Emilio Salgari: l’uomo che viaggiava da fermo

Emilio Salgari - Colagrossi

Salgari nasceva a Verona il 21 agosto del 1862, fu uno degli scrittori più iconici d’Italia. Regalò sogni a milioni di lettori, senza lasciare mai il Bel Paese

Emilio Salgari è considerato oggi uno dei tre moschettieri Best-Seller degli anni ottanta del 1800, insieme al toscano Carlo Collodi e al ligure Edmondo De Amicis. Dei tre Salgari è sicuramente il meno acculturato, ma il più prolifico di certo, con più di 200 opere tra romanzi e racconti.

Emilio Salgari - Colagrossi
Emilio Salgari

Lo scrittore veronese cominciò come giornalista di cronaca nera, nonché notista di politica estera su un quotidiano locale. Fu proprio in questo periodo che Salgari cominciò a spaziare con disinvoltura su località geograficamente lontane.

Il padre del futuro scrittore aveva un negozio di tessuti, ma Emilio non ne voleva sapere di rinchiudersi in una bottega. Tuttavia il giovanissimo Salgari a scuola non andava bene, eccetto che in storia, geografia e italiano. In compenso leggeva molto bene e a 16 anni scrisse il suo primo racconto d’avventura.

Le cugine veneziane ricordavano come il loro giovane parente, quando le visitava, raccontasse di viaggi appena compiuti in India e in Africa. Le cugine ridevano di lui, ma egli non si scoraggiò mai.

Presto divenne oggetto di scherno anche nella sua città, lo chiamavano “Salgarello” perché era basso e robusto; usava tacchi di tre centimetri. Lui perseverò, iniziò a tirare di scherma, vinse gare di nuoto e divenne anche presidente della società velocipedistica Bentegodi. Le sue stravaganze erano ormai ben note a tutti, fino al giorno in cui non si fece vedere con un turbante sormontato da un vistoso pennacchio…

Già da ragazzo Emilio Salgari era decisamente stravagante!

Come tutti i suoi coetanei, Emilio Salgari sognava viaggi che non avrebbe mai potuto fare; d’altronde era la moda dell’epoca. L’Italia era ancora un paese che viveva in bianco e nero, l’Unità era ancora dietro l’angolo della Storia. Sognare (magari a colori) era l’unico lusso che ci si poteva permettere.

Tanto per citare le cronache dell’epoca, l’ex militare, nonché famoso esploratore e giornalista Augusto Franzoj, ricevette ben 800 richieste da volontari, pronti a seguirlo in Amazzonia. Franzoj era appena rientrato da migliaia di chilometri percorsi in Abissinia, dove aveva anche conosciuto il poeta Rimbaud.

Emilio Salgari - Colagrossi

Tornando al nostro caro Salgari, perpetrò anche un’altra arte: disegnare. Lo faceva ovunque, persino sui polsini delle camicie. I suoi soggetti preferiti erano vascelli con le vele spiegate e i cannoni che sparavano palle di ferro seguite da nuvole di fumo: Emilio voleva le battaglie sul mare, che lo avrebbero reso celebre.

Emilio Salgari colse quello che gli italiani volevano essere…

Impiegò dieci anni della sua vita per farsi un nome, per diventare il padre di Sandokan, del Corsaro Nero e di tanti altri personaggi leggendari tratti dai suoi racconti. Salgari colse quello che gli italiani volevano essere!

Su alcuni giornali locali pubblicò due feuilleton (romanzi d’appendice). Il secondo di questi racconti, La Tigre della Malesia, vedeva un feroce pirata malese in guerra totale contro gli inglesi dominatori; tutto per vendicare dei gravi torti familiari. Sandokan era (ed è) un personaggio per adulti, cruento, grondava sangue letteralmente, ma piaceva proprio per quello.

Di Sandokan si diceva: “Ama succiare le cervella dei nemici uccisi”

Come ben sapete, Salgari divenne ben presto una macchina di produzione di romanzi e racconti, davvero irrefrenabile. Rispondeva alle esigenze del pubblico con naturalezza straordinaria. Riusciva a a pubblicare finanche quattro romanzi all’anno, senza contare i racconti.

La sua prolificità non andò, però, in accordo con la sua famiglia numerosa. Infatti fu costretto a svendere i suoi testi agli editori. Il povero Salgari non riusciva a vivere oltre la realtà virtuale che aveva creato egli stesso. Lo scrittore veronese viveva in scenari fantasiosi, immaginari, ma verosimili al tempo stesso, che costruì mese dopo mese.

Emilio Salgari - Colagrossi
La famiglia Salgari

La sua fervente immaginazione, prorompente come un fiume in piena, venne alimentata da un costante approvvigionamento di informazioni enciclopediche. Faceva parte anche del positivismo italiano di inizio secolo.

Agli inizi del 1900 tutto sembrava non avere più segreti, qualsiasi cosa poteva essere descritta e classificata, quindi governato, se vogliamo.

La fantasia di Salgari non aveva limiti

Emilio Salgari era così bravo a inventare personaggi stravaganti, che usò persino egli stesso per il personaggio di uno scrittore giramondo. Nonostante la bocciatura per la patente di capitano marittimo mercantile, scrisse di suo pugno una nota biografica a un editore. Nella nota dichiarò di essere entrato a quattordici anni nel Regio Istituto Nautico di Venezia, dove aveva conseguito la patente suddetta.

Emilio Salgari - Colagrossi

Ecco cosa dichiarò: “Ho solcato come ufficiale quasi interamente tutti gli oceani, spinto da una insaziabile curiosità e con la mira soprattutto di dare anche al mio paese quella letteratura che aveva dato fama a Jules Verne e tanti altri autori, e che ancora manca all’Italia. Per sette anni navigai, tutto osservando, studiando, facendo ovunque escursioni all’interno delle terre e delle isole, usando tutti i mezzi di locomozione possibili, su usi, costumi, sulla fauna e sulla flora dei vari paesi. Dall’equatore ai mari polari, tutto ho veduto e osservato”.

A questa fandonia del viaggiatore ci crederà fino alla fine anche la moglie, cui Emilio si firmava Selvaggio Malese nelle sue lettere d’amore. A Verona lo prendevano in giro per questa mania. Al contrario di autori come Conrad, Kipling, London (che avevano vissuto realmente avventure in luoghi lontani), o persino Jules Verne (che navigava su uno yacht privato), Salgari aveva preso parte ad un unico viaggio come mozzo sino a Brindisi, per tre mesi su un’imbarcazione di dodici metri che rischiò pure di naufragare in Dalmazia.

