime perdute in un’astenia infinita: pungolati dalla fame e dalla sete, il morso dell’avidità che li ha spinti in mare non molla la presa.

Il comandante di questa ciurma di bucanieri, Pierre Le Grand, avvista un enorme galeone spagnolo nei pressi del promontorio e le mascelle della bramosia si stringono ancora di più intorno a lui. Il pirata sul ponte urla ferino l’ordine d’attacco e navigando a remi durante la notte, Le Grand fa prima affondare la Chasseur per poi lanciarsi con i suoi uomini all’arrembaggio dell’immensa nave da guerra, con poche probabilità di successo.
Del resto, la vita nella filibusta è così: vivo alla luce del sole, o morto in fondo al mare.

Gli uomini stavano acquattati sul fondo di legno marcio della piroga come cani nel fango pronti a catturare un animale. Le Grand disse: «Abborderemo sulla fiancata di destra, a mezzanave. Voglio che vi arrampichiate come scimmie, ammazzatene quanti più potete; non fermatevi nemmeno davanti al diavolo in persona».

L’autore

Aaronne Colagrossi è nato a Campobasso nel 1980 e si è laureato in Scienze Geologiche e Geologia Applicata all’Ingegneria. Da sempre appassionato di scienza, storia e immersioni subacque, la nascita dell’interesse per gli squali è da ricercare nella lettura durante l’infanzia del romanzo “Lo squalo” di Peter Benchley, che lo folgorò acuendo la sua attrazione per gli ambienti marini.

Aaronne Colagrossi

Grande viaggiatore e fotografo, dopo aver girato l’Europa sbarca nel continente africano dove entra per la prima volta in contatto con la natura pura. Autore di due romanzi, nelle sue opere affronta sempre temi a lui cari come il mare e la pirateria. Mosso dal desiderio costante di esprimersi per mezzo della scrittura, l’autore ha da poco inaugurato il suo blog personale aaronnecolagrossi.com, oltre a essere a lavoro su due nuove opere di narrazione sulla pirateria e due reportage di viaggio sulla Romania e sul Botswana.

Per maggiori informazioni, visitate la pagina Facebook dell’autore.

Lo stile

Capo Tiburon è un racconto storico di avventura che trascina il lettore dentro un evento realmente accaduto. Con uno stile diretto e una strutturazione dei dialoghi efficace e d’impatto, Colagrossi rende vivide le scene da lui narrate, permettendo al lettore di percepire il rollare del ponte della nave sotto di lui e l’odore di acqua salmastra nelle narici.

Il romanzo breve di Colagrossi nasce da un accurato lavoro di ricerca e studio delle fonti bibliografiche e risulta credibile negli aspetti più tecnici, come quelli storici o nautici, ma anche scorrevole e appassionante per chi è alla ricerca di una buona storia di avventura, pirateria e coraggio. La passione pura dell’autore per il mare e tutto ciò che lo riguarda è palpabile tra le pagine e rende l’opera perfetta per adulti e adolescenti pronti a salpare con la lettura verso questo mondo tempestoso dove ogni essere umano rischia di essere sballottato come una briciola di pane su una tavola di ubriachi.

Capo Tiburon è un racconto che resta aderente alla bibliografia storica, senza concedersi voli di immaginazione e per questo capace di soddisfare anche il più pignolo degli amanti dei un genere, quello della pirateria, che vanta una storia lunga e affascinante.

Capo Tiburon è disponibile su Amazon

[Articolo originale]

Coccodrilli.

Coccodrilli

L’ordine Crocodylia attualmente comprende 23 specie tra coccodrilli, caimani, alligatori e gaviali.

Sopravvissuti a milioni di anni di evoluzione, di ere geologiche, di sconvolgimenti tettonici, di cambiamenti climatici e di altre vicissitudini geologiche, oggi si ritrovano faccia a faccia con l’uomo. È una vera lotta per la sopravvivenza, quella dei coccodrilli.

Nella sola Florida (USA) negli anni settanta rimanevano poco più di 400 alligatori, l’espansione umana li aveva costretti a fuggire da gran parte degli ambienti in cui solitamente vivevano.

Coccodrilli
Alligator mississippiensis

Gli umani li decimarono per la pelle e per la loro sicurezza personale, o al massimo li catturavano per gli zoo. Fortunatamente oggi ci sono misure di salvaguardia e gli animali si stanno ripopolando in fretta. Nel resto del mondo le cose non sono andate meglio.

Il coccodrillo è stato sempre perseguitato, o magari venerato, come nel caso degli antichi Egizi.  In Australia il gigantesco coccodrillo marino (Crocodylus porosus) è stato cacciato sin quasi all’estinzione, oggi è una macchina da soldi turistica che fa gola al governo australiano.

Coccodrilli
Australia, Crocodylus porosus.

Ma chi sono i coccodrilli?

I coccodrilli moderni, come li conosciamo noi per intenderci, sono presenti sulla terra da circa 80 milioni di anni; ma la storia dei coccodrilli è molto, molto più vecchia… anzi vetusta.

Mi verrebbe da dire proprio: “Quando i coccodrilli dominavano la Terra”, parafrasando una delle scene finali di Jurassic Park.

I Crurotarsi, lontani progenitori dei coccodrilli, comparvero circa 240 milioni di anni fa, nel triassico medio, e la maggior parte dei paleontologici concorda sul fatto che i primi caratteri morfologici dei coccodrilli comparvero proprio nei crurotarsi.

I crurotarsi erano presenti sulla terraferma e da loro si evolse il primo rettile con caratteristiche coccodrillomorfe, il Protosuchus.

Coccodrilli
Crocodylia moderni.

