Emilio Salgari: l’uomo che viaggiava da fermo

Emilio Salgari - Colagrossi

Salgari nasceva a Verona il 21 agosto del 1862, fu uno degli scrittori più iconici d’Italia. Regalò sogni a milioni di lettori, senza lasciare mai il Bel Paese

Emilio Salgari è considerato oggi uno dei tre moschettieri Best-Seller degli anni ottanta del 1800, insieme al toscano Carlo Collodi e al ligure Edmondo De Amicis. Dei tre Salgari è sicuramente il meno acculturato, ma il più prolifico di certo, con più di 200 opere tra romanzi e racconti.

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Emilio Salgari

Lo scrittore veronese cominciò come giornalista di cronaca nera, nonché notista di politica estera su un quotidiano locale. Fu proprio in questo periodo che Salgari cominciò a spaziare con disinvoltura su località geograficamente lontane.

Il padre del futuro scrittore aveva un negozio di tessuti, ma Emilio non ne voleva sapere di rinchiudersi in una bottega. Tuttavia il giovanissimo Salgari a scuola non andava bene, eccetto che in storia, geografia e italiano. In compenso leggeva molto bene e a 16 anni scrisse il suo primo racconto d’avventura.

Le cugine veneziane ricordavano come il loro giovane parente, quando le visitava, raccontasse di viaggi appena compiuti in India e in Africa. Le cugine ridevano di lui, ma egli non si scoraggiò mai.

Presto divenne oggetto di scherno anche nella sua città, lo chiamavano “Salgarello” perché era basso e robusto; usava tacchi di tre centimetri. Lui perseverò, iniziò a tirare di scherma, vinse gare di nuoto e divenne anche presidente della società velocipedistica Bentegodi. Le sue stravaganze erano ormai ben note a tutti, fino al giorno in cui non si fece vedere con un turbante sormontato da un vistoso pennacchio…

Già da ragazzo Emilio Salgari era decisamente stravagante!

Come tutti i suoi coetanei, Emilio Salgari sognava viaggi che non avrebbe mai potuto fare; d’altronde era la moda dell’epoca. L’Italia era ancora un paese che viveva in bianco e nero, l’Unità era ancora dietro l’angolo della Storia. Sognare (magari a colori) era l’unico lusso che ci si poteva permettere.

Tanto per citare le cronache dell’epoca, l’ex militare, nonché famoso esploratore e giornalista Augusto Franzoj, ricevette ben 800 richieste da volontari, pronti a seguirlo in Amazzonia. Franzoj era appena rientrato da migliaia di chilometri percorsi in Abissinia, dove aveva anche conosciuto il poeta Rimbaud.

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Tornando al nostro caro Salgari, perpetrò anche un’altra arte: disegnare. Lo faceva ovunque, persino sui polsini delle camicie. I suoi soggetti preferiti erano vascelli con le vele spiegate e i cannoni che sparavano palle di ferro seguite da nuvole di fumo: Emilio voleva le battaglie sul mare, che lo avrebbero reso celebre.

Emilio Salgari colse quello che gli italiani volevano essere…

Impiegò dieci anni della sua vita per farsi un nome, per diventare il padre di Sandokan, del Corsaro Nero e di tanti altri personaggi leggendari tratti dai suoi racconti. Salgari colse quello che gli italiani volevano essere!

Su alcuni giornali locali pubblicò due feuilleton (romanzi d’appendice). Il secondo di questi racconti, La Tigre della Malesia, vedeva un feroce pirata malese in guerra totale contro gli inglesi dominatori; tutto per vendicare dei gravi torti familiari. Sandokan era (ed è) un personaggio per adulti, cruento, grondava sangue letteralmente, ma piaceva proprio per quello.

Di Sandokan si diceva: “Ama succiare le cervella dei nemici uccisi”

Come ben sapete, Salgari divenne ben presto una macchina di produzione di romanzi e racconti, davvero irrefrenabile. Rispondeva alle esigenze del pubblico con naturalezza straordinaria. Riusciva a a pubblicare finanche quattro romanzi all’anno, senza contare i racconti.

La sua prolificità non andò, però, in accordo con la sua famiglia numerosa. Infatti fu costretto a svendere i suoi testi agli editori. Il povero Salgari non riusciva a vivere oltre la realtà virtuale che aveva creato egli stesso. Lo scrittore veronese viveva in scenari fantasiosi, immaginari, ma verosimili al tempo stesso, che costruì mese dopo mese.

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La famiglia Salgari

La sua fervente immaginazione, prorompente come un fiume in piena, venne alimentata da un costante approvvigionamento di informazioni enciclopediche. Faceva parte anche del positivismo italiano di inizio secolo.

Agli inizi del 1900 tutto sembrava non avere più segreti, qualsiasi cosa poteva essere descritta e classificata, quindi governato, se vogliamo.

La fantasia di Salgari non aveva limiti

Emilio Salgari era così bravo a inventare personaggi stravaganti, che usò persino egli stesso per il personaggio di uno scrittore giramondo. Nonostante la bocciatura per la patente di capitano marittimo mercantile, scrisse di suo pugno una nota biografica a un editore. Nella nota dichiarò di essere entrato a quattordici anni nel Regio Istituto Nautico di Venezia, dove aveva conseguito la patente suddetta.

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Ecco cosa dichiarò: “Ho solcato come ufficiale quasi interamente tutti gli oceani, spinto da una insaziabile curiosità e con la mira soprattutto di dare anche al mio paese quella letteratura che aveva dato fama a Jules Verne e tanti altri autori, e che ancora manca all’Italia. Per sette anni navigai, tutto osservando, studiando, facendo ovunque escursioni all’interno delle terre e delle isole, usando tutti i mezzi di locomozione possibili, su usi, costumi, sulla fauna e sulla flora dei vari paesi. Dall’equatore ai mari polari, tutto ho veduto e osservato”.

A questa fandonia del viaggiatore ci crederà fino alla fine anche la moglie, cui Emilio si firmava Selvaggio Malese nelle sue lettere d’amore. A Verona lo prendevano in giro per questa mania. Al contrario di autori come Conrad, Kipling, London (che avevano vissuto realmente avventure in luoghi lontani), o persino Jules Verne (che navigava su uno yacht privato), Salgari aveva preso parte ad un unico viaggio come mozzo sino a Brindisi, per tre mesi su un’imbarcazione di dodici metri che rischiò pure di naufragare in Dalmazia.

Un collega giornalista lo derise in pubblico per questa sua mania del falso comandante. Salgari lo sfidò a duello, ferendolo al primo assalto e lasciando una marcata voglia di finirlo. Forse si pose la domanda: sarei disposto ad uccidere per preservare questa fandonia? Non lo sapremo mai!

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Il 3 aprile 1897 la regina Margherita di Savoia insignì Emilio Salgari del titolo di Cavaliere, per aver “istruito dilettando” i giovani italiani. Tuttavia il titolo a cui lo scrittore tenne di più negli anni fu quello auto-conferitosi di Capitano, con cui firmava le lettere.

Si firmava col titolo di capitano

Per due anni si trasferì a Genova (vi nacque anche Il Corsaro Nero), dove sovente si recava al porto, per parlottare con i marinai dei carghi. In genere veniva accolto come un lupo di mare, visto che conosceva i porti di tutto il mondo e aveva competenze marinaresche di alto livello. Insomma: quello che non aveva potuto vedere con i propri occhi, lo aveva assorbito in biblioteca, consultando enciclopedie, trattati di botanica, di zoologia, memoriali e resoconti.

Emilio Salgari - Colagrossi - Genova
Emilio Salgari a Genova, vestito da marinaio

Salgari era abbonato al Giornale illustrato dei viaggi e delle scoperte, edito da Sonzogno al prezzo di cinque centesimi di lire a numero. Lo scrittore veronese voleva esaudire “il bisogno fattosi generale di conoscere quello che s’agita in tutte le parti del nostro globo”.

Naturalmente anche altri scrittori dell’epoca non avevano mai mosso un dito fuori dall’Italia, all’epoca non era così semplice affrontare un viaggio. I lettori inoltre non volevano accuratezza scientifica, ma incantarsi e rimanere stupefatti di un mondo lontano.

Emilio Salgari racconta di palombari in lotta con piovre giganti, di esquimesi al polo mentre cacciano balene, dei negrieri del Sahara, dei deserti australiani, delle cacce al condor in Cile, del duro mestiere dei pescatori di perle, della tragedia del cutter Eagle (in rotta verso Barbados).

Le descrizioni del “capitano” sembrano fotografie, come ne Il Corsaro Nero

Ne Il Corsaro Nero (uno dei miei preferiti) c’è questo passaggio che ha un che di poetico, e sembra quasi scaturire dal ricordo di un’emozione personale più che da un dato semplicemente scientifico.

Eccolo: “Sotto i flutti, strani molluschi ondeggiavano in gran numero, giuocherellando fra quell’orgia di luce. Apparivano le grandi meduse; le palegie simili a globi luminosi danzanti ai soffi della brezza notturna; le graziose melitee irradianti bagliori di lava ardente e colle loro strane appendici foggiate come croci di Malta; le acalefe, scintillanti come se fossero incrostate di veri diamanti; le velelle graziose, sprigionanti, da una specie di crosta, dei lampi di luce azzurra d’una infinita dolcezza, e truppe di beroe dal corpo rotondo e irto di pungiglioni irradianti riflessi verdognoli.”

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Statua di Emilio Salgari a Verona

In casa lo scrittore aveva una grossa cassa piena di schede prelevate dalle biblioteche, da cui attingeva per le sue opere, senza precludersi nessuna location sul globo, come dimostrano i suoi numerosissimi romanzi.

Emilio Salgari aveva migliaia di schede naturalistiche…

Nelle sue schede c’era di tutto: dagli insetti, alle scimmie, ai gasteropodi. Egli legge di insetti fosforescenti americani, delle tempeste di sabbia in Islanda, delle spugne perforatrici, del nautilo marino. Persino la flora, con Emilio Salgari, si eleva a ruolo primario e non solo decorativo.

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Salgari (sx) con l’amico scrittore Luigi Motta, che per gran parte della vita lo imitò, ricevendo però più soddisfazioni economiche del maestro.

Nessuno dei suoi lettori sospetta che l’autore non abbia mai nemmeno lontanamente provato il delizioso Durion, che produce una crema al profumo di mandorle, né gustato la carne del babirussa, né del porcellino a zanne ricurve. Salgari riesce a stupire parlando del cavolo palmizio, o degli alberi del pepe e del pane, delle nepenti carnivore, o delle lucertole che planano da un Pinang all’altro.

