Intervista da parte di ocean4future.org in merito al romanzo Inferno Blu Cobalto.

Intervista di Andrea Mucedola, ocean4future.org

Dopo il grande successo di Megalodon, il predatore perfetto e Capo Tiburon, Aaronne Colagrossi ci parla di Inferno Blu Cobalto, il suo nuovo libro sul mondo dei pirati…

I suoi primi libri, Megalodon il predatore perfetto, Capo Tiburon, In treno oltre le foreste ed ora Inferno Blu Cobalto hanno raccolto un grande successo. Sta ora lavorando a un diario di viaggio sul Botswana, altri due romanzi e due racconti. E’ proprio a seguito del successo del suo ultimo libro, Inferno Blu Cobalto, che abbiamo deciso di raggiungerlo per intervistarlo.

Megalodon il predatore perfetto Aaronne Colagrossi
Megalodon il predatore perfetto

Parlaci di te e del tuo amore per la scrittura: come nasce?

Ho sempre avuto un diario su cui scrivo, sin da ragazzo, le mie impressioni e i miei pensieri. Nel 2009 cominciai a fantasticare su una storia ambientata in mare; tutto cominciò per caso, in un caldo pomeriggio di luglio. Nell’arco di due mesi scrissi la bozza del mio primo romanzo Megalodon il predatore perfetto. Scrivere è un qualcosa che mi rilassa; lo trovo profondamente terapeutico. Quando scrivo mi isolo per ore e ore, talvolta interi fine settimana. Non mi pesa affatto, anzi mi piace e mi far stare bene. Quindi prima di tutto io scrivo per me stesso, naturalmente mi fa piacere quando le persone leggono e apprezzano ciò che scrivo; faccio sempre leggere le mie fatiche ad alcune persone estremamente abili e critiche in vari ambiti. Spero di non fermarmi mai nello scrivere, anche perché quando capita, il secondo giorno devo prendere il taccuino e buttare giù qualcosa. Sto male altrimenti!

Quali libri e autori pensi che ti abbiano profondamente influenzato e perché?

All’età di 5 anni lessi “Lo Squalo” di Peter Benchley. Per un bambino come me amante del mare e degli squali fu una vera folgorazione, mi si aprì un mondo. Un autore che invece mi ha influenzato profondamente è Michael Crichton, scomparso nel 2008, autore di capolavori come Andromeda, Il silenzio degli abissi, Mangiatori di morte, Jurassic Park e il Mondo perduto, e naturalmente L’isola dei pirati (uscito postumo). Un autore di cui nutro un profondo rispetto. Negli ultimi anni sto apprezzando molto Stephen King e Wilbur Smith, due veri geni della scrittura. Sono tutti scrittori con uno stile semplice e diretto, che sono riusciti ad entrare nel mio cuore con la loro capacità di espressione. Non mi stancherò mai di leggere le loro opere e le consigli a tutti. Poi naturalmente ci sono tantissimi altri autori che hanno influenzato il mio modo di scrivere ma non voglio dilungarmi troppo.

In treno oltre le foreste Aaronne Colagrossi Luciano Baccaro
In Treno Oltre Le Foreste

Inferno Blu Cobalto sta avendo un notevole successo di pubblico, come d’altronde i romanzi precedenti, perché hai deciso di scrivere, dopo il tuo secondo libro, Capo Tiburon (edito anche in inglese), un nuovo romanzo sulla pirateria?

La storia della pirateria antica ha sempre avuto su di me un che di affascinante e coinvolgente, sia per ciò che riguarda la nautica e le sue tecniche, sia per i contesti geopolitici nei quali si era sviluppata. La pirateria ha origini antichissime, dai tempi degli antichi Egiziani sino ai Romani, per arrivare alla famosa epopea (1630-1730) della pirateria delle Indie Occidentali (Caraibi) e Orientali (Oceano Indiano).  Quando iniziai a scrivere questo libro, nel 2014, volevo raccontare la storia di un pirata cercando di trasmettere le stesse sensazioni che ebbi da ragazzo nel leggere i miei primi romanzi d’avventura. Volevo però anche dare il giusto tono storico al manoscritto, infatti nel romanzo sono presenti molti personaggi, sia realmente esistiti che fittizi, distribuiti in varie località del globo. In particolare nella storia sono citate, localizzate e descritte molteplici località geografiche, soprattutto colonie, città, isole, vulcani e catene montuose, nonché vaste aree marine e zone costiere.

Quanto tempo hai impiegato a scrivere questo libro? Quale ambiente preferisci per scrivere? Descrivi un po’ l’atmosfera e l’ambiente che tu preferisci quando scrivi i tuoi libri? 

Ho impiegato circa due anni per scriverlo, apportare il giusto editing tramite un editor e raccogliere le sensazioni del gruppo di lettura che avevo creato con alcuni amici; per studiare la bibliografia storica ho impiegato invece circa tre mesi, vari testi però, anche in inglese. In genere scrivo nel mio studio, sia a penna che su Word, al computer. Unica richiesta è la musica, mi piace scrivere sentendo musica, dal Rock, alla Classica sino alle Colonne Sonore. Generalmente metto un po’ di musica, mi prendo un caffè, disattivo il cellulare, Facebook e mi isolo nel mio “mondo”, per così dire. Ne riemergo solo dopo parecchie ore.

Pierre Le Grand
Pierre Le Grand, protagonista di Capo Tiburon. (Realmente esistito)

In quale genere letterario collocheresti la tua opera e quali sono i temi principali del libro?

Il mio è un racconto di avventura e di tipo storico incentrato sulla Pirateria, il coraggio e l’ avventura.

La lettura di un libro comincia già dal titolo. Perché questo titolo?

Semplice. Il mare, l’elemento su cui la pirateria si muove dalle Indie Occidentali alle Orientali, diventa improvvisamente un elemento quasi nemico per i protagonisti, un vero inferno blu cobalto. Ne leggerete delle belle.

Come definiresti il tuo stile? A quale autore del presente o del passato ti senti (o aspireresti) di somigliare?

Bella domanda. Tutte le persone che hanno letto sia il mio primo romanzo che il secondo concordano su un punto: sono estremamente diretto e semplice nello stile e nelle strutturazione dei dialoghi. I tre autori ai quali mi ispiro, come stile, sono Michael Crichton, Wilbur Smith e Stephen King.

Cosa c’è di autobiografico in questo libro?