Il clima del triassico era caldo, con poche variazioni dai poli all’equatore, non come oggi; non ci sono evidenze di calotte polari ghiacchiate, per lo meno non con gli spessori attuali derivati dal quaternario (eccetto la vistosa diminuzione degli ultimi anni). Le grandi foreste di conifere arrivarono nel triassico superiore, che marcavano un clima generale più secco. In questo ambiente vivevano i crurotarsi.

Bisogna tenere bene a mente che gli antichi antenati dei coccodrilli (così come per i Pterosauri) si sono evoluti a partire da un predecessore comune per poi diversificarsi in una miriade di forme e dimensioni.

Nel triassico superiore, l’estinzione di massa che colpì la Terra 200 milioni di anni fa, estinse i crurotarsi. Fu un’occasione d’oro per i dinosauri, che si liberarono dalla loro nicchia ecologica per espandersi in tutto il mondo.

I Plesiosauri dominavano invece le acque marine, lasciando poco spazio ai concorrenti (persino gli squali moderni dovranno attendere altri 100 milioni di anni). I coccodrilli occuparono gli unici habitat disponibili: fiumi, laghi, paludi e acquitrini.

Naturalmente c’erano alcune specie marine che riuscirono ad avere il loro spazio ecologico, ma erano molto inferiori in numero rispetto ai cugini d’acqua dolce.

Coccodrilli
Crocodylus niloticus, Botswana.

Molti scienziati sono d’accordo sul fatto che questo vincolo delle acque dolci sia stato un freno alla loro evoluzione ma l’altra faccia della medaglia è anche che sia stata la loro salvezza; non a caso i coccodrilli sopravvissero all’estinzione di massa del limite K-T, che cancellò i dinosauri.

I coccodrilli convissero perfettamente con i mammiferi per i successivi 65 milioni di anni, sino all’arrivo del loro peggior nemico: Homo sapiens, l’unica specie che non trova equilibrio.

Verrebbe da chiedersi: perché dopo la scomparsa dei dinosauri, i coccodrilli non colsero l’occasione per dominare la Terra definitivamente? La risposta è che i mammiferi avevano già iniziato la loro diversificazione che li avrebbe portati al dominio della Terra, i coccodrilli rimasero completamente isolati… Da un punto di vista paleontologico.

Uno dei successi evolutivi dei coccodrilli, nell’arco di 250 milioni di anni è stato il fatto di poter occupare nicchie ecologiche in habitat sia marini e sia terrestri, nutrendosi di ogni tipo di cibo, praticamente.

Coccodrilli
Crocodylus niloticus, Botswana.

E oggi com’è la situazione di queste magnifiche creature?

Oggi i coccodrilli da “pelle” possono essere allevati legalmente e macellati: paradossalmente questo sistema ha permesso ad alcune specie di riprendersi dall’orlo dell’estinzione. Difatti oggi solo 7 specie su 23 sono a rischio.

Alcuni di essi, come l’alligatore cinese (Alligator sinensis) e il coccodrillo delle Filippine (Crocodylus mindorensis) non hanno più, di fatto, un loro habitat.

La popolazione del gaviale del Gange (Gavialis gangeticus), una specie dal muso sottile, un tempo diffusa dal Pakistan alla Birmania, dopo un ventennio di salute (1990-2010), ha subito un nuovo crollo, tanto da essere tornata ad alto rischio estinzione; in condizioni naturali restano meno di cinquecento gaviali tra India e Nepal.

L’alligatore (Alligator mississippiensis) ha invece avuto una ripresa incredibile.

Il coccodrillo del Nilo (Crocodylus niloticus), che ho avuto modo di ammirare nel Delta dell’Okavango, in Botswana, durante un mio recente safari, domina indiscusso in gran parte dell’Africa, nonostante debba dividere il territorio con l’ippopotamo anfibio.

Coccodrilli
Crocodylus niloticus, Botswana.

Il coccodrillo marino, pocanzi citato, era un tempo distribuito sino alle coste dell’India orientale, della Thailandia e di gran parte dell’Indonesia. Oggi è ampiamente diffuso in Australia e Papua Nuova Guinea, dove è comune. Storicamente ne sono stati trovati esemplari anche in Giappone e alle Seychelles.

È del 2013 la buona notizia invece che interessa il caimano jacaré (Caiman yacare) e della sua rinascita demografica nelle paludi brasiliane grazie ai programmi di salvaguardia. In passato i caimani jacaré furono quasi sterminati dai cacciatori ma oggi i loro occhi brillano nella notte a migliaia, se illuminate una palude nel cuore della notte.

L’ordine Crocodylia è sopravvissuto a sconvolgimenti inimmaginabili ma oggi deve affrontare la sfida più dura della sua intera storia evolutiva.

Ariticolo esterno correlato: Coccodrilli: spettatori nella vastità del tempo.

Articolo esterno correlato: Reportage: Botswana, gemma dell’Africa.

Aaronne Colagrossi

Dinosauri italiani.

Scipionyx samniticus - Ricostruzione - Aaronne Colagrossi

Molti di noi sono abituati a pensare che certe creature fossili siano impossibili da rinvenire nei nostri territori; eppure i dinosauri italiani ci sono (anzi ci sono stati), probabilmente non con l’abbondanza che ci si aspetterebbe ma certamente con caratteristiche peculiari nel loro genere.

Nel lontano inverno del 1980 un calzolaio veronese che lavorava in Campania, Giovanni Todesco, decise per una scampagnata sul Massiccio del Matese occidentale, al confine tra Campania e Molise. Non sapeva che stava per cambiare la storia dei dinosauri italiani.

Scelse, per le sue ricerche di fossili, puramente da appassionato, una cava abbandonata nei pressi di Pietraroja, cittadina già famosa dai tempi del Regno di Napoli per i suoi fossili completi di pesci.