Non mancarono le corbellerie, in molti suoi racconti, come le tigri del Borneo; infatti le ultime in questa regione si estinsero al termine del Pleistocene, più di diecimila anni fa. Ma le tigri salgariane sono emblemi immortali, protagoniste dell’eterna lotta tra il Bene e il Male.

A modo suo è stato comunque un genio

Leggere in adolescenza un romanzo di Emilio Salgari era (ed è tuttora) come fare un corso accelerato di Scienze Naturali e di Nautica. Lo scrittore riceveva spesso lettere di genitori spaventati poiché i figli si erano messi strane idee in testa, spronati dalle sue avventure; lui voleva incitare i ragazzi all’azione e all’ardimento.

Emilio Salgari - Colagrossi

Senza esserne consapevole, Salgari era stato un genio del marketing romanzesco dell’epoca. Le estati lunghe e vuote venivano colmate dai ragazzi leggendo le sue avventure. L’automobile era un lusso costosissimo e il cinema era agli albori.

Emilio Salgari ha commosso e coinvolto anche scrittori famosi: D’Annunzio, Pavese, Bobbio, Eco. Addirittura Ernesto Che Guevara divenne antimperialista grazie ai romanzi di Salgari, ne lesse sessantadue, di opere.

Usando semplicemente la parola, Emilio Salgari ha viaggiato in lungo e in largo, lasciando correre l’immaginazione verso confini dove pochi si erano spinti.

Ma il lato oscuro era dietro l’angolo, in attesa come una delle sue fiere della giungla. Dopo che la salute mentale della moglie capitolò, Emilio iniziò una fase di declino, complice anche la situazione economica familiare, degradata da ormai parecchi anni.

“A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna.”

La mattina del 25 aprile 1911 lo scrittore usci di casa, a Torino, lasciando tre lettere sullo scrittoio. Una agli editori, una ai direttori dei giornali e l’ultima ai quattro figli. A questi ultimi dichiarò di essere un vinto e li avvisava dove recuperare il cadavere del loro padre.

Una ragazza trovò invece il corpo dello scrittore, nella mano stringeva ancora il rasoio, col quale si era aperto il ventre e la gola, come fosse stato un samurai nel suicidio rituale del seppuku.

Gli occhi erano rivolti al sole, verso la sua ultima alba.

Aaronne Colagrossi

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Nota Bene. Questo pezzo è tratto per gran parte da un articolo apparso su National Geographic Italia e redatto da Ernesto Ferrero, scrittore di cui consiglio vivamente le sue opere, una la trovate nel link in alto.

Recensione: Avventure nel Mar Rosso

Intervista a cura di Andrea Mucedola. Tratta interamente dal sito http://www.ocean4future.org

D – Aaronne, ci conosciamo ormai da qualche anno, in occasione del tuo primo libro sul Megalodonte. Puoi parlarci di questa nuova opera, Avventure Nel Mar Rosso?

R – La subacquea è un qualcosa da cui non riesco a separarmi, e spero di non farlo mai. Qualche anno fa cominciai a fantasticare su un racconto di stampo mare\subacquea. Avventure Nel Mar Rosso è un diario di viaggio, quindi si può collocare nella letteratura di Viaggio nel più ampio senso del termine.

Nel 2017 ebbi l’opportunità di partecipare a questa crociera che avrebbe toccato le isole Brothers, Daedalus Reef ed Elphinstone Reef. Il mare, l’elemento su cui noi ci muoviamo (e scendiamo) ci regala sempre emozioni fortissime, a tutti i suoi visitatori, e questa è stata una grande avventura per me, il Mar Rosso è davvero un posto magico. Dovevo scriverne un libro, ma una storia vera. Scrissi il libro su un taccuino interamente in Egitto, tra un’immersione e l’altra; al mio rientro a Roma, la prima bozza del libro era praticamente pronta.

In realtà il primo giorno ero ancora indeciso se scrivere questo libro oppure no. La risposta arrivò nelle successive immersioni, quando incontrai un grande squalo martello smerlato, una femmina di tre metri e mezzo, magnifica. In quella immersione capii che era una storia da raccontare, in qualche modo.

Insomma è una grande avventura del mare!

Scalopped Hammerhead
Pesce martello smarleto – Scalopped Hammerhead – Small Brother Island

D – Quanto tempo hai impiegato a scrivere questo libro? Quale ambiente preferisci per scrivere?

R – Come ho detto la prima bozza la scrissi in meno di dieci giorni, a penna su taccuino. Ma il lavoro di digitalizzazione, riconoscimento specie, correzione bozze, editing, gruppo di lettura, ecc, mi ha portato via quasi un anno. Quando scrivo devo ascoltare musica, per immergermi nel mio mondo. Non ho particolari posti preferiti, come ho detto questo libro l’ho scritto in mare, quindi anche ambienti scomodi. Se una persona ha desiderio di scrivere lo fa in qualunque posto.

D – Come definiresti lo stile di questo libro?

R – Il libro mantiene un tono molto leggero e avventuriero, tuttavia ho curato molto il riconoscimento di tutte le specie marine che ho avuto modo di incontrare nel corso delle immersioni e le descrizioni della vita di bordo, o i dettagli nautici reali di questa avventura.

Equipaggio
I ragazzi dell’equipaggio si rilassano dopo una dura giornata

D – Inizia a raccontare.

R – Mar Rosso, la nostra imbarcazione salpa per una crociera subacquea, una vera avventura sotto il mare che ci porterà in contatto con gli squali, le meravigliose creature degli oceani, minacciate anche in questi perigliosi lidi. Gli squali sono i predatori all’apice di questa catena alimentare tropicale, dove vivono migliaia di specie animali, che avremo modo di apprezzare. Queste lontane isole sono dimora anche di relitti e fari leggendari.

D – I personaggi sono reali o inventati?

R – Più che reali: i personaggi sono tutti sub e amici della scuola H2O ScubaLibre Dive di Pescara, in Abruzzo. Le uniche cose che ho cambiato (per motivi di privacy) sono i nomi delle guide egiziane e quello dell’imbarcazione che ci ha portato in quelle lontane isole.

Carcharhinus longimanus
Carcharhinus longimanus – Squalo oceanico a punte bianche – Deadelus Reef

D – A chi è dedicato? E, soprattutto, a chi è rivolto questo libro?

R – È dedicato al mio amico e istruttore subacqueo Marco Turtù, di Pescara, uno dei protagonisti nel libro. Questo è un libro per il grande pubblico, ma può essere apprezzato da tutti coloro che nutrono passione per il mare, o nello specifico da subacquei. Magari anche persone che vorrebbero visitare quei luoghi per delle immersioni, quindi potrebbe essere anche una guida, se vogliamo.

D – Se dovessi consigliare una colonna sonora da scegliere come sottofondo durante la lettura del tuo libro, cosa sceglieresti? Progetti per il futuro, altri libri in cantiere?

R – Penso che si adatti bene la musica New Age, magari gli Enigma. Sto scrivendo un romanzo sulla Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico. È un progetto lungo, al quale sto lavorando da due anni, probabilmente ne pubblicherò due libri poiché la storia narrata è complessa e lunga, intrecciandosi con i giapponesi che avanzano nel Sud Est Asiatico e gli americani che danno battaglia sul mare.

murena Avventure nel Mar Rosso
Murena – Panorama Reef

Ci hai convinti Aaronne… lo aspettiamo con impazienza …

Daedalus Reef
Faro di Daedalus Reef

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1588 – L’Invincibile Armata

Tra Spagna e Inghilterra non è mai corso buon sangue, mai come alla fine del XVI secolo. I rapporti tra Filippo II di Spagna (detto anche “Il Prudente”) ed Elisabetta I (detta anche “Regina Vergine”) erano ormai molto tesi in quel periodo, i rapporti peggiorarono a partire dal 1585.

La tensione era altissima

Uno dei motivi della tensione tra le due grandi potenze era di natura religiosa. Filippo era un cattolico convinto, Elisabetta era protestante e aveva già ricevuto la scomunica di Papa Pio V.

La goccia che fece traboccare il vaso fu però di natura economica. Elisabetta aveva concesso alla ricca borghesia inglese il diritto di assoldare pirati e mercenari vari per assalire e derubare le navi di nazionalità straniere, specialmente quelle spagnole e portoghesi. I corsari inglesi battevano continuamente le acque intorno all’Inghilterra, dominio degli spagnoli, che godevano di un periodo molto favorevole alla navigazione commerciale, così come i portoghesi.

L’Invincibile Armata salpa da Lisbona per invadere l’Inghilterra

Nel biennio 1585-1586, però, i corsari inglesi depredarono moltissime navi iberiche. Fu così che nel maggio 1588, Filippo II di Spagna radunò la sua Invincibile Armata, di denominazione reale Grande y Felicisima Armada.  130 navi, quasi 30.000 uomini e circa 2500 cannoni. Filippo voleva il trono inglese.

Un progetto ambizioso

Il progetto originario di Filippo di Spagna prevedeva 500 navi, le quali sarebbero salpate da Lisbona alla volta delle Fiandre, qui sarebbe stato imbarcato un potente esercito di coalizione, il quale avrebbe sbaragliato la tanto odiata Elisabetta. Tuttavia le frequenti incursioni del grande corsaro sir Francis Drake lungo la penisola iberica e nei Caraibi, non avevano permesso a Filippo la realizzazione del progetto.

Filippo aveva programmato l’attacco per il 1587, ma l’improvvisa morte del comandante della flotta fece rinviare la battaglia al maggio dell’anno successivo. Anche questo secondo tentativo fallì, a causa di una potente tempesta: la flotta spagnola dovette riparare in Galizia, a leccarsi le ferite.

Il 22 giugno, nel porto della Coruña, sulle coste atlantiche della Spagna, la flotta dell’Invincibile Armata salpò nuovamente per l’Inghilterra. L’intenzione era di invaderla.

Un quadro raffigurante la battaglia sulle coste del Devon

Passarono molti giorni di navigazione, nonché di analisi strategiche da parte dei comandanti iberici. Gli inglesi contavano 200 navi, ormeggiate a Plymouth, tra cui spiccavano tre vascelli da guerra degni di nota. Questi erano l’Ark Royal da 38 cannoni comandata da lord Effingham, la Revenge da 36 cannoni, comandata da Drake e la Victory da 44 cannoni, comandata dal pirata Hawkins.

Un primo scontro avvenne a fine luglio, quando la flotta di Spagna superò il Devon e si scontrò con gli inglesi. Differenze nella tattica spagnola di abbordaggio e in quella inglese fece capire agli spagnoli che le cose non sarebbero state così semplici. Le navi inglesi erano più agili e veloci. Inoltre i cannoni inglesi erano molto più efficienti di quelli spagnoli, sia come tempi di ricarica sia come precisione di tiro.

