Isole Tremiti: perla geologica del mar Adriatico.

 

Io considero l’arcipelago delle isole Tremiti una magnifica “perla nel mare Adriatico” (parafrasando il grande Emilio Salgari) non solo perché si trova a due passi da casa mia (Campobasso), ma anche perché ho avuto modo di apprezzarlo sia sopra sia sotto il mare, grazie alla mia passione per la subacquea, che trova in queste acque notevoli punti di immersione, innamorandomene letteralmente da ormai parecchio tempo.

L’arcipelago delle tremiti, geograficamente, si avvicina maggiormente alla linea costiera italica, anziché a quella balcanica. Nel suo complesso, questo gruppo di isole dista circa undici miglia nautiche dalla costa pugliese e ventiquattro da quella molisana. L’arcipelago è composto da sei isole: San Nicola (sede storica), San Domino (la più grande del gruppo di isole), Capraia (detta anche Capperaia, proprio per la presenza del noto Capparis spinosa), il Cretaccio (isolotto molto piccolo, ma dai colori magnifici), la Vecchia (un grosso scoglio adiacente all’isolotto del Cretaccio) e l’isola di Pianosa. Quest’ultima è posta verso nordest, verso il mare aperto, e ha una forma pressoché tabulare. A Pianosa sono vietate molte attività (previa eventuale autorizzazione), come la balneazione e le immersioni subacquee, a causa della presenza nei fondali di ordigni bellici risalenti al secondo conflitto mondiale.

Geologia, escursionismo e curiosità.

L’arcipelago delle Tremiti, di natura prevalentemente rocciosa, in particolare di tipo sedimentario, appartiene a lembi isolati della cosiddetta piattaforma apula. La sequenza stratigrafica completa purtroppo non appare in maniera continua tra le isole e, quindi, l’osservazione e lo studio della stessa non è molto agevole. Negli anni passati autorevoli geologi e paleontologi hanno avuto grosse difficoltà nell’interpretazione dei vari pezzi del puzzle e, tuttora, alcuni meccanismi geologici non sono del tutto chiari.

Isola di San Nicola vista da San Domino.

Il mio articolo vuol essere solo una leggera introduzione geo-paleontologica a questo magnifico arcipelago che, mi auguro, possa anche invogliarvi a visitarlo, magari evitando l’alta stagione (agosto), e preferendo i periodi tardo primaverili, o inizio autunnali, che vi permetteranno di ammirarne la bellezza con maggiore tranquillità. I migliori punti di osservazione della successione geologica sono, come anche in altri posti, le falesie. Alle Tremiti, queste pareti scoscese di roccia raggiungono un’elevazione consistente di parecchie decine di metri nonché un’inclinazione di parecchi gradi, dove osano avventurarsi solo le berte maggiori nei periodi di nidificazione.

Scoglio dell’Elefante.

Girovagando tra le isole (meglio iniziare da San Domino per poi andare a San Nicola) si distinguono innanzitutto i depositi olocenici di spiaggia, poi i detriti torrentizi (in cui si sono rinvenuti fossili di mammiferi quaternari) e i detriti di falda, cui seguono i depositi pleistocenici (più antichi) di loess. Il loess è un sedimento limoso giallastro di natura eolica, principalmente derivante dal clima secco periglaciale da steppa.

Nelle isole il deposito di loess sembrerebbe ricco di quarzo eolico, il che suggerirebbe un’ampia emersione delle piane oggigiorno sommerse a causa dell’abbassamento del livello marino nei periodi glaciali freddi. Altri depositi pleistocenici presenti sono dei crostoni rocciosi che, nella letteratura specialistica, vengono ascritti alla successione di varie fasi climatiche aride. In queste associazioni litologiche sono stati rinvenuti anche alcuni manufatti litici che rivelano la frequentazione umana delle isole in epoche preistoriche.

Formazione Cretaccio – Isola di San Domino (Nord).

Le rocce più antiche dell’arcipelago affiorano sull’isola di San Domino, con la formazione rocciosa del Bue Marino; si tratta di dolomie calcaree e calcareniti organogene con abbondanti resti di coralli, di echinidi, di briozoi e di crinoidi. In letteratura questa formazione viene ascritta al paleocene superiore (circa 58 milioni di anni fa) ed è attribuita a un ambiente di tipo laguna interna (aree di retro scogliera corallina).

A questa successione sedimentaria ne segue una più recente (geologicamente parlando) che viene ascritta all’eocene inferiore (circa 55 milioni di anni fa). Si tratta della formazione di Caprara; queste rocce (dolomiti microcristalline) affiorano pochissimo e sono di difficile identificazione, anche per la quasi sterilità in macrofossili. Una caratteristica peculiare è comunque l’evidenza di sedimentazioni scompaginate, tipiche di aree in cui avvenivano frequenti frane sottomarine; quindi probabilmente l’ambiente di formazione era nelle aree di scarpata continentale.

Isola Capraia vista da San Nicola.

Una curiosità: le famose calette delle isole Tremiti (ambite dai subacquei e non solo…) pongono la loro origine nell’attività tettonica che ha interessato le rocce delle isole, in particolare nelle direttrici nordovest-sudest. Il moto ondoso scarica la propria energia principalmente su questi punti rocciosi più deboli, creando queste forme morfologiche veramente particolari di cui, un famoso esempio, è Cala Tramontana.

Proseguendo verso l’alto della colonna stratigrafica (terreni più recenti, insomma) si incontra la formazione di San Domino (molto ben esposta nei settori occidentali dell’omonima isola). Sostanzialmente questa successione rocciosa è la vera spina dorsale dell’arcipelago (compone anche l’isola di Pianosa). I paleontologi la ascrivono, in letteratura, all’eocene medio inferiore (tra i 40 e i 47 milioni di anni fa); si distinguono nettamente dolomie cristalline, calcareniti cristalline, calcareniti a nummuliti (un macro foraminifero) e, infine, calcari organogeni biocostruiti (barriere coralline fossili). In queste rocce è possibile distinguere (cosa non sempre facile) i seguenti fossili: briozoi, litotamni, alghe corallinacee, macroforaminiferi (come assiline e discocicline), molluschi vari, crinoidi ed echinidi.

Isola Cretaccio vista da San Domino.

Nella spiaggia di San Domino (unica degna di tal nome) si riscontra il contatto trasgressivo con la formazione rocciosa del Cretaccio (irregolare su superficie di esposizione carsificata). Queste rocce sono quelle che affiorano maggiormente nel dedalo di isole (specialmente sull’isola del Cretaccio) ma, soprattutto, anche lungo i fondali prospicienti l’arcipelago. La successione del Cretaccio (22 milioni di anni fa) è composta da doloareniti fossilifere (arenarie, da tenere a dure, a granulometria grossolana con elementi calcarei talvolta quarzosi), conglomerati torbiditici (le correnti di torbida generano una sequenza ben precisa che noi geologi chiamiamo sequenza di Bouma, dal nome del geologo olandese Arnold Bouma, scomparso nel 2011) e da marne (anch’esse riccamente fossilifere).

Vari denti di squalo fossili rinvenuti alle Tremiti.