Staccò alcune lastre di roccia calcarea, il famigerato Plattenkalk, senza aprirle; tuttavia aveva riconosciuto un sottile strato nero tra le due lastre. Presenza di fossili.

Scipionyx samniticus - dinosauri italiani
Scipionyx samniticus – Plattenkalk

Todesco lasciò il fossile esposto in casa, fino al 1993. Dopo la visione del film Jurassic Park si rese conto che il suo fossile era certamente qualcosa di più di una semplice lucertola, seppur ben conservata. Era solo il primo dei dinosauri italiani.

Quando mostrò il materiale a un paleontologo di Milano, questi si rese immediatamente conto della scoperta di importanza mondiale: un dinosauro lungo circa 20 centimetri completo in molte sue parti, soprattutto i suoi organi.

Successive analisi scientifiche mostrarono l’appartenenza della creatura a una famiglia sconosciuta di teropodi, non solo: il fossile è uno dei primi dinosauri al mondo per stato di conservazione degli organi interni.

Scipionyx samniticus - dinosauri italiani
Scipionyx samniticus – Disegno

Il paleontologo Cristiano Dal Sasso battezzò il piccolo dinosauro Scipionyx samniticus (in onore del geologo Scipione Breislak).

Nel 2010 Dal Sasso ha presentato buona parte dei suoi studi su Ciro, il nomignolo col quale è stata ribattezzata la piccola creatura. I suoi studi hanno mostrato che Ciro ha un ottimo stato di conservazione delle fibre muscolari, del fegato, dell’intestino e di altre parti molli, difficilissime da fossilizzare in altri ambienti.

Tuttavia Scipionyx samniticus non è l’unico dinosauro italiano.

Difatti è opinione comune, compresa quella di molti miei colleghi geologi, che l’Italia del Cretaceo fosse sommersa dalle acque marine dell’oceano Tetide e che, quindi, sia difficilissimo rinvenire fossili di una certa importanza paleontologica come i dinosauri, se non impossibile.

Certo, l’Italia del Cretaceo era una sorta di tavolato sommerso dalle acque, ma si trattava di mari poco profondi, con ampi settori di terre emerse, ricchi di vegetazione, che permettevano addirittura interscambi migratori di specie animali.

Inoltre il corpo geografico che ci appare adesso come l’Italia, oltre che parzialmente sommerso e smembrato, era anche spostato rispetto alla posizione attuale, sia di latitudine e sia di longitudine; verso sudovest per essere precisi.

Nel 1985, nelle Dolomiti bellunesi, ai piedi di Monte Pelmetto, furono scoperte impronte di dinosauri.

Dolomiti bellunesi, impronte di dinosauri italiani.
Dolomiti bellunesi, impronte di dinosauri.

Nel 1989 a Lavini di Marco, vicino Rovereto, un appassionato scambiò per buchi di granate delle Seconda Guerra Mondiale quelle che, in realtà, erano impronte di dinosauri. Ne furono catalogate ben 1500 in 46 piste diverse.

E le scoperte d’impronte non si fermarono, in tutta la penisola italiana ne furono rinvenute a migliaia. Nel 1999 ad Altamura furono rinvenute 30.000 (sì, proprio trentamila!) impronte di dinosauro risalenti al Cretaceo Superiore e appartenenti a dinosauri erbivori, principalmente.

Altamura, impronte di dinosauri italiani.
Altamura, impronte di dinosauri.

Nel 1994, vicino Trieste, a Villaggio del Pescatore di Duino, la geologa Tiziana Brazzatti scorse una zampa fuoriuscire dalla roccia in una cava abbandonata ( a 100 metri dal mare); la Brazzatti stava svolgendo rilevamento geologico per la sua tesi, ricorda ancora oggi l’adrenalina e l’entusiasmo per una delle più grandi scoperte paleontologiche dell’Europa.

Si trattava di un dinosauro erbivoro che la geologa battezzò Antonio. Rimuovere quel fossile dalle rocce richiese anni di lavoro. Si dovettero smuovere centinaia di metri cubi di roccia, tagliandola con fili diamantati per poi pulire ogni singolo osso con acido formico.

Tiziana Brazzatti posa vicino al calco di Antonio - dinosauri italiani
Tiziana Brazzatti posa vicino al calco di Antonio

Antonio risultò essere l’adrosauro più vecchio in Europa. L’adrosauro è più conosciuto come dinosauro a becco d’anatra. Il fossile rinvenuto era lungo quattro metri ed era femmina, a dispetto del nome. L’età era di 85 milioni di anni.

È stato Jack Horner, il famoso paleontologo americano a scoprire e studiare le prime colonie di nidi fossili di questi dinosauri a becco d’anatra, dimostrando l’elevato grado di socialità di questi antichi animali. Horner deve la sua popolarità anche grazie alla consulenza richiesta da Steven Spielberg nel film Jurassic Park, proseguita nel Mondo Perduto e poi andata avanti in JPIII e JP World con gli altri registi. Nell’ultimo film ha addirittura avuto un piccolo ruolo.

Nel 1996 Angelo Zanella scoprì dei fossili di dinosauro in una cava di Saltrio, in Lombardia; la successione sedimentaria apparteneva a depositi marini poco profondi; probabilmente l’animale morì lungo le spiagge per poi essere inglobato nei sedimenti. Tuttavia la classificazione del dinosauro, basata su 119 ossa, fu abbastanza frammentaria e lo rimane tuttora.

Saltriosauro - Ricostruzione - dinosauri italiani
Saltriosauro, ricostruzione.