Un collega giornalista lo derise in pubblico per questa sua mania del falso comandante. Salgari lo sfidò a duello, ferendolo al primo assalto e lasciando una marcata voglia di finirlo. Forse si pose la domanda: sarei disposto ad uccidere per preservare questa fandonia? Non lo sapremo mai!

Emilio Salgari - Colagrossi

Il 3 aprile 1897 la regina Margherita di Savoia insignì Emilio Salgari del titolo di Cavaliere, per aver “istruito dilettando” i giovani italiani. Tuttavia il titolo a cui lo scrittore tenne di più negli anni fu quello auto-conferitosi di Capitano, con cui firmava le lettere.

Si firmava col titolo di capitano

Per due anni si trasferì a Genova (vi nacque anche Il Corsaro Nero), dove sovente si recava al porto, per parlottare con i marinai dei carghi. In genere veniva accolto come un lupo di mare, visto che conosceva i porti di tutto il mondo e aveva competenze marinaresche di alto livello. Insomma: quello che non aveva potuto vedere con i propri occhi, lo aveva assorbito in biblioteca, consultando enciclopedie, trattati di botanica, di zoologia, memoriali e resoconti.

Emilio Salgari - Colagrossi - Genova
Emilio Salgari a Genova, vestito da marinaio

Salgari era abbonato al Giornale illustrato dei viaggi e delle scoperte, edito da Sonzogno al prezzo di cinque centesimi di lire a numero. Lo scrittore veronese voleva esaudire “il bisogno fattosi generale di conoscere quello che s’agita in tutte le parti del nostro globo”.

Naturalmente anche altri scrittori dell’epoca non avevano mai mosso un dito fuori dall’Italia, all’epoca non era così semplice affrontare un viaggio. I lettori inoltre non volevano accuratezza scientifica, ma incantarsi e rimanere stupefatti di un mondo lontano.

Emilio Salgari racconta di palombari in lotta con piovre giganti, di esquimesi al polo mentre cacciano balene, dei negrieri del Sahara, dei deserti australiani, delle cacce al condor in Cile, del duro mestiere dei pescatori di perle, della tragedia del cutter Eagle (in rotta verso Barbados).

Le descrizioni del “capitano” sembrano fotografie, come ne Il Corsaro Nero

Ne Il Corsaro Nero (uno dei miei preferiti) c’è questo passaggio che ha un che di poetico, e sembra quasi scaturire dal ricordo di un’emozione personale più che da un dato semplicemente scientifico.

Eccolo: “Sotto i flutti, strani molluschi ondeggiavano in gran numero, giuocherellando fra quell’orgia di luce. Apparivano le grandi meduse; le palegie simili a globi luminosi danzanti ai soffi della brezza notturna; le graziose melitee irradianti bagliori di lava ardente e colle loro strane appendici foggiate come croci di Malta; le acalefe, scintillanti come se fossero incrostate di veri diamanti; le velelle graziose, sprigionanti, da una specie di crosta, dei lampi di luce azzurra d’una infinita dolcezza, e truppe di beroe dal corpo rotondo e irto di pungiglioni irradianti riflessi verdognoli.”

Emilio Salgari - Colagrossi
Statua di Emilio Salgari a Verona

In casa lo scrittore aveva una grossa cassa piena di schede prelevate dalle biblioteche, da cui attingeva per le sue opere, senza precludersi nessuna location sul globo, come dimostrano i suoi numerosissimi romanzi.

Emilio Salgari aveva migliaia di schede naturalistiche…

Nelle sue schede c’era di tutto: dagli insetti, alle scimmie, ai gasteropodi. Egli legge di insetti fosforescenti americani, delle tempeste di sabbia in Islanda, delle spugne perforatrici, del nautilo marino. Persino la flora, con Emilio Salgari, si eleva a ruolo primario e non solo decorativo.

Emilio Salgari - Colagrossi
Salgari (sx) con l’amico scrittore Luigi Motta, che per gran parte della vita lo imitò, ricevendo però più soddisfazioni economiche del maestro.

Nessuno dei suoi lettori sospetta che l’autore non abbia mai nemmeno lontanamente provato il delizioso Durion, che produce una crema al profumo di mandorle, né gustato la carne del babirussa, né del porcellino a zanne ricurve. Salgari riesce a stupire parlando del cavolo palmizio, o degli alberi del pepe e del pane, delle nepenti carnivore, o delle lucertole che planano da un Pinang all’altro.

Non mancarono le corbellerie, in molti suoi racconti, come le tigri del Borneo; infatti le ultime in questa regione si estinsero al termine del Pleistocene, più di diecimila anni fa. Ma le tigri salgariane sono emblemi immortali, protagoniste dell’eterna lotta tra il Bene e il Male.

A modo suo è stato comunque un genio

Leggere in adolescenza un romanzo di Emilio Salgari era (ed è tuttora) come fare un corso accelerato di Scienze Naturali e di Nautica. Lo scrittore riceveva spesso lettere di genitori spaventati poiché i figli si erano messi strane idee in testa, spronati dalle sue avventure; lui voleva incitare i ragazzi all’azione e all’ardimento.

Emilio Salgari - Colagrossi

Senza esserne consapevole, Salgari era stato un genio del marketing romanzesco dell’epoca. Le estati lunghe e vuote venivano colmate dai ragazzi leggendo le sue avventure. L’automobile era un lusso costosissimo e il cinema era agli albori.

Emilio Salgari ha commosso e coinvolto anche scrittori famosi: D’Annunzio, Pavese, Bobbio, Eco. Addirittura Ernesto Che Guevara divenne antimperialista grazie ai romanzi di Salgari, ne lesse sessantadue, di opere.

Usando semplicemente la parola, Emilio Salgari ha viaggiato in lungo e in largo, lasciando correre l’immaginazione verso confini dove pochi si erano spinti.

Ma il lato oscuro era dietro l’angolo, in attesa come una delle sue fiere della giungla. Dopo che la salute mentale della moglie capitolò, Emilio iniziò una fase di declino, complice anche la situazione economica familiare, degradata da ormai parecchi anni.

“A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna.”

La mattina del 25 aprile 1911 lo scrittore usci di casa, a Torino, lasciando tre lettere sullo scrittoio. Una agli editori, una ai direttori dei giornali e l’ultima ai quattro figli. A questi ultimi dichiarò di essere un vinto e li avvisava dove recuperare il cadavere del loro padre.

