Titanic: quintessenza di un simbolo.

Il titanico relitto ormai riposa nel buio abissale e silenzioso dell’immenso oceano Atlantico settentrionale, a profondità proibitive, dove fluttuano migliaia di microscopiche creature, capaci di sopportare pressioni straordinarie, nonostante al tatto siano molli e i loro corpi bianchi e trasparenti ricordino alieni di un altro mondo.

L’immenso puzzle costituito dai frammenti del relitto copre un’area di 400 ettari di fondale oceanico melmoso. Nella ruggine batterica prosperano i funghi, mentre altre forme di vita primordiali si aggirano come fantasmi tra i ponti di quello che è divenuto un vero e proprio emblema: il transatlantico RMS Titanic, classe Olympic, della White Star Line, affondato il 15 aprile 1912.

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RMS Titanic.

Il geologo Robert Ballard e Jean-Louis Michel ritrovarono il relitto nel 1985 a bordo del batiscafo Alvin, in quella che è stata una delle spedizioni d’avventura più ambiziose della storia del mare. James Cameron e Paul-Henry Nargeolet, negli ultimi vent’anni, hanno ottenuto immagini decisamente più nitide con le loro spedizioni su quel tratto di piana abissale.

Purtroppo ottenere una visione completa dell’intero areale su cui giace il relitto è ancora un’impresa piuttosto complessa; si ha come la sensazione di guardare le spoglie della nave attraverso un buco della serratura.

Eppure nel 2010 la Woods Hole Oceanographic Institution (WHOI) ha finanziato una spedizione costata parecchi milioni di dollari. Da questa spedizione è stato possibile mappare il fondo marino con sonar a scansione laterale e con l’ausilio di tre specifici veicoli sottomarini.

La grande mappa elaborata assomiglia a un territorio lunare e mostra rilievi, crateri e dune come quelle del deserto. Difatti le correnti abissali, dei veri e propri fiumi sottomarini che scorrono nel corpo oceanico, spostano continuamente sedimenti, creando delle dune talvolta di altezza pari a quella del relitto (come afferma il capo progetto).

Uno dei piloti sommergibili lancia una battuta: «Prima di questa esplorazione sonar a tappeto, analizzare il Titanic era come sforzarsi di capire come fosse fatta Manhattan a mezzanotte sotto un temporale, avendo solo una torcia».

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Mappa sonar elaborata dalla Woods Hole Oceanographic Institution nel 2010. Mostra 400 ettari di fondale marino in cui sono sparsi i resti del Titanic; a sinistra si vede il troncone di prua, mentre a destra il troncone di poppa, con il coronamento rivolto a sinistra, invece che a destra, che dimostra la spirale subita negli abissi.

La domanda però permane: perché a distanza di un secolo e passa, l’umanità investe ancora milioni di dollari, cervelli e tecnologie avanzate, per questa sorta di cimitero di metallo a 3787 metri di profondità? Dove la pressione supera i 370 chili al centimetro quadro?

Probabilmente il fascino del Titanic è dovuto alla fine che ha subito: una tragedia epocale. Tutto quello che riguarda questo transatlantico sembra avere un che di esagerato: era grande, era lussuoso, è affondato a causa di un iceberg gigantesco, per di più in acque fredde e abissali. Ma non solo: che dire delle centinaia di persone a bordo il cui destino rimase incatenato a quella titanica massa di ferro? In sole due ore e quaranta minuti andò in scena una tragedia che coinvolse quasi 2250 persone (le liste precise dei passeggeri andarono perdute).

La maggioranza delle persone cercò di avere un comportamento onorevole, salvando donne e bambini; escludendo il codardo che si travestì da donna per salire sulle scialuppe, o il giapponese che saltò su una scialuppa ed ebbe un ritorno disonorevole in patria.

Il capitano Edward John Smith rimase a bordo; il comandante è sempre l’ultimo ad abbandonare la nave (Francesco Schettino a parte). L’orchestra continuò a suonare finché poté, la sala radio rimase connessa fino all’ultimo, per mandare segnali di soccorso.

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John Edward Smith, comandante dell’RMS Titanic.