Diciamo che c’è un pezzettino di me in ogni singolo pirata dell’equipaggio del comandante Knight.  Mi sono ispirato molto alla letteratura di genere e alla cinematografia relativa. In merito ai personaggi ho preso ispirazione sia da alcune persone che conosco, decisamente caratteristiche sia nell’aspetto che nel carattere, sia da personaggi del mondo dello spettacolo, in particolare dal cinema. Ci sono facce che mi ispirano molto e mi colpiscono per la loro determinazione. Ciò che ha ispirato il mio libro è la pura e semplice passione per il mare e tutto ciò che lo riguarda, ivi compresa la storia della pirateria e della nautica.

C’è qualche personaggio del libro in cui ti riconosci particolarmente?

Come ho detto c’è un piccolo pezzettino di me in ogni personaggio pirata che prende parte alla storia. Quindi il mio io è sparpagliato tra le pagine, tuttavia nel comandante Charles Lee Knight ci sono molti aspetti che riguardano la mia personalità.

Copertina Capo Tiburon Aaronne Colagrossi
Capo Tiburon

A chi è rivolto questo libro, quale pensi che sia il tuo pubblico ideale e per quale motivo?

Finora è stato letto sia da persone adulte sia ragazzi adolescenti. Non credo che ci sia una fascia di età specifica. Penso che sia indirizzato a tutti gli amanti del mare, dell’avventura nel più ampio senso del termine, della storia e dell’azione. Si tratta di una storia in cui il protagonista matura, cambiando molti aspetti della sua personalità e arrivando a capire davvero quale è il suo coraggio nell’affrontare le avversità della storia: un vero e proprio viaggio dell’eroe, insomma. Tuttavia una storia semplice e diretta, che non vi farà annoiare.

Immagina di fare la presentazione del tuo ultimo libro davanti ad un vasto pubblico. Come scriveresti le prime righe di introduzione al tuo discorso?

“Che cosa sapete veramente della pirateria? Siamo abituati a vedere il pirata armato di sciabola e tricorno al cinema ma chi erano veramente questi personaggi che hanno segnato un’epopea, a volte scrivendo  la storia con le loro gesta. Knight fu uno di questi, tuttavia non vedrete il suo nome nei libri di storia, perché era un pirata, un nemico del genere umano, per l’ordine costituito. Eppure Knight e la sua ciurma di filibustieri attraversarono il globo per trovare la salvezza e fare giustizia. Dal suo nome nasce questa storia di fantasia ambientata nel mar dei Caraibi, nel 1666. Il Reaper, una nave pirata di Port Royal in Giamaica, attacca una nave ad est di Cuba. Ma la preda catturata si rivela di tutt’altra pasta: è una nave inglese. Carlo II d’Inghilterra, il potente sovrano, brama vendetta e vuole il comandante Charles Lee Knight: vivo o morto, non fa differenza. Charles Lee Knight affronterà il suo destino attraverso oceani, isole sconosciute, avventure, indigeni, battaglie navali, tempeste, violenze, morte, prigionia, bottini … l’amore.”

Se dovessi consigliare una colonna sonora da scegliere come sottofondo durante la lettura del tuo libro, cosa sceglieresti?

Decisamente il CD di Master and Commander, Sfida ai confini del mare, un film indimenticabile, interpretato da Russel Crowe (il Gladiatore) e basato sui romanzi di Patrick O’Brian, tra l’altro uno dei miei autori preferiti.

Port Royal_la Sodoma del Nuovo Mondo
Giamaica, baia di Port Royal.

A chi è dedicato questo libro, oppure, a chi lo dedicheresti?

È dedicato a mia madre, donna davvero tenace verso le avversità della vita, un po’ come il protagonista del mio romanzo. Ma anche in memoria di mio nonno materno, fiero marinaio d’Italia nella seconda guerra mondiale.

Spero di avervi incuriosito con la pirateria… ora sta a voi perdervi nei miei libri… [Amazon]


 

 

 

 

Georgia australe: paradiso sospeso.

Nel lontano oceano Atlantico meridionale, a mille miglia a est da capo Horn, svetta solitaria e silenziosa la Georgia Australe (o Georgia del sud); l’isola rocciosa si erge maestosa come una gigantesca mezzaluna di 180 chilometri di lunghezza.

Come scrissero alcuni balenieri del novecento, vedendola dal mare sembra un Himalaya appena emerso dalle acque del Diluvio Universale: un’apparizione eccezionale, picchi di ghiaccio, pinnacoli di roccia e distese nevose perenni fin dove occhio possa mirare. La sua natura è aspra e bella ma mutevole allo stesso tempo, il cielo terso si può chiudere improvvisamente per una tempesta di neve, per poi riaprirsi nuovamente al sole. È come se l’isola fosse segnata da un destino maledetto, dicevano gli antichi esploratori.

La prima descrizione dell’isola, e il suo corretto posizionamento geografico, risalgono al 1675, quando un commerciante inglese incappò in una tempesta al largo di capo Horn, dovette deviare per migliaia di chilometri, approdando nella selvaggia South Georgia.

Georgia Australe: paradiso sospeso
Ernest Shackleton e la sua scialuppa.

Ernest Shackleton vi arrivò con cinque uomini su una scialuppa, dopo 16 mesi di stenti nelle terre antartiche. Era il 24 aprile del 1916 quando un piccola scialuppa, attrezzata alla meno peggio, salpa dalla sperduta e disabitata isola Elephant, a poca distanza dall’Antartide, per raggiungere la Georgia del Sud, approdo saltuario di baleniere, ad una distanza di circa 700 miglia nautiche, circa 1300 chilometri in un mare complesso da navigare… A bordo ci sono sei uomini, già stremati da mesi di fatiche, sopravvissuti allo stritolamento da parte dei ghiacci della loro nave, la Endurance. Inutile dire che quell’isola sembrò a quei disperati un paradiso al confronto dell’inferno dal quale proveniva. Al loro comando c’era un uomo inossidabile, Ernest Shackleton.

Da un punto di vista geologico la South Georgia fa parte di un frammento di crosta continentale un tempo unito alla Penisola Antartica e al Sud America. Tutti i frammenti di questa crosta continentale (Georgia A, Isole Sandwich Australi, Isole Orcadi Meridionali, ecc) si sono spostati verso est nel corso di milioni di anni. L’isola della G. A. è composta prevalentemente da rocce sedimentarie del Mesozoico con bellissime sequenze torbiditiche. Si riscontrano anche rocce ignee di attività vulcanica nel lato meridionale.

Georgia Australe: paradiso sospeso
Mappa fisica della Georgia Australe.

Geograficamente l’arcipelago presenta numerose vette montuose, con ben undici cime sopra i 2000 metri di altitudine; la più alta è Monte Paget con i suoi 2935 metri s.l.m. Ma il panorama splendido delle montagne è deturpato lungo le coste dalle decine d’impianti arrugginiti e dismessi, per la lavorazione delle balene; molti di questi impianti oggi sono stati occupati da colonie di pinguini e foche.