Una ragazza trovò invece il corpo dello scrittore, nella mano stringeva ancora il rasoio, col quale si era aperto il ventre e la gola, come fosse stato un samurai nel suicidio rituale del seppuku.

Gli occhi erano rivolti al sole, verso la sua ultima alba.

Aaronne Colagrossi

Scopri la mia trilogia di romanzi sui pirati su www.colagrossiromanzi.it

Vedi la presentazione dei miei romanzi sulla pirateria
http://www.aaronnecolagrossi.com/presentazione-trilogia-dei-pirati/

Emilio Salgari - Colagrossi

Nota Bene. Questo pezzo è tratto per gran parte da un articolo apparso su National Geographic Italia e redatto da Ernesto Ferrero, scrittore di cui consiglio vivamente le sue opere, una la trovate nel link in alto.

Recensione: Avventure nel Mar Rosso

Intervista a cura di Andrea Mucedola. Tratta interamente dal sito http://www.ocean4future.org

D – Aaronne, ci conosciamo ormai da qualche anno, in occasione del tuo primo libro sul Megalodonte. Puoi parlarci di questa nuova opera, Avventure Nel Mar Rosso?

R – La subacquea è un qualcosa da cui non riesco a separarmi, e spero di non farlo mai. Qualche anno fa cominciai a fantasticare su un racconto di stampo mare\subacquea. Avventure Nel Mar Rosso è un diario di viaggio, quindi si può collocare nella letteratura di Viaggio nel più ampio senso del termine.

Nel 2017 ebbi l’opportunità di partecipare a questa crociera che avrebbe toccato le isole Brothers, Daedalus Reef ed Elphinstone Reef. Il mare, l’elemento su cui noi ci muoviamo (e scendiamo) ci regala sempre emozioni fortissime, a tutti i suoi visitatori, e questa è stata una grande avventura per me, il Mar Rosso è davvero un posto magico. Dovevo scriverne un libro, ma una storia vera. Scrissi il libro su un taccuino interamente in Egitto, tra un’immersione e l’altra; al mio rientro a Roma, la prima bozza del libro era praticamente pronta.

In realtà il primo giorno ero ancora indeciso se scrivere questo libro oppure no. La risposta arrivò nelle successive immersioni, quando incontrai un grande squalo martello smerlato, una femmina di tre metri e mezzo, magnifica. In quella immersione capii che era una storia da raccontare, in qualche modo.

Insomma è una grande avventura del mare!

Scalopped Hammerhead
Pesce martello smarleto – Scalopped Hammerhead – Small Brother Island

D – Quanto tempo hai impiegato a scrivere questo libro? Quale ambiente preferisci per scrivere?

R – Come ho detto la prima bozza la scrissi in meno di dieci giorni, a penna su taccuino. Ma il lavoro di digitalizzazione, riconoscimento specie, correzione bozze, editing, gruppo di lettura, ecc, mi ha portato via quasi un anno. Quando scrivo devo ascoltare musica, per immergermi nel mio mondo. Non ho particolari posti preferiti, come ho detto questo libro l’ho scritto in mare, quindi anche ambienti scomodi. Se una persona ha desiderio di scrivere lo fa in qualunque posto.

D – Come definiresti lo stile di questo libro?

R – Il libro mantiene un tono molto leggero e avventuriero, tuttavia ho curato molto il riconoscimento di tutte le specie marine che ho avuto modo di incontrare nel corso delle immersioni e le descrizioni della vita di bordo, o i dettagli nautici reali di questa avventura.

Equipaggio
I ragazzi dell’equipaggio si rilassano dopo una dura giornata

D – Inizia a raccontare.

R – Mar Rosso, la nostra imbarcazione salpa per una crociera subacquea, una vera avventura sotto il mare che ci porterà in contatto con gli squali, le meravigliose creature degli oceani, minacciate anche in questi perigliosi lidi. Gli squali sono i predatori all’apice di questa catena alimentare tropicale, dove vivono migliaia di specie animali, che avremo modo di apprezzare. Queste lontane isole sono dimora anche di relitti e fari leggendari.

D – I personaggi sono reali o inventati?

R – Più che reali: i personaggi sono tutti sub e amici della scuola H2O ScubaLibre Dive di Pescara, in Abruzzo. Le uniche cose che ho cambiato (per motivi di privacy) sono i nomi delle guide egiziane e quello dell’imbarcazione che ci ha portato in quelle lontane isole.

Carcharhinus longimanus
Carcharhinus longimanus – Squalo oceanico a punte bianche – Deadelus Reef

D – A chi è dedicato? E, soprattutto, a chi è rivolto questo libro?

R – È dedicato al mio amico e istruttore subacqueo Marco Turtù, di Pescara, uno dei protagonisti nel libro. Questo è un libro per il grande pubblico, ma può essere apprezzato da tutti coloro che nutrono passione per il mare, o nello specifico da subacquei. Magari anche persone che vorrebbero visitare quei luoghi per delle immersioni, quindi potrebbe essere anche una guida, se vogliamo.

D – Se dovessi consigliare una colonna sonora da scegliere come sottofondo durante la lettura del tuo libro, cosa sceglieresti? Progetti per il futuro, altri libri in cantiere?

R – Penso che si adatti bene la musica New Age, magari gli Enigma. Sto scrivendo un romanzo sulla Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico. È un progetto lungo, al quale sto lavorando da due anni, probabilmente ne pubblicherò due libri poiché la storia narrata è complessa e lunga, intrecciandosi con i giapponesi che avanzano nel Sud Est Asiatico e gli americani che danno battaglia sul mare.

murena Avventure nel Mar Rosso
Murena – Panorama Reef

Ci hai convinti Aaronne… lo aspettiamo con impazienza …

Daedalus Reef
Faro di Daedalus Reef

Per acquistare il libro su amazon.it clicca in basso

1588 – L’Invincibile Armata

Tra Spagna e Inghilterra non è mai corso buon sangue, mai come alla fine del XVI secolo. I rapporti tra Filippo II di Spagna (detto anche “Il Prudente”) ed Elisabetta I (detta anche “Regina Vergine”) erano ormai molto tesi in quel periodo, i rapporti peggiorarono a partire dal 1585.

La tensione era altissima

Uno dei motivi della tensione tra le due grandi potenze era di natura religiosa. Filippo era un cattolico convinto, Elisabetta era protestante e aveva già ricevuto la scomunica di Papa Pio V.