Questa formazione rocciosa è quella che mi ha affascinato di più, in particolare per i colori che variano dal giallo al rosso (settore settentrionale dell’isolotto del Cretaccio), ma specialmente per la presenza di denti di squalo fossili (un esempio nella foto).

In genere i denti di squalo sono il fossile di vertebrato relativamente più comune. Ad ogni modo i denti ritrovati (grandezza massima di un centimetro) appartenevano tutti a esemplari molto giovani e mancavano di radice. Su cinquanta dei reperti rinvenuti sono riuscito a identificare solo i generi Odontaspis e Isurus con certezza e quattro denti probabilmente ascrivibili al Parotodus benedeni (Le Hon, 1871), ovvero il falso mako (squalo che raggiungeva anche i nove metri di lunghezza con un peso di circa quattro/cinque tonnellate). Non tutti sanno che i reperti fossili di questa specie sono abbastanza rari in tutti i giacimenti del globo. Altri fossili presenti in queste antiche rocce sono i pettinidi e gli ostreidi, che si ritrovano in livelli fossiliferi molto fitti. La famosa composizione rocciosa dell’Elefante è costituita dalle rocce suddette.

Immersione nella zona di Punta Secca.

Altra curiosità per gli amanti della subacquea: correnti permettendo, è consigliabile fare almeno un’immersione all’estremità orientale dell’isola di Capraia (Punta La Secca). Sul pianoro sommerso della falesia fino al drop (composto dalla formazione del Cretaccio), le guide locali vi porteranno in un magnifico mondo sommerso in una di quelle immersioni che vengono definite tra le più belle del Mediterraneo. In quanto non manca nulla della fauna e della flora mediterranea.

In quest’area l’immersione forse più bella, ma impegnativa, definita “Gli Archi”, si sviluppa a partire dai 30 metri circa, con pareti foderate da magnifici rami di gorgonie. A circa 48 metri si possono osservare le porzioni superiori di due archi naturali di roccia davvero imponenti, che si spingono fino a circa 60 metri di profondità. Le pareti e il fondo sono ricoperti di gorgonie multicolori e, a circa 54 metri, vi è una piccola colonia di corallo nero (Antipathella subpinnata) e una di “falso” corallo nero (Gerardia savaglia) a circa 50 metri. Ad ogni modo durante l’immersione è possibile osservare aragoste, musdee, cernie nonché predatori come ricciole e dentici. Punta Secca è quindi un immersione subacquea altamente consigliata per tutti gli appassionati.

P.S. Un esemplare di falso corallo nero presente alle isole Tremiti (sito d’immersione “Galapagos“) è stato stimato di un’età non inferiore ai 2500 anni (a una profondità di 48 metri).

Scoglio dell’Architiello.

L’ultima formazione rocciosa che oggi voglio descrivervi è quella dell’isola di San Nicola. Essa affiora esclusivamente sulla parte sommitale dell’isola omonima (al tetto della serie, quindi), risulta trasgressiva sulla precedente (formazione del Cretaccio) e viene ascritta, anche se con molti dubbi, al pliocene (4.5 milioni di anni fa). Risulta composta da dolomie fossilifere, calcari dolomitici (anch’essi fossiliferi) e calcareniti organogene.

Versante orientale dell’isola di San Nicola.

Al termine di questo mio veloce reportage geologico delle isole Tremiti, desidero ringraziare il piccolo Giacomo Turtù, per l’occhio attento nel riconoscere i denti di squalo, e l’amico Paolo Smargiassi per la pazienza durante le nostre operazioni geologiche. Ringrazio anche tutti i miei amici subacquei con cui ho condiviso queste magnifiche isole e le avventure nei suoi abissi. 

Un ringraziamento particolare al sito ocean4future.org

Aaronne Colagrossi

Il grande squalo Megalodon.

Breve storia degli squali.

Gli squali sono considerati tra le creature più antiche che abbiano mai vissuto sul nostro pianeta. I reperti fossili di questi animali sono circa tre volte più vecchi di quelli dei dinosauri, nonché quasi cento volte più arcaici rispetto all’intero percorso evolutivo seguito dallo stesso genere Homo.

L’albero genealogico dei Condritti (o anche Condroitti) si erge maestoso nel lungo percorso della storia naturale per un periodo di circa quattrocento milioni di anni. Forme primitive di squali nuotavano sinuose nei fiumi e negli oceani primordiali, ancor prima che gli insetti prendessero il volo e persino molto prima che le piante avessero di fatto colonizzato interamente tutti i continenti.

Cenni storici museali.

Nel corso del Novecento, in particolare la prima metà del secolo, la continua ricerca da parte dei musei di tutto il mondo nel gigantismo in molte specie animali, non escluse gli squali da questa indagine, forzata (a mio parere!).

Fu in questo periodo che il Carcharocles megalodon (o Carcharodon megalodon) divenne una celebrità tra i fossili, nonostante la specie fosse stata descritta nel 1843 dallo scienziato svizzero Agassiz e i denti fossero conosciuti già da molto tempo in numerose collezioni del mondo, soprattutto italiane.

Il grande squalo Megalodon
Museo di storia naturale di New York. Ricostruzione del professor Dean, sovradimensionata di 2/3 volte.

Tuttavia quando furono montate alcune mascelle, in maniera errata oltretutto, le platee di tutto il mondo tremarono di fronte a questo squalo gigante esposto nelle sale museali, dove le sue mascelle imponenti troneggiavano insieme agli scheletri dei dinosauri.

Sistematica e distribuzione mondiale dei fossili.

Il Carcharocles megalodon (come tutti gli squali estinti d’altronde) è conosciuto solo per i denti fossili, spesso di dimensioni enormi (e rare vertebre), ritrovati nelle successioni rocciose di origine marina del Miocene e del Pliocene su tutto il globo. I primi resti fossili di questo neoselace (ovvero gli squali moderni), appartenente al genere Carcharocles, risalgono al Paleogene inferiore, ma è nel Neogene (tra 2.5 e 23 milioni di anni fa) che questa creatura mastodontica ebbe la sua massima diffusione.

Il grande squalo Megalodon
Carcharocles megalodon, Sudafrica. 11 cm. Collezione personale (A. Colagrossi).

Carcharocles megalodon era in sostanza cosmopolita nel Miocene medio-superiore e quasi sempre accompagnato, nei registri fossili, da Isurus hastalis (anche Cosmopolitodus h., un attivo mako predatore), tanto che lo scienziato Leriche, nel 1926, affermò che l’associazione di questi due squali fossili caratterizzava il Neogene marino di ogni parte del globo.

Nel mondo ci sono tantissime formazioni sedimentarie nelle quali è possibile rinvenire denti di squalo; nella California meridionale vi è addirittura una collina dedicata ai fossili di questi temuti vertebrati predatori, chiamata Sharktooth Hill (collina del dente di squalo).

Negli ultimi cinque anni sono state condotte analisi molto attente sui depositi fossiliferi e sugli aspetti sedimentologici, tanto che alcuni scienziati sono riusciti ad isolare i maggiori assembramenti di denti e ad affermare che la distribuzione di questi grandi squali nel mondo era davvero amplia; la specie era abbondante tra la latitudine di 56° nord e i 44° sud del globo.