Il paradosso si trasforma in miracolo: l’isola, un tempo teatro di uno dei più grandi massacri di mammiferi marini, oggi pullula di una quantità tale di animali marini da far pensare a come fosse il mondo prima dell’invenzione della lancia, dell’arco e del fucile.

Nel 1775 James Cook arrivò nella Georgia Australe a bordo dell’HMS Resolution, facendone una dettagliata descrizione ma trascrivendo, ahimè, che vi era una straordinaria abbondanza di foche.

Georgia Australe: paradiso sospeso
Elefanti marini del Sud in lotta per le femmine.

Dieci anni dopo arrivarono le prime imbarcazioni per la caccia. Nella sola stagione 1800-1801 una sola delle 18 navi inviate uccise 57.000 otarie orsine antartiche (Arctocephalus gazella). Fu portata quasi all’estinzione. Per non parlare della popolazione di elefante marino del Sud (Mirounga leonina), cacciato per l’olio che si otteneva dal suo grasso, fu ridotto alla quasi estinzione.

Poi fu la volta delle baleniere, che dapprima si dedicarono ai cetacei più lenti, come balene franche, megattere e capodogli; dopo il novecento, con l’avvento delle macchine a vapore, vennero erette stazioni baleniere direttamente lungo le coste della Georgia Australe, dedicandosi anche al massacro della balenottera comune e della balenottera azzurra. Negli anni venti furono introdotte le navi fabbrica, o officina, che macellavano direttamente in mare. (Leggi altro articolo sull’argomento: [Leggi la descrizione])

Georgia Australe: paradiso sospeso
1917, vecchia foto che ritrae una stazione baleniera di macello.

Ma ora sono le stazioni baleniere a essere estinte sull’isola, sono i cacciatori di foche a essersi estinti, tutti scomparsi nel tempo. Eccettuata la balenottera azzurra, quasi tutte le specie cacciate sono ritornate in auge, con popolazioni da capogiro in alcuni casi. Vi è addirittura una colonia di pinguini reali (Aptenodytes patagonicus) che conta 300 mila individui; era scesa a circa 1100 individui. La popolazione di elefanti marini del Sud conta invece circa 6000 individui.

Georgia Australe: paradiso sospeso
Georgia Australe, stazione macello balene in disuso.

Ma qual è il segreto di questa esplosione di vita che ha sempre caratterizzato questo paradiso sospeso?

Il krill è la risposta. Un piccolo crostaceo dell’ordine Euphausiacea. Le colonie di krill (una parola di origine norvegese) raggiungono dall’Antartide l’isola in milioni d’individui, divenendo l’alimento base per balene, foche, pinguini e tutti i predatori che accompagnano questi animali, tra cui squali e orche.

Purtroppo ogni tanto il fiume di krill antartico sembra perdere la retta via, per così dire. Un esempio ne è stata la penuria registrata nel 2004 e nel 2009. Le cause sono ancora sconosciute ma gli scienziati concordano su due probabilità: variazione ciclica nella popolazione di krill, o cambiamenti climatici che influiscono sulle correnti antartiche.

Georgia Australe: paradiso sospeso
Krill che si nutre di fitoplancton sotto il ghiaccio.

La scomparsa di diverse piattaforme di ghiaccio nel perimetro antartico sembra influire sullo svernamento delle larve di krill, che poi migrano.

Gli iceberg che vagano intorno alla Georgia Australe sono aumentati negli ultimi anni, sono molto belli è vero (per una foto ricordo) ma rappresentano un pericolo in agguato per le migliaia di specie marine che subiscono i cambiamenti climatici che stanno interessando l’intero pianeta.

Aaronne Colagrossi

Un grazie di cuore al sito Ocean 4 Future

Tsunami, la furia della natura.

Giappone nordorientale, 11 marzo 2011, ore 14:46. Il cielo è una lastra color grigio, della stessa consistenza del piombo fuso; ha quasi un aspetto funereo quel giorno. Lo tsunami è in arrivo…

Improvvisamente, in mare, il fondale sussulta; un blocco di crosta terrestre lungo 430 chilometri si sposta verso est, con traslazioni orizzontali che in alcuni punti raggiungono i 24 metri. Dopo cinque minuti dal termine del terremoto, Miki Endo, un’impiegata comunale di Sendai, preme un bottoncino rosso e accende il microfono; sembra un film di 007, ma non è finzione, è realtà.

Nell’immagine di testata: maremoto di Sendai e del Tōhoku, marzo 2011.

Gli altoparlanti della città lanciano l’allarme tsunami, migliaia di persone salgono sui tetti, ma non basta: la gigantesca onda di maremoto, lo tsunami, investe la città con i suoi 15 metri di altezza. L’onda nera carica di detriti, sabbia e fango travolge la costa e tutto quello che trova sul suo percorso. Il conto di mastro beccaio raggiunge i 20.000 morti; senza contare i 500 chilometri di costa devastata.

Immagini dell’onda nera che colpì la regione del Giappone nord orientale, nel terremoto di Sendai e del Tōhoku, marzo 2011.
Immagini dell’onda nera che colpì la regione del Giappone nord orientale, nel terremoto di Sendai e del Tōhoku, marzo 2011.

Il Giappone è il paese meglio preparato per affrontare terremoti e tsunami, come quello occorso l’11 marzo, di magnitudo 9, avvenuto a 130 chilometri dalla costa giapponese; in parole povere lo stesso sisma avrebbe distrutto tutto, se fosse avvenuto in un’altra zona del mondo.

Casi di tsunami se ne sono registrati tanti, basti ricordare quello indonesiano del 2004, dove perirono 230.000 persone.

Da geologo ricevo più o meno sempre la stessa domanda: sono prevedibili i terremoti? La risposta è no! Non lo sono. Diffidate di tutti gli pseudo-geologi, e/o gli pseduo-tecnici, che affermano il contrario.

Un immagine presa in Thailandia durante lo tsunami che colpì quelle regioni asiatiche il 26 dicembre 2004.
Un immagine presa in Thailandia durante lo tsunami che colpì quelle regioni asiatiche il 26 dicembre 2004.

La maggior parte dei sismologi afferma che ogni anno avviene uno tsunami di importanza rilevante, molti scienziati ritengono che maremoti storici, come quello avvenuto in Grecia 3.500 anni fa, abbia addirittura cambiato il corso della storia dell’uomo. Lo tsunami di Lisbona del 1755 pare abbia addirittura modificato il pensiero occidentale ottimista dell’epoca.

Lo storico greco Tucidide, nel 430 a.C., fu il primo a intuire una connessione tra terremoti e onde di tsunami.