La goccia che fece traboccare il vaso fu però di natura economica. Elisabetta aveva concesso alla ricca borghesia inglese il diritto di assoldare pirati e mercenari vari per assalire e derubare le navi di nazionalità straniere, specialmente quelle spagnole e portoghesi. I corsari inglesi battevano continuamente le acque intorno all’Inghilterra, dominio degli spagnoli, che godevano di un periodo molto favorevole alla navigazione commerciale, così come i portoghesi.

L’Invincibile Armata salpa da Lisbona per invadere l’Inghilterra

Nel biennio 1585-1586, però, i corsari inglesi depredarono moltissime navi iberiche. Fu così che nel maggio 1588, Filippo II di Spagna radunò la sua Invincibile Armata, di denominazione reale Grande y Felicisima Armada.  130 navi, quasi 30.000 uomini e circa 2500 cannoni. Filippo voleva il trono inglese.

Un progetto ambizioso

Il progetto originario di Filippo di Spagna prevedeva 500 navi, le quali sarebbero salpate da Lisbona alla volta delle Fiandre, qui sarebbe stato imbarcato un potente esercito di coalizione, il quale avrebbe sbaragliato la tanto odiata Elisabetta. Tuttavia le frequenti incursioni del grande corsaro sir Francis Drake lungo la penisola iberica e nei Caraibi, non avevano permesso a Filippo la realizzazione del progetto.

Filippo aveva programmato l’attacco per il 1587, ma l’improvvisa morte del comandante della flotta fece rinviare la battaglia al maggio dell’anno successivo. Anche questo secondo tentativo fallì, a causa di una potente tempesta: la flotta spagnola dovette riparare in Galizia, a leccarsi le ferite.

Il 22 giugno, nel porto della Coruña, sulle coste atlantiche della Spagna, la flotta dell’Invincibile Armata salpò nuovamente per l’Inghilterra. L’intenzione era di invaderla.

Un quadro raffigurante la battaglia sulle coste del Devon

Passarono molti giorni di navigazione, nonché di analisi strategiche da parte dei comandanti iberici. Gli inglesi contavano 200 navi, ormeggiate a Plymouth, tra cui spiccavano tre vascelli da guerra degni di nota. Questi erano l’Ark Royal da 38 cannoni comandata da lord Effingham, la Revenge da 36 cannoni, comandata da Drake e la Victory da 44 cannoni, comandata dal pirata Hawkins.

Un primo scontro avvenne a fine luglio, quando la flotta di Spagna superò il Devon e si scontrò con gli inglesi. Differenze nella tattica spagnola di abbordaggio e in quella inglese fece capire agli spagnoli che le cose non sarebbero state così semplici. Le navi inglesi erano più agili e veloci. Inoltre i cannoni inglesi erano molto più efficienti di quelli spagnoli, sia come tempi di ricarica sia come precisione di tiro.

Le tattiche inglesi furono più rapide

Il 6 agosto l’Invincibile Armata di Spagna riuscì ad arrivare a Calais per caricare le truppe dell’esercito che avrebbe dovuto invadere il suolo inglese. A causa di ritardi e impedimenti dei bassi fondali, ciò non avvenne.

Gli inglesi lanciano i brulotti incendiari per disperdere le navi spagnole

Nella notte tra il 7 e l’8 agosto del 1588, la battaglia navale entrò nel vivo. Le navi incendiarie inglesi, i brulotti, dispersero gli spagnoli. Questi si resero conto che la situazione stava volgendo al peggio per la loro grande Armata, così i comandanti decisero di riparare nella Manica e rientrare in Spagna per riorganizzare l’attacco.

A causa dei venti contrari nella Manica la flotta di Spagna dovette circumnavigare l’Inghilterra e l’Irlanda.

Il nemico meteo era dietro l’angolo

L’Invincibile Armata spagnola fu colta da una tempesta potentissima sulla via del ritorno, in prossimità della Scozia, che durò cinque giorni e seminò le coste scozzesi di morte e sangue. Molte navi di Filippo furono scaraventate sulle coste rocciose e molte altre furono danneggiate.

Terminata la bufera, la flotta ripartì alla volta della Spagna. Alcuni giorni dopo, in Atlantico, la flotta fu colta da una seconda tempesta, che fece affondare molti vascelli, già pesantemente lesionati in Scozia.

L’Invincibile Armata circumnaviga le isole inglesi

Alla fine di settembre, dopo l’ennesima tempesta, quel che rimaneva dell’Invincibile Armata, raggiunse le coste spagnole, con un bilancio a dir poco catastrofico: metà dei 30.000 uomini non fece più ritorno a casa, sia per la battaglia contro gli inglesi sia per le due tempeste. Delle 130 navi solo 8 furono affondate dagli inglesi, 65 affondarono nel corso delle tempeste.

Quella che doveva essere una ritirata strategica si era trasformata in una sconfitta senza precedenti.

Aaronne Colagrossi

Per i miei romanzi sul mare visita www.colagrossiromanzi.it

Cristoforo Colombo e l’alleato “meteo”

Il tempo meteorologico è stato per il grande navigatore genovese un prezioso alleato. Tutti noi sappiamo che lo scopo di Colombo era quello di raggiungere le “Indie” navigando verso ovest, sfruttando la sfericità della Terra.

La perspicacia del navigatore italiano era davvero notevole, egli non poteva sapere, però, che in mezzo ci fosse il continente americano; senza questo le caravelle della spedizione spagnole sarebbero davvero potute giungere sino in Cina, attraversando idealmente il Pacifico (venti, cibo e malattie permettendo). Le stime della lunghezza del tragitto fatte da Colombo erano però inferiori rispetto alla reale distanza; comunque senza le Americhe tra “i piedi” le navi ce l’avrebbero potuta fare, considerando anche l’assenza di pirati e vari assaltatori di navi (che sarebbero arrivati nei decenni avvenire).

Un viaggio storico

La spedizione di Colombo partì da Palos, in Spagna, il 3 agosto 1492; le tre navi che la componevano erano la Niña, la Pinta e la Santa Maria. I vascelli fecero una prima tappa alle Canarie, un arcipelago spagnolo al largo delle coste nordafricane; l’arrivo a Gran Canaria avvenne l’11 agosto e la spedizione decise di rimanervi un mese, per fare le riparazioni necessarie prima della traversata.


La Niña, la Pinta e la Santa Maria.

