Il grande squalo Megalodon.

Breve storia degli squali.

Gli squali sono considerati tra le creature più antiche che abbiano mai vissuto sul nostro pianeta. I reperti fossili di questi animali sono circa tre volte più vecchi di quelli dei dinosauri, nonché quasi cento volte più arcaici rispetto all’intero percorso evolutivo seguito dallo stesso genere Homo.

L’albero genealogico dei Condritti (o anche Condroitti) si erge maestoso nel lungo percorso della storia naturale per un periodo di circa quattrocento milioni di anni. Forme primitive di squali nuotavano sinuose nei fiumi e negli oceani primordiali, ancor prima che gli insetti prendessero il volo e persino molto prima che le piante avessero di fatto colonizzato interamente tutti i continenti.

Cenni storici museali.

Nel corso del Novecento, in particolare la prima metà del secolo, la continua ricerca da parte dei musei di tutto il mondo nel gigantismo in molte specie animali, non escluse gli squali da questa indagine, forzata (a mio parere!).

Fu in questo periodo che il Carcharocles megalodon (o Carcharodon megalodon) divenne una celebrità tra i fossili, nonostante la specie fosse stata descritta nel 1843 dallo scienziato svizzero Agassiz e i denti fossero conosciuti già da molto tempo in numerose collezioni del mondo, soprattutto italiane.

Il grande squalo Megalodon
Museo di storia naturale di New York. Ricostruzione del professor Dean, sovradimensionata di 2/3 volte.

Tuttavia quando furono montate alcune mascelle, in maniera errata oltretutto, le platee di tutto il mondo tremarono di fronte a questo squalo gigante esposto nelle sale museali, dove le sue mascelle imponenti troneggiavano insieme agli scheletri dei dinosauri.

Sistematica e distribuzione mondiale dei fossili.

Il Carcharocles megalodon (come tutti gli squali estinti d’altronde) è conosciuto solo per i denti fossili, spesso di dimensioni enormi (e rare vertebre), ritrovati nelle successioni rocciose di origine marina del Miocene e del Pliocene su tutto il globo. I primi resti fossili di questo neoselace (ovvero gli squali moderni), appartenente al genere Carcharocles, risalgono al Paleogene inferiore, ma è nel Neogene (tra 2.5 e 23 milioni di anni fa) che questa creatura mastodontica ebbe la sua massima diffusione.

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Carcharocles megalodon, Sudafrica. 11 cm. Collezione personale (A. Colagrossi).

Carcharocles megalodon era in sostanza cosmopolita nel Miocene medio-superiore e quasi sempre accompagnato, nei registri fossili, da Isurus hastalis (anche Cosmopolitodus h., un attivo mako predatore), tanto che lo scienziato Leriche, nel 1926, affermò che l’associazione di questi due squali fossili caratterizzava il Neogene marino di ogni parte del globo.

Nel mondo ci sono tantissime formazioni sedimentarie nelle quali è possibile rinvenire denti di squalo; nella California meridionale vi è addirittura una collina dedicata ai fossili di questi temuti vertebrati predatori, chiamata Sharktooth Hill (collina del dente di squalo).

Negli ultimi cinque anni sono state condotte analisi molto attente sui depositi fossiliferi e sugli aspetti sedimentologici, tanto che alcuni scienziati sono riusciti ad isolare i maggiori assembramenti di denti e ad affermare che la distribuzione di questi grandi squali nel mondo era davvero amplia; la specie era abbondante tra la latitudine di 56° nord e i 44° sud del globo.

I maggiori assembramenti fossili appartengono principalmente alle due Americhe, in particolare: Argentina, Cile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, Messico, Panama, Perù, USA (più che altro la California e gran parte degli Stati della costa orientale), Venezuela e Uruguay. Senza tralasciare molte isole dei Caraibi, comprese le piccole Antille orientali.

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Distribuzione geografica dei maggiori ritrovamenti fossili di Megalodonte.

L’area del Mediterraneo è ricchissima di fossili di Carcharocles megalodon: Italia, Austria, Belgio, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Francia, Germania, Malta, Olanda, Turchia, Polonia e Spagna.

In Asia, in particolare in Giappone, sono stati trovati tantissimi siti paleontologici a denti di squalo. Come anche il settore meridionale dell’Australia ne è ricco; ma anche entrambe le isole della Nuova Zelanda e le isole Fiji.