Le tattiche inglesi furono più rapide

Il 6 agosto l’Invincibile Armata di Spagna riuscì ad arrivare a Calais per caricare le truppe dell’esercito che avrebbe dovuto invadere il suolo inglese. A causa di ritardi e impedimenti dei bassi fondali, ciò non avvenne.

Gli inglesi lanciano i brulotti incendiari per disperdere le navi spagnole

Nella notte tra il 7 e l’8 agosto del 1588, la battaglia navale entrò nel vivo. Le navi incendiarie inglesi, i brulotti, dispersero gli spagnoli. Questi si resero conto che la situazione stava volgendo al peggio per la loro grande Armata, così i comandanti decisero di riparare nella Manica e rientrare in Spagna per riorganizzare l’attacco.

A causa dei venti contrari nella Manica la flotta di Spagna dovette circumnavigare l’Inghilterra e l’Irlanda.

Il nemico meteo era dietro l’angolo

L’Invincibile Armata spagnola fu colta da una tempesta potentissima sulla via del ritorno, in prossimità della Scozia, che durò cinque giorni e seminò le coste scozzesi di morte e sangue. Molte navi di Filippo furono scaraventate sulle coste rocciose e molte altre furono danneggiate.

Terminata la bufera, la flotta ripartì alla volta della Spagna. Alcuni giorni dopo, in Atlantico, la flotta fu colta da una seconda tempesta, che fece affondare molti vascelli, già pesantemente lesionati in Scozia.

L’Invincibile Armata circumnaviga le isole inglesi

Alla fine di settembre, dopo l’ennesima tempesta, quel che rimaneva dell’Invincibile Armata, raggiunse le coste spagnole, con un bilancio a dir poco catastrofico: metà dei 30.000 uomini non fece più ritorno a casa, sia per la battaglia contro gli inglesi sia per le due tempeste. Delle 130 navi solo 8 furono affondate dagli inglesi, 65 affondarono nel corso delle tempeste.

Quella che doveva essere una ritirata strategica si era trasformata in una sconfitta senza precedenti.

Aaronne Colagrossi

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Cristoforo Colombo e l’alleato “meteo”

Il tempo meteorologico è stato per il grande navigatore genovese un prezioso alleato. Tutti noi sappiamo che lo scopo di Colombo era quello di raggiungere le “Indie” navigando verso ovest, sfruttando la sfericità della Terra.

La perspicacia del navigatore italiano era davvero notevole, egli non poteva sapere, però, che in mezzo ci fosse il continente americano; senza questo le caravelle della spedizione spagnole sarebbero davvero potute giungere sino in Cina, attraversando idealmente il Pacifico (venti, cibo e malattie permettendo). Le stime della lunghezza del tragitto fatte da Colombo erano però inferiori rispetto alla reale distanza; comunque senza le Americhe tra “i piedi” le navi ce l’avrebbero potuta fare, considerando anche l’assenza di pirati e vari assaltatori di navi (che sarebbero arrivati nei decenni avvenire).

Un viaggio storico

La spedizione di Colombo partì da Palos, in Spagna, il 3 agosto 1492; le tre navi che la componevano erano la Niña, la Pinta e la Santa Maria. I vascelli fecero una prima tappa alle Canarie, un arcipelago spagnolo al largo delle coste nordafricane; l’arrivo a Gran Canaria avvenne l’11 agosto e la spedizione decise di rimanervi un mese, per fare le riparazioni necessarie prima della traversata.


La Niña, la Pinta e la Santa Maria.

Il 6 settembre le navi guidate da Colombo ripartirono e fecero una brevissima sosta all’isola della Gomera, per rifornirsi di acqua e viveri (la Pinta aveva subito un’avaria grave al timone). Dopo 36 giorni di desolazione sul grande oceano Atlantico, la spedizione raggiunse una piccola isola delle Bahamas, approdando nel Nuovo Mondo: era il 12 ottobre 1492 e la storia dell’umanità sarebbe cambiata radicalmente da quel momento in poi. Cristoforo Colombo battezzò l’isola “San Salvador”. Tutti i dettagli della spedizione in mare sono giunti a noi attraverso i diari dello stesso Colombo e dei piloti delle tre caravelle.

I diari di Colombo sono una fonte preziosa

La traversata non ebbe particolari note negative, anzi, fu abbastanza tranquilla: i venti non soffiarono mai troppo forte, il mare non fu mai troppo mosso e le correnti favorirono in larga parte la navigazione verso i settori occidentali.

Le linee rappresentano i quattro viaggi di Colombo.

Eppure è ormai ben noto che le rotte che dall’Europa portano in Nord America, nei mesi autunnali sono oggi, come anche allora, irte di pericoli: ogni anno una decina tra uragani e cicloni tropicali si formano al largo delle coste africane occidentali, per attraversare l’Atlantico centrale, acquisendo potenza, per arrivare lungo le coste americane dove portano morte e devastazione. Tutto ciò anche grazie ai potenti venti Alisei.

Le conseguenze di un uragano o di un ciclone tropicale sono sconvolgenti: onde di vari metri, venti di eccezionale forza e pioggia torrenziale. Insomma condizioni meteo marine davvero pericolose. Immaginate cosa sarebbe successo se Colombo avesse incontrato queste condizioni nella sua prima traversata, magari le cose non sarebbero andate come le conosciamo dai libri di storia.

Fortuna o saggezza?

Anche considerando il fatto che il numero medio di tempeste tropicali che ogni anno raggiungono i Caraibi sia aumentato negli ultimi secoli, si può affermare che la spedizione del navigatore genovese sia stata a dir poco fortunata. Ma si tratta solo di pura fortuna o Colombo era un abile marinaio, attento ai segni del tempo?

Alcuni “celebri” uragani che hanno devastato i Caraibi, da notare i mesi e i giorni.

Seguirono altre traversate da e verso l’Europa, tutte con esito positivo. Eccetto una: il quarto viaggio di ritorno. Nei pressi di Haiti gran parte della flotta spagnola fu distrutta da una tempesta tropicale. Stando a un compagno di viaggio di Colombo, questi consigliava di ritardare la partenza proprio per motivi meteorologici.

Esaminando la prima traversata di Colombo si intuiscono alcune sue abilità. Il genovese doveva infatti essere a conoscenza degli Alisei a latitudini medio basse, che lo avrebbero spinto verso ovest, e probabilmente sapeva che a latitudini medio alte i venti erano invece contrari, cosa che gli avrebbe garantito il ritorno. Gli Alisei spirano anche nella fascia delle Canarie; pianificare la partenza dalle Canarie è stata quindi una scelta ragionata, egli sapeva che non poteva prendere il largo direttamente dalle coste del Portogallo.

Colombo fu un grande comandante

Dopo la breve sosta all’isola di Gomera, le caravelle si mantennero tra i 25 e i 30 gradi di latitudine nord, lievemente al di sopra della zona dove (generalmente) si formano le tempeste tropicali. In sostanza il navigatore genovese aveva pianificato una rotta tangente all’anticiclone delle Azzorre, sul suo lato meridionale, dove gli Alisei sono più deboli, cosa che ha rallentato la spedizione, ma l’ha protetta da eventuali pericoli, tenendo le caravelle ben lontane da zone meteorologicamente a rischio.

Cristoforo Colombo.

Da moderne ricerche risulta che la rotta seguita da Colombo sia quella che consente di attraversare l’Atlantico con la più basa probabilità di incontrare uragani e tempeste. Sempre secondo queste recenti ricerche, la probabilità di incappare in una tempesta nel settembre-ottobre del 1492, lungo quella traiettoria era di circa l’1%.

Sembra che anche la lunga sosta alle Canarie, di quasi un mese, sia stata decisa da Colombo proprio per evitare gli uragani di fine agosto. Molti di questi aspetti sono confermati anche nel diario di bordo: durante la traversata il vento fu moderato, con frequenti bonacce e una sola giornata di vento forte. Sempre dai diari si evincono dati sul colore del mare, sulla presenza di uccelli marini e dal loro volo, dai banchi di pesci. Ogni giorno si effettuavano misure di velocità con il solcometro, una cordicella cui erano presenti dei nodi e un’asta di legno venivano lanciati in mare, e con una clessidra si misurava il tempo, da cui la velocità in nodi.

Colombo fu un attento osservatore

Certamente bisogna considerare una certa dose di fortuna nella spedizione di Cristoforo Colombo, è probabile che quell’anno l’anticiclone delle Azzorre protesse da tempeste tropicali più del solito quelle distese marine. Tuttavia dai dati in nostro possesso emerge che Cristoforo Colombo era un abile navigatore, un ottimo osservatore, un buon meteorologo e un comandante saggio. Se non avesse posseduto queste abilità non avrebbe raggiunto le coste del Nuovo Mondo.

Aaronne Colagrossi

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Nell’immagine di apertura Colombo raggiunge il Nuovo Mondo, le attuali Bahamas.

Intervista per il sito vendereunlibro.com

Aaronne Colagrossi
Rodolfo Monacelli intervista Aaronne Colagrossi per il sito vendereunlibro.com

 

Ho conosciuto Aaronne qualche mese fa, dopo l’acquisto di un corso (realizzato insieme a Emanuele Properzi) su Facebook.

Ha sempre dimostrato grandissimo impegno (perché se non ti impegni tu a promuovere il tuo libro, non lo farà nessuno) e ha raggiunto grandi risultati.

Per questo ti voglio presentare la tua storia.

 

Chi è Aaronne Colagrossi e come mai hai iniziato a fare lo scrittore?

Sono un geologo con una grande passione per la natura in tutte le sue forme.

Sin da ragazzo ho sempre avuto un diario su cui lasciavo le mie impressioni quotidiane e i miei pensieri. Iniziai a scrivere quasi per caso: un caldo pomeriggio di luglio del 2009.

Quel pomeriggio scrissi alcune pagine del mio primo romanzo Megalodon il predatore perfetto. In pochi mesi completai la prima bozza e fu così che tutto iniziò. Da allora non mi sono più fermato e ho pubblicato sei libri, ora sto per pubblicarne un settimo e sto lavorando a un ottavo per il 2019.

Qual è l’argomento dei tuoi libri?

Nei quattro romanzi che ho scritto tratto principalmente il mare, sotto molteplici aspetti.

In Megalodon parlo di un gigantesco squalo preistorico, nella Trilogia della Pirateria narro le gesta di questi tre filibustieri del 1600.

Tuttavia mi piace sperimentare nuove argomentazioni e nuovi stili; infatti nel 2017 ho pubblicato due diari di viaggio, uno sulla Transilvania (attraversata in treno in inverno) e uno sul Botswana (una spedizione scientifica tra Okavango e Kalahari).