Il 6 settembre le navi guidate da Colombo ripartirono e fecero una brevissima sosta all’isola della Gomera, per rifornirsi di acqua e viveri (la Pinta aveva subito un’avaria grave al timone). Dopo 36 giorni di desolazione sul grande oceano Atlantico, la spedizione raggiunse una piccola isola delle Bahamas, approdando nel Nuovo Mondo: era il 12 ottobre 1492 e la storia dell’umanità sarebbe cambiata radicalmente da quel momento in poi. Cristoforo Colombo battezzò l’isola “San Salvador”. Tutti i dettagli della spedizione in mare sono giunti a noi attraverso i diari dello stesso Colombo e dei piloti delle tre caravelle.

I diari di Colombo sono una fonte preziosa

La traversata non ebbe particolari note negative, anzi, fu abbastanza tranquilla: i venti non soffiarono mai troppo forte, il mare non fu mai troppo mosso e le correnti favorirono in larga parte la navigazione verso i settori occidentali.

Le linee rappresentano i quattro viaggi di Colombo.

Eppure è ormai ben noto che le rotte che dall’Europa portano in Nord America, nei mesi autunnali sono oggi, come anche allora, irte di pericoli: ogni anno una decina tra uragani e cicloni tropicali si formano al largo delle coste africane occidentali, per attraversare l’Atlantico centrale, acquisendo potenza, per arrivare lungo le coste americane dove portano morte e devastazione. Tutto ciò anche grazie ai potenti venti Alisei.

Le conseguenze di un uragano o di un ciclone tropicale sono sconvolgenti: onde di vari metri, venti di eccezionale forza e pioggia torrenziale. Insomma condizioni meteo marine davvero pericolose. Immaginate cosa sarebbe successo se Colombo avesse incontrato queste condizioni nella sua prima traversata, magari le cose non sarebbero andate come le conosciamo dai libri di storia.

Fortuna o saggezza?

Anche considerando il fatto che il numero medio di tempeste tropicali che ogni anno raggiungono i Caraibi sia aumentato negli ultimi secoli, si può affermare che la spedizione del navigatore genovese sia stata a dir poco fortunata. Ma si tratta solo di pura fortuna o Colombo era un abile marinaio, attento ai segni del tempo?

Alcuni “celebri” uragani che hanno devastato i Caraibi, da notare i mesi e i giorni.

Seguirono altre traversate da e verso l’Europa, tutte con esito positivo. Eccetto una: il quarto viaggio di ritorno. Nei pressi di Haiti gran parte della flotta spagnola fu distrutta da una tempesta tropicale. Stando a un compagno di viaggio di Colombo, questi consigliava di ritardare la partenza proprio per motivi meteorologici.

Esaminando la prima traversata di Colombo si intuiscono alcune sue abilità. Il genovese doveva infatti essere a conoscenza degli Alisei a latitudini medio basse, che lo avrebbero spinto verso ovest, e probabilmente sapeva che a latitudini medio alte i venti erano invece contrari, cosa che gli avrebbe garantito il ritorno. Gli Alisei spirano anche nella fascia delle Canarie; pianificare la partenza dalle Canarie è stata quindi una scelta ragionata, egli sapeva che non poteva prendere il largo direttamente dalle coste del Portogallo.

Colombo fu un grande comandante

Dopo la breve sosta all’isola di Gomera, le caravelle si mantennero tra i 25 e i 30 gradi di latitudine nord, lievemente al di sopra della zona dove (generalmente) si formano le tempeste tropicali. In sostanza il navigatore genovese aveva pianificato una rotta tangente all’anticiclone delle Azzorre, sul suo lato meridionale, dove gli Alisei sono più deboli, cosa che ha rallentato la spedizione, ma l’ha protetta da eventuali pericoli, tenendo le caravelle ben lontane da zone meteorologicamente a rischio.

Cristoforo Colombo.

Da moderne ricerche risulta che la rotta seguita da Colombo sia quella che consente di attraversare l’Atlantico con la più basa probabilità di incontrare uragani e tempeste. Sempre secondo queste recenti ricerche, la probabilità di incappare in una tempesta nel settembre-ottobre del 1492, lungo quella traiettoria era di circa l’1%.

Sembra che anche la lunga sosta alle Canarie, di quasi un mese, sia stata decisa da Colombo proprio per evitare gli uragani di fine agosto. Molti di questi aspetti sono confermati anche nel diario di bordo: durante la traversata il vento fu moderato, con frequenti bonacce e una sola giornata di vento forte. Sempre dai diari si evincono dati sul colore del mare, sulla presenza di uccelli marini e dal loro volo, dai banchi di pesci. Ogni giorno si effettuavano misure di velocità con il solcometro, una cordicella cui erano presenti dei nodi e un’asta di legno venivano lanciati in mare, e con una clessidra si misurava il tempo, da cui la velocità in nodi.

Colombo fu un attento osservatore

Certamente bisogna considerare una certa dose di fortuna nella spedizione di Cristoforo Colombo, è probabile che quell’anno l’anticiclone delle Azzorre protesse da tempeste tropicali più del solito quelle distese marine. Tuttavia dai dati in nostro possesso emerge che Cristoforo Colombo era un abile navigatore, un ottimo osservatore, un buon meteorologo e un comandante saggio. Se non avesse posseduto queste abilità non avrebbe raggiunto le coste del Nuovo Mondo.

Aaronne Colagrossi

Per i miei romanzi sul mare visita www.colagrossiromanzi.it

Nell’immagine di apertura Colombo raggiunge il Nuovo Mondo, le attuali Bahamas.

Quando la vita esplose

“Libera dalla schiavitù, la vita finalmente esplose”

 

Più di mezzo miliardo di anni fa la vita esplose. La biodiversità si fece largo sul pianeta come un bulldozer in una cava. Nel cambriano ebbero origine la maggior parte dei gruppi animali esistenti oggigiorno.

Da semplici microbi, le creature si evolsero in qualcosa di più grande (macroscopicamente) e più complesso (geneticamente). Tutto iniziò 570 milioni di anni fa; sono talmente tanti che forse persino il cervello umano ha difficoltà a contarli e a comprendere a fondo le miriadi di variazioni geologiche e paleontologiche che avvengono sul pianeta in questo lasso di tempo: mezzo miliardo di anni.

Incredibile!