Che dire della nave Californian, un piroscafo britannico che sostava a sole dieci miglia e non intervenne? Avrebbe potuto salvare tutti i passeggeri, che invece morirono d’ipotermia a causa dell’eccessiva distanza della nave Carpathia, che intervenne dopo 4 ore, poiché distava 50 miglia dal Titanic.

Tutto sembra una danza macabra, con la grande mietitrice che aleggia come un mostro marino pronto a falciare e divorare la nave inaffondabile nelle gelide acque dell’Atlantico settentrionale.

Eppure c’è qualche altra cosa! Persino oltre le centinaia di morti umane.

C’è un sogno infranto, come disse James Cameron, il celebre regista/esploratore che realizzò il film colossal nel 1997.

Il regista continua, durante un’intervista.

«C’è un sogno infranto per l’illusione di una società organizzata, il tutto condito dal progresso tecnologico con cui era stato costruito il Titanic. C’erano speranze su quella nave, nonostante l’Europa galoppasse velocemente verso una guerra di proporzioni catastrofiche. Nel primo Novecento furono scoperte meraviglie su meraviglie; sembrava non esserci fine. Ma con il Titanic crollò tutto.»

Dopo una lunga pausa, quasi triste, Cameron riprende con nuovo vigore, allargando le mani: «Quel relitto è qualcosa di straordinario, una strana combinazione di vita biologica e ferro. C’è qualcosa di soprannaturale nel vederlo adagiato negli abissi; si ha davvero l’impressione di vedere qualcosa che sia finito all’inferno. Ci si sente connessi alla tragedia, quello è un posto dove sono morte tantissime persone. Vedere tutto questo sparire nel nulla dopo solo quattro giorni dalla partenza, dà un fascino sinistro al relitto».

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La prua del Titanic. Spedizione 2004.

Nel 2001 Cameron ritornò negli abissi per girare un documentario tecnico atto a scoprire tutte le aree interne del relitto non ancora esplorate: dalle cabine, alla sala macchina, ai dormitori prodieri dei fuochisti, al bagno turco e ai ponti, documentando e catalogando centinaia di oggetti; nonché visitando la sezione poppiera, dove le caldaie, nonostante la pressione e l’impatto col fondo, sono rimaste saldamente imbullonate al troncone.

Nelle immagini dei ROV progettati dal fratello del celebre regista, le macchine appaiono come due gigantesche sfingi a guardia di un sepolcro inviolabile. I due ROV, soprannominati Jake ed Elwood (in riferimento ai Blues Brothers), hanno esplorato anfratti mai visti o toccati da quell’ultima maledetta notte.

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Nell’immagine superiore le due macchine mastodontiche del Titanic come appaiono oggi nella sezione del troncone di poppa. Nell’immagine centrale il sommergibile Mir 1, ripreso dal Mir 2, si avvicina a una delle eliche del Titanic. Nella terza immagine in basso si vede una foto scattata nel 1912; le gigantesche eliche dell'”Inaffondabile” in cantiere prima del varo.

L’attore Bill Paxton (purtroppo tragicamente scomparso lo scorso febbraio) fu trascinato dal regista, in qualità di amico, nella spedizione sottomarina; dopo la prima immersione commentò così le sue emozioni: «Al di là dell’aspetto romantico del Titanic, una domanda che mi pongo è: le persone che conosco avrebbero davvero avuto il coraggio di salutare i propri cari sapendo che stavano morendo? Come mi sarei comportato con i miei figli e mia moglie?».

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Da sinistra James Cameron (regista/esploratore) e Bill Paxton (attore) a 3780 metri di profondità.

James Cameron oggi fa parte anche del team di ricerche internazionali con il quale sta analizzando, da un punto di vista tecnico, la gigantesca scena del delitto del Titanic.

Si potrebbe pensare che la nave, dopo essersi spezzata in due, si sia adagiata sul fondale dopo trenta minuti circa di caduta libera. Non fu così. La scena fu raccapricciante e gli ultimi momenti di questa bella nave furono davvero violenti.

Ma come andarono le cose?

Alle 23.40 il Titanic urtò dal lato di dritta, a proravia, un iceberg. L’impattò deformò permanentemente circa 90 metri di carena, squarciando come burro sei compartimenti stagni prodieri.