I maggiori assembramenti fossili appartengono principalmente alle due Americhe, in particolare: Argentina, Cile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, Messico, Panama, Perù, USA (più che altro la California e gran parte degli Stati della costa orientale), Venezuela e Uruguay. Senza tralasciare molte isole dei Caraibi, comprese le piccole Antille orientali.

Il grande squalo Megalodon
Distribuzione geografica dei maggiori ritrovamenti fossili di Megalodonte.

L’area del Mediterraneo è ricchissima di fossili di Carcharocles megalodon: Italia, Austria, Belgio, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Francia, Germania, Malta, Olanda, Turchia, Polonia e Spagna.

In Asia, in particolare in Giappone, sono stati trovati tantissimi siti paleontologici a denti di squalo. Come anche il settore meridionale dell’Australia ne è ricco; ma anche entrambe le isole della Nuova Zelanda e le isole Fiji.

Tuttavia pare che nel Miocene inferiore, circa 23 milioni di anni fa, le popolazioni di questi grandi squali erano distribuite prevalentemente nell’emisfero settentrionale, soprattutto nel mar dei Caraibi e nel Mediterraneo (oceano Tetide centro-occidentale). Tra i 13 e i 5 milioni di anni fa, invece, il Carcharocles megalodon divenne cosmopolita. Tuttavia gli scienziati sono certi che l’intera popolazione mondiale di megalodonti ebbe una decrescita (pari a circa il 20%) tra i 7 e i 5 milioni di anni fa, sparendo con un crollo quasi improvviso nel Pliocene.

Questi grandi squali vivevano in mari con temperature medie annuali comprese tra i 12° e i 27°C; questi dati sono basati su analisi paleoecologiche ben precise, fatte nei siti di ritrovamento dei maggiori assembramenti di denti.

Il grande squalo Megalodon
Carcharocles megalodon, Sudafrica. 7 cm. Collezione personale (A. Colagrossi).

Esistono tutt’oggi problematiche sulla nomenclatura del grande squalo megalodon.

Ciò in parte è dovuto alla natura dei singoli fossili, che cambiano colorazione e stato d’integrità in base al deposito roccioso nel quale sono inglobati, e allo stadio di crescita dell’animale (dimensioni variabili tra giovani e gli adulti), anche in areali molto prossimi.

La problematica principale va ricercata nella morfologia dentaria. Questa è apparentemente molto simile a quella del grande squalo bianco attuale, ma non uguale, e ciò ha generato attribuzioni al genere Carcharodon.

In particolare la vecchia concezione, secondo la quale il megalodon sia il diretto progenitore del grande squalo bianco attuale (Carcharodon carcharias), non troverebbe supporto proprio a causa della morfologia dei denti, diversi in molteplici aspetti. Le nuove linee di pensiero attribuiscono allo squalo il genere Carcharocles.

Il grande squalo Megalodon
Carcharodon carcharias, moderno squalo bianco, dente fossile. Sudafrica. 5.5 cm. Collezione personale (A. Colagrossi).

La comunità scientifica internazionale è però d’accordo che sia lo squalo bianco sia il C. megalodon, abbiano avuto un progenitore comune identificato nel genere Cretolamna (Cretaceo superiore), con ben sette specie fossili, documentate nel Nord America e nel Nord Africa; si trattava di un massiccio squalo predatore, lungo fino a circa quattro metri, che ebbe un buon successo evolutivo tra gli 85 e i 65 milioni di anni fa, quando scomparvero i dinosauri.

Il grande squalo Megalodon
Diagramma evolutivo.
Dimensioni e cibo.

In merito alle teorie sulle dimensioni del grande squalo megalodon queste sono molto variabili e, nel corso delle ultime decadi, prestigiosi scienziati da tutto il mondo si sono cimentati nell’ardua impresa, basandosi sull’accrescimento dello smalto (comparato anche ai denti di squalo bianco) e sulla larghezza della corona e della radice del dente (utilizzando i denti fossili più grandi mai ritrovati).

La maggior parte degli scienziati concorda sul fatto che il C. megalodon raggiungesse una lunghezza tra i 13 e i 19 metri, con una massa corporea variabile tra le 48 e le 80 tonnellate (questi dati sono relativi a esemplari adulti).

Il grande squalo Megalodon
Carcharocles megalodon comparato con un grande squalo bianco (Carcharodon carcharias).

Riguardo all’alimentazione le teorie abbondano e gli studiosi concordano oramai sul fatto che il megalodon avesse bisogno di grandi quantità di cibo per sostenere la sua massa corporea; ciò lo avrebbe certamente spinto a cacciare prede di grossa taglia come balene, altri mammiferi marini ricchi di grasso e grandi pesci pelagici (probabilmente anche altri squali). Molteplici ossa di balene fossili (vertebre caudali in particolare, lo squalo aggrediva l’organo propulsore della preda) mostrano segni inequivocabili di denti di squalo megalodon.

Il grande squalo Megalodon
Disegno a matita raffigurante un Carcharocles megalodon che attacca una balena misticeta. A. Pistillo, 2012.

Tuttavia, recentemente, in alcune formazioni mioceniche del Perù meridionale, risalenti a 7 milioni di anni fa, sono state ritrovate ossa di Piscobalaena nana; un tipo di balena misticeta, lunga all’incirca 6 metri (molto agile), le cui ossa riportano segni di denti di Carcharocles megalodon.

Gli scienziati che si occupano della pubblicazione scientifica hanno notato che i punti scheletrici in cui compaiono i segni dei denti del grande squalo sono: la mascella inferiore, le scapole e la coda.

Ciò farebbe propendere i ricercatori per un attacco diretto, mortale, da parte del grande predatore, in punti vitali di propulsione. Tuttavia non ne sono certi; il grande squalo potrebbe anche aver semplicemente divorato la carcassa. Nella stessa formazione sono state ritrovate anche ossa fossili di orca (agile predatore), di denti di altre specie di squali del genere Carcharocles e di grande squalo bianco (attivo predatore di mammiferi marini).

Estinzione, competizione e specie simili.

L’estinzione dei grandi predatori all’apice della catena alimentare è sempre di grande interesse in ambito ecologico; le domande sono ovvie, ma bisogna capire che in natura tutto ha un equilibrio, e persino un grande predatore perfezionato può estinguersi, se vengono a mancare determinati equilibri, o se entrano in gioco interferenze esterne, come accade ai nostri giorni con l’inquinamento e le attività umane di caccia e di pesca (come il depinnamento degli squali, per esempio).

Le cause di estinzione del C. megalodon sono molteplici ed estremamente complesse, poiché incorporano numerosi parametri, provenienti da parecchie branche scientifiche (meteorologia, paleontologia, ecologia, geologia, glaciologia, zoologia e oceanografia).

Il grande squalo Megalodon
Evoluzione degli squali moderni dal genere  Cretolamna del Cretaceo.

Nel corso degli ultimi decenni tanti scienziati hanno lavorato al tema e tuttora gli studi sono in pieno sviluppo.

La comunità scientifica internazionale ritiene che il raffreddamento di terre e mari (picco freddo di 2.8/2.5 milioni di anni fa), periodo durante il quale iniziarono le grandi glaciazioni quaternarie, cui seguì la diminuzione media delle temperature globali, un abbassamento medio del livello del mare e una diminuzione delle prede abituali, portarono all’estinzione i grandi squali megalodon.