Si può affermare che è certamente un dinosauro carnivoro teropode; i paleontologi non riescono ancora a dare una classificazione scientifica certa. Il dinosauro è stato denominato Saltriosauro.

Nel 2009 a Capaci, in Sicilia, fu scoperto l’osso di un dinosauro risalente al Cenomaniano, circa 96 milioni di anni fa. I tre paleontologi palermitani, autori della scoperta, inviarono un campione al centro di geologia dell’università di Bonn, per esami istologici.

Non vi fu più nessun dubbio: l’osso scoperto apparteneva a un grosso dinosauro, probabilmente un carnivoro.

Il dinosauro fu ribattezzato DinoSaro; tuttavia la scoperta mescolò nuovamente il mazzo di carte dell’evoluzione geologica della bella Sicilia. Probabilmente le acque marine del Cretaceo Superiore non erano così profonde come si era sempre pensato.

Giovanni Todesco e Tiziana Brazzatti - dinosauri italiani
Giovanni Todesco (che scoprì Ciro) e Tiziana Brazzatti (che scoprì Antonio) .

L’ultimo arrivato, il quinto, è Tito, un titanosauro col nome da imperatore, scoperto in Lazio, nel giacimento di Rocca di Cave. Tuttavia era stato dimenticato in un muretto di una casa privata vicino Roma; i blocchi di roccia contenevano una vertebra e due frammenti di bacino che provenivano da un affioramento ormai smantellato.

Tito - Ricostruzione titanosauro - dinosauri italiani
Tito – Ricostruzione del titanosauro.

Tito è un titanosauro di 113 milioni di anni fa, un sauropode per la precisione. I titanosauri, come si intuisce dal nome, sono rettili erbivori giganteschi, anche se Tito era un po’ più piccolo, circa sei metri; probabilmente era un individuo subadulto, o un individuo con caratteristiche morfologiche di taglia inferiore rispetto agli individui che vivevano sul continente (come afferma Dal Sasso, co-autore dello studio).

Come avviene sempre in questi casi una nuova scoperta mette in ballo nuove domande, ancora più complesse.

Ma d’altronde questo è anche il fascino della scoperta e dell’avventura…

in qualsiasi campo naturalmente…

Aaronne Colagrossi.

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La bufera di neve del 1888 – U.S.A.

Treni deragliati, marzo 1888

Nei primi mesi del 1888, negli Stati Uniti d’America, a New York in particolare, non si faceva che parlare di quello che era stato uno degli inverni più caldi degli ultimi anni, soprattutto per la mancanza di neve. Tuttavia il giorno 10 marzo, alle ore 21 per essere precisi, il termometro segnava una temperatura di 10 gradi centigradi.

Il giorno successivo, per quanto il cielo fosse coperto, con qualche rovescio di pioggia, la temperatura si mantenne ancora sopra le medie del periodo.

Nel corso del pomeriggio, però, qualcosa cominciò a cambiare: il vento iniziò a rinforzare sempre di più e i temporali aumentarono d’intensità. Inoltre la pressione atmosferica cominciò a diminuire molto velocemente.

Brooklyn 1888 - neve colagrossi
Brooklyn 1888

Quell’11 marzo era domenica: il centro meteorologico di New York era quasi deserto e si erano interrotti i collegamenti con il centro meteorologico di Washington D.C.; qui, infatti, la situazione era molto più chiara. Era ormai evidente che la costa orientale degli Stati Uniti stava per essere colpita da una tempesta con venti fortissimi, che avrebbero portato abbondanti nevicate.

La tempesta si generò a causa di masse d’aria dalle caratteristiche profondamente diverse, e dirette una contro l’altra. La prima massa d’aria proveniva dal Golfo del Messico ed era relativamente calda e carica d’umidità; la seconda proveniva dal Canada, diretta a sud, si era formata oltre il circolo polare artico.

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Le due perturbazioni s’incontrarono proprio quella domenica pomeriggio; lo scontro fu violentissimo e generò un vero e proprio uragano invernale.

La spaventosa tormenta cominciò a spostarsi verso la costa di New York.

Verso sera le raffiche miste a pioggia raggiunsero velocità intollerabili, tanto da non permettere neanche ai cavalli di poter camminare (furono segnalate carrozze con tiro a sei ribaltate dal vento).

A mezzanotte la pioggia si tramutò in neve; a tutti era chiara la pericolosità della tempesta in corso ma dal centro meteorologico non era stato diramato nessun annuncio di allerta meteo.

New York, bufera del 1888 - neve colagrossi
New York, bufera del 1888

New York si risvegliò sotto un’immensa coltre di neve e la bufera non accennava a smettere. Ogni angolo della città e dei territori circostanti era martoriato dalla tempesta.

Molte persone rimasero bloccate nella sopraelevata; delinquenti locali fecero pagare i malcapitati bloccati nelle vetture per poter scendere su scale apposite.

Nel pomeriggio era tutto bloccato: uffici, alberghi, scuole, ecc. Tutto divenne un gigantesco dormitorio per le migliaia di persone uscite al mattino e rimaste bloccate sino al pomeriggio.

Nevicò per due giorni di seguito, sino al martedì; ma ormai la città era irriconoscibile. Si contarono 400 morti, tra cui persone letteralmente sommerse dalla neve o ammazzate dai cornicioni ghiacciati caduti.

New York nel post bufera, 1888 - neve colagrossi
New York nel post bufera, 1888

La tempesta coinvolse l’intero costa nordest degli Stati Uniti; in seguito a questo evento si decise di abbandonare definitivamente i collegamenti telefonici e telegrafici su palo per metterli sottoterra, abbattendo così la selva di tralicci che abbondavano in ogni dove.

New York ne uscì più moderna dalla bufera di neve, inaugurò inoltre la sua prima metropolitana sotterranea.