Tuttavia pare che nel Miocene inferiore, circa 23 milioni di anni fa, le popolazioni di questi grandi squali erano distribuite prevalentemente nell’emisfero settentrionale, soprattutto nel mar dei Caraibi e nel Mediterraneo (oceano Tetide centro-occidentale). Tra i 13 e i 5 milioni di anni fa, invece, il Carcharocles megalodon divenne cosmopolita. Tuttavia gli scienziati sono certi che l’intera popolazione mondiale di megalodonti ebbe una decrescita (pari a circa il 20%) tra i 7 e i 5 milioni di anni fa, sparendo con un crollo quasi improvviso nel Pliocene.

Questi grandi squali vivevano in mari con temperature medie annuali comprese tra i 12° e i 27°C; questi dati sono basati su analisi paleoecologiche ben precise, fatte nei siti di ritrovamento dei maggiori assembramenti di denti.

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Carcharocles megalodon, Sudafrica. 7 cm. Collezione personale (A. Colagrossi).

Esistono tutt’oggi problematiche sulla nomenclatura del grande squalo megalodon.

Ciò in parte è dovuto alla natura dei singoli fossili, che cambiano colorazione e stato d’integrità in base al deposito roccioso nel quale sono inglobati, e allo stadio di crescita dell’animale (dimensioni variabili tra giovani e gli adulti), anche in areali molto prossimi.

La problematica principale va ricercata nella morfologia dentaria. Questa è apparentemente molto simile a quella del grande squalo bianco attuale, ma non uguale, e ciò ha generato attribuzioni al genere Carcharodon.

In particolare la vecchia concezione, secondo la quale il megalodon sia il diretto progenitore del grande squalo bianco attuale (Carcharodon carcharias), non troverebbe supporto proprio a causa della morfologia dei denti, diversi in molteplici aspetti. Le nuove linee di pensiero attribuiscono allo squalo il genere Carcharocles.

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Carcharodon carcharias, moderno squalo bianco, dente fossile. Sudafrica. 5.5 cm. Collezione personale (A. Colagrossi).

La comunità scientifica internazionale è però d’accordo che sia lo squalo bianco sia il C. megalodon, abbiano avuto un progenitore comune identificato nel genere Cretolamna (Cretaceo superiore), con ben sette specie fossili, documentate nel Nord America e nel Nord Africa; si trattava di un massiccio squalo predatore, lungo fino a circa quattro metri, che ebbe un buon successo evolutivo tra gli 85 e i 65 milioni di anni fa, quando scomparvero i dinosauri.

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Diagramma evolutivo.
Dimensioni e cibo.

In merito alle teorie sulle dimensioni del grande squalo megalodon queste sono molto variabili e, nel corso delle ultime decadi, prestigiosi scienziati da tutto il mondo si sono cimentati nell’ardua impresa, basandosi sull’accrescimento dello smalto (comparato anche ai denti di squalo bianco) e sulla larghezza della corona e della radice del dente (utilizzando i denti fossili più grandi mai ritrovati).

La maggior parte degli scienziati concorda sul fatto che il C. megalodon raggiungesse una lunghezza tra i 13 e i 19 metri, con una massa corporea variabile tra le 48 e le 80 tonnellate (questi dati sono relativi a esemplari adulti).

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Carcharocles megalodon comparato con un grande squalo bianco (Carcharodon carcharias).

Riguardo all’alimentazione le teorie abbondano e gli studiosi concordano oramai sul fatto che il megalodon avesse bisogno di grandi quantità di cibo per sostenere la sua massa corporea; ciò lo avrebbe certamente spinto a cacciare prede di grossa taglia come balene, altri mammiferi marini ricchi di grasso e grandi pesci pelagici (probabilmente anche altri squali). Molteplici ossa di balene fossili (vertebre caudali in particolare, lo squalo aggrediva l’organo propulsore della preda) mostrano segni inequivocabili di denti di squalo megalodon.

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Disegno a matita raffigurante un Carcharocles megalodon che attacca una balena misticeta. A. Pistillo, 2012.

Tuttavia, recentemente, in alcune formazioni mioceniche del Perù meridionale, risalenti a 7 milioni di anni fa, sono state ritrovate ossa di Piscobalaena nana; un tipo di balena misticeta, lunga all’incirca 6 metri (molto agile), le cui ossa riportano segni di denti di Carcharocles megalodon.

Gli scienziati che si occupano della pubblicazione scientifica hanno notato che i punti scheletrici in cui compaiono i segni dei denti del grande squalo sono: la mascella inferiore, le scapole e la coda.

Ciò farebbe propendere i ricercatori per un attacco diretto, mortale, da parte del grande predatore, in punti vitali di propulsione. Tuttavia non ne sono certi; il grande squalo potrebbe anche aver semplicemente divorato la carcassa. Nella stessa formazione sono state ritrovate anche ossa fossili di orca (agile predatore), di denti di altre specie di squali del genere Carcharocles e di grande squalo bianco (attivo predatore di mammiferi marini).