Per tre miliardi di anni la Terra era stata popolata da organismi unicellulari e pluricellulari semplici; poi successe qualcosa, 700/800 milioni di anni fa il pianeta fu interessato da una serie di estese glaciazioni che portarono al fenomeno della Snowball Earth, ovvero la Terra a “Palla di Neve”. Dopo questo lunghissimo periodo freddo, circa 580 milioni di anni fa, queste glaciazioni terminarono; la fusione della gigantesca calotta di ghiaccio permise all’ossigeno di raggiungere una soglia critica tale da consentire lo sviluppo di organismi pluricellulari complessi.

La vita esplose.

Come ho scritto prima, le più antiche evidenze fossili risalgono a circa 570 milioni di anni fa. Tuttavia si tratta di datazioni per difetto sui registri fossili. Gli studi genetici sugli organismi viventi indicano che forme di vita complesse esistevano anche prima.

Snowball earth
Ricostruzione digitale della Snowball Earth.

Nel periodo geologico ediacarano avvenne la glaciazione di Gaskiers (molto breve, due milioni di anni circa, anche meno). L’ediacarano è ritenuto dai geologi un vero e proprio periodo misterioso. Molti organismi fossili sono conosciuti solo per l’impronta lasciata nei fanghi, o nelle ceneri vulcaniche; molti organismi dell’ediacarano non assomigliano nemmeno agli animali viventi oggi.

Sull’isola di Terranova, in America del nord, si trova un promontorio roccioso chiamato Mistaken Point (letteralmente Punto Sbagliato), a causa dei naufragi, infatti i capitani lo scambiavano per un altro punto, da cui il nome.

A Mistaken Point sono però emersi dettagli geologici e paleontologici davvero straordinari e meravigliosi. Il sito (non è l’unico dell’ediacarano) è studiato da decadi, eppure i paleontologi vi vedono chiaramente uno scenario nuovo e rivoluzionario.

Mistaken Point
Mistaken Point, sull’isola di Terranova.

Molti fossili scoperti a Mistaken Point non nuotavano, né strisciavano pur assomigliando, alcuni di loro, a scheletri di serpenti. Erano forme di vita diverse, la maggior parte delle persone ne ignora persino l’esistenza, per non parlare dei creazionisti (ma questa è un’altra storia). In quest’angolo flagellato dalle gelide onde oceaniche dell’Atlantico settentrionale è conservato questo antico fotogramma del pianeta, come una vecchia foto in bianco e nero, la scintilla della grande vita che sarebbe esplosa nei milioni di anni successivi.

Uno dei fossili dell’ediacarano di Mistaken Point.

“Qui, per la prima volta, la vita è diventata grande”. Dice il paleontologo Marc Laflamme, dell’Università di Toronto.

Per risolvere questo mistero bisogna però fare qualche passo indietro: nell’Australia del 1946, quando il geologo Reginald Sprigg scoprì degli strani fossili sulla collina di Ediacara (da cui il nome del periodo). Sprigg dapprincipio non sapeva che quei fossili risalissero a 550 milioni di anni fa, ovvero dieci milioni di anni prima dell’esplosione del cambriano.

Ci sono somiglianze con la fauna fossile dell’isola di Terranova: questi organismi erano molto simili tra loro, insomma erano connessi, in qualche maniera.

Australia Edicariano
Australia, strato guida dell’ediacarano marcato con un disco di bronzo.

I siti scoperti e attribuiti all’ediacarano sono 40 e sono sparsi in molteplici località del mondo, eccetto l’Antartide (solo perché coperto di ghiacci, ancora per poco tuttavia, stando al tasso di scioglimento dei ghiacci).

La domanda a questo punto è obbligatoria: che cosa, dopo miliardi di anni in cui il nostro pianeta fu popolato da soli microbi, consentì a questi organismi di diventare più grandi e di diffondersi in tutto il pianeta?

Prima che la fauna di Ediacara si diffondesse sulla Terra, l’evoluzione funzionava a scala perlopiù microscopica; ciò era dovuto anche alla carenza di ossigeno planetaria, che alimentava (e alimenta tuttora) il metabolismo animale.

Mar Bianco ediacarano
Mar Bianco, Russia. Uno dei 40 siti dell’ediacarano.

Nel 2016, sulla prestigiosa rivista Nature fu pubblicato un articolo che evidenziava come, nell’atmosfera terrestre, la percentuale di ossigeno richiedeva non meno di cento milioni di anni per incrementare dall’1% al 10%, innescando, così, l’esplosiva diffusione della vita.

Due miliardi di anni fa vi fu un primo incremento di ossigeno terrestre, grazie ai batteri marini che lo generavano con la fotosintesi. Tuttavia i livelli si mantennero bassi per un altro miliardo di anni. Tra i 717 e i 635 milioni di anni fa vi furono tre glaciazioni molto potenti che ricoprirono a intervalli l’intero pianeta (fenomeno Terra a Palla di Neve, come è conosciuto tra gli scienziati). Durante queste glaciazioni, i livelli di ossigeno aumentarono.

Australia, fossile dell'ediacarano.
Australia, fossile dell’ediacarano.

Queste tre glaciazioni (dalla più antica) furono la Sturtiana, la Marinoana e la Gaskiers. Durante la prima gli scienziati hanno scoperto che gli oceani era più ossigenati in superficie, ma non in profondità, dove si accumulò molto ferro. Durante la seconda glaciazione si nota la comparsa di invertebrati e un livello maggiore di ossigeno, ma è dopo l’ultima glaciazione che, con lo scioglimento dei ghiacci, in concomitanza di eruzioni vulcaniche, l’anidride carbonica fece da effetto serra, riscaldando l’atmosfera.

Fusione dei ghiacci, aumento dell’ossigeno ed evoluzione delle cellule più complesse consentirono agli organismi dell’ediacarano di prosperare?

Probabilmente.

Questi organismi avevano generalmente forme a fronda, un paleontologo tedesco li definì strutture biologiche a trapunta. La nutrizione doveva comunque essere un problema per queste creature, non essendo provviste di bocca, né di intestino, né di ano, né di testa e né di occhi.

Fauna edicariana
Ricostruzione digitale della fauna dell’ediacarano.

Molti di questi organismi presentavano una sorta di disco di ancoraggio, un rizoide che faceva presa sul fondo marino, permettendo a queste forme a fronda di muoversi nell’acqua, o fluttuare. Inoltre i fondali marini di mezzo miliardo di anni fa erano ricoperti di tappeti microbici. Tuttavia queste creature a fronda non erano piante, quindi non potevano sfruttare la fotosintesi, oltretutto vivevano a più di mille metri di profondità, dove non c’era luce (e tuttora non c’è).