Sto per pubblicare un diario di viaggio subacqueo con descrizioni specialmente del mondo sottomarino e sto lavorando a un romanzo ambientato nella Seconda Guerra Mondiale. Inoltre ho in sospeso un racconto horror e ho in mente anche un romanzo thriller per il 2020. Insomma: amo saggiare più argomentazioni in questa mia passione per la scrittura, non mi piace chiudermi in uno stile o in un argomento unico.

Hai pubblicato i tuoi libri con un editore o col Self Publishing?

Il primo romanzo lo pubblicai con un editore di Verona, piuttosto grosso anche, con cui il libro di esordio (Megalodon) raggiunse le 1500 copie vendute in tutta Italia. Non ero soddisfatto della promozione, tuttavia, che facevo praticamente da solo. Quindi nel 2015 mi ripresi i diritti per una futura pubblicazione.

Nel 2016 sperimentai il Self Publishing su Amazon; sperimentare è la parola corretta perché testai letteralmente un romanzo sulla pirateria che avevo appena scritto (Capo Tiburon). Quando l’editing fu terminato caricai il file e i risultati furono immediati e positivi, mi sono trovato benissimo, difatti tutti i miei libri sono ora sulla piattaforma Amazon e i risultati sono più che ottimi.

Quello che voglio dire è che un testo, prima di pubblicarlo in Self Publishing, va comunque controllato e ricontrollato in tutti i suoi aspetti (grammatica, trama, ecc) prima dell’upload finale sulla piattaforma. Bisogna seguire un protocollo rigido, molto simile a quello di una casa editrice (per così dire). Io sono molto severo con i miei scritti, anche perché le recensioni arrivano presto e possono essere anche molto dure.

Perché hai scelto il Self Publishing?

I motivi sono tanti, ma quello principale è legato al sistema promozionale italiano. Questo ha delle enormi falle per le case editrici medie e piccole. A meno di pubblicare con il gruppo Mondadori (che tappezza tutto il territorio italiano con il nostro libro) nella stragrande maggioranza dei casi la propria opera finirà abbandonata da qualche parte.

Inoltre molte case editrici chiedono un contributo da parte dell’autore nella pubblicazione, cosa che io trovo disgustosa, a dir poco. La mia prima casa editrice non ha mai chiesto un soldo, ed è quello il modo di aiutare un neo autore a pubblicare, tuttavia dopo un anno il mio libro giaceva semi morente da qualche parte, difatti iniziai immediatamente a lavorare tramite i social network per la mia promozione personale.

Ci parli del tuo ultimo libro?

Il mio ultimo libro è Pirati Sotto Scacco. È un romanzo storico sulla pirateria ambientato nel 1664, nei Caraibi. Qui un gruppo di pirati cerca di strappare alcuni idoli d’oro dalle grinfie degli spagnoli.

Il libro è in parte basato su eventi realmente accaduti, in particolare lo sterminio del popolo dei Cueva da parte dei Conquistadores spagnoli nel 1520. Iniziai a scriverlo il giorno di Natale del 2016; dopo tre fasi di editing, nel marzo 2018, ho finalmente pubblicato il libro su Amazon, sia cartaceo sia e-book.

Che strumenti e modalità di promozione hai utilizzato?

Iniziai con Facebook nel 2012, aprendo una pagina autore (tuttora attiva con quasi 2500 likes) con cui mi promuovevo, caricando spezzoni del primo libro, ecc.

Nel 2016 aprii anche il mio sito (aaronnecolagrossi.com) dove, oltre alle schede complete dei libri che ho pubblicato, inserisco anche articoli storici e scientifici sulle argomentazioni più disparate, tratti dalle mie passioni.

Naturalmente la piattaforma Amazon permette di avere una pagina autore, dove le proprie opere sono presentate come se fosse un sito personale vero e proprio. Questo triangolo (Facebook, sito personale e Amazon) mi ha permesso di raggiungere migliaia di persone in tutta Italia.

Nel 2018 ho seguito anche un corso con Rodolfo Monacelli ed Emanuele Properzi dove ho acquisito innumerevoli strumenti atti a migliorare l’attività promozionale su Facebook e i social network in generale, la qual cosa è stata di vitale importanza, unita anche alle pubblicazioni che hanno raccolto un certo seguito, ovviamente.

Quali sono stati i tuoi risultati?

I risultati sono stati a dir poco ottimali. Inferno Blu Cobalto è uscito nell’agosto del 2017 e un anno dopo ha raggiunto le 2200 copie vendute in tutta ItaliaCapo Tiburon ha raggiunto e superato le 1000Pirati Sotto Scacco è uscito a marzo e ha già raggiunto le 500 copie in circa sei mesi.

Considerando che l’attività promozionale la faccio tutta da solo e che ho creato uno zoccolo di lettori che mi segue, non sono numeri cattivi. Naturalmente ogni testo deve piacere e bisogna porlo nella giusta maniera all’eventuale lettore; anche la copertina è importantissima, mi avvalgo di grafici in Italia, in USA e in Sudafrica.

Ci vuoi parlare dei tuoi prossimi progetti?

Sì certo, come ho detto ho vari progetti di scrittura che sto portando avanti. In particolare un romanzo sulla Seconda Guerra Mondiale abbastanza complesso, cui sto lavorando da due anni, specialmente per lo studio bibliografico, cosa che io seguo in maniera maniacale, anche per le precedenti opere sulla pirateria. Poi vi sono alcuni racconti, altri romanzi per il 2020, ecc. Non mi piace fermarmi e non intendo farlo, scrivere è un piacere immenso, terapeutico quasi.

Ti ringrazio per l’intervista Aaronne e alla prossima.

 

Contatti e Libri di Aaronne Colagrossi

 

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Sito Web

Pagina Autore Amazon

Chi è Rodolfo Monacelli?

Webmarketer e Blogger mi occupo di procurare visibilità e aumentare i profitti a scrittori e a piccole case editrici attraverso Internet. Fondatore nel 2015 di vendereunlibro.com. Seguimi e scopri come usare la comunicazione su Internet per vendere il tuo libro.

Presentazione Trilogia dei Pirati

Cari amici, ho realizzato questo nuovo montaggio del video della presentazione della Trilogia dei Pirati, con audio migliorato e diapositive in sovraimpressione, così che possiate seguirlo meglio, rispetto alla diretta che feci sulla mia pagina facebook. Per qualsiasi domanda lasciatemi un commento oppure scrivetemi in privato a info@aaronnecolagrossi.com.

Di seguito i link della trilogia ebook su amazon; per chi la volesse cartacea e scontata rispetto al prezzo amazon (con dedica), mi contatti sempre in privato a info@aaronnecolagrossi.com

Intervista per il Gruppo Facebook “Io Leggo Il Romanzo Storico”

Linda bertasi e alcuni membri del gruppo intervistano Aaronne Colagrossi in merito alla sua trilogia di romanzi storici sulla pirateria.

 

LINDA BERTASI: Partiamo dalla STORIA, da dove nasce questa tua passione?

Nasce dal fatto che ho sempre amato leggere e apprendere quanti più dati possibili sulla storia dell’uomo. Ma nella mia vita non amo solo la storia, c’è anche la passione per le scienze e il mare.

LINDA BERTASI: EDITING, a chi ti affidi?

Ho un editor che si occupa di ciò che scrivo, specialmente in campo nautico. Inoltre, per ogni libro che scrivo, organizzo un gruppo di lettura che analizza la storia a fondo.

LINDA BERTASI: RICERCA, fondamentale in uno storico. Quale iter segui?

Bibliografia anglosassone, principalmente, ma anche italiana. Per la trilogia sulla pirateria ho eseguito uno studio bibliografico durato quasi tre anni, sia da un punto di vista geopolitico sia nautico e delle sue tecniche.

LUCIA SCARPA: Buongiorno! Volevo chiedere: quanto contano i personaggi secondari nelle tue storie? La caratterizzazione dei personaggi rimane uguale all’idea originale o varia durante la scrittura? Grazie!

Contano tantissimo, e ne tengo grande considerazione. la caratterizzazione rimane pressoché simile. Nel caso di Inferno Blu Cobalto, una storia molto lunga (640 pagine per tre anni di eventi narrati), vi è una certa evoluzione nei personaggi, tutti.

GIANCARLA ERBA: Buongiorno Aaronne. Ascolti musica quando scrivi? Se sì, quale?

Assolutamente sì, sia colonne sonore sia rock-blues, come anche classica, amo moltissimo anche il Bolero di Ravel. Non riuscirei a scrivere senza musica, praticamente.

GIANCARLA ERBA: Qual è il casus belli che ti spinge a scrivere una storia?

Dipende. L’ultima storia sulla pirateria (Pirati Sotto Scacco) è nata mentre guardavo le immagini del museo di antropologia di Cartagena De Indias in Colombia. Un’altra nacque da un incubo e mi svegliai, scrivendo sul taccuino l’idea. Ho sempre un taccuino dove scrivo immediatamente tutto quello che mi passa per la testa.

GIANCARLA ERBA: Meglio romanzi o saggi?

Preferisco romanzi, mi piace creare e leggere nuovi mondi, per così dire.

GIANCARLA ERBA: Quando scrivi come ti organizzi? Sei metodico o aspetti di essere ispirato?

No sono metodico. Scrivo tutti i giorni, generalmente un capitolo al giorno e rileggo i precedenti per eventuali correzioni.

FLAVIA GUZZO: Buongiorno Aaronne, e complimenti per la tua produzione! Casa editrice o self-publishing, e perché?

Grazie Flavia. Il primo romanzo fu con una casa editrice media di Verona, Poi decisi di sperimentare Amazon con un racconto e mi trovai bene, così decisi per il self-publishing. 

ALESSANDRA LEONARDI: Ciao, qual è il tuo periodo storico preferito?

Il periodo tra il 1630 e il 1730, Indie Orientali e Occidentali, ma anche la guerra di Secessione Americana è tra i miei periodi preferiti.

PITTI DU CHAMP: Ciao Aaronne. Un periodo e un luogo del quale non scriveresti mai?

Non ce ne sono, in realtà qualsiasi periodo è un potenziale candidato per una mia storia.

PITTI DU CHAMP: Non ho ancora letto niente di tuo. Come si strutturano i tuoi libri? Hanno solo un’ambientazione storica o fatti storici realmente accaduti che fanno da colonna? E ci sono apparizioni di personaggi storici vissuti oppure son tutti di fantasia? Grazie.

Ho studiato varie tecniche per la strutturazione di un romanzo di azione e avventura. I miei modelli sono Clive Cussler, Michael Crichton e Wilbur Smith. Ma ho studiato anche quelle di Stephen King e della coppia Preston&Child. Nella trilogia sulla pirateria molti fatti citati sono realmente accaduti, come anche alcuni personaggi.