Aaronne Colagrossi.

Storia sismica dell’Italia.

Terremoto in un antico dipinto.

Se consideriamo che circa la metà degli italiani vive in zone sismiche, dove più del 60% degli edifici sono da considerarsi insicuri in caso di terremoto, in quanto progettati e costruiti senza vincoli dalla normativa antisismica, allora due grosse domande che mi faccio sono: quale è la storia sismica dell’Italia e quanti terremoti catastrofici vi hanno avuto luogo?

È inutile girarci intorno: l’Italia è un paese sismico.

Eccetto alcune zone franche, come la Sardegna e la Puglia sud-orientale (ma la mano sul fuoco non ce la metterei), la nostra penisola è interessata tutto l’anno da fenomeni sismici di varia natura, profondità ed entità – gli addetti ai lavori comprenderanno queste approssimazioni – senza tralasciare il fatto che ogni anno nel sottosuolo del nostro Bel Paese avvengono mediamente circa 2500 eventi di magnitudo 2.5 (non è poco!). La storia sismica dell’italia è quindi molto complessa.

L’attività sismica italiana è concentrata prevalentemente nella crosta terrestre a profondità decisamente minori di 40 Km. Bisogna escludere da questo calderone i sismi che avvengono lungo l’arco calabro e nel bacino tirrenico delle Eolie.

Inoltre basta guardare l’Italia su una cartina geografica per capire l’andamento della catena appenninica e, quindi, della sua attività tettonica, strettamente correlabile all’asse montuoso appenninico.

Tuttavia c’è da dire che solo nell’ultimo cinquantennio è stato possibile studiare bene, da un punto di vista fisico e matematico, i terremoti.

Cartina dell'Italia fisica. Storia sismica dell'Italia
Cartina dell’Italia fisica.

Gli antichi Romani furono degli ottimi osservatori, nonché dei grandi tecnici in molteplici discipline; a dirlo sono i fatti, le strutture da loro create e la storia. Furono loro i primi a scrivere la storia sismica dell’Italia.

Già Plinio si cimentò nella descrizione di tantissimi fenomeni naturali, tra cui il vulcanismo.

Ad ogni modo, nel corso del lungo impero Romano, e poi in epoca medievale, molti storici riportano i seguenti dati, magari approssimativi e lacunosi, tuttavia buoni indicatori di quanto avvenuto sul nostro territorio.

Dal 200 a.C. al 100 d.C. (date approssimative), gli antichi Romani riferirono, nelle loro cronache, di terremoti disastrosi nelle attuali aree della Toscana, dell’Umbria, delle Marche, dell’Emilia-Romagna, della Calabria, della Sicilia, della Campania e della Basilicata.

Nel 346 d.C. un terremoto distruttivo colpì l’Italia centro-meridionale, principalmente il Sannio; nel 362 fu invce la volta di Messina-Reggio Calabria, con migliaia di vittime e un maremoto nello Stretto.

Nel 442 e nel 476 d.C. toccò a Roma, con un crollo parziale del Colosseo, danni a innumerevoli monumenti e crollli agli edifici civili.

Nell’801 un terremoto distastroso colpì Perugia, le scosse furono avertite anche a Roma, che nell’847 e nell’849 fu danneggiata da nuove scosse.

Veduta in elicottero del colosseo. Storia sismica dell'Italia
Veduta in elicottero del colosseo.

Nel 908 e 989 Irpinia e Sannio furono colpite da una serie di potenti terremoti, probabilmente nono grado della scala Mercalli.

Nell’anno 1004 fu Padova a cadere nel mirino della natura, dove ne uscì parzialmente distrutta. Nel 1046 invece la valle dell’Adige fu colpita da una serie di scosse di rilevante intensità.

Nel 1104 fu la Liguria a essere colpita, con numerose vittime.

Dall’anno mille a oggi si sono verificati circa 30.000 eventi sismici di media e forte intensità, di questi più di duecento sono stati definiti disastrosi.

Nel solo ventesimo secolo si contano circa 130.000 vittime.

Nel 1169 la Sicilia orientale venne stretta nella morsa di un potente sisma, approssimato intorno al decimo grado della scala Mercalli. Da Catania a Siracusa si contarono migliaia di morti.

Terremoto di Noto, Sicilia orientale. Storia sismica dell'Italia
Terremoto di Noto, Sicilia orientale.

Nel 1315 L’Aquila subì un terremoto distruttivo, quantificabile intorno al nono grado della Mercalli. Nel 1343 il Golfo di Napoli fu interessato da un potente maremoto, che portò alla devastazione del porto della città partenopea.

Poi toccò al Friuli nel 1348, con migliaia di morti.

Il 5 dicembre del 1456 il regno di Napoli fu devastato da uno dei più grandi sismi della storia sismica d’Italia: trentamila morti, scosse del decimo grado della scala mercalli e devastazioni dall’Abruzzo, al Molise, alla Campania, alla Puglia e alla Basilicata.

Terremoto del Regno di Napoli, 1456. Storia sismica dell'Italia
Terremoto del Regno di Napoli, 1456.

l’11 marzo del 1693, in Sicilia orientale, un terremoto dell’undicesimo grado della mercalli portò morte e devastazione in quella magnifica terra. 60.000 persone persero la vita, seguì un maremoto.

Molti scienziati concordano che questo fu uno dei più potenti sismi mai registrati nell’era dell’uomo in Italia.

Il 5 febbraio del 1783 lo Stretto di Messina fu devastato ancora da un teremoto dell’undicesimo grado Mercalli, si registrarono 50.000 morti.

Il 26 luglio del 1805 fu la volta della mia città, Campobasso, con un sisma del decimo grado della Mercalli. Persero la vita quasi seimila persone in quella tragica notte.