L’affondamento era inevitabile.

Tuttavia pare che ci fu un’accelerazione nel processo di affondamento causato da alcuni uomini che aprirono il portello della murata di sinistra, allo scopo di caricare le lance da un’altezza inferiore. Il tentativo fallì, poiché la nave presentava già una lieve inclinazione a sinistra nelle prime fasi dell’affondamento, il portello cominciò ad allagarsi all’1.50 del mattino.

Alle 2.05 la sezione poppiera era ormai fuori dall’acqua, con le gigantesche eliche sospese sul mare nero. Fu messa in mare l’ultima scialuppa.

Alle 2.18 il Titanic, a causa delle incredibili sollecitazioni a mezzanave, e la prua ormai sommersa, si spezzò in due. James Cameron e il disegnatore tecnico Ken Marschall sostengono che si spezzò in un preciso punto dove era collocato un pozzo di aerazione della sala macchine; questo elemento strutturale rompeva la continuità strutturale interna.

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Un disegno che raffigura il Titanic nel momento in cui si spezza in due.

Il troncone della prua s’inabissò, acquistando velocità e perdendo i fumaioli nel tragitto; non furono mai ritrovati, si pensa che siano stati trasportati dalle correnti, lontano dall’area di affondamento.

Dopo circa cinque minuti la prua impattò con il fondo argilloso degli abissi; l’impatto fu talmente violento che ancora oggi sono visibili i solchi degli oggetti espulsi come proiettili.

La poppa ebbe un destino ancora più tragico; separata dalla prua, s’inabisso in una spirale diabolica a causa della scarsa idrodinamicità. Nella sua folle discesa la pressione compresse il troncone poppiero quasi completamente, deformandolo e distruggendo i ponti e i compartimenti. Arrivò sul fondo che era ormai irriconoscibile, eccetto che per il coronamento.

Le immagine sonar in basso parlano da sole.

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Mappe sonar elaborate nel 2010.  La prima in alto mostra il troncone di prua, vista laterale fiancata di dritta. Il pulpito prodiero è a destra. L’immagine centrale mostra il troncone di prua visto dall’alto. L’ultima in basso mostra il troncone di poppa deformato, il coronamento è sul lato sinistro.

Un membro del team della Woods Hole scherza in merito: «Per decifrare il relitto della poppa bisogna essere dei fanatici di Picasso».

1496 persone morirono di ipotermia mentre galleggiavano nei loro salvagente di sughero; ma ci furono tantissime persone trascinate vive negli abissi. Molti di loro erano migranti che viaggiavano in terza classe per rifarsi una vita in America.

Viene da chiedersi come vissero quei momenti, mentre migliaia di tonnellate di ferro vibravano intorno a loro, e si squarciavano, e le cabine si allagavano, e l’acqua gelida trafiggeva i loro corpi, e la pressione sembrava far esplodere le loro teste…

Il presidente della White Star Line, Joseph Bruce Ismay, fu il responsabile per aver ordinato l’installazione di un minor numero di scialuppe di salvataggio. Egli si comportò come un codardo, salendo su una delle scialuppe, come se niente fosse. Thomas Andrews Jr, il progettista della nave, invece, preferì affondare con essa.

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Joseph Bruce Ismay, presidente della White Star Line.
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Thomas Andrews Jr. Ingegnere.

Bill Paxton, mentre era a bordo, pone l’interrogativo a Cameron e Marschall: «Chi si sentì peggio? Ismay per non aver autorizzato un maggior numero di scialuppe a bordo, o Andrews per non aver osteggiato tale richiesta con maggior fermezza, in quanto responsabile diretto delle progettazione?».

Cameron replica enigmatico: «Le morti pesano sulla coscienza, questa è l’unica cosa certa».

Paxton allarga le braccia. «Tutto si riduce a un interrogativo: che cosa avremmo fatto noi?»