Molti scienziati ritengono che fattori biotici abbiano avuto la meglio su quelli su citati ti tipo climatico: in particolare si evidenziano il collasso della popolazione di balene misticete e la comparsa di nuovi predatori (tra cui il grande squalo bianco e le orche).

In particolare quest’ultima teoria io la trovo molto interessante, poiché alcuni scienziati hanno ipotizzato che la comparsa di mammiferi marini del genere Orcinus (l’antenato dell’orca attuale) abbia contribuito in maniera evidente al declino del C. megalodon; perché questi mammiferi erano più intelligenti, molto più agili e, soprattutto, cacciavano in gruppo, come appunto le moderne orche.

Probabilmente la concomitanza del raffreddamento degli oceani, della diminuzione delle prede e, infine, della competizione con altri predatori (in questo caso più efficienti e con maggior successo evolutivo) come le orche, abbia causato l’estinzione del Carcharocles megalodon.

Qualcosa successe alla popolazione mondiale di questi squali giganti, ma cosa? La domanda è ancora senza risposta, sfortunatamente.

C’è da considerare anche il fatto che due cugini evolutivi del megalodonte, il Carcharocles chubutensis, un gigantesco squalo predatore di circa 12 metri di lunghezza, e il Carcharocles angustidens, un altro predatore di circa 8 metri di lunghezza, vivevano nello stesso periodo del megalodonte, nonostante C. angustidens sia il predecessore di C. chubutensis, che a sua volta lo è del megalodonte. Anche se alcuni scienziati nutrono dubbi su queste discendenze genetiche, poiché vivevano contemporaneamente durante tutto il Miocene.

Il grande squalo Megalodon
Comparazioni tra varie specie di squali fossili, tra cui il Carcharocles (Carcharodon) megalodon, il Carcharocles chubutensis (circa 12 mt) e il Carcharocles angustidens (lunghezza circa 9 mt – proposto come nuovo genere Carcharodes in base ai fossili della Nuova Zelanda).

Ad ogni modo le tre specie di squali erano in competizione per le medesime prede.

Tuttavia i ricercatori sono sicuri che il Carcharocles chubutensis aveva maggiori capacità di adattamento ambientale, rispetto al cugino megalodon. Anche la dentatura era diversa, infatti i denti del C. chubutensis erano diversi dall’arcata superiore a quella inferiore, in particolare quelli superiori erano molto più larghi e piatti rispetto ai denti della mascella inferiore (quasi come nei moderni mako); inoltre, rispetto al megalodonte, C. chubutensis aveva le cuspidi laterali in fase di fusione col dente (sia in esemplari giovani che adulti); questo è ritenuto un carattere antico, rispetto al più moderno megalodonte.

Il grande squalo Megalodon
Carcharocles chubutensis, fusione cuspidi laterali quasi completata, in C. megalodon la fusione è completa.

Alcuni anni or sono, in Nuova Zelanda furono ritrovati 165 denti e 32 vertebre in uno di quelli che è risultato uno dei migliori ritrovamenti di fossili terziari di grandi squali. Appartenevano a un enorme Carcharocles angustidens. Il grado di preservazione era talmente alto che qualche scienziato propose il nuovo genere “Carcharodes“, poiché si notavano tantissime somiglianze sia con il grande squalo bianco attuale (Carcharodon carcharias, comparso circa 16 milioni di anni fa) che con il Carcharocles megalodon. Il grande squalo fossile fu stimato con una lunghezza di 9.3 metri.

Il grande squalo Megalodon
Comparazione tra varie specie di squali fossili del genere Carcharocles.
Oggi.

Molti criptozoologi sono convinti del fatto che esista tuttora un piccolo numero di squali megalodon che sia riuscito a sopravvivere indenne a questi mutamenti; in particolare ai cambiamenti climatici, ma che semplicemente abbiano modificato i loro stili predatori, cacciando e vivendo negli abissi.

Il romanzo di Steve Alten, dal titolo Meg, ebbe molto successo. All’epoca il libro mi appassionò molto, nonostante i gravi errori paleontologici, soprattutto di stampo cronologico e comportamentale.

Personalmente mi affascina l’idea che da qualche parte, negli abissi profondi, si aggirino furtivi questi giganteschi squali, cacciando grandi animali come calamari giganti, o capodogli in immersione profonda.

Questo fascino per me è stato talmente forte che mi ha spinto a scrivere un romanzo nel 2012, [Leggi articolo].

Tuttavia bisogna comunque considerare che un romanzo è appunto una storia di fantasia, e non una prova scientifica, seppur ancorata a un elemento di realtà (il Carcharocles megalodon è l’elemento reale, in quanto fossile riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale).

La verità è che il Carcharocles megalodon è, purtroppo, estinto.

Aaronne Colagrossi.

Un grazie al sito OCEAN4FUTURE

 

 

 

I Neanderthal della grotta di Fumane.

Uno dei siti Neanderthal più importanti d’Europa è la grotta di Fumane, in Veneto. Negli anni sessanta i lavori di sbancamento di una strada misero in luce i ricchi depositi paleontologici.

Tutto ciò fu notato dall’appassionato Giovanni Solinas e il figlio Alberto; tuttavia sarebbero passati molti altri anni ancora, prima che la grotta iniziasse a essere svuotata dai detriti.

Il fondo della grotta di Fumane fu portato alla luce nel 1994. Le datazioni al radiocarbonio mostrarono un’età di circa 45 mila anni, in accordo con altri siti.

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Grotta di Fumane.

Nel 2014 l’Università inglese di Oxford retrodatò l’estinzione dell’uomo di Neanderthal, collocandola a circa 40 mila anni fa (39000 per la precisione). L’articolo, pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature, fece immediatamente clamore.

L’autore dello studio aveva esaminato decine di reperti provenienti da una quarantina di siti in tutta Europa, compresa la grotta di Fumane, datandoli con spettrometro di massa con acceleratore ad altissima precisione.

Il dibattito attorno ai Neanderthal, alle loro capacità cognitive, all’interazione con Homo Sapiens e alla loro definitiva estinzione, è certamente uno dei più belli e avvincenti nella lunga storia dell’uomo.

Neanderthal, moderna ricostruzione.
Neanderthal, moderna ricostruzione.

L’originaria teoria secondo cui i Neanderthal non erano anatomicamente moderni subì le prime grosse falle nel 1979; quell’anno, in Francia, nel sito di Saint Césaire, fu ritrovato uno scheletro neandertaliano insieme a reperti ornamentali appartenenti alla cosiddetta cultura castelperroniana (dalle grotte francesi di Châtelperron), da sempre attribuita a Homo sapiens.

Nel 1995 un nuovo mistero si fece avanti: molti archeologi ritennero ci fosse stato un errore in alcune attribuzioni Neanderthal – H. sapiens nel sito francese di Grotte du Renne di Arcy-sur-Cure.

Ma non ci fu nessun errore: difatti nelle grotte spagnole di Cueva de Antón e Cueva de los Aviones si scoprirono alcune conchiglie con tracce di pigmento rosso.