Una rappresentazione del terremoto di Lisbona del 1755, dove seguì uno tsunami.
Una rappresentazione del terremoto di Lisbona del 1755, dove seguì uno tsunami.

La realtà non è proprio così: anche le frane sottomarine e quelle costiere possono provocare onde anomale di proporzioni enormi. In Italia un esempio è lo Stomboli nel 2002, quando una porzione di cratere è franata direttamente in mare, provocando un’onda alta circa 10 metri, cui ne sono seguite altre più basse. Per molti aspetti anche la frana del Vajont ha causato un’onda anomala da impatto frana (anzi tre onde) che hanno devastato la valle; l’onda che superò l’invaso era alta 150 metri, perse man mano altezza nel percorso, ma non potenza distruttiva.

COME NASCE UNO TSUNAMI?

La parola, innanzitutto, deriva dal giapponese e significa “onda di porto”, o “grande onda”. Gli tsunami non hanno nulla a che vedere con le onde di marea, né con il comune moto ondoso, neppure quello derivato da uragani tropicali e da grandi tempeste polari (con onde enormi).

Le onde di tsunami, o di maremoto, sono provocate da movimenti di masse rocciose che compongono la crosta terrestre, naturalmente sommersa dalle acque, in determinate zone del globo.

Queste zone sono dette di subduzione, dove cioè una porzione di crosta terrestre subduce rispetto all’altra; immaginate di spingere due materassi, uno contro l’altro, uno s’infilerà sotto l’altro, che salirà. Lungo queste zone di subduzione si formano enormi faglie, che sono punti cruciali dove si accumula energia.

Quattro modelli di formazione di tsunami.

Un terremoto, che sia esso sottomarino o non, è sostanzialmente un rilascio improvviso di energia accumulata; immaginate di prendere un bastone di legno con le mani e di piegarlo con il ginocchio, il legno si piegherà sino a un certo punto (accumulo di energia) per poi spezzarsi con un sonoro crack: quello sarà il terremoto.

Quando però avviene in mare, l’intera colonna d’acqua sovrastante il fondo, risentirà della sollecitazione di energia proveniente dal basso, come se si colpisse un secchio d’acqua sul fondo, sicuramente vedrete una serie di cerchi concentrici sempre più ampi.

È stato notato che spesso, ma non sempre, il mare lungo la costa si ritira, lasciando esposti centinaia di chilometri di costa prima dell’arrivo dell’onda anomala. Dopo la prima onda possono susseguirsi anche altre onde gigantesche, che flagellano la costa per ore.

L’onda di tsunami in mare aperto è innocua, essendo alta anche pochi centimetri, a volte; tuttavia viaggia a velocità incredibile, dell’ordine di 500 chilometri orari, talvolta anche 1000, con lunghezze d’onda di centinaia di chilometri (tra una cresta e l’altra), con un periodo di anche dieci minuti tra un’onda e l’altra. Lo tsunami diventa però pericoloso in prossimità della costa, dove il fondale si rialza. Inoltre queste onde anomale possono viaggiare per migliaia di chilometri e attraversare interi oceani.

Ricostruzione dell’altezza dell’onda anomala del 2004 durante la propagazione nell’oceano Indiano e in parte dell’Atlantico meridionale.
Ricostruzione dell’altezza dell’onda anomala del 2004 durante la propagazione nell’oceano Indiano e in parte dell’Atlantico meridionale.

Lo tsunami dell’11 marzo 2011 colpì, specularmente, anche la costa della California, con danni assenti naturalmente, tuttavia un uomo fu travolto dall’onda e affogò. Lo tsunami indonesiano del 26 dicembre 2004, provocò vittime un po’ ovunque nell’oceano Indiano: uccise 60.000 persone in India, nello Sri Lanka, e colpì mortalmente molti paesi dell’Africa orientale.

Dopo questa catastrofe senza precedenti (documentata almeno) diversi stati hanno avviato una collaborazione per installare un sistema di rilevazione degli tsunami; tali sistemi funzionano con la misura delle variazioni di pressione provocate dal passaggio dell’onda anomala in oceano vicino alla boa di rilevamento.

Prima del 2004 non c’era nemmeno una boa di questo tipo in tutto l’oceano Indiano; ma solo sei nel Pacifico. Attualmente, negli oceani del mondo, vi sono una sessantina di boe.

Tuttavia non è detto che il sistema delle boe sia infallibile; durante il famigerato terremoto giapponese dell’11 marzo 2011, le boe, durante il sisma, segnalarono una magnitudo di 7.4 Richter. Le analisi successive calcolarono una magnitudo di 9, invece.

Una delle 60 boe sparse negli oceani per il rilevamento tsunami. Questa appartiene all’Australia.
Una delle 60 boe sparse negli oceani per il rilevamento tsunami. Questa appartiene all’Australia.

Ciò significa che con una magnitudo di 7.4 i giapponesi allertati attendevano un’onda anomala di altezza pari a circa tre metri (al di sotto del frangiflutti anti-tsunami alto cinque metri); con una magnitudo 9, invece, lo tsunami ha raggiunto un’altezza di 15.5 metri. Questo errore di calcolo strumentale è costato la vita a migliaia di persone, che sarebbero potute scappare ancora più lontane, verso le alture dell’entroterra.

Strano a dirsi, ma la maggior parte dei geologi giapponesi non considerava la regione di Sendai particolarmente a rischio, da un punto di vista sismico s’intende; agli inizi del duemila, tuttavia, un gruppo di geologi nipponici aveva effettuato uno studio (pubblicato nel 2001) su alcuni depositi sabbiosi e argillosi dove si distinguevano chiaramente delle tsunamiti (depositi sedimentari da tsunami), appartenenti a maremoti molto potenti occorsi nella regione di Sendai con cadenza pari a circa 900 anni in un arco temporale di 4.000 anni all’incirca. Per ironia della sorte lo studio terminava con un monito degli autori sulla zona e sulla pericolosità che correva.

Depositi sedimentari dove è possibile distinguere un livello di tsunamite, appartenente a un grande terremoto del passato.
Depositi sedimentari dove è possibile distinguere un livello di tsunamite, appartenente a un grande terremoto del passato.

Altri studi del genere sono avvenuti lungo le coste occidentali degli Stati Uniti d’America, nelle Filippine, nelle Sonda e in Indonesia. I risultati sono allarmanti: con un range temporale che varia tra i 200 e i 700 anni di cadenza, queste zone, affermano i paleosismologi, sono state colpite sistematicamente da grandi onde di maremoto negli ultimi 5.000 anni.

Purtroppo non si può affermare, per una data zona, se tale tsunami avverrà fra trenta secondi o trent’anni. Che si può fare? Niente! Siamo sette miliardi sulla Terra e abbiamo volutamente insediato le zone costiere di tutto il mondo, creando una situazione senza uscita per miliardi di persone.