È l’11 settembre 2001 e Cameron si trova sul fondo dell’Atlantico (1000 miglia a ovest le Torri Gemelle stavano affondando nel cuore di Manhattan, invece). Il regista manovra abilmente il Joystick del Remotely Operated Vehicle (ROV); il batiscafo russo da alta profondità Mir si blocca ed Elwood avanza lasciandosi dietro il suo cavo a fibra ottica, come Teseo.

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Il sommergibile russo Mir 1, utilizzato da James Cameron nelle sue spedizioni abissali.

La scala principale, bellissima nella sua lavorazione, interamente a mano, è andata distrutta; tuttavia nel 2010 la WHOI ha identificato la cupola che la ricopriva, sbalzata nell’impatto a decine di metri.

Il vuoto lasciato dalla scala si apre come un’orbita vuota di un mostro in decomposizione; il gigantesco pozzo ha permesso ai ROV di Cameron, e a quelli della WHOI in seguito, di penetrare nel relitto e nelle cabine per parecchie decine di metri.

«Ci sono tre milioni di chili al metro quadrato di pressione», sogghigna Mike Cameron (fratello di James), «è pazzesco!»

«Oggi il Titanic appare come una vecchia scogliera abbandonata.» Replica il regista, non mollando un secondo lo sguardo dal monitor, le due videocamere frontali di Elwood si muovono come occhi attraverso il relitto; appaiono sale decorate e letti metallici ribaltati nell’impatto. «Chissà se in uno di questi letti di ottone dormì Margaret “Molly” Brown?»

Il ROV Jake invece esplora la fiancata di sinistra, verso proravia, il mini sommergibile sembra un calabrone che vola intorno allo scheletro di una gigantesca balena. L’ancora da 15 tonnellate pende dalla fiancata, poco in basso ci sono delle scale di acciaio, staccatesi dalla prua nell’impatto.

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I due mini sommergibili Jake ed Elwood davanti la prua del sommergibile Mir 1.

La ruggine ricopre ogni cosa con delle lunghe stalattiti gommose; ma non sono altro che colonie di batteri. Vengono definiti rusticles (dall’inglese rust, ovvero ruggine); nel 2010 scienziati canadesi e spagnoli della WHOI hanno identificato finalmente questi batteri, battezzandoli Halomonas titanicae.

Elwood risale dal pozzo della scala e gira lungo la passeggiata di prima classe, il miliardario John Jacob Astor IV fece passare la moglie incinta proprio da quelle finestre, caricandola sulla scialuppa. Lui rimase a bordo e morì.

Jake si libra sul relitto, passando vicino all’unica gru rimasta intatta (se ne usavano due per le scialuppe), probabilmente fu usata per la scialuppa in cui trovò posto Ismay.

Le immagini riportate dalla spedizione della WHOI sono straordinarie e le ricostruzioni sonar gettano luce sul relitto del Titanic.

Le spedizioni di Cameron, invece, hanno permesso di visitare il 65% degli interni del relitto: mostrando vetrate artistiche fabbricate a mano, rivestimenti di mogano, lampadari di cristallo, lavorazioni in ferro battuto nelle ascensori, specchi d’argento e tantissimi altri oggetti.

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Cabina rinvenuta da Cameron (sx), come appariva nel 1912 (dx).

Quello del Titanic era il viaggio inaugurale, quindi gli interni non erano stati tutti fotografati; Cameron basò le sue ricostruzioni nel film omonimo, basandosi sulla nave gemella, l’Olympic. «Adesso so quali scene del film erano fedeli, e quali no.» Scherza.

Ma ci sono anche migliaia di oggetti che ricordano le vittime, i cui corpi e scheletri sono stati ormai decomposti dai microrganismi abissali. Ci sono armadi aperti, con vestiti, oppure, come nel caso di Henry Harper del ponte D, c’è ancora la bombetta di feltro che usò quella notte, quando poi decise di tornare in cabina, per aspettare la morte.

Cappello recuperato dal Titanic.

Nella sala radio Jake riprende l’ultimo settaggio sugli strumenti di soccorso, prima che gli operatori venissero trascinati negli abissi gelidi. I due tecnici staccarono la corrente prima dell’arrivo dell’acqua, ma questo si è scoperto solo dopo queste sequenze di immagini.