Neanderthal - Spagna
Cranio di Neanderthal – Spagna.

L’Università di Barcellona arrivò alla conclusione che in entrambi i siti spagnoli (nonché in quello francese), i Neanderthal adoperavano queste conchiglie come contenitori per pigmenti facciali, per poi perforarle e usarli come pendenti.

Ne risulta che continuare a pensare ai Neanderthal come degli scimmioni senza cervello è un grave errore! Homo sapiens non è l’unico ad avere capacità cognitive degne di nota.

Le domande sorgono spontanee.

Queste capacità cognitive erano presenti nell’antenato comune allora? O sono state acquisite dai Neanderthal nell’interazione con Homo sapiens? O magari siamo stati noi ad acquisirle da loro?

Nella grotta di Fumane negli ultimi anni sono state riportate alla luce ossa di varie specie di uccelli (omero distale dell’ala, l’ulna e il carpometacarpo) che mostrano microscopici segni da taglio, la cui distribuzione sulle ossa indica una rimozione intenzionale delle penne, non per scopi alimentari. I ricercatori italiani che guidano le ricerche nel sito di Fumane sono giunti alla conclusione che i Neanderthal usavano adornarsi di penne, esattamente come gli indiani d’America.

Incisione su radio distale di aquila macchiata
Incisione su radio distale di aquila macchiata.

Nel 2016 università italiane hanno cooperato per la pubblicazione del loro lavoro di ricerca sulla rivista Quaternary International.

I risultati sono straordinari e gli scienziati hanno dimostrato che le tracce trovate sulle ossa di questi rapaci dimostrano come l’uomo di Neanderthal intervenisse sulle ali per ricavare piume, con cui adornarsi, ma anche per ottenere utensili dalle ossa.

Tra i reperti Neanderthal di Fumane figurano solo denti. A pochi chilometri da Fumane (Riparo Mezzena) un dente ha fornito il primo DNA di Neanderthal.

40 mila anni fa la zona della grotta di Fumane era una zona temperata ricca di foreste di conifere con cervi giganti, stambecchi, volpi, alci e orsi. I Neanderthal dell’Europa e del Medio Oriente erano cacciatori formidabili, e su questo sono concordi tutti gli archeologi che hanno studiato i più importanti siti francesi, spagnoli e italiani.

Aaronne Colagrossi

Prezzo: EUR 8,67
Da: EUR 8,90

Megalodon il predatore perfetto – Da recensionelibri.org – 2012

Recensione del romanzo Megalodon.

“Al Duncan era lì, il viso biancastro con la bocca spalancata in un grido muto, i lunghi capelli biondi ondeggiavano lentamente nella placida corrente abissale. Il resto del corpo non c’era più, dalla cintola in giù non c’era più niente. Il sangue ancora usciva copioso dalla base del troncone”.

Due sono le reazioni difronte a un mostro vecchio di millenni d’evoluzione. Da una parte lo spavento ispirato dalla minaccia, dall’altra la fascinazione del mistero. Due scintille perse nello sguardo di un cacciatore. L’uomo. Megalodon il predatore perfetto di Aaronne Colagrossi, edito da Edizioni il Frangente, racconta la spietata bellezza della natura e la devastante capacità della specie umana di distruggerla, ergendosi come ultimo, vero predatore perfetto.

Tanti i riferimenti alla biologia della natura nel romanzo di Colagrossi, osservazioni quasi puramente scientifiche, dal sapore formativo. Mentre il ritmo narrativo è piuttosto veloce, frequenti cambi di scena, arricchiti da un uso del dialogo che accompagna il lettore per buona parte del testo. A tratti, leggendo Megalodon il predatore perfetto, potreste avere l’impressione di guardare un film. Le figure sono tratteggiate, senza per questo mancare di una caratterizzazione, ma puramente funzionali ai significati tracciati dal percorso letterario.

Prezzo: EUR 10,50

C’è chi è mosso dalla volontà di conoscere, chi invece esegue un compito dettato dall’agenda del potere governativo, chi ancora vorrebbe solo avere il privilegio di uccidere quell’antico predatore. Intorno alla spedizione, organizzata alla volta del mastodontico squalo, personaggi diversi vanno a riflettere i tanti scenari possibili che potrebbero prodursi a fronte di un mistero da esplorare. L’avventura ha però il dono del pragmatismo, e vediamo consumarsi anche temi di attualità: dall’ecoterrorismo alla caccia illegale alle balene, passando per le regioni di stato che tutto possono. Mentre la scienza resta a guardare, trattata come mero strumento.

Iacopo Bernardini

19 Novembre 2012

Leggi [Articolo originale] [Intervista originale]
Aaronne Colagrossi

Coccodrilli.

L’ordine Crocodylia attualmente comprende 23 specie tra coccodrilli, caimani, alligatori e gaviali.

Sopravvissuti a milioni di anni di evoluzione, di ere geologiche, di sconvolgimenti tettonici, di cambiamenti climatici e di altre vicissitudini geologiche, oggi si ritrovano faccia a faccia con l’uomo. È una vera lotta per la sopravvivenza, quella dei coccodrilli.

Nella sola Florida (USA) negli anni settanta rimanevano poco più di 400 alligatori, l’espansione umana li aveva costretti a fuggire da gran parte degli ambienti in cui solitamente vivevano.

Coccodrilli
Alligator mississippiensis

Gli umani li decimarono per la pelle e per la loro sicurezza personale, o al massimo li catturavano per gli zoo. Fortunatamente oggi ci sono misure di salvaguardia e gli animali si stanno ripopolando in fretta. Nel resto del mondo le cose non sono andate meglio.

Il coccodrillo è stato sempre perseguitato, o magari venerato, come nel caso degli antichi Egizi.  In Australia il gigantesco coccodrillo marino (Crocodylus porosus) è stato cacciato sin quasi all’estinzione, oggi è una macchina da soldi turistica che fa gola al governo australiano.

Coccodrilli
Australia, Crocodylus porosus.

Ma chi sono i coccodrilli?

I coccodrilli moderni, come li conosciamo noi per intenderci, sono presenti sulla terra da circa 80 milioni di anni; ma la storia dei coccodrilli è molto, molto più vecchia… anzi vetusta.

Mi verrebbe da dire proprio: “Quando i coccodrilli dominavano la Terra”, parafrasando una delle scene finali di Jurassic Park.

I Crurotarsi, lontani progenitori dei coccodrilli, comparvero circa 240 milioni di anni fa, nel triassico medio, e la maggior parte dei paleontologici concorda sul fatto che i primi caratteri morfologici dei coccodrilli comparvero proprio nei crurotarsi.

I crurotarsi erano presenti sulla terraferma e da loro si evolse il primo rettile con caratteristiche coccodrillomorfe, il Protosuchus.

Coccodrilli
Crocodylia moderni.

Il clima del triassico era caldo, con poche variazioni dai poli all’equatore, non come oggi; non ci sono evidenze di calotte polari ghiacchiate, per lo meno non con gli spessori attuali derivati dal quaternario (eccetto la vistosa diminuzione degli ultimi anni). Le grandi foreste di conifere arrivarono nel triassico superiore, che marcavano un clima generale più secco. In questo ambiente vivevano i crurotarsi.