LINDA BERTASI: Parliamo del romanzo Inferno Blu Cobalto. Input, personaggi, ambientazione, tematiche e messaggio?

Volevo scrivere la storia di un uomo e delle sue vicissitudini per la salvezza, ecco come nacque questo romanzo, ma volevo fosse ambientato sul mare. I personaggi sono di fantasia, ma ci sono anche personaggi realmente esistiti e le vicende si basano in parte sulla storia di William Dampier. Il messaggio è la possibilità di cambiare in una persona, una cosa molto difficile da fare.

GIANCARLA ERBA: Autori che ti ispirano?

Joseph Conrad, Clive Cussler, Michael Crichton, Stephen King, Wilbur Smith, H.P. Lovecraft, E.A. Poe, Emilio Salgari, Preston&Child, Patrick O’Brian, Valerio Evangelisti, Peter Benchley e tanti altri.

GIANCARLA ERBA: C’è un libro che vorresti aver scritto?

Sì: Jurassic Park.

GIANCARLA ERBA: E uno che sei felice di NON aver scritto?

Oddio non mi viene.

GIANCARLA ERBA: Qual è il momento migliore per scrivere per te, di giorno o di notte?

In genere scrivo la mattina, o il pomeriggio, talvolta entrambi. Tuttavia ho notato che d’estate sono meno produttivo.

LINDA BERTASI: La tua passione per subacquea e squali sono mai stati fonte d’ispirazione?

Sì assolutamente, e  parecchio anche. Il primo romanzo è iniziato grazie alla mia passione per gli squali, se non l’avessi avuto, probabilmente non avrei mai iniziato a scrivere seriamente.

LINDA BERTASI: Pirateria, perché?

Ho sempre amato questo periodo storico, ma volevo conoscere a fondo anche le motivazioni che portarono a questa epopea, così feci un lungo studio bibliografico e iniziai a scrivere Inferno Blu Cobalto e Capo Tiburon.

LINDA BERTASI: Il tuo pensiero sul self-publishing?

Mi trovo benissimo, soprattutto con Amazon. Uso abitualmente tre piattaforme e devo dire che hanno sempre risolto i problemi che potevano presentarsi. Inoltre il sistema promozionale è davvero ottimo.

LINDA BERTASI: Il tuo rapporto con i social e l’auto promozione?

All’inizio non è stato facile, ma ora sto cercando (e riuscendo) di coltivare il mio pubblico creando un triangolo tra Amazon, Facebook e il mio sito WordPress. Si tratta di un lavoro continuo e costante, il pubblico non si crea in un giorno, nemmeno in un mese. La mia pagina autore FB è attiva dal 2012 con più di duemila iscritti.

LINDA BERTASI: Nei tuoi romanzi coniughi eros e storia?

Certamente, lo trovo molto reale e necessario. I personaggi apparirebbero piatti altrimenti.

GIANCARLA ERBA: Quanto ci metti della tua persona nei tuoi personaggi?

Diciamo che c’è un pezzo di me un po’ in tutti i personaggi.

GIANCARLA ERBA: Scriveresti un romanzo su commissione? Magari su un tema che non ti piace troppo?

Non saprei, in effetti forse avrei dei problemi, però mi piacerebbe provare.

GIANCARLA ERBA: A proposito: ci sono altri generi oltre lo storico-avventuroso che apprezzi e ai quali ti vorresti approcciare come scrittore?

Certo, ho scritto anche diari di viaggio e sto pianificando un thriller, quindi sì e spero di farlo anche presto.

LINDA BERTASI: Parlaci un po’ anche degli altri tuoi storici.

Dunque, i tre romanzi storici sono sulla pirateria, il primo è Capo Tiburon, basato su eventi reali avvenuti ad Haiti nel 1635, dove un gruppo di pirati, guidati da Pierre Le Grand, attaccò un galeone spagnolo. Il secondo è Inferno Blu Cobalto, l’odissea del comandante Knight e dei sui uomini su tre oceani per sfuggire alla perfidia inglese, ambientato nel 1666 e basato su eventi reali. Il terzo è Pirati Sotto Scacco, anche questo basato su eventi in parte reali, in particolare lo sterminio del popolo Cueva da parte dei Conquistadores.

PATRIZIA INES ROGGERO: Solo pirati o anche corsari? Questi ultimi ti affascinano in egual modo?

Sì, diciamo che mi affascinano le storie alla Patrick O’Brian per intenderci, poi in realtà le differenze tra i primi e i secondi erano solo le lettere di marca e, talvolta, titoli nobiliari che permettevano a nobili di armare navi per la guerra corsa in determinati periodi, un po’ come nel ciclo dei Courteney di Wilbur Smith.

LINDA BERTASI: Ruba un personaggio storico e inseriscilo in un tuo romanzo. Chi scegli?

Sir Francis Drake, spero di scrivere qualcosa su di lui in futuro.

LINDA BERTASI: Sali sulla macchina del tempo e scegli destinazione e epoca. Dove sei finito?

Sceglierei la Port Royal del 1660. Giamaica.

LINDA BERTASI: Cena con un autore del passato. Chi scegli?

Joseph Conrad, idolo supremo.

LINDA BERTASI: La difficoltà maggiore quando scrivi?

L’accuratezza storica, sono un maniaco dei dettagli e non mi piace tralasciare cose o fatti.

LINDA BERTASI: La scena più complicata da scrivere?

Le sequenze navali, soprattutto la precisione nelle manovre nautiche.

LINDA BERTASI: Il romanzo a cui sei più legato tra i tuoi?

Megalodon, il predatore perfetto.

LINDA BERTASI: Il romanzo storico in cui vorresti vivere?

Il corsaro nero.

LINDA BERTASI: Reportage. Pregi e difetti?

Bellissimi, ma sono per un pubblico più selezionato; in genere ho notato che chi legge reportage non ama molto i romanzi.

DAVIDE CARLINI: Buongiorno. Perdonate l’ignoranza, mi potete spiegare nel dettaglio cosa intendete per reportage?

Tecnicamente sarebbe un servizio giornalistico, però si può intendere anche una sorta di diario di viaggio corredato da foto e testi.

LINDA BERTASI: Il luogo tra quelli visitati, che porti nel cuore?

L’Africa, mi è rimasta davvero nel cuore.

SONIA MORGANTI: Quanto il tuo background culturale e professionale orienta il tuo approccio alla narrazione e alla ricerca? La forma mentis del geologo aiuta ad analizzare nella profondità i fatti e i personaggi?

Sui personaggi in parte, ma sugli aspetti geografici e le ambientazioni moltissimo, perché avendo nozioni su un po’ tutto il globo riesco a districarmi in parecchi ambiti, sia in terra sia in mare.

LINDA BERTASI: Perché scrivi?

Perché mi fa stare bene, lo trovo molto terapeutico quasi; è forse una delle cose più belle che ho scoperto.

LINDA BERTASI: Tre aggettivi per definire il libro Inferno Blu Cobalto?

Seducente, nobile, imponente.

LINDA BERTASI: Tre motivi per leggerlo?

Principalmente vi sarebbe la conoscenza storica di un periodo molto oscuro, sotto molti aspetti. Poi il libro ha visto un editing nautico, quindi gli appassionati di mare potranno trarne solo beneficio. Inoltre la storia narrata si districa in molteplici ambientazioni, molti lettori lo hanno trovato affascinante.

LINDA BERTASI: Progetti futuri?

Sto scrivendo il seguito di Inferno Blu Cobalto, ambientato nella seconda guerra mondiale e intitolato provvisoriamente Guerra Blu Cobalto, sostanzialmente un gruppo di archeologi prosegue sulle orme del comandante Knight, ma non voglio svelare altro. Poi in parallelo sto scrivendo un diario di viaggio subacqueo, intitolato provvisoriamente Avventure nel Mar Rosso, dove abbiamo fatto immersioni con gli squali, ma è stata una grande avventura subacquea sotto vari aspetti, volevo raccontarla.

GABRIEL WOLF: Ciao Aaronne, è un vero piacere per fare la tua conoscenza, anche io condivido l’amore per il mare, la biologia marina e le immersioni subacquee, nonché il fascino per quella magnifica e spaventosa creatura che è il C. megalodon, a questo punto vorrei chiederti se nei tuoi romanzi mantieni sempre e comunque un rigido rigore scientifico oppure ti piace indulgere anche a ipotesi più avventate e meno ortodosse, se questo può essere funzionale per la trama?

Il piacere è mio credimi. Diciamo che mi piace ancorare le storie a elementi reali, nel caso scientifico la faccenda si complica, tuttavia nel caso di Megalodon qualche licenza me la sono presa, senza esagerare però, come avvenne nel romanzo di Steve Alten. La nuova edizione di Megalodon sta riscuotendo già un certo successo.

GIUSY MARRONE: Buongiorno, hai degli interessi molto variegati, cosa molto importante per uno scrittore, secondo me. Quale genere letterario ti permette di più di approfondire le tue passioni?

Grazie Giusy, sì sono parecchio curioso. Mi piace approfondire molteplici aspetti, diciamo che il genere avventura stricto sensu è quello che mi piace di più, ma ce ne sono tanti. Amo anche i saggi tecnici su determinati argomenti, scientifici e storici, che mi permettono di approfondire i più disparati argomenti, dalle tecnologie sottomarine al meccanismo di sparo di uno Spencer del vecchio West.

LAURA CIALE’: In percentuale, quanto prevale il vero sulla fantasia nei tuoi libri?

Ciao Laura, diciamo 70% fittizio, 30% vero. Nel caso di Capo Tiburon, esso è basato interamente su un evento storico ben preciso, che ebbe luogo in una notte, quindi in quel caso 90% vero, 10% fittizio.

TIZIANA LIA: Ciao Aaronne, ho letto alcune tue risposte e la coniugazione eros e storia mi piace molto. Se dovessi abbandonare per una volta lo storico, che genere ti piacerebbe tentare? Grazie infinite.

Ciao Tiziana, sì sto programmando un libro su un serial killer in Italia e un poliziesco, quindi mi piace sperimentare vari generi, non mi piace chiudermi in una nicchia, d’altronde ho sperimentato anche il reportage di viaggio, con buoni risultati (non eccessivi) e un techno-thriller su una spedizione abissale (Megalodon). In più sto lavorando a una sceneggiatura horror, ma al momento il progetto è un po’ arenato per mancanza di tempo materiale.

DAVIDE CARLINI: Mi piacerebbe fare una domanda pratica al signor Colagrossi, ma anche il parere di qualche altro gentile appartenente al gruppo sarebbe gradito: ripercorrendo le rotte di corsari e pirati, quale sarebbe la destinazione più suggestiva, ricca di riferimenti, di testimonianze e di resti materiali in giro per il mondo?