Terremoto 1805 - Vesuvio Storia sismica dell'Italia
Terremoto 1805 – Vesuvio

Il 16 dicembre 1857 le provincie di Salerno e di Potenza furono quasi rase al suole da un potente sisma, che uccise quasi dodicimila persone.

Il 28 dicembre 1908 una delle più grandi sciagure naturali dell’Europa colpì lo Stretto di Messina.La regione venne letteralmente distrutta da un terremoto, probabilmente del dodicesimo grado Mercalli (vere e proprie mutazioni morfologiche del territorio).

Circa 120.000 persone perirono e molti scomparvero nel maremoto che colpì la zona.

Avezzano 1915 Storia sismica dell'Italia
Avezzano 1915

Nel 1915 più di trentamila persone morirono nel terremoto di Avezzano, il sisma fu avvertito distintamente a Roma e a Napoli.

Come capirete la storia sismica d’Italia è davvero lunga. Il novecento fu teatro di numerosi terremoti: 1930 in Irpinia, 1938 nel Basso Tirreno, 1968 in Belice, 1976 in Friuli, 1980 in Irpinia, 1990 in Sicilia, 1997 in Umbria, 31 ottobre 2002 di nuovo in Molise, 6 aprile 2009 a L’Aquila, 29 maggio 2012 in Emilia-Romagna, 24 agosto 2016 ad Amatrice e arriviamo all’ultima del 30 ottobre 2016, che è stata definita una delle più forti scosse sismiche mai registrate in Italia.

Nell’agosto 2018, il Molise viene nuovamente flagellato dalla furia della natura. Il 14 agosto, alle 23.48, l’area del paese di Montecilfone (CB) subisce un terremoto di magnitudo 4.4. Il 16 agosto ne subirà una seconda, di magnitudo 5.1: cui seguirà uno sciame sismico tuttora in atto, mentre sto scrivendo e aggiornando questo articolo.

Aaronne Colagrossi.

Origine degli uccelli.

Aquila pescatrice africana (Haliaeetus vocifer) - Botswana.

Gli uccelli sono un grande gruppo di animali adattati al volo, con circa diecimila specie viventi su tutto il pianeta. Nonostante questa grande diversificazione moderna, una domanda permane: quando e come ebbero origine gli uccelli?

Tra il 1860 e il 1861, in Germania (a Solnhofen, in Baviera), fu scoperta una piuma nella formazione calcarea locale, da cui si estraeva roccia per la litografia, data la grana finissima della stessa.

Tale caratteristica sedimentologica ha permesso una perfetta conservazione, persino nei tessuti molli, di organismi fossili rarissimi e risalenti al Giurassico, il Periodo geologico compreso tra i centocinquanta e i duecento milioni di anni fa.

Archaeopteryx lithographica. Colagrossi - uccelli
Archaeopteryx lithographica.

Nel corso degli anni furono rivenuti dieci scheletri di questo uccello-rettile molto strano, completi e non; il nome di questa creatura è Archaeopteryx.

Questo animale aveva le dimensioni di una gazza e molte caratteristiche riconducibili ai moderni uccelli, come un cervello relativamente sviluppato (soprattutto per i lobi ottici), un alluce rivolto all’indietro, le penne copritrici e remiganti (indispensabili al volo), le furcula (clavicole saldate, caratteristica presente anche in alcuni dinosauri però) e in ultimo pare anche lo sterno (secondo i recenti ritrovamenti).

Ma Archaeopteryx aveva anche caratteri da rettile, come la dentatura tecodonte (denti negli alveoli, come i coccodrilli), dita della mano ben differenziate (con robusti artigli) e la coda composta da numerose vertebre.

Gli studi effettuati hanno permesso una descrizione della specie, anzi di due, dopo anni di discussioni: Archaeopteryx lithographica e A. siemensii.

L’evoluzione degli uccelli sembra mantenere toni piuttosto timidi durante il Cretaceo, per attraversare diversi fasi di espansione durante il Cenozoico, il tempo dei mammiferi.

Tuttavia moderne scoperte in Cina e in Spagna sembrano riempire il gap scientifico esistente.

Yi qi. Colagrossi - uccelli
Yi qi.

Per molto tempo, infatti, Archaeopteryx è stato ritenuto il fossile di proto-uccello più antico, ma negli ultimi anni la nuova frontiera paleontologica della Cina sta fornendo alcuni tasselli più antichi, seppur sempre appartenenti al Giurassico, come Anchiornis huxleyi, Xiaotingia zhengi, Yi qi (che in cinese significa “ala strana”) e Aurornis xui.

Come sempre questi nuovi tasselli rispondono a una piccola parte delle domande ma ne generano di nuove.

Anchiornis huxleiy. Colagrossi - uccelli
Anchiornis huxleiy.

Come avrete ben capito le origini degli uccelli sono controverse.

Una prima ipotesi sostiene una derivazione dai primi coccodrilli, delle forme primitive rispetto ai moderni coccodrilli [Leggi].

A sostegno di questa tesi gli scienziati affermano che alcune caratteristiche del cranio riconducono a quelle dei coccodrilli. Una seconda ipotesi fa derivare gli uccelli da un gruppo di tecodonti, perché vi sono affinità morfologiche ad alcuni ornitosuchidi.

Una terza ipotesi, decisamente più peculiare, accomuna uccelli e mammiferi, poiché entrambi i gruppi sono endotermi.

Inoltre entrambi hanno il cuore tetracamerato, un cervello sviluppato, un isolamento cutaneo di cheratina e tutta una serie di caratteristiche fisiologiche.