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Bisogna tenere bene a mente che gli antichi antenati dei coccodrilli (così come per i Pterosauri) si sono evoluti a partire da un predecessore comune per poi diversificarsi in una miriade di forme e dimensioni.

Nel triassico superiore, l’estinzione di massa che colpì la Terra 200 milioni di anni fa, estinse i crurotarsi. Fu un’occasione d’oro per i dinosauri, che si liberarono dalla loro nicchia ecologica per espandersi in tutto il mondo.

I Plesiosauri dominavano invece le acque marine, lasciando poco spazio ai concorrenti (persino gli squali moderni dovranno attendere altri 100 milioni di anni). I coccodrilli occuparono gli unici habitat disponibili: fiumi, laghi, paludi e acquitrini.

Naturalmente c’erano alcune specie marine che riuscirono ad avere il loro spazio ecologico, ma erano molto inferiori in numero rispetto ai cugini d’acqua dolce.

Coccodrilli
Crocodylus niloticus, Botswana.

Molti scienziati sono d’accordo sul fatto che questo vincolo delle acque dolci sia stato un freno alla loro evoluzione ma l’altra faccia della medaglia è anche che sia stata la loro salvezza; non a caso i coccodrilli sopravvissero all’estinzione di massa del limite K-T, che cancellò i dinosauri.

I coccodrilli convissero perfettamente con i mammiferi per i successivi 65 milioni di anni, sino all’arrivo del loro peggior nemico: Homo sapiens, l’unica specie che non trova equilibrio.

Verrebbe da chiedersi: perché dopo la scomparsa dei dinosauri, i coccodrilli non colsero l’occasione per dominare la Terra definitivamente? La risposta è che i mammiferi avevano già iniziato la loro diversificazione che li avrebbe portati al dominio della Terra, i coccodrilli rimasero completamente isolati… Da un punto di vista paleontologico.

Uno dei successi evolutivi dei coccodrilli, nell’arco di 250 milioni di anni è stato il fatto di poter occupare nicchie ecologiche in habitat sia marini e sia terrestri, nutrendosi di ogni tipo di cibo, praticamente.

Coccodrilli
Crocodylus niloticus, Botswana.

E oggi com’è la situazione di queste magnifiche creature?

Oggi i coccodrilli da “pelle” possono essere allevati legalmente e macellati: paradossalmente questo sistema ha permesso ad alcune specie di riprendersi dall’orlo dell’estinzione. Difatti oggi solo 7 specie su 23 sono a rischio.

Alcuni di essi, come l’alligatore cinese (Alligator sinensis) e il coccodrillo delle Filippine (Crocodylus mindorensis) non hanno più, di fatto, un loro habitat.

La popolazione del gaviale del Gange (Gavialis gangeticus), una specie dal muso sottile, un tempo diffusa dal Pakistan alla Birmania, dopo un ventennio di salute (1990-2010), ha subito un nuovo crollo, tanto da essere tornata ad alto rischio estinzione; in condizioni naturali restano meno di cinquecento gaviali tra India e Nepal.

L’alligatore (Alligator mississippiensis) ha invece avuto una ripresa incredibile.

Il coccodrillo del Nilo (Crocodylus niloticus), che ho avuto modo di ammirare nel Delta dell’Okavango, in Botswana, durante un mio recente safari, domina indiscusso in gran parte dell’Africa, nonostante debba dividere il territorio con l’ippopotamo anfibio.

Coccodrilli
Crocodylus niloticus, Botswana.

Il coccodrillo marino, pocanzi citato, era un tempo distribuito sino alle coste dell’India orientale, della Thailandia e di gran parte dell’Indonesia. Oggi è ampiamente diffuso in Australia e Papua Nuova Guinea, dove è comune. Storicamente ne sono stati trovati esemplari anche in Giappone e alle Seychelles.

È del 2013 la buona notizia invece che interessa il caimano jacaré (Caiman yacare) e della sua rinascita demografica nelle paludi brasiliane grazie ai programmi di salvaguardia. In passato i caimani jacaré furono quasi sterminati dai cacciatori ma oggi i loro occhi brillano nella notte a migliaia, se illuminate una palude nel cuore della notte.

L’ordine Crocodylia è sopravvissuto a sconvolgimenti inimmaginabili ma oggi deve affrontare la sfida più dura della sua intera storia evolutiva.

Ariticolo esterno correlato: Coccodrilli: spettatori nella vastità del tempo.

Articolo esterno correlato: Reportage: Botswana, gemma dell’Africa.

Aaronne Colagrossi

Dinosauri italiani.

Molti di noi sono abituati a pensare che certe creature fossili siano impossibili da rinvenire nei nostri territori; eppure i dinosauri italiani ci sono (anzi ci sono stati), probabilmente non con l’abbondanza che ci si aspetterebbe ma certamente con caratteristiche peculiari nel loro genere.

Nel lontano inverno del 1980 un calzolaio veronese che lavorava in Campania, Giovanni Todesco, decise per una scampagnata sul Massiccio del Matese occidentale, al confine tra Campania e Molise. Non sapeva che stava per cambiare la storia dei dinosauri italiani.

Scelse, per le sue ricerche di fossili, puramente da appassionato, una cava abbandonata nei pressi di Pietraroja, cittadina già famosa dai tempi del Regno di Napoli per i suoi fossili completi di pesci.

Staccò alcune lastre di roccia calcarea, il famigerato Plattenkalk, senza aprirle; tuttavia aveva riconosciuto un sottile strato nero tra le due lastre. Presenza di fossili.

Scipionyx samniticus - dinosauri italiani
Scipionyx samniticus – Plattenkalk

Todesco lasciò il fossile esposto in casa, fino al 1993. Dopo la visione del film Jurassic Park si rese conto che il suo fossile era certamente qualcosa di più di una semplice lucertola, seppur ben conservata. Era solo il primo dei dinosauri italiani.

Quando mostrò il materiale a un paleontologo di Milano, questi si rese immediatamente conto della scoperta di importanza mondiale: un dinosauro lungo circa 20 centimetri completo in molte sue parti, soprattutto i suoi organi.

Successive analisi scientifiche mostrarono l’appartenenza della creatura a una famiglia sconosciuta di teropodi, non solo: il fossile è uno dei primi dinosauri al mondo per stato di conservazione degli organi interni.

Scipionyx samniticus - dinosauri italiani
Scipionyx samniticus – Disegno

Il paleontologo Cristiano Dal Sasso battezzò il piccolo dinosauro Scipionyx samniticus (in onore del geologo Scipione Breislak).

Nel 2010 Dal Sasso ha presentato buona parte dei suoi studi su Ciro, il nomignolo col quale è stata ribattezzata la piccola creatura. I suoi studi hanno mostrato che Ciro ha un ottimo stato di conservazione delle fibre muscolari, del fegato, dell’intestino e di altre parti molli, difficilissime da fossilizzare in altri ambienti.

Tuttavia Scipionyx samniticus non è l’unico dinosauro italiano.

Difatti è opinione comune, compresa quella di molti miei colleghi geologi, che l’Italia del Cretaceo fosse sommersa dalle acque marine dell’oceano Tetide e che, quindi, sia difficilissimo rinvenire fossili di una certa importanza paleontologica come i dinosauri, se non impossibile.