I luoghi sono tantissimi, certamente per l’epopea della pirateria ci sono le Indie Occidentali, come Giamaica, Tortuga, Petit-Goave, Bahamas, Roatan, Saint kitts, Cartagena de Indias, South Carolina e tanti altri. Poi ci sono le indie Orientali, Madagascar, per esempio. Poi c’è tutta l’area del Mediterraneo e la costa nordafricana, sino alla Turchia.

DAVIDE CARLINI: Se non fosse sprofondata in mare, Port Royal sarebbe ancora un luogo carico di fascino e atmosfera? Ho fatto qualche ricerca sull’isola di Tortuga, ma sembra che le tracce rimaste siano quasi del tutto cancellate. Luogo quasi rimasto incontaminato ma molto difficile da approcciare immagino.

Verissimo, su Port Royal ti consiglio questo mio articolo (Clicca). Sulla Tortuga invece ti consiglio questo (Clicca).

MACRINA MIRTI: Ciao Aaronne, sono una vecchia signora, quindi ti do del tu. Hai parlato dei pirati nel Mediterraneo. Hai mai pensato a una storia alto-medioevale? Ho scoperto che in quel periodo i pirati saraceni hanno davvero sconvolto le coste dell’Italia, spingendosi anche a centinaia di chilometri verso l’interno.

Tutti e tre i romanzi sulla pirateria che ho scritto sono ambientati tra il 1635 e il 1670, l’epopea per eccellenza dei pirati, cui seguì poi l’era di Blackbeard e gli altri pirati. Questi sono i periodi storici che preferisco. Il periodo della guerra di corsa nel Mediterraneo, Genova e Venezia, lo amo parecchio e spero di scrivere qualcosa in futuro. Mi affascina anche il periodo greco-romano, anzi, spero di poter scrivere un romanzo di pirateria ambientato in quel periodo, d’altronde i Romani introdussero il termine corsaro.

Termine Intervista.

 

 

 

 

Intervista per il Gruppo Facebook “amici squali 2009-2018”

Carcharodon carcharias
 
 
Viviana Vale intervista Aaronne Colagrossi.
1- Da quanto tempo segui o ami gli squali?

Dal 1983, quando vidi per la prima volta il film Lo Squalo di Steven Spielberg. Avevo tre anni e rimasi terrorizzato. Tuttavia, crescendo, quella paura si trasformò in fascino e ammirazione per queste creature del mare. In seguito lessi anche il romanzo di Benchley. A nove anni mia zia mi regalò il libro Squali, della Rizzoli. Con quel libro mi innamorai definitivamente di questi magnifici predatori. Quando mi iscrissi a geologia, ebbi la fortuna di fare la tesi in stratigrafia e paleontologia degli squali. Nell’area di studio della mia regione, il Molise, era stato ritrovato un dente di Carcharocles megalodon, ora a Napoli. Scoprii altre sette specie di squali fossili nell’area, insieme ad alcuni pesci ossei. Consolidai definitivamente la mia passione per questi animali.

2 – Cosa ne pensi degli squali?

Sono animali magnifici, eleganti, regali quasi. Sono rimasti quasi immutati per quattrocento milioni di anni. Se aveste fatto un’immersione nei mari di quasi mezzo miliardo di anni fa, avreste certamente riconosciuto uno squalo. A parte alcuni dettagli, sono cambiati pochissimo. Tuttavia il nemico uomo è sempre presente. Ogni anno 70 milioni di squali vengono uccisi dalla pesca, compresa la orrenda piaga del depinnamento degli squali, rigettati vivi in mari in molti casi, solo per una zuppa di dubbio gusto.

Squalo pinna bianca oceanico, Carcharhinus longimanus. Egitto, Daedalus Reef.
3 – A parte la passione per gli squali, quella per i pirati come nasce?

Nasce dal fatto che sono sempre stato un amante del mare e di tutto quello che lo riguarda. Naturalmente in principio la mia passione per la pirateria nacque nella mia adolescenza, quando lessi i romanzi di Emilio Salgari e Robert L. Stevenson. In seguito decisi di approfondire l’argomento e feci quasi due anni di studi bibliografici, prima di scrivere la mia trilogia di romanzi sulla pirateria.

4 – Com’è nata la passione per lo scrivere?

Diciamo che ho sempre avuto un diario su cui scrivevo le mie impressioni, sin da ragazzo si può dire. Nel luglio del 2009 cominciai a fantasticare su una possibile storia ambientata in mare e con gli squali. In tre mesi scrissi la prima bozza di Megalodon il predatore perfetto. Il romanzo vide la luce nel 2012. Da allora non mi sono più fermato, ho pubblicato altri 3 romanzi sul mare e 2 diari di viaggio, uno sulla Romania e uno sul Botswana.

5 – Quando scrivi, a che tipo di lettore pensi?

Sinceramente non lo so. Penso più che altro al fatto che scrivendo, instauro un rapporto invisibile con un potenziale lettore nel futuro, quando il libro verrà pubblicato, quindi cerco di accompagnarlo nella mia storia.

6 – Come deve essere il tuo pubblico ideale?

Non ho un pubblico ideale, perché mi piace spaziare su più argomenti di scrittura. Quindi cerco sempre di pensare a un lettore potenziale e a come potrei accompagnarlo nel corso del libro, senza farlo perdere. È una tecnica che ho studiato da Stephen King, il quale critica alcuni suoi colleghi di non sapere far immedesimare il lettore nella storia, estraniandolo dalla stessa. Ecco, cerco di seguire i suoi consigli, naturalmente è molto difficile, perché bisogna scrivere un romanzo ma nel contempo mantenere una certa linea, come un binario.

7 – In che atmosfera ti piace scrivere i tuoi libri?

In genere in isolamento completo, anche di parecchie ore, o interi week end, unica richiesta: la musica. Mi piace ascoltare musica quando scrivo, dalla rock, alla classica, alle colonne sonore.

8 – A parte la fase di editing, rileggi i tuoi libri dopo la pubblicazione?

Certamente, non spesso, perché la storia è comunque vivida nella mia mente, però rileggo di frequente alcuni passaggi, che talvolta vorrei cambiare o memorizzare ancora meglio, soprattutto quelli ricchi di dettagli tecnici.

9 – Perché un lettore dovrebbe leggere i tuoi libri?

Penso che un lettore che ami il mare e l’avventura in generale ne possa trarre grande beneficio. Il libro Il Regno Degli Elefanti, per esempio, è un diario di viaggio della spedizione che ho fatto in Botswana, ma ha visto una fase di editing da parte dell’Università di Napoli, quindi le nozioni scientifiche sono estremamente accurate. In Megalodon il predatore perfetto, ho inserito le maggiori scoperte scientifiche riguardanti il grande squalo preistorico. Sono tutti dati accurati scientificamente. Anche la trilogia sulla pirateria è accurata in senso storico, ci sono persino personaggi realmente esistiti. Un potenziale lettore potrebbe trarne solo beneficio.

AARONNE COLAGROSSI LIBRO ELEFANTI
Il Regno Degli Elefanti (2017), diario di viaggio sul Botswana.
10 – Quale tra i tuoi libri è il tuo preferito?

Tecnicamente Megalodon il predatore perfetto, anche se li amo tutti, perché sono frutto di tantissimo lavoro. Inferno Blu Cobalto ha visto, tra scrittura, editing e pubblicazione, quasi tre anni di lavoro. Non un mese, si parla di anni, quindi si crea quasi un rapporto viscerale con il manoscritto, in generale.

11 – Cosa sognavi di fare da bambino?

L’esploratore degli oceani e delle terre emerse, un misto tra geologo, Indiana Jones e Matt Hooper de Lo Squalo. Volevo studiare anche gli squali, in parte ci sono riuscito grazie alla geologia e alla mia passione per le scienze. Tuttavia non sono uno zoologo nel senso stretto del termine; non ti nascondo, però, che sto pensando di prendermi anche la laurea in Scienze Naturali in futuro e fare una tesi sul grande squalo bianco in Australia o Sudafrica, o sui Carcharhinus longimanus del Mar Rosso; entrambe queste specie le ho incontrate in immersione (Sudafrica ed Egitto) e me ne sono innamorato. Ma per il momento è ancora un sogno nel cassetto.

Grande squalo bianco, Carcharodon carcharias. Sudafrica.
12 – Il tuo lavoro e le tue passioni spesso ti portano a stare via da casa, senti la mancanza della tua terra, il Molise?

Solo in parte. Dipende dal periodo. In questo periodo no, per esempio. Amo molto la mia terra, ma purtroppo offre molto poco.

13 – Stai lavorando a nuovi progetti? Magari un seguito di Megalodon il predatore perfetto, che io adoro, e che tra l’altro a luglio vedrà la nuova edizione sia e-book sia cartacea, è corretto?

Sì sto lavorando a due progetti in questo periodo. Il primo è un romanzo storico sulla Seconda Guerra Mondiale, ed è il seguito di Inferno Blu Cobalto. La storia vede impegnati due archeologi americani nella scoperta delle tombe dei pirati del primo libro. Tutto ciò avviene mentre i tedeschi e i giapponesi sono sul piede di guerra. Infatti il titolo provvisorio del libro è: Guerra Blu Cobalto, per richiamare gli eventi del primo libro. Il secondo libro che sto scrivendo è il diario di viaggio della crociera sub cui ho preso parte nel settembre del 2017 in Mar Rosso, tra Egitto e Arabia. Abbiamo visitato il regno dello squalo martello e del già citato longimanus. Ma è stata una vera avventura subacquea: delfini, tartarughe, miliardi di pesci, relitti, barriere coralline, altre specie di squali, barracuda enormi, tonni. Insomma: un safari della subacquea. La risposta è sì: ho scritto già un incipit del seguito di Megalodon il predatore perfetto. La nuova edizione è finalmente pronta e disponibile, con nuova copertina, sia cartacea sia e-Book su Amazon, in futuro comincerò a dedicarmi al seguito del gigantesco squalo preistorico.

Un grazie di cuore a Viviana Vale per il tempo che mi ha dedicato.

Intervista con il pirata… Aaronne Colagrossi ci racconta il libro Pirati Sotto Scacco

Pirati Sotto Scacco - Aaronne Colagrossi
Intervista a cura di Andrea Mucedola. Tratta interamente dal sito http://www.ocean4future.org

Un nuovo appuntamento con l’avventura. Aaronne Colagrossi, geologo, reporter e scrittore ci stupisce sempre con storie ricche di suspense e colpi di scena. Lo intervistiamo per voi per scoprire il suo nuovo romanzo.

Ormai è dal 2012 che scrivi attivamente, sia romanzi sia diari di viaggio. Pirati Sotto Scacco è il tuo sesto libro e terzo di una trilogia che riguarda la lunga e complessa storia della pirateria. Dove prendi gli input storici per scrivere romanzi di questo tipo?