Estinzione, competizione e specie simili.

L’estinzione dei grandi predatori all’apice della catena alimentare è sempre di grande interesse in ambito ecologico; le domande sono ovvie, ma bisogna capire che in natura tutto ha un equilibrio, e persino un grande predatore perfezionato può estinguersi, se vengono a mancare determinati equilibri, o se entrano in gioco interferenze esterne, come accade ai nostri giorni con l’inquinamento e le attività umane di caccia e di pesca (come il depinnamento degli squali, per esempio).

Le cause di estinzione del C. megalodon sono molteplici ed estremamente complesse, poiché incorporano numerosi parametri, provenienti da parecchie branche scientifiche (meteorologia, paleontologia, ecologia, geologia, glaciologia, zoologia e oceanografia).

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Evoluzione degli squali moderni dal genere  Cretolamna del Cretaceo.

Nel corso degli ultimi decenni tanti scienziati hanno lavorato al tema e tuttora gli studi sono in pieno sviluppo.

La comunità scientifica internazionale ritiene che il raffreddamento di terre e mari (picco freddo di 2.8/2.5 milioni di anni fa), periodo durante il quale iniziarono le grandi glaciazioni quaternarie, cui seguì la diminuzione media delle temperature globali, un abbassamento medio del livello del mare e una diminuzione delle prede abituali, portarono all’estinzione i grandi squali megalodon.

Molti scienziati ritengono che fattori biotici abbiano avuto la meglio su quelli su citati ti tipo climatico: in particolare si evidenziano il collasso della popolazione di balene misticete e la comparsa di nuovi predatori (tra cui il grande squalo bianco e le orche).

In particolare quest’ultima teoria io la trovo molto interessante, poiché alcuni scienziati hanno ipotizzato che la comparsa di mammiferi marini del genere Orcinus (l’antenato dell’orca attuale) abbia contribuito in maniera evidente al declino del C. megalodon; perché questi mammiferi erano più intelligenti, molto più agili e, soprattutto, cacciavano in gruppo, come appunto le moderne orche.

Probabilmente la concomitanza del raffreddamento degli oceani, della diminuzione delle prede e, infine, della competizione con altri predatori (in questo caso più efficienti e con maggior successo evolutivo) come le orche, abbia causato l’estinzione del Carcharocles megalodon.

Qualcosa successe alla popolazione mondiale di questi squali giganti, ma cosa? La domanda è ancora senza risposta, sfortunatamente.

C’è da considerare anche il fatto che due cugini evolutivi del megalodonte, il Carcharocles chubutensis, un gigantesco squalo predatore di circa 12 metri di lunghezza, e il Carcharocles angustidens, un altro predatore di circa 8 metri di lunghezza, vivevano nello stesso periodo del megalodonte, nonostante C. angustidens sia il predecessore di C. chubutensis, che a sua volta lo è del megalodonte. Anche se alcuni scienziati nutrono dubbi su queste discendenze genetiche, poiché vivevano contemporaneamente durante tutto il Miocene.

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Comparazioni tra varie specie di squali fossili, tra cui il Carcharocles (Carcharodon) megalodon, il Carcharocles chubutensis (circa 12 mt) e il Carcharocles angustidens (lunghezza circa 9 mt – proposto come nuovo genere Carcharodes in base ai fossili della Nuova Zelanda).

Ad ogni modo le tre specie di squali erano in competizione per le medesime prede.

Tuttavia i ricercatori sono sicuri che il Carcharocles chubutensis aveva maggiori capacità di adattamento ambientale, rispetto al cugino megalodon. Anche la dentatura era diversa, infatti i denti del C. chubutensis erano diversi dall’arcata superiore a quella inferiore, in particolare quelli superiori erano molto più larghi e piatti rispetto ai denti della mascella inferiore (quasi come nei moderni mako); inoltre, rispetto al megalodonte, C. chubutensis aveva le cuspidi laterali in fase di fusione col dente (sia in esemplari giovani che adulti); questo è ritenuto un carattere antico, rispetto al più moderno megalodonte.

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Carcharocles chubutensis, fusione cuspidi laterali quasi completata, in C. megalodon la fusione è completa.

Alcuni anni or sono, in Nuova Zelanda furono ritrovati 165 denti e 32 vertebre in uno di quelli che è risultato uno dei migliori ritrovamenti di fossili terziari di grandi squali. Appartenevano a un enorme Carcharocles angustidens. Il grado di preservazione era talmente alto che qualche scienziato propose il nuovo genere “Carcharodes“, poiché si notavano tantissime somiglianze sia con il grande squalo bianco attuale (Carcharodon carcharias, comparso circa 16 milioni di anni fa) che con il Carcharocles megalodon. Il grande squalo fossile fu stimato con una lunghezza di 9.3 metri.