Certo, l’Italia del Cretaceo era una sorta di tavolato sommerso dalle acque, ma si trattava di mari poco profondi, con ampi settori di terre emerse, ricchi di vegetazione, che permettevano addirittura interscambi migratori di specie animali.

Inoltre il corpo geografico che ci appare adesso come l’Italia, oltre che parzialmente sommerso e smembrato, era anche spostato rispetto alla posizione attuale, sia di latitudine e sia di longitudine; verso sudovest per essere precisi.

Nel 1985, nelle Dolomiti bellunesi, ai piedi di Monte Pelmetto, furono scoperte impronte di dinosauri.

Dolomiti bellunesi, impronte di dinosauri italiani.
Dolomiti bellunesi, impronte di dinosauri.

Nel 1989 a Lavini di Marco, vicino Rovereto, un appassionato scambiò per buchi di granate delle Seconda Guerra Mondiale quelle che, in realtà, erano impronte di dinosauri. Ne furono catalogate ben 1500 in 46 piste diverse.

E le scoperte d’impronte non si fermarono, in tutta la penisola italiana ne furono rinvenute a migliaia. Nel 1999 ad Altamura furono rinvenute 30.000 (sì, proprio trentamila!) impronte di dinosauro risalenti al Cretaceo Superiore e appartenenti a dinosauri erbivori, principalmente.

Altamura, impronte di dinosauri italiani.
Altamura, impronte di dinosauri.

Nel 1994, vicino Trieste, a Villaggio del Pescatore di Duino, la geologa Tiziana Brazzatti scorse una zampa fuoriuscire dalla roccia in una cava abbandonata ( a 100 metri dal mare); la Brazzatti stava svolgendo rilevamento geologico per la sua tesi, ricorda ancora oggi l’adrenalina e l’entusiasmo per una delle più grandi scoperte paleontologiche dell’Europa.

Si trattava di un dinosauro erbivoro che la geologa battezzò Antonio. Rimuovere quel fossile dalle rocce richiese anni di lavoro. Si dovettero smuovere centinaia di metri cubi di roccia, tagliandola con fili diamantati per poi pulire ogni singolo osso con acido formico.

Tiziana Brazzatti posa vicino al calco di Antonio - dinosauri italiani
Tiziana Brazzatti posa vicino al calco di Antonio

Antonio risultò essere l’adrosauro più vecchio in Europa. L’adrosauro è più conosciuto come dinosauro a becco d’anatra. Il fossile rinvenuto era lungo quattro metri ed era femmina, a dispetto del nome. L’età era di 85 milioni di anni.

È stato Jack Horner, il famoso paleontologo americano a scoprire e studiare le prime colonie di nidi fossili di questi dinosauri a becco d’anatra, dimostrando l’elevato grado di socialità di questi antichi animali. Horner deve la sua popolarità anche grazie alla consulenza richiesta da Steven Spielberg nel film Jurassic Park, proseguita nel Mondo Perduto e poi andata avanti in JPIII e JP World con gli altri registi. Nell’ultimo film ha addirittura avuto un piccolo ruolo.

Nel 1996 Angelo Zanella scoprì dei fossili di dinosauro in una cava di Saltrio, in Lombardia; la successione sedimentaria apparteneva a depositi marini poco profondi; probabilmente l’animale morì lungo le spiagge per poi essere inglobato nei sedimenti. Tuttavia la classificazione del dinosauro, basata su 119 ossa, fu abbastanza frammentaria e lo rimane tuttora.

Saltriosauro - Ricostruzione - dinosauri italiani
Saltriosauro, ricostruzione.

Si può affermare che è certamente un dinosauro carnivoro teropode; i paleontologi non riescono ancora a dare una classificazione scientifica certa. Il dinosauro è stato denominato Saltriosauro.

Nel 2009 a Capaci, in Sicilia, fu scoperto l’osso di un dinosauro risalente al Cenomaniano, circa 96 milioni di anni fa. I tre paleontologi palermitani, autori della scoperta, inviarono un campione al centro di geologia dell’università di Bonn, per esami istologici.

Non vi fu più nessun dubbio: l’osso scoperto apparteneva a un grosso dinosauro, probabilmente un carnivoro.

Il dinosauro fu ribattezzato DinoSaro; tuttavia la scoperta mescolò nuovamente il mazzo di carte dell’evoluzione geologica della bella Sicilia. Probabilmente le acque marine del Cretaceo Superiore non erano così profonde come si era sempre pensato.

Giovanni Todesco e Tiziana Brazzatti - dinosauri italiani
Giovanni Todesco (che scoprì Ciro) e Tiziana Brazzatti (che scoprì Antonio) .

L’ultimo arrivato, il quinto, è Tito, un titanosauro col nome da imperatore, scoperto in Lazio, nel giacimento di Rocca di Cave. Tuttavia era stato dimenticato in un muretto di una casa privata vicino Roma; i blocchi di roccia contenevano una vertebra e due frammenti di bacino che provenivano da un affioramento ormai smantellato.

Tito - Ricostruzione titanosauro - dinosauri italiani
Tito – Ricostruzione del titanosauro.

Tito è un titanosauro di 113 milioni di anni fa, un sauropode per la precisione. I titanosauri, come si intuisce dal nome, sono rettili erbivori giganteschi, anche se Tito era un po’ più piccolo, circa sei metri; probabilmente era un individuo subadulto, o un individuo con caratteristiche morfologiche di taglia inferiore rispetto agli individui che vivevano sul continente (come afferma Dal Sasso, co-autore dello studio).

Come avviene sempre in questi casi una nuova scoperta mette in ballo nuove domande, ancora più complesse.

Ma d’altronde questo è anche il fascino della scoperta e dell’avventura…

in qualsiasi campo naturalmente…

Aaronne Colagrossi.

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Origine degli uccelli.

Gli uccelli sono un grande gruppo di animali adattati al volo, con circa diecimila specie viventi su tutto il pianeta. Nonostante questa grande diversificazione moderna, una domanda permane: quando e come ebbero origine gli uccelli?

Tra il 1860 e il 1861, in Germania (a Solnhofen, in Baviera), fu scoperta una piuma nella formazione calcarea locale, da cui si estraeva roccia per la litografia, data la grana finissima della stessa.

Tale caratteristica sedimentologica ha permesso una perfetta conservazione, persino nei tessuti molli, di organismi fossili rarissimi e risalenti al Giurassico, il Periodo geologico compreso tra i centocinquanta e i duecento milioni di anni fa.

Archaeopteryx lithographica. Colagrossi - uccelli
Archaeopteryx lithographica.

Nel corso degli anni furono rivenuti dieci scheletri di questo uccello-rettile molto strano, completi e non; il nome di questa creatura è Archaeopteryx.

Questo animale aveva le dimensioni di una gazza e molte caratteristiche riconducibili ai moderni uccelli, come un cervello relativamente sviluppato (soprattutto per i lobi ottici), un alluce rivolto all’indietro, le penne copritrici e remiganti (indispensabili al volo), le furcula (clavicole saldate, caratteristica presente anche in alcuni dinosauri però) e in ultimo pare anche lo sterno (secondo i recenti ritrovamenti).