Quindi come si nutrivano?

L’ipotesi più accreditata dagli scienziati è che questi organismi si nutrissero tramite osmotrofia, ovvero assorbivano le sostanze nutrienti dissolte nell’acqua tramite la superficie corporea. 

La fauna ediacarana si estinse circa 540 milioni di anni fa, all’inizio del Cambriano. Molti scienziati sono concordi sul fatto che si tratti di una sorta di esperimento evolutivo fallito di vita pluricellulare.

Perché?

Alcuni paleontologi canadesi hanno una loro teoria, in parte basata anche sui fossili rinvenuti in un sito ediacarano della Namibia. Sostanzialmente i vermi cominciarono ad avere strutture complesse che non li facevano limitare al solo strisciare sui fondali oceanici, come era sempre stato, ma potevano scavare i fanghi con lunghi tunnel, grazie all’evoluzione di una muscolatura complessa.

Namibia
Namibia. Sito geologico dell’ediacarano.

Inoltre ci furono cambiamenti anche nella chimica oceanica, gli scheletri dei fossili mostrano ricchezza di calcio. Questi fattori sembrano essere la chiave per questo mistero. L’ipotesi dei vermi e delle loro tracce sembra confermata soprattutto in un sito australiano, dove la roccia ricorda il formaggio svizzero, per come è tappezzata di tracce di vermi (icniti, in geologia).

“Lo sviluppo della muscolatura complessa in questi vermi segna l’inizio del Cambriano”. Dice il paleontologo australiano James Gehling.

In ultima analisi c’è un punto importantissimo, scoperto da un gruppo di paleontologi canadesi in Ontario. Costoro, sempre analizzando le icniti di molti siti, hanno individuato che questi vermi, oltre ad aver sviluppato una muscolatura atta a cambi di direzione nelle tre dimensioni, non tornavano in aree già battute dai vecchi tunnel: ciò indica capacità cerebrali superiori. Non cercavano il cibo a caso, girovagando senza meta, erano metodici! I ricercatori affermano che il cambriano corrisponde alla fase in cui il comportamento fu codificato nel genoma.

Cambriano
Ricostruzione di un mare del cambriano.

La fauna dell’ediacarano fu praticamente soppiantata da questi organismi più efficienti, che dettero la scintilla per l’esplosione della vita nel successivo mezzo miliardo di anni.

Qualcuno potrebbe chiedere: come si quantifica questa esplosione oggi?

Bene. Prendiamo la classe di animali dominante: gli artropodi. Questi sono composti dagli insetti, dagli aracnidi e dai crostacei. Al momento vi sono un milione duecentoquattordici mila e duecentonovantacinque specie di artropodi conosciuti. Sono davvero un esercito, rispetto a noi mammiferi.

ragno
I ragni fanno parte degli artropodi.

Gli artropodi hanno caratteristiche comuni tra di loro, come l’esoscheletro (ovvero esterno) resistente e il corpo segmentato in sezioni. Gamberi, insetti stecco, cavallette, granchi, stomatopodi, ragni, scorpioni ecc… E potrei continuare ancora, oltre un milione di specie, e probabilmente molte devono ancora essere scoperte.

Già nell’ordoviciano, circa 450 milioni di anni fa, gli artropodi erano ben diversificati, con la famigerate e stupende trilobiti (ormai estinte), che molti di voi avranno certamente visto. La proliferazione degli animali del cambriano si deve anche a un modo nuovo di alimentare il proprio corpo: nutrendosi di altri animali. I predatori sono il motore della vita, essi evolsero bocche per mangiare e le prede svilupparono esoscheletri più resistenti. Fu una vera e propria corsa agli armamenti quella che avvenne tra gli artropodi, e non solo.

trilobite
Trilobite del Marocco.

Il rapporto preda-predatore è sempre stato uno dei più forti motori evolutivi e macro-evolutivi in natura, come anche dimostrato dal prof. Douglas Emlen.

Gli artropodi non furono l’unica classe interessata all’esplosione della vita e dall’evoluzione negli ultimi 500 milioni di anni, anzi. Ecco un elenco con relativi numeri relativi alle specie moderne:

  • Cordati, comprendenti pesci, uccelli, rettili, mammiferi e anfibi. Attualmente si conoscono 68.045 specie.
  • Molluschi, 117.358 specie conosciute.
  • Cnidari, ovvero attinie, coralli e meduse. Attualmente si conoscono 10.303 specie.
  • Echinodermi, ovvero stelle marine e ricci di mare. Si conoscono 7.509 specie.
  • Poriferi, ovvero le spugne. 8716 specie
  • Platelminti. Vermi piatti. 29.285 specie.
  • Anellidi, ovvero i vermi metamerici. 17.210 specie conosciute.
  • Briozoi. 5.650 specie.
  • Nematodi. Sono i vermi cilindrici. 24.773 specie.

Poi ci sono altri Phylum (gruppo tassonomico) minori con poche specie.

Cordati
Esempi di cordati.

Tutto questo per capire come, da un punto di vista evolutivo, la vita nell’ultimo mezzo miliardo di anni è letteralmente esplosa, nonostante la Terra sia vecchia di quattro miliardi e mezzo di anni. I numeri come dicevo sono relativi alle specie moderne, quindi nel calderone andrebbero inseriti anche quelli relativi alle specie fossili, ormai estinte, di cui ovviamente di moltissime di loro non si ha proprio notizia della loro esistenza. Ciò è dovuto anche al processo di fossilizzazione, notevolmente complesso.

Ci sono specie che vivono sulla Terra da tento immemore, chissà se noi umani, comparsi solo in tempi recenti sul pianeta, riusciremo a sopravvivere…

Aaronne Colagrossi

 

Presentazione Trilogia dei Pirati

Cari amici, ho realizzato questo nuovo montaggio del video della presentazione della Trilogia dei Pirati, con audio migliorato e diapositive in sovraimpressione, così che possiate seguirlo meglio, rispetto alla diretta che feci sulla mia pagina facebook. Per qualsiasi domanda lasciatemi un commento oppure scrivetemi in privato a info@aaronnecolagrossi.com.