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Comparazione tra varie specie di squali fossili del genere Carcharocles.
Oggi.

Molti criptozoologi sono convinti del fatto che esista tuttora un piccolo numero di squali megalodon che sia riuscito a sopravvivere indenne a questi mutamenti; in particolare ai cambiamenti climatici, ma che semplicemente abbiano modificato i loro stili predatori, cacciando e vivendo negli abissi.

Il romanzo di Steve Alten, dal titolo Meg, ebbe molto successo. All’epoca il libro mi appassionò molto, nonostante i gravi errori paleontologici, soprattutto di stampo cronologico e comportamentale.

Personalmente mi affascina l’idea che da qualche parte, negli abissi profondi, si aggirino furtivi questi giganteschi squali, cacciando grandi animali come calamari giganti, o capodogli in immersione profonda.

Questo fascino per me è stato talmente forte che mi ha spinto a scrivere un romanzo nel 2012, [Leggi articolo].

Tuttavia bisogna comunque considerare che un romanzo è appunto una storia di fantasia, e non una prova scientifica, seppur ancorata a un elemento di realtà (il Carcharocles megalodon è l’elemento reale, in quanto fossile riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale).

La verità è che il Carcharocles megalodon è, purtroppo, estinto.

Aaronne Colagrossi.

Un grazie al sito OCEAN4FUTURE

 

 

 

Titanic: quintessenza di un simbolo.

Il titanico relitto ormai riposa nel buio abissale e silenzioso dell’immenso oceano Atlantico settentrionale, a profondità proibitive, dove fluttuano migliaia di microscopiche creature, capaci di sopportare pressioni straordinarie, nonostante al tatto siano molli e i loro corpi bianchi e trasparenti ricordino alieni di un altro mondo.

L’immenso puzzle costituito dai frammenti del relitto copre un’area di 400 ettari di fondale oceanico melmoso. Nella ruggine batterica prosperano i funghi, mentre altre forme di vita primordiali si aggirano come fantasmi tra i ponti di quello che è divenuto un vero e proprio emblema: il transatlantico RMS Titanic, classe Olympic, della White Star Line, affondato il 15 aprile 1912.

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RMS Titanic.

Il geologo Robert Ballard e Jean-Louis Michel ritrovarono il relitto nel 1985 a bordo del batiscafo Alvin, in quella che è stata una delle spedizioni d’avventura più ambiziose della storia del mare. James Cameron e Paul-Henry Nargeolet, negli ultimi vent’anni, hanno ottenuto immagini decisamente più nitide con le loro spedizioni su quel tratto di piana abissale.

Purtroppo ottenere una visione completa dell’intero areale su cui giace il relitto è ancora un’impresa piuttosto complessa; si ha come la sensazione di guardare le spoglie della nave attraverso un buco della serratura.

Eppure nel 2010 la Woods Hole Oceanographic Institution (WHOI) ha finanziato una spedizione costata parecchi milioni di dollari. Da questa spedizione è stato possibile mappare il fondo marino con sonar a scansione laterale e con l’ausilio di tre specifici veicoli sottomarini.

La grande mappa elaborata assomiglia a un territorio lunare e mostra rilievi, crateri e dune come quelle del deserto. Difatti le correnti abissali, dei veri e propri fiumi sottomarini che scorrono nel corpo oceanico, spostano continuamente sedimenti, creando delle dune talvolta di altezza pari a quella del relitto (come afferma il capo progetto).

Uno dei piloti sommergibili lancia una battuta: «Prima di questa esplorazione sonar a tappeto, analizzare il Titanic era come sforzarsi di capire come fosse fatta Manhattan a mezzanotte sotto un temporale, avendo solo una torcia».

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Mappa sonar elaborata dalla Woods Hole Oceanographic Institution nel 2010. Mostra 400 ettari di fondale marino in cui sono sparsi i resti del Titanic; a sinistra si vede il troncone di prua, mentre a destra il troncone di poppa, con il coronamento rivolto a sinistra, invece che a destra, che dimostra la spirale subita negli abissi.

La domanda però permane: perché a distanza di un secolo e passa, l’umanità investe ancora milioni di dollari, cervelli e tecnologie avanzate, per questa sorta di cimitero di metallo a 3787 metri di profondità? Dove la pressione supera i 370 chili al centimetro quadro?