Ma Archaeopteryx aveva anche caratteri da rettile, come la dentatura tecodonte (denti negli alveoli, come i coccodrilli), dita della mano ben differenziate (con robusti artigli) e la coda composta da numerose vertebre.

Gli studi effettuati hanno permesso una descrizione della specie, anzi di due, dopo anni di discussioni: Archaeopteryx lithographica e A. siemensii.

L’evoluzione degli uccelli sembra mantenere toni piuttosto timidi durante il Cretaceo, per attraversare diversi fasi di espansione durante il Cenozoico, il tempo dei mammiferi.

Tuttavia moderne scoperte in Cina e in Spagna sembrano riempire il gap scientifico esistente.

Yi qi. Colagrossi - uccelli
Yi qi.

Per molto tempo, infatti, Archaeopteryx è stato ritenuto il fossile di proto-uccello più antico, ma negli ultimi anni la nuova frontiera paleontologica della Cina sta fornendo alcuni tasselli più antichi, seppur sempre appartenenti al Giurassico, come Anchiornis huxleyi, Xiaotingia zhengi, Yi qi (che in cinese significa “ala strana”) e Aurornis xui.

Come sempre questi nuovi tasselli rispondono a una piccola parte delle domande ma ne generano di nuove.

Anchiornis huxleiy. Colagrossi - uccelli
Anchiornis huxleiy.

Come avrete ben capito le origini degli uccelli sono controverse.

Una prima ipotesi sostiene una derivazione dai primi coccodrilli, delle forme primitive rispetto ai moderni coccodrilli [Leggi].

A sostegno di questa tesi gli scienziati affermano che alcune caratteristiche del cranio riconducono a quelle dei coccodrilli. Una seconda ipotesi fa derivare gli uccelli da un gruppo di tecodonti, perché vi sono affinità morfologiche ad alcuni ornitosuchidi.

Una terza ipotesi, decisamente più peculiare, accomuna uccelli e mammiferi, poiché entrambi i gruppi sono endotermi.

Inoltre entrambi hanno il cuore tetracamerato, un cervello sviluppato, un isolamento cutaneo di cheratina e tutta una serie di caratteristiche fisiologiche.

La maggior parte degli scienziati non è d’accordo con questa teoria, poiché entra in contrasto con molte altre evidenze paleontologiche.

Aurornis xui. Colagrossi. uccelli
Aurornis xui.

Una quarta ipotesi fa derivare gli uccelli dai dinosauri teropodi, poiché vi sono tantissime affinità, specialmente con la famiglia Dromaeosauridae (molto più evoluta dei primi teropodi), tra cui il Velociraptor mongoliensis (famoso per il film Jurassic Park, nonostante l’errata ricostruzione fatta nel film).

Dato l’elevato numero di caratteristiche scheletriche riscontrabili tra teropodi e uccelli, quest’ultima ipotesi è la più accreditata.

Molto bene, ma sorge un’altra domanda: come si è originato il volo?

Alcuni scienziati, che hanno studiato a fondo Archaeopteryx, ritengono che il volo primitivo fosse composto di una serie di balzi atti a inseguire grossi insetti, di cui si nutrivano questi uccelli-rettili.

Naturalmente la grandezza delle proto-ali e della coda aumentavano l’ampiezza di questi salti. Altri scienziati seguono la pista delle abitudini di vita arboricole, come gli esemplari scoperti in Cina recentemente; ovvero essi ritengono che il volo possa essere iniziato spiccando salti tra le chiome degli alberi, con tratti di planata abbastanza lunghi.

Archaeopteryx ricostruzione. Colagrossi - uccelli
Archaeopteryx ricostruzione.

Tuttavia questa teoria mostra delle opposizioni, infatti alcuni esperti affermano che l’attività di planare ostacola uno sviluppo del volo attivo, poiché ciò comporta un allungamento delle parti prossimali per reggere il patagio (la membrana, come quella dei pipistrelli); naturalmente siamo sempre nel campo delle ipotesi.

Altri scienziati ritengono che la teoria dei balzi sempre più lunghi non possa trovare appoggio, poiché per eseguire dei salti coordinati, per di più con successo nella predazione dell’insetto, rende necessario un ottimo sviluppo della tecnica stessa.

Quindi, in definitiva, molti ritengono che una giusta via di mezzo sia quella tra le due suddette, ovvero fasi di balzi ma anche di planata in uno stile di vita prevalentemente arboricolo.

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Inoltre molti scienziati ritengono che gli artigli di Archaeopteryx siano tipici di animali arboricoli.

Il presente potrebbe essere chiave per interpretare il passato; gli uccelli moderni mostrano fasi evolutive che riducono molti elementi dell’arto anteriore e della mano: il metacarpale del terzo dito è l’unico ad avere falangi.

Inoltre vi è la presenza di ossa pneumatiche, lo sterno si modifica e si carena, i muscoli sollevatori delle ali cambiano forma, il corpo si accorcia, le vertebre sacrali si fondono e la coda non è molto lunga.

Becco a sella africano (Ephippiorhynchus senegalensis) - Botswana 2016 Colagrossi - uccelli
Becco a sella africano (Ephippiorhynchus senegalensis) – Botswana 2016

E le penne? Come si sono originate?

Pare che le proto-penne siano una componente originatasi per trattenere il calore nei piccoli dinosauri, dove la struttura della penna e della piuma ricordava solo vagamente quello che conosciamo noi oggi; penne e piumaggio sono quindi una struttura preadattata, poiché funzionale ai progenitori degli uccelli.

Quindi le cause sono da ricercare nell’adattamento a nuovi climi, o a nuovi ambienti, e, soprattutto, a un ridimensionamento della taglia corporea dell’animale stesso, proprio per evitare la dispersione del calore, che generalmente è maggiore all’aumentare della taglia.

È proprio di qualche tempo fa la notizia del ritrovamento, in un mercatino del Myanmar, di un pezzo di ambra delle dimensioni di un’albicocca e contenente un frammento di coda di dinosauro teropode, di un cucciolo, ma completo di ossa e di piume.

Il fossile di ambra, risalente al Cretaceo di 99 milioni di anni fa, “immortala uno dei primi momenti di differenziazione tra le penne dei dinosauri e quelle degli uccelli volatori”, stando a quanto afferma il paleontologo che dirige il progetto di studio.

Ambra del Myanmar. Colagrossi - uccelli
Ambra del Myanmar.

Tuttavia lo stesso studioso afferma che, se tutto il dinosauro originario fosse stato coperto da penne e piume come quelle rinvenute sulla coda, la creatura non avrebbe potuto volare, quindi il piumaggio serviva a svolgere la funzione di ornamento o di termoregolazione.

Naturalmente anche questa è un’ipotesi, poiché manca tutto il resto del fossile, appunto.

L’area da dove proviene il pezzo è tra le più ricche del pianeta, in quanto a fossili di ambra, purtroppo la zona è anche teatro di guerre tra ribelli e governo birmano.

Si spera in futuro che queste devastazioni inutili possano trovare fine, in modo da permettere agli scienziati di accedere ai siti di scavo, per scoprire quanto più è possibile sulla storia del nostro pianeta.

Aaronne Colagrossi.