L’ultimo cadavere ritrovato in mare fu portato a Terranova, era l’8 giugno del 1912, quasi due mesi dopo il naufragio. Il mare vomitò sulle spiagge dell’isola rottami di ferro e di legno per molti altri mesi ancora, comprese sedie da sole e pannelli pitturati.

Alcuni anni prima della tragedia, Guglielmo Marconi costruì una stazione radio a Cape Race, un desolato promontorio roccioso a sud di Saint John. Il radiotelegrafista quattordicenne Jim Myrick fu il primo a ricevere il messaggio di soccorso del Titanic.

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L’iceberg che impattò col Titanic; fotografato qualche giorno dopo dal marinaio Stephen Rehorek.

All’inizio il transatlantico trasmise un CQD, in base alla normativa vigente all’epoca, solo successivamente trasmise un segnale diverso e usato raramente: un SOS. E furono i due tecnici a bordo a farlo, da appassionati quali erano. Così facendo salvarono più di 700 persone, poiché il Carpathia lesse proprio quell’SOS.

È una cosa strana pensare che la nave più veloce, più potente e più avanzata dell’epoca, con un nome grande e ambizioso, come la sua inaffondabilità, sia stato spezzato da qualcosa di atavico e lento come il ghiaccio groenlandese, tra i più antichi.

L’elegante transatlantico d’epoca edoardiana è oggi una sorta di caverna sommersa, quasi surreale. Riposa in una sorta di limbo spettrale, non appartiene più al nostro mondo, eppure al tempo stesso non è scomparso: è ancora lì, negli abissi.

Aaronne Colagrossi
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Titanic – artwork by  Ken Marschall.

Megalodon il predatore perfetto – Da recensionelibri.org – 2012

Recensione del romanzo Megalodon.

“Al Duncan era lì, il viso biancastro con la bocca spalancata in un grido muto, i lunghi capelli biondi ondeggiavano lentamente nella placida corrente abissale. Il resto del corpo non c’era più, dalla cintola in giù non c’era più niente. Il sangue ancora usciva copioso dalla base del troncone”.

Due sono le reazioni difronte a un mostro vecchio di millenni d’evoluzione. Da una parte lo spavento ispirato dalla minaccia, dall’altra la fascinazione del mistero. Due scintille perse nello sguardo di un cacciatore. L’uomo. Megalodon il predatore perfetto di Aaronne Colagrossi, edito da Edizioni il Frangente, racconta la spietata bellezza della natura e la devastante capacità della specie umana di distruggerla, ergendosi come ultimo, vero predatore perfetto.

Tanti i riferimenti alla biologia della natura nel romanzo di Colagrossi, osservazioni quasi puramente scientifiche, dal sapore formativo. Mentre il ritmo narrativo è piuttosto veloce, frequenti cambi di scena, arricchiti da un uso del dialogo che accompagna il lettore per buona parte del testo. A tratti, leggendo Megalodon il predatore perfetto, potreste avere l’impressione di guardare un film. Le figure sono tratteggiate, senza per questo mancare di una caratterizzazione, ma puramente funzionali ai significati tracciati dal percorso letterario.

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C’è chi è mosso dalla volontà di conoscere, chi invece esegue un compito dettato dall’agenda del potere governativo, chi ancora vorrebbe solo avere il privilegio di uccidere quell’antico predatore. Intorno alla spedizione, organizzata alla volta del mastodontico squalo, personaggi diversi vanno a riflettere i tanti scenari possibili che potrebbero prodursi a fronte di un mistero da esplorare. L’avventura ha però il dono del pragmatismo, e vediamo consumarsi anche temi di attualità: dall’ecoterrorismo alla caccia illegale alle balene, passando per le regioni di stato che tutto possono. Mentre la scienza resta a guardare, trattata come mero strumento.

Iacopo Bernardini

19 Novembre 2012

Leggi [Articolo originale] [Intervista originale]
Aaronne Colagrossi

Il caso dell’omicidio, del braccio e dello squalo.

Nella mia lunga “carriera” di appassionato di squali, che iniziò nel lontanissimo 1983, lessi su un famoso libro una faccenda riguardante gli squali, anzi uno squalo, che mi colpì immediatamente: il caso dell’omicidio, del braccio e dello squalo.