Diciamo che tutto inizia dal fatto che mi documento moltissimo, potrei dire che il 50% del tempo dedicato alla creazione di un libro (qualsiasi), io lo passo documentandomi sui più disparati argomenti, dal meccanismo di sparo di un dato fucile utilizzato in un certo periodo alle motivazioni politiche ed economiche di guerre, colonie e re. Assorbo come una spugna tutto quello che posso trovare su un determinato periodo storico. In questi mesi, per esempio, sto scrivendo un romanzo sulla Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico, ma la ricerca bibliografica che sto facendo sulla guerra, va avanti da ormai quasi due anni. Per i miei tre romanzi sulla pirateria la ricerca bibliografica di base è stata la stessa ed è durata quasi tre anni, poiché i romanzi erano ambientati nello stesso periodo storico, tuttavia tutte e tre le storie, pur essendo scollegate tra loro, sono strettamente interconnesse a eventi reali realmente accaduti e a personaggi storici realmente esistiti. Sono un maniaco dei dettagli e non tralascio nemmeno quelli nautici, anzi mi avvalgo di persone esperte nel campo. Per la trilogia completa sono stato aiutato da due navigatori oceanici. La bibliografia sulla pirateria del centennio compreso tra il 1630 e il 1730 è davvero ampia e complessa, ma soprattutto i libri migliori sono in inglese. Consiglio i testi dell’americano Benerson Little, sono delle vere bibbie tra noi appassionati di pirateria.

Tu sei un geologo, come sappiamo anche dai tuoi articoli su ocean4future, ma da dove nasce questa tua passione del mare? Che tra l’altro ti ha portato più di una volta a contatto con gli squali, le tue creature preferite.

Il punto è proprio questo: la geologia è lo studio delle scienze della terra, che comprende tutto il nostro pianeta e ciò che lo riguarda. Io amo sia le montagne sia il mare, indifferentemente. La passione per gli squali nasce dal film Lo Squalo, che vidi all’età di tre anni, da allora è stato un crescendo di ammirazione, per questi splendidi animali. Ho avuto modo di scrivere anche la mia prima tesi sulla paleontologia degli squali e un romanzo sul grande squalo megalodon. Alcuni anni fa ottenni anche il mio primo brevetto sub e ho avuto modo di nuotare con gli squali martello, i grigi, i famigerati Carcharhinus longimanus e, non per ultimo, il re del mare: il grande squalo bianco. Inoltre ho scoperto che ci sono molti geologi con la passione per il mare e le immersioni, non siamo pochi.

Grande squalo bianco. A. Colagrossi 2012.

In Pirati Sotto Scacco questi vagabondi del mare si ritrovano a inseguire, e a essere inseguiti, da un convoglio spagnolo per recuperare degli idoli indigeni. Sono fatti realmente accaduti?

In parte sì. Tutto iniziò il giorno di Natale del 2015, stavo navigando su internet e m’imbattei nel museo di storia pre-colombiana di Cartagena de Indias, in Colombia. Vi erano tantissime statue in oro con gemme, raffiguranti animali e altri simboli da idolatrare, com’era solito presso le popolazioni indigene. Alcune di queste popolazioni, come i Cueva, citati nel romanzo, avevano molti di questi oggetti di splendida manifattura. Molte popolazioni furono letteralmente sterminate dai Conquistadores spagnoli. I Cueva trovarono la loro fine definitiva nel 1520 circa. Così mi balenò l’idea di ambientare un romanzo nel 1664, molto tempo dopo la loro scomparsa, con un gruppo di pirati che cercava di recuperare alcuni idoli d’oro dei Cueva dalle mani degli spagnoli per portarli nella Francia di Luigi XIV. Ecco come nacque Pirati Sotto Scacco.

Geoff Hunt, Vascello.
Geoff Hunt, Vascello.

In quanto tempo hai scritto Pirati Sotto Scacco?

Iniziai il giorno stesso di quel Natale, proseguii per tutte le vacanze e per tutto il mese di gennaio, scrivendo una prima bozza. In genere non mi stabilisco una trama ben precisa e mi piace “esplorare” man mano i miei personaggi e le loro attività nella storia, frase dopo frase, paragrafo dopo paragrafo. Feci leggere la bozza al mio editor, che ne rimase entusiasta, così continuai per altri due mesi, poi creai un gruppo di lettura, per analizzare il romanzo e le sue “falle”. Scrissi molti capitoli integrativi. In totale credo di averlo scritto in sei mesi, distribuiti a intervalli nell’arco di tutto il 2016.

Come mai scrivere ben tre romanzi su quest’argomento un po’ desueto, la pirateria?

Sono stato sempre un grande appassionato di pirateria, naturalmente da ragazzo la mia passione era prettamente cinematografica, o legata ai romanzi di Emilio Salgari e Robert L. Stevenson. In età adulta decisi di documentarmi bene e sistematicamente sia sulle tecniche sia sul quadro geopolitico che portò allo sviluppo della pirateria nelle Indie Occidentali e Orientali. Quello che ho scoperto in questi ultimi due anni in realtà mostra tutt’altro che un argomento desueto. Ci sono moti scrittori in Italia e all’estero che scrivono di pirateria.

La lettura di un libro comincia già dal titolo. Perché questo titolo: Pirati Sotto Scacco?

Il titolo è derivato proprio dal fatto che non mi do mai una trama quando scrivo. Mi spiego: mentre scrivevo il libro, mi rendevo conto che, per quanto questi pirati fossero abili e spietati, in realtà non riuscivano a liberarsi del nemico spagnolo: si sentivano in una specie di trappola. E io stesso avevo difficoltà a trovare una via d’uscita ai personaggi, quasi fossimo caduti entrambi in una sorta di maledizione. Ci sentivamo sotto scacco perenne, da cui il titolo che, ovviamente, non trascende dal “viaggio dell’eroe” del protagonista, un pirata inglese, che scopre un po’ se stesso nella sua odissea attraverso il Mar dei Caraibi, ivi compreso l’amore per una prigioniera spagnola. È stato molto bello scrivere questo libro, quasi una sfida nell’interpretazione psicologia di alcuni personaggi, anche.

Cosa c’è di autobiografico in questo libro?

C’è un pezzettino di me in molti personaggi, come la determinazione e la caparbietà nel raggiungere un obiettivo prefissato, nonostante le avversità e i problemi. Oppure la lealtà, quella vera e non quella che va comprata a suon di monete. Tuttavia ho inserito anche alcuni aspetti che odio profondamente nella vita, come la slealtà, o la pedofilia, tra l’altro molto frequente nelle comunità pirata delle colonie nelle Indie.

A quali progetti stai lavorando adesso?

Sto lavorando a un romanzo sulla Seconda Guerra Mondiale, ambientato nel Pacifico, dove avvenne la più grande guerra navale fino ad allora combattuta; la storia del romanzo è interconnessa al mio libro sulla pirateria Inferno Blu Cobalto, un seguito, insomma. La storia parte negli anni quaranta, quando un gruppo di archeologi ritrova le tombe dei pirati in Inghilterra e da lì riparte l’immensa caccia al tesoro del protagonista del primo libro. Tutto avviene nel momento in cui i giapponesi si preparano ad attaccare Pearl Harbor. Poi sto lavorando anche un nuovo diario di viaggio, una crociera subacquea che ho fatto l’anno scorso alle isole Brothers e a Daedalus Reef, nel cuore del Mar Rosso, per vedere gli squali martello e i Longimanus, un’esperienza di vita subacquea incredibile. Spero che possano vedere la luce al più presto.

Carcharhinus longimanus. A. Colagrossi 2017.

Prezzo: EUR 9,99
Andrea Mucedola 2018

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi

La parola emigrare ha un significato preciso, ovvero spostarsi temporaneamente o permanentemente in un altro luogo dopo un viaggio più o meno lungo, soprattutto per problemi lavorativi, come avviene anche negli ultimi anni a molti giovani (e non solo) italiani. Tuttavia nel corso del tardo Ottocento e del Novecento furono molti i bastimenti che accompagnarono milioni di italiani nei viaggi transoceanici, verso le due Americhe, o in Australia, o nell’Africa meridionale. Per dare dei numeri, tra il 1870 e il 1970 furono ventiquattro milioni, gli italiani che lasciarono la nostra penisola.

Molti dovevano vendere tutto quello che possedevano per poter comprare un biglietto di sola andata per una di queste destinazioni. C’era chi si vendeva il mulo, la vigna, la casa e quant’altro.

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi

 

Ho deciso di scrivere questo articolo dopo aver visitato il Galata museo del mare di Genova, dove è stato ricostruito il viaggio di un migrante oltre oceano; consiglio a tutti di visitare questo splendido museo. Inoltre il giorno dopo la mia visita è iniziato il Festival del Mare 2018, dove l’argomento dell’emigrazione italiana in terza classe è stato affrontato in maniera molto esaustiva.

Ma veniamo al nostro argomento, dopo che la persona svolgeva presso gli uffici tutte le pratiche per l’acquisto del biglietto, senza rischiare di non essere ammesso nel paese nel quale voleva trasferirsi (per esempio gli Stati Uniti avevano stilato una lista ben precisa dopo il 1911), egli poteva finalmente imbarcarsi per intraprendere il lungo viaggio. La compagnia marittima Navigazione Generale Italiana forniva ampi dettagli su molti aspetti riguardanti la navigazione oceanica e le regole da rispettare.

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi
USA, Ellis Island, accoglienza.

Per coloro che erano diretti in Nord America, le condizioni climatiche di viaggio, specialmente per chi partiva nei mesi invernali, non erano propriamente ottimali, poiché il freddo pungente, il mare mosso e l’umidità potevano rendere il viaggio transoceanico un vero inferno, soprattutto per le persone meno avvezze alla vita di mare, come coloro che provenivano dalle zone interne della penisola italiana, e magari non avevano mai nemmeno visto il mare, come mi hanno raccontato alcuni emigranti ormai anziani che andarono nelle Americhe negli anni cinquanta.

Il giorno della partenza era condito da tristezza per molti, di felicità per pochi (clandestini), magari c’erano persone che avevano perso le famiglie in una delle due guerre mondiali, per esempio, ed erano ormai orfani. Insomma c’era un panorama davvero variopinto. Naturalmente per le navi in partenza da Genova non vi erano solo genovesi; ma tanti altri, come piemontesi, o emiliani anche. Inoltre spesso le navi facevano sosta a Napoli, dove prelevavano passeggeri da tutta l’Italia meridionale, praticamente. Le navi passeggeri facevano poi rotta per lo stretto di Gibilterra, se dirette verso le Americhe, o per il canale di Suez per quelle dirette in India, Cina e Australia.