Probabilmente il fascino del Titanic è dovuto alla fine che ha subito: una tragedia epocale. Tutto quello che riguarda questo transatlantico sembra avere un che di esagerato: era grande, era lussuoso, è affondato a causa di un iceberg gigantesco, per di più in acque fredde e abissali. Ma non solo: che dire delle centinaia di persone a bordo il cui destino rimase incatenato a quella titanica massa di ferro? In sole due ore e quaranta minuti andò in scena una tragedia che coinvolse quasi 2250 persone (le liste precise dei passeggeri andarono perdute).

La maggioranza delle persone cercò di avere un comportamento onorevole, salvando donne e bambini; escludendo il codardo che si travestì da donna per salire sulle scialuppe, o il giapponese che saltò su una scialuppa ed ebbe un ritorno disonorevole in patria.

Il capitano Edward John Smith rimase a bordo; il comandante è sempre l’ultimo ad abbandonare la nave (Francesco Schettino a parte). L’orchestra continuò a suonare finché poté, la sala radio rimase connessa fino all’ultimo, per mandare segnali di soccorso.

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John Edward Smith, comandante dell’RMS Titanic.

Che dire della nave Californian, un piroscafo britannico che sostava a sole dieci miglia e non intervenne? Avrebbe potuto salvare tutti i passeggeri, che invece morirono d’ipotermia a causa dell’eccessiva distanza della nave Carpathia, che intervenne dopo 4 ore, poiché distava 50 miglia dal Titanic.

Tutto sembra una danza macabra, con la grande mietitrice che aleggia come un mostro marino pronto a falciare e divorare la nave inaffondabile nelle gelide acque dell’Atlantico settentrionale.

Eppure c’è qualche altra cosa! Persino oltre le centinaia di morti umane.

C’è un sogno infranto, come disse James Cameron, il celebre regista/esploratore che realizzò il film colossal nel 1997.

Il regista continua, durante un’intervista.

«C’è un sogno infranto per l’illusione di una società organizzata, il tutto condito dal progresso tecnologico con cui era stato costruito il Titanic. C’erano speranze su quella nave, nonostante l’Europa galoppasse velocemente verso una guerra di proporzioni catastrofiche. Nel primo Novecento furono scoperte meraviglie su meraviglie; sembrava non esserci fine. Ma con il Titanic crollò tutto.»

Dopo una lunga pausa, quasi triste, Cameron riprende con nuovo vigore, allargando le mani: «Quel relitto è qualcosa di straordinario, una strana combinazione di vita biologica e ferro. C’è qualcosa di soprannaturale nel vederlo adagiato negli abissi; si ha davvero l’impressione di vedere qualcosa che sia finito all’inferno. Ci si sente connessi alla tragedia, quello è un posto dove sono morte tantissime persone. Vedere tutto questo sparire nel nulla dopo solo quattro giorni dalla partenza, dà un fascino sinistro al relitto».

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La prua del Titanic. Spedizione 2004.

Nel 2001 Cameron ritornò negli abissi per girare un documentario tecnico atto a scoprire tutte le aree interne del relitto non ancora esplorate: dalle cabine, alla sala macchina, ai dormitori prodieri dei fuochisti, al bagno turco e ai ponti, documentando e catalogando centinaia di oggetti; nonché visitando la sezione poppiera, dove le caldaie, nonostante la pressione e l’impatto col fondo, sono rimaste saldamente imbullonate al troncone.

Nelle immagini dei ROV progettati dal fratello del celebre regista, le macchine appaiono come due gigantesche sfingi a guardia di un sepolcro inviolabile. I due ROV, soprannominati Jake ed Elwood (in riferimento ai Blues Brothers), hanno esplorato anfratti mai visti o toccati da quell’ultima maledetta notte.

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Nell’immagine superiore le due macchine mastodontiche del Titanic come appaiono oggi nella sezione del troncone di poppa. Nell’immagine centrale il sommergibile Mir 1, ripreso dal Mir 2, si avvicina a una delle eliche del Titanic. Nella terza immagine in basso si vede una foto scattata nel 1912; le gigantesche eliche dell'”Inaffondabile” in cantiere prima del varo.

L’attore Bill Paxton (purtroppo tragicamente scomparso lo scorso febbraio) fu trascinato dal regista, in qualità di amico, nella spedizione sottomarina; dopo la prima immersione commentò così le sue emozioni: «Al di là dell’aspetto romantico del Titanic, una domanda che mi pongo è: le persone che conosco avrebbero davvero avuto il coraggio di salutare i propri cari sapendo che stavano morendo? Come mi sarei comportato con i miei figli e mia moglie?».

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Da sinistra James Cameron (regista/esploratore) e Bill Paxton (attore) a 3780 metri di profondità.