La maggior parte degli scienziati non è d’accordo con questa teoria, poiché entra in contrasto con molte altre evidenze paleontologiche.

Aurornis xui. Colagrossi. uccelli
Aurornis xui.

Una quarta ipotesi fa derivare gli uccelli dai dinosauri teropodi, poiché vi sono tantissime affinità, specialmente con la famiglia Dromaeosauridae (molto più evoluta dei primi teropodi), tra cui il Velociraptor mongoliensis (famoso per il film Jurassic Park, nonostante l’errata ricostruzione fatta nel film).

Dato l’elevato numero di caratteristiche scheletriche riscontrabili tra teropodi e uccelli, quest’ultima ipotesi è la più accreditata.

Molto bene, ma sorge un’altra domanda: come si è originato il volo?

Alcuni scienziati, che hanno studiato a fondo Archaeopteryx, ritengono che il volo primitivo fosse composto di una serie di balzi atti a inseguire grossi insetti, di cui si nutrivano questi uccelli-rettili.

Naturalmente la grandezza delle proto-ali e della coda aumentavano l’ampiezza di questi salti. Altri scienziati seguono la pista delle abitudini di vita arboricole, come gli esemplari scoperti in Cina recentemente; ovvero essi ritengono che il volo possa essere iniziato spiccando salti tra le chiome degli alberi, con tratti di planata abbastanza lunghi.

Archaeopteryx ricostruzione. Colagrossi - uccelli
Archaeopteryx ricostruzione.

Tuttavia questa teoria mostra delle opposizioni, infatti alcuni esperti affermano che l’attività di planare ostacola uno sviluppo del volo attivo, poiché ciò comporta un allungamento delle parti prossimali per reggere il patagio (la membrana, come quella dei pipistrelli); naturalmente siamo sempre nel campo delle ipotesi.

Altri scienziati ritengono che la teoria dei balzi sempre più lunghi non possa trovare appoggio, poiché per eseguire dei salti coordinati, per di più con successo nella predazione dell’insetto, rende necessario un ottimo sviluppo della tecnica stessa.

Quindi, in definitiva, molti ritengono che una giusta via di mezzo sia quella tra le due suddette, ovvero fasi di balzi ma anche di planata in uno stile di vita prevalentemente arboricolo.

Prezzo: EUR 9,18

Inoltre molti scienziati ritengono che gli artigli di Archaeopteryx siano tipici di animali arboricoli.

Il presente potrebbe essere chiave per interpretare il passato; gli uccelli moderni mostrano fasi evolutive che riducono molti elementi dell’arto anteriore e della mano: il metacarpale del terzo dito è l’unico ad avere falangi.

Inoltre vi è la presenza di ossa pneumatiche, lo sterno si modifica e si carena, i muscoli sollevatori delle ali cambiano forma, il corpo si accorcia, le vertebre sacrali si fondono e la coda non è molto lunga.

Becco a sella africano (Ephippiorhynchus senegalensis) - Botswana 2016 Colagrossi - uccelli
Becco a sella africano (Ephippiorhynchus senegalensis) – Botswana 2016

E le penne? Come si sono originate?

Pare che le proto-penne siano una componente originatasi per trattenere il calore nei piccoli dinosauri, dove la struttura della penna e della piuma ricordava solo vagamente quello che conosciamo noi oggi; penne e piumaggio sono quindi una struttura preadattata, poiché funzionale ai progenitori degli uccelli.

Quindi le cause sono da ricercare nell’adattamento a nuovi climi, o a nuovi ambienti, e, soprattutto, a un ridimensionamento della taglia corporea dell’animale stesso, proprio per evitare la dispersione del calore, che generalmente è maggiore all’aumentare della taglia.

È proprio di qualche tempo fa la notizia del ritrovamento, in un mercatino del Myanmar, di un pezzo di ambra delle dimensioni di un’albicocca e contenente un frammento di coda di dinosauro teropode, di un cucciolo, ma completo di ossa e di piume.

Il fossile di ambra, risalente al Cretaceo di 99 milioni di anni fa, “immortala uno dei primi momenti di differenziazione tra le penne dei dinosauri e quelle degli uccelli volatori”, stando a quanto afferma il paleontologo che dirige il progetto di studio.

Ambra del Myanmar. Colagrossi - uccelli
Ambra del Myanmar.

Tuttavia lo stesso studioso afferma che, se tutto il dinosauro originario fosse stato coperto da penne e piume come quelle rinvenute sulla coda, la creatura non avrebbe potuto volare, quindi il piumaggio serviva a svolgere la funzione di ornamento o di termoregolazione.

Naturalmente anche questa è un’ipotesi, poiché manca tutto il resto del fossile, appunto.

L’area da dove proviene il pezzo è tra le più ricche del pianeta, in quanto a fossili di ambra, purtroppo la zona è anche teatro di guerre tra ribelli e governo birmano.

Si spera in futuro che queste devastazioni inutili possano trovare fine, in modo da permettere agli scienziati di accedere ai siti di scavo, per scoprire quanto più è possibile sulla storia del nostro pianeta.

Aaronne Colagrossi.

Geoff Hunt: artista del mare.

Geoff Hunt, Convoglio.

Geoff Hunt (Londra, 1948) è un artista britannico che ha dedicato la sua carriera a un tipo di arte molto particolare: quella sul mare e sui velieri.

Geoff Hunt è specializzato soprattutto in disegni sugli antichi velieri del diciottesimo e del diciannovesimo secolo, sia da guerra che non, ma anche di sommergibili e di grandi navi da guerra moderne.

 

Geoff Hunt, Seconda Guerra Mondiale WWII. Colagrossi
Geoff Hunt, Seconda Guerra Mondiale.