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi

Salito a bordo, il passeggero doveva sistemare il bagaglio, seppur misero in taluni casi. Per questo scopo sussisteva la bagagliera. Infatti il problema principale era che i dormitori a bordo erano in realtà degli spazi angusti. Questi dovevano ospitare il maggior numero di persone. Erano ammessi nei dormitori o un fagotto, o un sacco, o una piccola cassa con pochi beni vestiari e generi alimentari. Tutto il resto: vestiti, camice, effetti personali, casse e bauli grandi, andava chiuso nella bagagliera. Spesso questa rimaneva chiusa sino all’arrivo, dopo settimane in mare. Praticamente si rimaneva con gli stessi vestiti indosso per tutto il viaggio, molto spesso inumiditi dalla pioggia, dal sale, o sporcati di cibo, di vomito, di urina e di feci. Un vero strazio! Come potete immaginare.

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi

Tuttavia il dormitorio doveva seguire regole ben precise e ben descritte nel Regio Decreto n. 375 del 10 luglio 1901. In sostanza cosa recitava tale norma? Elencava per esempio le misure delle cuccette, esse non dovevano essere inferiori in lunghezza a 180 cm per 56 di larghezza. Inoltre il R.D. vietava la presenza delle cuccette (a castello) vicino ai locali caldaie e della sala macchine. Infine i dormitori erano separati tra maschi e femmine.

Esattamente, proprio per evitare promiscuità, dai sette anni in su, gli uomini erano separati dalle donne e dai bambini. Ciò era in parte dovuto ad alcune leggi degli Stati Uniti D’America, che regolavano i flussi migratori in entrata a Ellis Island; non erano ammesse navi che avessero, per esempio, più di tre ordini di cuccette per ogni dormitorio, ma solo due. Le navi invece dirette in America meridionale lasciarono per moltissimi anni tre ordini di cuccette.

Ricostruzione dormitorio maschile. Genova, Galata Museo del Mare.

Ma come erano questi dormitori? Un medico dell’epoca, tale Teodorico Rosati, scrisse: “L’impressione di disgustosa ripugnanza che si ha nel scendere in una stiva dove hanno dormito degli emigranti è tale che, provata una sola volta, non si dimentica più!“.  Rosati continua: “L’emigrante si sdraia vestito e calzato sul letto, ne fa deposito di fagotti e valigie, i bambini vi lasciano orine e feci; i più vi vomitano; tutti, in una maniera o nell’altra, l’hanno ridotto, dopo qualche giorno, in una cuccia da cane. A viaggio compiuto, quando non lo si cambia, ciò che accade spesso, è lì come fu lasciato, con sudiciume e insetti, pronto a ricevere il nuovo partente“.

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi

La realtà era questa: dormitori in cui vivevano e dormivano centinaia di uomini e donne sporchi, senza nessuna possibilità di lavarsi. Se a ciò aggiungiamo umidità, ambienti scarsamente areati, mal di mare e poca illuminazione, potete certamente immaginare le condizioni gravose in cui queste persone erano costrette a viaggiare, sia maschi sia femmine, nonché i bambini. Non a caso la maggior parte dei migranti di terza classe preferiva passare la maggior parte della giornata in coperta, onde evitare il fetore. Tuttavia per coloro che si trasferivano in Nord America nei mesi invernali, attraversare l’Atlantico non permetteva di starsene molto tempo in coperta, sbattuti dal vento gelido e dalle frequenti burrasche.

Ma la vita quotidiana a bordo non prevedeva solo dormite e passeggiate, bisognava utilizzare anche i gabinetti per espletare le proprie funzioni e per garantire un minimo di abluzioni. All’inizio del ventesimo secolo poche navi disponevano di elettricità a bordo e quasi nessuna aveva un impianto di scarico a pressione. Nel 1888, De Amicis scriveva: “I luoghi che dovrebbero dare pulizia e igiene sono in realtà orridi e per mille e cinquecento viaggiatori di terza classe non c’è un bagno“.

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi
Bagni a bordo. Genova, Galata Museo del Mare

Nella seconda classe le cose miglioravano di parecchio, ma bisognava tenere conto che sui piroscafi dell’epoca, quelli destinati all’emigrazione, come il Città Di Torino, i posti destinati alla seconda classe erano quaranta e quelli per la prima solo venti, a fronte dei mille e quattrocento totali, il grosso delle persone andava in terza. Anche se in un ambiente ristretto, le cabine offrivano comunque qualche sorta di comfort: un piccolo stipetto, un lavabo, una porta che si poteva chiudere, una stanza tutto sommato pulita e soprattutto il vaso da notte. Insomma era possibile viaggiare nel vero senso del termine. Ma non è tutto: i passeggeri di prima e di seconda avevano a disposizione i locali interni della nave, nonché locali mensa separati dagli altri; si poteva mangiare a tavola con tovaglioli e posate, con un vitto migliore, e di parecchio anche. 

Ecco cosa scrive invece il dottor Rosati in merito ai pasti di terza classe: “Accovacciati sulla coperta, presso le scale, col piatto tra le gambe e il pezzo di pane fra i piedi, mangiavano il loro pasto come i poverelli alle porte dei conventi. È un avvilimento dal lato morale e un pericolo da quello igienico, perché ognuno può immaginarsi che cosa sia una coperta di piroscafo sballottato dal mare, sulla quale si rovesciavano tutte le immondizie volontarie e involontarie di quelle popolazioni viaggianti“.

I medici come Rosati, prima del 1895, non erano obbligatori per i viaggi destinati all’oceano Indiano o nelle Americhe, oltre Gibilterra e Suez, insomma. Quindi la figura del medico di bordo divenne obbligatoria da questa data in poi. Probabilmente non era nemmeno sufficiente, considerando che il piroscafi transoceanici potevano imbarcare dalle 900 alle 2400 persone. De Amicis scrisse: “E dican quel che voglion gli igienisti che han fissato il numero necessario dei metri cubi d’aria, la carne umana è troppo ammassata, e che una volta si facesse peggio, non scusa“.

Ricostruzione infermeria. Genova, Galata Museo del Mare

Le condizioni igieniche carenti e la moltitudine di persone favorivano le malattie, per cui la presenza di un medico di bordo era davvero necessaria. Malattie come gastroenteriti e bronchiti si diffondevano rapidamente e non tardavano a mietere vittime tra i passeggeri più deboli, come bambini e anziani. Il morbillo falciava molte vittime infantili; non erano rari i casi di epidemie di morbillo sulle navi, con obbligo di quarantena per l’intera nave. Il medico di bordo non aveva mezzi necessari a contrastare tali epidemie e il buon Rosati cita che spesso il comandante prendeva un paio di uomini dall’equipaggio e gli faceva indossare il camice bianche con la croce, improvvisandoli infermieri. Nel 1884 un piroscafo italiano, con un epidemia di colera, fu respinto a colpi di cannone nel porto di Montevideo. Nel 1905, il Città Di Torino, segnalò nella traversata quasi cinquanta morti tra febbre tifoide, bronchite e morbillo. 

Le navi erano oggetto della visita preliminare, in base al regolamento della sanità marittima, l’articolo 59 del Regio Decreto 29 settembre 1895. La commissione incaricata doveva accertarsi sulla qualità dei viveri e delle bevande, sulla quantità dei medicinali presenti a bordo, sulle buone condizioni di salute dell’equipaggio, sulla pulizia generale dei locali equipaggio, sul corretto numero di passeggeri imbarcati e su una corretta areazione in tutti i locali del bastimento. 

Una figura di bordo importantissima era il commissario. A bordo dei piroscafi il Regio Commissario aveva un ruolo quasi paragonabile a quello del comandante. Il commissario compilava anche la lista passaporti, particolarmente importante per sbarcare a Ellis Island, negli Stati Uniti. Il commissario si occupava anche del mantenimento della disciplina, sedando risse, furti, violenze sessuali nei dormitori femminili, arrestando portatori di armi da fuoco, o coloro che non possedevano il biglietto (questi non sarebbero stati accettati in USA e avrebbero dovuto pagarsi anche il rientro in Italia) e, non per ultimo, toglieva le bevande alcoliche.

Ricostruzione ufficio del commissario di bordo. Genova, Galata Museo del Mare.

Nonostante ciò, gli emigranti maschi creavano molti problemi con il gioco d’azzardo e con il porto di armi da taglio, come lame e pugnali. A bordo del piroscafo Giava (misto vela-carbone), mi ha colpito un episodio tratto dal diario di Angelo Tosi del 1887-88, l’autore cita vari accoltellamenti tra elementi di bande rivali della Calabria. Un altro grosso problema erano i clandestini, in particolare coloro privi di passaporto per motivi penali e aiutati da amici, alla partenza, a salire a bordo per nascondersi. Il commissario allestiva una speciale squadra, comandata da un sottufficiale, che scandagliava ogni angolo della nave, mettendo in cella i malviventi.

Ma altri ruoli equipaggio importanti erano i macchinisti, abbandonati nei lontani locali nel cuore della nave e comandati dal direttore di macchina. Comunque è vero: la sala macchine era (ed è anche oggi) un mondo a sé, separato dal resto della nave, per così dire. Su queste navi i macchinisti oliavano continuamente le giunture e i fuochisti alimentavano le caldaie, un lavoro da inferno! 

Sì perché le caldaie dovevano rimanere sempre a una determinata temperatura, per fare in modo di avere sempre la corretta pressione nel sistema. Un’altra operazione da fare era la pulizia della cenere delle stesse caldaie; naturalmente era incandescente e andava buttata in mare. La vita dei fuochisti prevedeva turni anche di sedici ore; alla fine di questi il personale poteva andare in coperta a prendere un po’ d’aria e a rilassarsi. I loro alloggi erano vicini alle macchine, poiché in caso di emergenza dovevano subito essere pronti, naturalmente ciò significava un caldo infernale in estate e al passaggio dei tropici. Tuttavia il pericolo maggioro, quasi di morte, per un fuochista, era in caso di tempesta, poiché rischiavano di essere scaraventati vicino ai portelli incandescenti; senza contare il rischio di ritorni di fiamma.

In definitiva questi viaggi hanno segnato un’epopea, sia per i passeggeri sia per il personale impiegato a bordo, considerando che prima del 1890 i piroscafi non avevano scali prestabiliti, come avvenne successivamente. In sostanza in base alle necessità della nave o magari meteorologiche, il bastimento poteva fermarsi nel taluno o nel talaltro porto. Quindi era in sostanza una navigazione abbastanza avventurosa. Le malattie, come abbiamo visto, erano sempre in agguato, anche per il personale dell’equipaggio, senza contare gli incidenti di bordo.

Non era una vita semplice e i viaggi erano molto difficoltosi.

Aaronne Colagrossi