James Cameron oggi fa parte anche del team di ricerche internazionali con il quale sta analizzando, da un punto di vista tecnico, la gigantesca scena del delitto del Titanic.

Si potrebbe pensare che la nave, dopo essersi spezzata in due, si sia adagiata sul fondale dopo trenta minuti circa di caduta libera. Non fu così. La scena fu raccapricciante e gli ultimi momenti di questa bella nave furono davvero violenti.

Ma come andarono le cose?

Alle 23.40 il Titanic urtò dal lato di dritta, a proravia, un iceberg. L’impattò deformò permanentemente circa 90 metri di carena, squarciando come burro sei compartimenti stagni prodieri.

L’affondamento era inevitabile.

Tuttavia pare che ci fu un’accelerazione nel processo di affondamento causato da alcuni uomini che aprirono il portello della murata di sinistra, allo scopo di caricare le lance da un’altezza inferiore. Il tentativo fallì, poiché la nave presentava già una lieve inclinazione a sinistra nelle prime fasi dell’affondamento, il portello cominciò ad allagarsi all’1.50 del mattino.

Alle 2.05 la sezione poppiera era ormai fuori dall’acqua, con le gigantesche eliche sospese sul mare nero. Fu messa in mare l’ultima scialuppa.

Alle 2.18 il Titanic, a causa delle incredibili sollecitazioni a mezzanave, e la prua ormai sommersa, si spezzò in due. James Cameron e il disegnatore tecnico Ken Marschall sostengono che si spezzò in un preciso punto dove era collocato un pozzo di aerazione della sala macchine; questo elemento strutturale rompeva la continuità strutturale interna.

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Un disegno che raffigura il Titanic nel momento in cui si spezza in due.

Il troncone della prua s’inabissò, acquistando velocità e perdendo i fumaioli nel tragitto; non furono mai ritrovati, si pensa che siano stati trasportati dalle correnti, lontano dall’area di affondamento.

Dopo circa cinque minuti la prua impattò con il fondo argilloso degli abissi; l’impatto fu talmente violento che ancora oggi sono visibili i solchi degli oggetti espulsi come proiettili.

La poppa ebbe un destino ancora più tragico; separata dalla prua, s’inabisso in una spirale diabolica a causa della scarsa idrodinamicità. Nella sua folle discesa la pressione compresse il troncone poppiero quasi completamente, deformandolo e distruggendo i ponti e i compartimenti. Arrivò sul fondo che era ormai irriconoscibile, eccetto che per il coronamento.

Le immagine sonar in basso parlano da sole.

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Mappe sonar elaborate nel 2010.  La prima in alto mostra il troncone di prua, vista laterale fiancata di dritta. Il pulpito prodiero è a destra. L’immagine centrale mostra il troncone di prua visto dall’alto. L’ultima in basso mostra il troncone di poppa deformato, il coronamento è sul lato sinistro.

Un membro del team della Woods Hole scherza in merito: «Per decifrare il relitto della poppa bisogna essere dei fanatici di Picasso».

1496 persone morirono di ipotermia mentre galleggiavano nei loro salvagente di sughero; ma ci furono tantissime persone trascinate vive negli abissi. Molti di loro erano migranti che viaggiavano in terza classe per rifarsi una vita in America.

Viene da chiedersi come vissero quei momenti, mentre migliaia di tonnellate di ferro vibravano intorno a loro, e si squarciavano, e le cabine si allagavano, e l’acqua gelida trafiggeva i loro corpi, e la pressione sembrava far esplodere le loro teste…

Il presidente della White Star Line, Joseph Bruce Ismay, fu il responsabile per aver ordinato l’installazione di un minor numero di scialuppe di salvataggio. Egli si comportò come un codardo, salendo su una delle scialuppe, come se niente fosse. Thomas Andrews Jr, il progettista della nave, invece, preferì affondare con essa.

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Joseph Bruce Ismay, presidente della White Star Line.
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Thomas Andrews Jr. Ingegnere.

Bill Paxton, mentre era a bordo, pone l’interrogativo a Cameron e Marschall: «Chi si sentì peggio? Ismay per non aver autorizzato un maggior numero di scialuppe a bordo, o Andrews per non aver osteggiato tale richiesta con maggior fermezza, in quanto responsabile diretto delle progettazione?».

Cameron replica enigmatico: «Le morti pesano sulla coscienza, questa è l’unica cosa certa».

Paxton allarga le braccia. «Tutto si riduce a un interrogativo: che cosa avremmo fatto noi?»

È l’11 settembre 2001 e Cameron si trova sul fondo dell’Atlantico (1000 miglia a ovest le Torri Gemelle stavano affondando nel cuore di Manhattan, invece). Il regista manovra abilmente il Joystick del Remotely Operated Vehicle (ROV); il batiscafo russo da alta profondità Mir si blocca ed Elwood avanza lasciandosi dietro il suo cavo a fibra ottica, come Teseo.