Ne stiamo pagando già le conseguenze.

Aaronne Colagrossi

Isole Tremiti: perla geologica del mar Adriatico.

 

Io considero l’arcipelago delle isole Tremiti una magnifica “perla nel mare Adriatico” (parafrasando il grande Emilio Salgari) non solo perché si trova a due passi da casa mia (Campobasso), ma anche perché ho avuto modo di apprezzarlo sia sopra sia sotto il mare, grazie alla mia passione per la subacquea, che trova in queste acque notevoli punti di immersione, innamorandomene letteralmente da ormai parecchio tempo.

L’arcipelago delle tremiti, geograficamente, si avvicina maggiormente alla linea costiera italica, anziché a quella balcanica. Nel suo complesso, questo gruppo di isole dista circa undici miglia nautiche dalla costa pugliese e ventiquattro da quella molisana. L’arcipelago è composto da sei isole: San Nicola (sede storica), San Domino (la più grande del gruppo di isole), Capraia (detta anche Capperaia, proprio per la presenza del noto Capparis spinosa), il Cretaccio (isolotto molto piccolo, ma dai colori magnifici), la Vecchia (un grosso scoglio adiacente all’isolotto del Cretaccio) e l’isola di Pianosa. Quest’ultima è posta verso nordest, verso il mare aperto, e ha una forma pressoché tabulare. A Pianosa sono vietate molte attività (previa eventuale autorizzazione), come la balneazione e le immersioni subacquee, a causa della presenza nei fondali di ordigni bellici risalenti al secondo conflitto mondiale.

Geologia, escursionismo e curiosità.

L’arcipelago delle Tremiti, di natura prevalentemente rocciosa, in particolare di tipo sedimentario, appartiene a lembi isolati della cosiddetta piattaforma apula. La sequenza stratigrafica completa purtroppo non appare in maniera continua tra le isole e, quindi, l’osservazione e lo studio della stessa non è molto agevole. Negli anni passati autorevoli geologi e paleontologi hanno avuto grosse difficoltà nell’interpretazione dei vari pezzi del puzzle e, tuttora, alcuni meccanismi geologici non sono del tutto chiari.

Isola di San Nicola vista da San Domino.

Il mio articolo vuol essere solo una leggera introduzione geo-paleontologica a questo magnifico arcipelago che, mi auguro, possa anche invogliarvi a visitarlo, magari evitando l’alta stagione (agosto), e preferendo i periodi tardo primaverili, o inizio autunnali, che vi permetteranno di ammirarne la bellezza con maggiore tranquillità. I migliori punti di osservazione della successione geologica sono, come anche in altri posti, le falesie. Alle Tremiti, queste pareti scoscese di roccia raggiungono un’elevazione consistente di parecchie decine di metri nonché un’inclinazione di parecchi gradi, dove osano avventurarsi solo le berte maggiori nei periodi di nidificazione.

Scoglio dell’Elefante.

Girovagando tra le isole (meglio iniziare da San Domino per poi andare a San Nicola) si distinguono innanzitutto i depositi olocenici di spiaggia, poi i detriti torrentizi (in cui si sono rinvenuti fossili di mammiferi quaternari) e i detriti di falda, cui seguono i depositi pleistocenici (più antichi) di loess. Il loess è un sedimento limoso giallastro di natura eolica, principalmente derivante dal clima secco periglaciale da steppa.

Nelle isole il deposito di loess sembrerebbe ricco di quarzo eolico, il che suggerirebbe un’ampia emersione delle piane oggigiorno sommerse a causa dell’abbassamento del livello marino nei periodi glaciali freddi. Altri depositi pleistocenici presenti sono dei crostoni rocciosi che, nella letteratura specialistica, vengono ascritti alla successione di varie fasi climatiche aride. In queste associazioni litologiche sono stati rinvenuti anche alcuni manufatti litici che rivelano la frequentazione umana delle isole in epoche preistoriche.

Formazione Cretaccio – Isola di San Domino (Nord).

Le rocce più antiche dell’arcipelago affiorano sull’isola di San Domino, con la formazione rocciosa del Bue Marino; si tratta di dolomie calcaree e calcareniti organogene con abbondanti resti di coralli, di echinidi, di briozoi e di crinoidi. In letteratura questa formazione viene ascritta al paleocene superiore (circa 58 milioni di anni fa) ed è attribuita a un ambiente di tipo laguna interna (aree di retro scogliera corallina).

A questa successione sedimentaria ne segue una più recente (geologicamente parlando) che viene ascritta all’eocene inferiore (circa 55 milioni di anni fa). Si tratta della formazione di Caprara; queste rocce (dolomiti microcristalline) affiorano pochissimo e sono di difficile identificazione, anche per la quasi sterilità in macrofossili. Una caratteristica peculiare è comunque l’evidenza di sedimentazioni scompaginate, tipiche di aree in cui avvenivano frequenti frane sottomarine; quindi probabilmente l’ambiente di formazione era nelle aree di scarpata continentale.

Isola Capraia vista da San Nicola.

Una curiosità: le famose calette delle isole Tremiti (ambite dai subacquei e non solo…) pongono la loro origine nell’attività tettonica che ha interessato le rocce delle isole, in particolare nelle direttrici nordovest-sudest. Il moto ondoso scarica la propria energia principalmente su questi punti rocciosi più deboli, creando queste forme morfologiche veramente particolari di cui, un famoso esempio, è Cala Tramontana.

Proseguendo verso l’alto della colonna stratigrafica (terreni più recenti, insomma) si incontra la formazione di San Domino (molto ben esposta nei settori occidentali dell’omonima isola). Sostanzialmente questa successione rocciosa è la vera spina dorsale dell’arcipelago (compone anche l’isola di Pianosa). I paleontologi la ascrivono, in letteratura, all’eocene medio inferiore (tra i 40 e i 47 milioni di anni fa); si distinguono nettamente dolomie cristalline, calcareniti cristalline, calcareniti a nummuliti (un macro foraminifero) e, infine, calcari organogeni biocostruiti (barriere coralline fossili). In queste rocce è possibile distinguere (cosa non sempre facile) i seguenti fossili: briozoi, litotamni, alghe corallinacee, macroforaminiferi (come assiline e discocicline), molluschi vari, crinoidi ed echinidi.

Isola Cretaccio vista da San Domino.