Egli stesso comunque afferma di amare particolarmente gli antichi velieri, trovandoli affascinanti, impressionanti e davvero terrificanti, da un punto di vista della potenza di fuoco, in grado di scatenare in battaglia.

 

Geoff Hunt. Colagrossi
Geoff Hunt.

Nel corso degli anni Geoff Hunt è divenuto leader nel settore, arrivando a disegnare tutte le copertine dello scrittore Patrick O’Brian, creatore della saga di romanzi sulle avventure del comandante Jack Aubrey e del medico Stephen Maturin, da cui, nel 2003, è stato tratto il film premio Oscar Master & Commander, con Russel Crowe e Paul Bettany.

 

Geoff Hunt, Duello Nel Mar Ionio. Colagrossi
Geoff Hunt, Duello Nel Mar Ionio.

Sul finire degli anni sessanta Geoff Hunt frequentò con successo un corso di progettazione grafica, diplomandosi nel 1970. Per un paio di anni si impiegò nel settore della pubblicità, per poi passare all’attività freelance. Dal 1977 al 1979 fu direttore artistico per la rivista trimestrale Warship.

Alla sua carriera ha da sempre associato quella delle esposizioni, avvenute in tutte il mondo. Ha ricoperto il ruolo di presidente nella Royal Society of Marine Artists, attualmente ne è vicepresidente.

È risaputa la sua passione maniacale per i dettagli navali e la precisione con cui li raffigura, ma non è tutto: la sua accuratezza si spinge anche all’oceanografia e alla meteorologia.

 

Geoff Hunt, Vascello. Colagrossi
Geoff Hunt, Vascello.

È nota la sua chiamata all’osservatorio reale inglese, in cui chiese dati concernenti il sole, in un dato punto di latitudine e longitudine sul globo, in un preciso momento della storia; per mantenere l’accuratezza storica in una sua tela.

Prezzo: EUR 7,65
Da: EUR 9,00

Nel 2008 ha pubblicato un libro illustrato sull’amata Surprise (la nave della Royal Navy, comandata da Jack Aubrey nei romanzi di O’Brian). La pubblicazione è avvenuta insieme a Brian Lavery, uno storico navale britannico, curatore del museo marittimo di Greenwich.

Geoff Hunt attualmente vive a Wimbledon con sua moglie e i suoi due figli.

Aaronne Colagrossi

 

Capo Tiburon – Recensione da parte del sito ocean4future.org

Copertina Capo Tiburon Aaronne Colagrossi
Mar dei Caraibi, 1635… Nei pressi della penisola di capo Tiburon…


“La maggior parte degli uomini stava acquattata sul fondo di legno marcio e maleodorante dello Chasseur, come cani nel fango pronti al guinzaglio per catturare un animale. 

Il debole tintinnio delle spade, che talvolta cozzavano tra di loro, era l’unico suono presente nell’aria. I bucanieri erano silenziosi.

Le Grand disse in tono lieve: «Abborderemo sulla fiancata di destra, a mezzanave, voglio che vi arrampichiate come scimmie, ammazzatene quanti più potete; non fermatevi nemmeno davanti al diavolo in persona».”

Con l’anno nuovo ecco il nuovo romanzo di Aaronne Colagrossi, “Capo Tiburon”, pubblicato in versione e-book a gennaio 2016 (per Amazon Kindle) e cartacea nel gennaio 2017.

Sulla base  delle descrizioni storiche, Capo Tiburon ci racconta un evento realmente accaduto nel 1635 nelle acque caraibiche.

La cronaca fu descritta da Alexandre Olivier Exquemelin (1645 – 1707) nel suo libro storico-biografico, De Americaensche Zee-Roovers che fu pubblicato ad Amsterdam nel 1678 (in Italia Bucanieri d’America).

Exquemelin narra la storia, piu’ o meno leggendaria, di Pierre Le Grand, un bucaniere francese originario di Dieppe, in Francia.

Pierre Le Grand - Capo Tiburon Colagrossi
Pierre Le Grand nella cabina del comandante.

L’evento storico citato da Exquemelin è descritto in maniera molto frammentaria e sommaria.

Si tratta dell’attacco di 29 pirati a un galeone spagnolo, la nave vice-ammiraglia della Flota Real, nei pressi di capo Tiburón, sulla costa sud occidentale dell’isola di Haiti.

Le Grand, consapevole di avere pochi e malnutriti marinai a disposizione, nonché disperati e aggrediti dalla fame e dalla sete, li costringe all’attacco affondando la piroga sulla quale viaggiavano da diverse settimane.

I 29 uomini giunti nei pressi del galeone lo attaccano e… La fine la lascio scoprire ai lettori del romanzo…

Sono tanti i riferimenti al mare, alla morte, alla voglia di combattere, di amare e di vivere.

Jolly Roger Capo Tiburon Colagrossi
Jolly Roger

L’autore, attraverso la descrizione dei desideri e dei sogni dei protagonisti, cerca di ricostruire lo stato d’animo dei naufraghi, che da marinai stremati si trasformano in belve assetate di oro e di sangue durante il cruento scontro notturno a bordo del galeone spagnolo, in procinto di rientrare in Spagna con il suo ricco carico.

Prezzo: EUR 5,99

Colagrossi descrive con ricchezza pittorica la natura, con i suoi odori e colori, e trasporta idealmente il lettore nel viaggio drammatico della piroga (che pare galleggiare su quel mare della consistenza del piombo fuso rotto solo dallo sbattere sull’acqua delle code degli squali) sulla via del promontorio di capo Tiburon che giace in lontananza come un gigantesco mostro marino pronto a inghiottire quei disperati.


02/02/2016 – Aggiornato 28/01/2017

Da ocean4future.org

Aaronne Colagrossi