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Il sommergibile russo Mir 1, utilizzato da James Cameron nelle sue spedizioni abissali.

La scala principale, bellissima nella sua lavorazione, interamente a mano, è andata distrutta; tuttavia nel 2010 la WHOI ha identificato la cupola che la ricopriva, sbalzata nell’impatto a decine di metri.

Il vuoto lasciato dalla scala si apre come un’orbita vuota di un mostro in decomposizione; il gigantesco pozzo ha permesso ai ROV di Cameron, e a quelli della WHOI in seguito, di penetrare nel relitto e nelle cabine per parecchie decine di metri.

«Ci sono tre milioni di chili al metro quadrato di pressione», sogghigna Mike Cameron (fratello di James), «è pazzesco!»

«Oggi il Titanic appare come una vecchia scogliera abbandonata.» Replica il regista, non mollando un secondo lo sguardo dal monitor, le due videocamere frontali di Elwood si muovono come occhi attraverso il relitto; appaiono sale decorate e letti metallici ribaltati nell’impatto. «Chissà se in uno di questi letti di ottone dormì Margaret “Molly” Brown?»

Il ROV Jake invece esplora la fiancata di sinistra, verso proravia, il mini sommergibile sembra un calabrone che vola intorno allo scheletro di una gigantesca balena. L’ancora da 15 tonnellate pende dalla fiancata, poco in basso ci sono delle scale di acciaio, staccatesi dalla prua nell’impatto.

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I due mini sommergibili Jake ed Elwood davanti la prua del sommergibile Mir 1.

La ruggine ricopre ogni cosa con delle lunghe stalattiti gommose; ma non sono altro che colonie di batteri. Vengono definiti rusticles (dall’inglese rust, ovvero ruggine); nel 2010 scienziati canadesi e spagnoli della WHOI hanno identificato finalmente questi batteri, battezzandoli Halomonas titanicae.

Elwood risale dal pozzo della scala e gira lungo la passeggiata di prima classe, il miliardario John Jacob Astor IV fece passare la moglie incinta proprio da quelle finestre, caricandola sulla scialuppa. Lui rimase a bordo e morì.

Jake si libra sul relitto, passando vicino all’unica gru rimasta intatta (se ne usavano due per le scialuppe), probabilmente fu usata per la scialuppa in cui trovò posto Ismay.

Le immagini riportate dalla spedizione della WHOI sono straordinarie e le ricostruzioni sonar gettano luce sul relitto del Titanic.

Le spedizioni di Cameron, invece, hanno permesso di visitare il 65% degli interni del relitto: mostrando vetrate artistiche fabbricate a mano, rivestimenti di mogano, lampadari di cristallo, lavorazioni in ferro battuto nelle ascensori, specchi d’argento e tantissimi altri oggetti.

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Cabina rinvenuta da Cameron (sx), come appariva nel 1912 (dx).

Quello del Titanic era il viaggio inaugurale, quindi gli interni non erano stati tutti fotografati; Cameron basò le sue ricostruzioni nel film omonimo, basandosi sulla nave gemella, l’Olympic. «Adesso so quali scene del film erano fedeli, e quali no.» Scherza.

Ma ci sono anche migliaia di oggetti che ricordano le vittime, i cui corpi e scheletri sono stati ormai decomposti dai microrganismi abissali. Ci sono armadi aperti, con vestiti, oppure, come nel caso di Henry Harper del ponte D, c’è ancora la bombetta di feltro che usò quella notte, quando poi decise di tornare in cabina, per aspettare la morte.

Cappello recuperato dal Titanic.

Nella sala radio Jake riprende l’ultimo settaggio sugli strumenti di soccorso, prima che gli operatori venissero trascinati negli abissi gelidi. I due tecnici staccarono la corrente prima dell’arrivo dell’acqua, ma questo si è scoperto solo dopo queste sequenze di immagini.

L’ultimo cadavere ritrovato in mare fu portato a Terranova, era l’8 giugno del 1912, quasi due mesi dopo il naufragio. Il mare vomitò sulle spiagge dell’isola rottami di ferro e di legno per molti altri mesi ancora, comprese sedie da sole e pannelli pitturati.

Alcuni anni prima della tragedia, Guglielmo Marconi costruì una stazione radio a Cape Race, un desolato promontorio roccioso a sud di Saint John. Il radiotelegrafista quattordicenne Jim Myrick fu il primo a ricevere il messaggio di soccorso del Titanic.