Nella spiaggia di San Domino (unica degna di tal nome) si riscontra il contatto trasgressivo con la formazione rocciosa del Cretaccio (irregolare su superficie di esposizione carsificata). Queste rocce sono quelle che affiorano maggiormente nel dedalo di isole (specialmente sull’isola del Cretaccio) ma, soprattutto, anche lungo i fondali prospicienti l’arcipelago. La successione del Cretaccio (22 milioni di anni fa) è composta da doloareniti fossilifere (arenarie, da tenere a dure, a granulometria grossolana con elementi calcarei talvolta quarzosi), conglomerati torbiditici (le correnti di torbida generano una sequenza ben precisa che noi geologi chiamiamo sequenza di Bouma, dal nome del geologo olandese Arnold Bouma, scomparso nel 2011) e da marne (anch’esse riccamente fossilifere).

Vari denti di squalo fossili rinvenuti alle Tremiti.

Questa formazione rocciosa è quella che mi ha affascinato di più, in particolare per i colori che variano dal giallo al rosso (settore settentrionale dell’isolotto del Cretaccio), ma specialmente per la presenza di denti di squalo fossili (un esempio nella foto).

In genere i denti di squalo sono il fossile di vertebrato relativamente più comune. Ad ogni modo i denti ritrovati (grandezza massima di un centimetro) appartenevano tutti a esemplari molto giovani e mancavano di radice. Su cinquanta dei reperti rinvenuti sono riuscito a identificare solo i generi Odontaspis e Isurus con certezza e quattro denti probabilmente ascrivibili al Parotodus benedeni (Le Hon, 1871), ovvero il falso mako (squalo che raggiungeva anche i nove metri di lunghezza con un peso di circa quattro/cinque tonnellate). Non tutti sanno che i reperti fossili di questa specie sono abbastanza rari in tutti i giacimenti del globo. Altri fossili presenti in queste antiche rocce sono i pettinidi e gli ostreidi, che si ritrovano in livelli fossiliferi molto fitti. La famosa composizione rocciosa dell’Elefante è costituita dalle rocce suddette.

Immersione nella zona di Punta Secca.

Altra curiosità per gli amanti della subacquea: correnti permettendo, è consigliabile fare almeno un’immersione all’estremità orientale dell’isola di Capraia (Punta La Secca). Sul pianoro sommerso della falesia fino al drop (composto dalla formazione del Cretaccio), le guide locali vi porteranno in un magnifico mondo sommerso in una di quelle immersioni che vengono definite tra le più belle del Mediterraneo. In quanto non manca nulla della fauna e della flora mediterranea.

In quest’area l’immersione forse più bella, ma impegnativa, definita “Gli Archi”, si sviluppa a partire dai 30 metri circa, con pareti foderate da magnifici rami di gorgonie. A circa 48 metri si possono osservare le porzioni superiori di due archi naturali di roccia davvero imponenti, che si spingono fino a circa 60 metri di profondità. Le pareti e il fondo sono ricoperti di gorgonie multicolori e, a circa 54 metri, vi è una piccola colonia di corallo nero (Antipathella subpinnata) e una di “falso” corallo nero (Gerardia savaglia) a circa 50 metri. Ad ogni modo durante l’immersione è possibile osservare aragoste, musdee, cernie nonché predatori come ricciole e dentici. Punta Secca è quindi un immersione subacquea altamente consigliata per tutti gli appassionati.

P.S. Un esemplare di falso corallo nero presente alle isole Tremiti (sito d’immersione “Galapagos“) è stato stimato di un’età non inferiore ai 2500 anni (a una profondità di 48 metri).

Scoglio dell’Architiello.

L’ultima formazione rocciosa che oggi voglio descrivervi è quella dell’isola di San Nicola. Essa affiora esclusivamente sulla parte sommitale dell’isola omonima (al tetto della serie, quindi), risulta trasgressiva sulla precedente (formazione del Cretaccio) e viene ascritta, anche se con molti dubbi, al pliocene (4.5 milioni di anni fa). Risulta composta da dolomie fossilifere, calcari dolomitici (anch’essi fossiliferi) e calcareniti organogene.

Versante orientale dell’isola di San Nicola.

Al termine di questo mio veloce reportage geologico delle isole Tremiti, desidero ringraziare il piccolo Giacomo Turtù, per l’occhio attento nel riconoscere i denti di squalo, e l’amico Paolo Smargiassi per la pazienza durante le nostre operazioni geologiche. Ringrazio anche tutti i miei amici subacquei con cui ho condiviso queste magnifiche isole e le avventure nei suoi abissi. 

Un ringraziamento particolare al sito ocean4future.org

Aaronne Colagrossi

Il grande squalo Megalodon.

Breve storia degli squali.

Gli squali sono considerati tra le creature più antiche che abbiano mai vissuto sul nostro pianeta. I reperti fossili di questi animali sono circa tre volte più vecchi di quelli dei dinosauri, nonché quasi cento volte più arcaici rispetto all’intero percorso evolutivo seguito dallo stesso genere Homo.

L’albero genealogico dei Condritti (o anche Condroitti) si erge maestoso nel lungo percorso della storia naturale per un periodo di circa quattrocento milioni di anni. Forme primitive di squali nuotavano sinuose nei fiumi e negli oceani primordiali, ancor prima che gli insetti prendessero il volo e persino molto prima che le piante avessero di fatto colonizzato interamente tutti i continenti.

Cenni storici museali.

Nel corso del Novecento, in particolare la prima metà del secolo, la continua ricerca da parte dei musei di tutto il mondo nel gigantismo in molte specie animali, non escluse gli squali da questa indagine, forzata (a mio parere!).

Fu in questo periodo che il Carcharocles megalodon (o Carcharodon megalodon) divenne una celebrità tra i fossili, nonostante la specie fosse stata descritta nel 1843 dallo scienziato svizzero Agassiz e i denti fossero conosciuti già da molto tempo in numerose collezioni del mondo, soprattutto italiane.

Il grande squalo Megalodon
Museo di storia naturale di New York. Ricostruzione del professor Dean, sovradimensionata di 2/3 volte.

Tuttavia quando furono montate alcune mascelle, in maniera errata oltretutto, le platee di tutto il mondo tremarono di fronte a questo squalo gigante esposto nelle sale museali, dove le sue mascelle imponenti troneggiavano insieme agli scheletri dei dinosauri.

Sistematica e distribuzione mondiale dei fossili.

Il Carcharocles megalodon (come tutti gli squali estinti d’altronde) è conosciuto solo per i denti fossili, spesso di dimensioni enormi (e rare vertebre), ritrovati nelle successioni rocciose di origine marina del Miocene e del Pliocene su tutto il globo. I primi resti fossili di questo neoselace (ovvero gli squali moderni), appartenente al genere Carcharocles, risalgono al Paleogene inferiore, ma è nel Neogene (tra 2.5 e 23 milioni di anni fa) che questa creatura mastodontica ebbe la sua massima diffusione.