Le leggende e le storie che circondano gli squali sono talmente tante che la maggior parte sconfinano oltre i confini della ragione – e di parecchio – andando a finire in quell’immenso calderone da cui pescano personaggi meschini, per produrre e sceneggiare film come Sharknado.

Tuttavia qualche volta alcune storie sono reali e davvero inquietanti, è il caso dell’omicidio, del braccio e dello squalo.

La storia ebbe luogo in Australia e iniziò il 18 aprile 1935.

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Il pescatore Albert Hobson partì per recuperare una lenza al largo della costa di Sidney. Recuperando la lenza, Hobson si rese immediatamente conto di aver preso qualcosa di grosso: uno squalo tigre di quasi quattro metri, ancora vivo, e un piccolo squalo parzialmente divorato.

Il pescatore cercò di sistemare al meglio il grande squalo tigre e lo rimorchiò fino alla vicina spiaggia dove, tempestivamente (prima di indurre lo squalo nella morte), decise di trasferirlo all’acquario di Cogee.

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Il grande squalo tigre nella vasca.

Le folle si accalcarono all’acquario per vedere il grande predatore, il quale visse felicemente per parecchi giorni, mangiando con appetito tutto ciò che gli operatori gli davano.

Un bel giorno, il 25 aprile, lo squalo cominciò a non accettare più il cibo; iniziò a nuotare in maniera strana, sbattendo contro le pareti della vasca, o a girare in tondo.

Dopo una mezz’oretta dall’aver assunto questo comportamento anomalo, lo squalo tigre rigurgitò un braccio umano, gettando la folla di spettatori nel panico totale.

Il dottor Victor Coppleson fu immediatamente contattato e la polizia prese in carico il braccio, su cui spiccava un vistoso tatuaggio.

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Il braccio rigurgitato dallo squalo tigre.

Il tatuaggio riportava due pugili in lotta e apparteneva a un uomo di corporatura molto muscolosa.

L’analisi di Coppleson rilevò che il braccio non era stato asportato dallo squalo ma che era stato staccato di netto, per opera di una sega – molto probabilmente. Sui quotidiani apparve la foto del tatuaggio, in modo da sperare che qualcuno identificasse la vittima.

Il fratello della vittima infine identificò il tatuaggio: James Smith.

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James Smith, la vittima.

Nel frattempo lo squalo si era ammalato gravemente; le autorità dell’acquario dovettero procedere nella soppressione del grande animale.

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Dall’autopsia emersero i pezzi dell’altro squalo, rinvenuto da Hobson alla sua lenza, e resti di pesci.

La polizia arrestò un certo Patrick Brady e interrogò un tale Reginald Holmes, il quale fu ritrovato molti giorni dopo con una pallottola in testa, nei pressi della baia di Sidney; ma sopravvisse miracolosamente a causa di un appiattimento della pallottola calibro 32 sulla fronte.

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Reginald Holmes.

Holmes testimoniò contro Brady, il quale però lo fece uccidere (o lo fece lui stesso, e definitivamente) l’11 giugno, con tre colpi di pistola al petto.

James Smith era stato coinvolto, con Brady e Holmes, in traffici illeciti e truffe assicurative.

Nei processi successivi il pubblico ministero portò le blande prove dell’omicidio ai danni di Smith, fatto a pezzi subito dopo la morte; le varie parti furono messe in un fusto di latta, eccetto il braccio che non vi entrava.

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Fu così gettato in mare legato a un peso.

Pare che fu lo squalo più piccolo a ingoiare il braccio e, successivamente, che fosse stato attaccato dallo squalo tigre e parzialmente divorato con tutto il braccio, in questa sorta di matrioska grottesca.

Dopo tre processi Brady fu rilasciato per insufficienza di prove; morì trent’anni dopo all’età di 76 anni.

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Patrick Brady.

Il caso dell’omicidio, del braccio e dello squalo (The Shark Arm Case), è una vera leggenda in Australia, tutt’oggi.

Nel 2003 un episodio di CSI: Miami fu sceneggiato basandosi su questo inquietante caso australiano.

Aaronne Colagrossi.