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L’iceberg che impattò col Titanic; fotografato qualche giorno dopo dal marinaio Stephen Rehorek.

All’inizio il transatlantico trasmise un CQD, in base alla normativa vigente all’epoca, solo successivamente trasmise un segnale diverso e usato raramente: un SOS. E furono i due tecnici a bordo a farlo, da appassionati quali erano. Così facendo salvarono più di 700 persone, poiché il Carpathia lesse proprio quell’SOS.

È una cosa strana pensare che la nave più veloce, più potente e più avanzata dell’epoca, con un nome grande e ambizioso, come la sua inaffondabilità, sia stato spezzato da qualcosa di atavico e lento come il ghiaccio groenlandese, tra i più antichi.

L’elegante transatlantico d’epoca edoardiana è oggi una sorta di caverna sommersa, quasi surreale. Riposa in una sorta di limbo spettrale, non appartiene più al nostro mondo, eppure al tempo stesso non è scomparso: è ancora lì, negli abissi.

Aaronne Colagrossi
Titanic_quitessenza di un simbolo perduto
Titanic – artwork by  Ken Marschall.

La bufera di neve del 1888 – U.S.A.

Nei primi mesi del 1888, negli Stati Uniti d’America, a New York in particolare, non si faceva che parlare di quello che era stato uno degli inverni più caldi degli ultimi anni, soprattutto per la mancanza di neve. Tuttavia il giorno 10 marzo, alle ore 21 per essere precisi, il termometro segnava una temperatura di 10 gradi centigradi.

Il giorno successivo, per quanto il cielo fosse coperto, con qualche rovescio di pioggia, la temperatura si mantenne ancora sopra le medie del periodo.

Nel corso del pomeriggio, però, qualcosa cominciò a cambiare: il vento iniziò a rinforzare sempre di più e i temporali aumentarono d’intensità. Inoltre la pressione atmosferica cominciò a diminuire molto velocemente.

Brooklyn 1888 - neve colagrossi
Brooklyn 1888

Quell’11 marzo era domenica: il centro meteorologico di New York era quasi deserto e si erano interrotti i collegamenti con il centro meteorologico di Washington D.C.; qui, infatti, la situazione era molto più chiara. Era ormai evidente che la costa orientale degli Stati Uniti stava per essere colpita da una tempesta con venti fortissimi, che avrebbero portato abbondanti nevicate.

La tempesta si generò a causa di masse d’aria dalle caratteristiche profondamente diverse, e dirette una contro l’altra. La prima massa d’aria proveniva dal Golfo del Messico ed era relativamente calda e carica d’umidità; la seconda proveniva dal Canada, diretta a sud, si era formata oltre il circolo polare artico.

Le due perturbazioni s’incontrarono proprio quella domenica pomeriggio; lo scontro fu violentissimo e generò un vero e proprio uragano invernale.

La spaventosa tormenta cominciò a spostarsi verso la costa di New York.

Verso sera le raffiche miste a pioggia raggiunsero velocità intollerabili, tanto da non permettere neanche ai cavalli di poter camminare (furono segnalate carrozze con tiro a sei ribaltate dal vento).

A mezzanotte la pioggia si tramutò in neve; a tutti era chiara la pericolosità della tempesta in corso ma dal centro meteorologico non era stato diramato nessun annuncio di allerta meteo.

New York, bufera del 1888 - neve colagrossi
New York, bufera del 1888

New York si risvegliò sotto un’immensa coltre di neve e la bufera non accennava a smettere. Ogni angolo della città e dei territori circostanti era martoriato dalla tempesta.

Molte persone rimasero bloccate nella sopraelevata; delinquenti locali fecero pagare i malcapitati bloccati nelle vetture per poter scendere su scale apposite.

Nel pomeriggio era tutto bloccato: uffici, alberghi, scuole, ecc. Tutto divenne un gigantesco dormitorio per le migliaia di persone uscite al mattino e rimaste bloccate sino al pomeriggio.

Nevicò per due giorni di seguito, sino al martedì; ma ormai la città era irriconoscibile. Si contarono 400 morti, tra cui persone letteralmente sommerse dalla neve o ammazzate dai cornicioni ghiacciati caduti.

New York nel post bufera, 1888 - neve colagrossi
New York nel post bufera, 1888

La tempesta coinvolse l’intero costa nordest degli Stati Uniti; in seguito a questo evento si decise di abbandonare definitivamente i collegamenti telefonici e telegrafici su palo per metterli sottoterra, abbattendo così la selva di tralicci che abbondavano in ogni dove.

New York ne uscì più moderna dalla bufera di neve, inaugurò inoltre la sua prima metropolitana sotterranea.

Aaronne Colagrossi.