Il grande squalo Megalodon
Carcharocles megalodon, Sudafrica. 11 cm. Collezione personale (A. Colagrossi).

Carcharocles megalodon era in sostanza cosmopolita nel Miocene medio-superiore e quasi sempre accompagnato, nei registri fossili, da Isurus hastalis (anche Cosmopolitodus h., un attivo mako predatore), tanto che lo scienziato Leriche, nel 1926, affermò che l’associazione di questi due squali fossili caratterizzava il Neogene marino di ogni parte del globo.

Nel mondo ci sono tantissime formazioni sedimentarie nelle quali è possibile rinvenire denti di squalo; nella California meridionale vi è addirittura una collina dedicata ai fossili di questi temuti vertebrati predatori, chiamata Sharktooth Hill (collina del dente di squalo).

Negli ultimi cinque anni sono state condotte analisi molto attente sui depositi fossiliferi e sugli aspetti sedimentologici, tanto che alcuni scienziati sono riusciti ad isolare i maggiori assembramenti di denti e ad affermare che la distribuzione di questi grandi squali nel mondo era davvero amplia; la specie era abbondante tra la latitudine di 56° nord e i 44° sud del globo.

I maggiori assembramenti fossili appartengono principalmente alle due Americhe, in particolare: Argentina, Cile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, Messico, Panama, Perù, USA (più che altro la California e gran parte degli Stati della costa orientale), Venezuela e Uruguay. Senza tralasciare molte isole dei Caraibi, comprese le piccole Antille orientali.

Il grande squalo Megalodon
Distribuzione geografica dei maggiori ritrovamenti fossili di Megalodonte.

L’area del Mediterraneo è ricchissima di fossili di Carcharocles megalodon: Italia, Austria, Belgio, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Francia, Germania, Malta, Olanda, Turchia, Polonia e Spagna.

In Asia, in particolare in Giappone, sono stati trovati tantissimi siti paleontologici a denti di squalo. Come anche il settore meridionale dell’Australia ne è ricco; ma anche entrambe le isole della Nuova Zelanda e le isole Fiji.

Tuttavia pare che nel Miocene inferiore, circa 23 milioni di anni fa, le popolazioni di questi grandi squali erano distribuite prevalentemente nell’emisfero settentrionale, soprattutto nel mar dei Caraibi e nel Mediterraneo (oceano Tetide centro-occidentale). Tra i 13 e i 5 milioni di anni fa, invece, il Carcharocles megalodon divenne cosmopolita. Tuttavia gli scienziati sono certi che l’intera popolazione mondiale di megalodonti ebbe una decrescita (pari a circa il 20%) tra i 7 e i 5 milioni di anni fa, sparendo con un crollo quasi improvviso nel Pliocene.

Questi grandi squali vivevano in mari con temperature medie annuali comprese tra i 12° e i 27°C; questi dati sono basati su analisi paleoecologiche ben precise, fatte nei siti di ritrovamento dei maggiori assembramenti di denti.

Il grande squalo Megalodon
Carcharocles megalodon, Sudafrica. 7 cm. Collezione personale (A. Colagrossi).

Esistono tutt’oggi problematiche sulla nomenclatura del grande squalo megalodon.

Ciò in parte è dovuto alla natura dei singoli fossili, che cambiano colorazione e stato d’integrità in base al deposito roccioso nel quale sono inglobati, e allo stadio di crescita dell’animale (dimensioni variabili tra giovani e gli adulti), anche in areali molto prossimi.

La problematica principale va ricercata nella morfologia dentaria. Questa è apparentemente molto simile a quella del grande squalo bianco attuale, ma non uguale, e ciò ha generato attribuzioni al genere Carcharodon.

In particolare la vecchia concezione, secondo la quale il megalodon sia il diretto progenitore del grande squalo bianco attuale (Carcharodon carcharias), non troverebbe supporto proprio a causa della morfologia dei denti, diversi in molteplici aspetti. Le nuove linee di pensiero attribuiscono allo squalo il genere Carcharocles.

Il grande squalo Megalodon
Carcharodon carcharias, moderno squalo bianco, dente fossile. Sudafrica. 5.5 cm. Collezione personale (A. Colagrossi).

La comunità scientifica internazionale è però d’accordo che sia lo squalo bianco sia il C. megalodon, abbiano avuto un progenitore comune identificato nel genere Cretolamna (Cretaceo superiore), con ben sette specie fossili, documentate nel Nord America e nel Nord Africa; si trattava di un massiccio squalo predatore, lungo fino a circa quattro metri, che ebbe un buon successo evolutivo tra gli 85 e i 65 milioni di anni fa, quando scomparvero i dinosauri.

Il grande squalo Megalodon
Diagramma evolutivo.
Dimensioni e cibo.

In merito alle teorie sulle dimensioni del grande squalo megalodon queste sono molto variabili e, nel corso delle ultime decadi, prestigiosi scienziati da tutto il mondo si sono cimentati nell’ardua impresa, basandosi sull’accrescimento dello smalto (comparato anche ai denti di squalo bianco) e sulla larghezza della corona e della radice del dente (utilizzando i denti fossili più grandi mai ritrovati).

La maggior parte degli scienziati concorda sul fatto che il C. megalodon raggiungesse una lunghezza tra i 13 e i 19 metri, con una massa corporea variabile tra le 48 e le 80 tonnellate (questi dati sono relativi a esemplari adulti).

Il grande squalo Megalodon
Carcharocles megalodon comparato con un grande squalo bianco (Carcharodon carcharias).

Riguardo all’alimentazione le teorie abbondano e gli studiosi concordano oramai sul fatto che il megalodon avesse bisogno di grandi quantità di cibo per sostenere la sua massa corporea; ciò lo avrebbe certamente spinto a cacciare prede di grossa taglia come balene, altri mammiferi marini ricchi di grasso e grandi pesci pelagici (probabilmente anche altri squali). Molteplici ossa di balene fossili (vertebre caudali in particolare, lo squalo aggrediva l’organo propulsore della preda) mostrano segni inequivocabili di denti di squalo megalodon.

Il grande squalo Megalodon
Disegno a matita raffigurante un Carcharocles megalodon che attacca una balena misticeta. A. Pistillo, 2012.

Tuttavia, recentemente, in alcune formazioni mioceniche del Perù meridionale, risalenti a 7 milioni di anni fa, sono state ritrovate ossa di Piscobalaena nana; un tipo di balena misticeta, lunga all’incirca 6 metri (molto agile), le cui ossa riportano segni di denti di Carcharocles megalodon.

Gli scienziati che si occupano della pubblicazione scientifica hanno notato che i punti scheletrici in cui compaiono i segni dei denti del grande squalo sono: la mascella inferiore, le scapole e la coda.

Ciò farebbe propendere i ricercatori per un attacco diretto, mortale, da parte del grande predatore, in punti vitali di propulsione. Tuttavia non ne sono certi; il grande squalo potrebbe anche aver semplicemente divorato la carcassa. Nella stessa formazione sono state ritrovate anche ossa fossili di orca (agile predatore), di denti di altre specie di squali del genere Carcharocles e di grande squalo bianco (attivo predatore di mammiferi marini).

Estinzione, competizione e specie simili.

L’estinzione dei grandi predatori all’apice della catena alimentare è sempre di grande interesse in ambito ecologico; le domande sono ovvie, ma bisogna capire che in natura tutto ha un equilibrio, e persino un grande predatore perfezionato può estinguersi, se vengono a mancare determinati equilibri, o se entrano in gioco interferenze esterne, come accade ai nostri giorni con l’inquinamento e le attività umane di caccia e di pesca (come il depinnamento degli squali, per esempio).

Le cause di estinzione del C. megalodon sono molteplici ed estremamente complesse, poiché incorporano numerosi parametri, provenienti da parecchie branche scientifiche (meteorologia, paleontologia, ecologia, geologia, glaciologia, zoologia e oceanografia).

Il grande squalo Megalodon
Evoluzione degli squali moderni dal genere  Cretolamna del Cretaceo.

Nel corso degli ultimi decenni tanti scienziati hanno lavorato al tema e tuttora gli studi sono in pieno sviluppo.

La comunità scientifica internazionale ritiene che il raffreddamento di terre e mari (picco freddo di 2.8/2.5 milioni di anni fa), periodo durante il quale iniziarono le grandi glaciazioni quaternarie, cui seguì la diminuzione media delle temperature globali, un abbassamento medio del livello del mare e una diminuzione delle prede abituali, portarono all’estinzione i grandi squali megalodon.

Molti scienziati ritengono che fattori biotici abbiano avuto la meglio su quelli su citati ti tipo climatico: in particolare si evidenziano il collasso della popolazione di balene misticete e la comparsa di nuovi predatori (tra cui il grande squalo bianco e le orche).

In particolare quest’ultima teoria io la trovo molto interessante, poiché alcuni scienziati hanno ipotizzato che la comparsa di mammiferi marini del genere Orcinus (l’antenato dell’orca attuale) abbia contribuito in maniera evidente al declino del C. megalodon; perché questi mammiferi erano più intelligenti, molto più agili e, soprattutto, cacciavano in gruppo, come appunto le moderne orche.

Probabilmente la concomitanza del raffreddamento degli oceani, della diminuzione delle prede e, infine, della competizione con altri predatori (in questo caso più efficienti e con maggior successo evolutivo) come le orche, abbia causato l’estinzione del Carcharocles megalodon.

Qualcosa successe alla popolazione mondiale di questi squali giganti, ma cosa? La domanda è ancora senza risposta, sfortunatamente.

C’è da considerare anche il fatto che due cugini evolutivi del megalodonte, il Carcharocles chubutensis, un gigantesco squalo predatore di circa 12 metri di lunghezza, e il Carcharocles angustidens, un altro predatore di circa 8 metri di lunghezza, vivevano nello stesso periodo del megalodonte, nonostante C. angustidens sia il predecessore di C. chubutensis, che a sua volta lo è del megalodonte. Anche se alcuni scienziati nutrono dubbi su queste discendenze genetiche, poiché vivevano contemporaneamente durante tutto il Miocene.

Il grande squalo Megalodon
Comparazioni tra varie specie di squali fossili, tra cui il Carcharocles (Carcharodon) megalodon, il Carcharocles chubutensis (circa 12 mt) e il Carcharocles angustidens (lunghezza circa 9 mt – proposto come nuovo genere Carcharodes in base ai fossili della Nuova Zelanda).

Ad ogni modo le tre specie di squali erano in competizione per le medesime prede.

Tuttavia i ricercatori sono sicuri che il Carcharocles chubutensis aveva maggiori capacità di adattamento ambientale, rispetto al cugino megalodon. Anche la dentatura era diversa, infatti i denti del C. chubutensis erano diversi dall’arcata superiore a quella inferiore, in particolare quelli superiori erano molto più larghi e piatti rispetto ai denti della mascella inferiore (quasi come nei moderni mako); inoltre, rispetto al megalodonte, C. chubutensis aveva le cuspidi laterali in fase di fusione col dente (sia in esemplari giovani che adulti); questo è ritenuto un carattere antico, rispetto al più moderno megalodonte.

Il grande squalo Megalodon
Carcharocles chubutensis, fusione cuspidi laterali quasi completata, in C. megalodon la fusione è completa.

Alcuni anni or sono, in Nuova Zelanda furono ritrovati 165 denti e 32 vertebre in uno di quelli che è risultato uno dei migliori ritrovamenti di fossili terziari di grandi squali. Appartenevano a un enorme Carcharocles angustidens. Il grado di preservazione era talmente alto che qualche scienziato propose il nuovo genere “Carcharodes“, poiché si notavano tantissime somiglianze sia con il grande squalo bianco attuale (Carcharodon carcharias, comparso circa 16 milioni di anni fa) che con il Carcharocles megalodon. Il grande squalo fossile fu stimato con una lunghezza di 9.3 metri.

Il grande squalo Megalodon
Comparazione tra varie specie di squali fossili del genere Carcharocles.
Oggi.

Molti criptozoologi sono convinti del fatto che esista tuttora un piccolo numero di squali megalodon che sia riuscito a sopravvivere indenne a questi mutamenti; in particolare ai cambiamenti climatici, ma che semplicemente abbiano modificato i loro stili predatori, cacciando e vivendo negli abissi.

Il romanzo di Steve Alten, dal titolo Meg, ebbe molto successo. All’epoca il libro mi appassionò molto, nonostante i gravi errori paleontologici, soprattutto di stampo cronologico e comportamentale.

Personalmente mi affascina l’idea che da qualche parte, negli abissi profondi, si aggirino furtivi questi giganteschi squali, cacciando grandi animali come calamari giganti, o capodogli in immersione profonda.

Questo fascino per me è stato talmente forte che mi ha spinto a scrivere un romanzo nel 2012, [Leggi articolo].

Tuttavia bisogna comunque considerare che un romanzo è appunto una storia di fantasia, e non una prova scientifica, seppur ancorata a un elemento di realtà (il Carcharocles megalodon è l’elemento reale, in quanto fossile riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale).

La verità è che il Carcharocles megalodon è, purtroppo, estinto.

Aaronne Colagrossi.

Un grazie al sito OCEAN4FUTURE