Di seguito i link della trilogia ebook su amazon; per chi la volesse cartacea e scontata rispetto al prezzo amazon (con dedica), mi contatti sempre in privato a info@aaronnecolagrossi.com

Intervista con il pirata… Aaronne Colagrossi ci racconta il libro Pirati Sotto Scacco

Pirati Sotto Scacco - Aaronne Colagrossi
Intervista a cura di Andrea Mucedola. Tratta interamente dal sito http://www.ocean4future.org

Un nuovo appuntamento con l’avventura. Aaronne Colagrossi, geologo, reporter e scrittore ci stupisce sempre con storie ricche di suspense e colpi di scena. Lo intervistiamo per voi per scoprire il suo nuovo romanzo.

Ormai è dal 2012 che scrivi attivamente, sia romanzi sia diari di viaggio. Pirati Sotto Scacco è il tuo sesto libro e terzo di una trilogia che riguarda la lunga e complessa storia della pirateria. Dove prendi gli input storici per scrivere romanzi di questo tipo?

Diciamo che tutto inizia dal fatto che mi documento moltissimo, potrei dire che il 50% del tempo dedicato alla creazione di un libro (qualsiasi), io lo passo documentandomi sui più disparati argomenti, dal meccanismo di sparo di un dato fucile utilizzato in un certo periodo alle motivazioni politiche ed economiche di guerre, colonie e re. Assorbo come una spugna tutto quello che posso trovare su un determinato periodo storico. In questi mesi, per esempio, sto scrivendo un romanzo sulla Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico, ma la ricerca bibliografica che sto facendo sulla guerra, va avanti da ormai quasi due anni. Per i miei tre romanzi sulla pirateria la ricerca bibliografica di base è stata la stessa ed è durata quasi tre anni, poiché i romanzi erano ambientati nello stesso periodo storico, tuttavia tutte e tre le storie, pur essendo scollegate tra loro, sono strettamente interconnesse a eventi reali realmente accaduti e a personaggi storici realmente esistiti. Sono un maniaco dei dettagli e non tralascio nemmeno quelli nautici, anzi mi avvalgo di persone esperte nel campo. Per la trilogia completa sono stato aiutato da due navigatori oceanici. La bibliografia sulla pirateria del centennio compreso tra il 1630 e il 1730 è davvero ampia e complessa, ma soprattutto i libri migliori sono in inglese. Consiglio i testi dell’americano Benerson Little, sono delle vere bibbie tra noi appassionati di pirateria.

Tu sei un geologo, come sappiamo anche dai tuoi articoli su ocean4future, ma da dove nasce questa tua passione del mare? Che tra l’altro ti ha portato più di una volta a contatto con gli squali, le tue creature preferite.

Il punto è proprio questo: la geologia è lo studio delle scienze della terra, che comprende tutto il nostro pianeta e ciò che lo riguarda. Io amo sia le montagne sia il mare, indifferentemente. La passione per gli squali nasce dal film Lo Squalo, che vidi all’età di tre anni, da allora è stato un crescendo di ammirazione, per questi splendidi animali. Ho avuto modo di scrivere anche la mia prima tesi sulla paleontologia degli squali e un romanzo sul grande squalo megalodon. Alcuni anni fa ottenni anche il mio primo brevetto sub e ho avuto modo di nuotare con gli squali martello, i grigi, i famigerati Carcharhinus longimanus e, non per ultimo, il re del mare: il grande squalo bianco. Inoltre ho scoperto che ci sono molti geologi con la passione per il mare e le immersioni, non siamo pochi.

Grande squalo bianco. A. Colagrossi 2012.

In Pirati Sotto Scacco questi vagabondi del mare si ritrovano a inseguire, e a essere inseguiti, da un convoglio spagnolo per recuperare degli idoli indigeni. Sono fatti realmente accaduti?

In parte sì. Tutto iniziò il giorno di Natale del 2015, stavo navigando su internet e m’imbattei nel museo di storia pre-colombiana di Cartagena de Indias, in Colombia. Vi erano tantissime statue in oro con gemme, raffiguranti animali e altri simboli da idolatrare, com’era solito presso le popolazioni indigene. Alcune di queste popolazioni, come i Cueva, citati nel romanzo, avevano molti di questi oggetti di splendida manifattura. Molte popolazioni furono letteralmente sterminate dai Conquistadores spagnoli. I Cueva trovarono la loro fine definitiva nel 1520 circa. Così mi balenò l’idea di ambientare un romanzo nel 1664, molto tempo dopo la loro scomparsa, con un gruppo di pirati che cercava di recuperare alcuni idoli d’oro dei Cueva dalle mani degli spagnoli per portarli nella Francia di Luigi XIV. Ecco come nacque Pirati Sotto Scacco.

Geoff Hunt, Vascello.
Geoff Hunt, Vascello.

In quanto tempo hai scritto Pirati Sotto Scacco?

Iniziai il giorno stesso di quel Natale, proseguii per tutte le vacanze e per tutto il mese di gennaio, scrivendo una prima bozza. In genere non mi stabilisco una trama ben precisa e mi piace “esplorare” man mano i miei personaggi e le loro attività nella storia, frase dopo frase, paragrafo dopo paragrafo. Feci leggere la bozza al mio editor, che ne rimase entusiasta, così continuai per altri due mesi, poi creai un gruppo di lettura, per analizzare il romanzo e le sue “falle”. Scrissi molti capitoli integrativi. In totale credo di averlo scritto in sei mesi, distribuiti a intervalli nell’arco di tutto il 2016.

Come mai scrivere ben tre romanzi su quest’argomento un po’ desueto, la pirateria?

Sono stato sempre un grande appassionato di pirateria, naturalmente da ragazzo la mia passione era prettamente cinematografica, o legata ai romanzi di Emilio Salgari e Robert L. Stevenson. In età adulta decisi di documentarmi bene e sistematicamente sia sulle tecniche sia sul quadro geopolitico che portò allo sviluppo della pirateria nelle Indie Occidentali e Orientali. Quello che ho scoperto in questi ultimi due anni in realtà mostra tutt’altro che un argomento desueto. Ci sono moti scrittori in Italia e all’estero che scrivono di pirateria.

La lettura di un libro comincia già dal titolo. Perché questo titolo: Pirati Sotto Scacco?

Il titolo è derivato proprio dal fatto che non mi do mai una trama quando scrivo. Mi spiego: mentre scrivevo il libro, mi rendevo conto che, per quanto questi pirati fossero abili e spietati, in realtà non riuscivano a liberarsi del nemico spagnolo: si sentivano in una specie di trappola. E io stesso avevo difficoltà a trovare una via d’uscita ai personaggi, quasi fossimo caduti entrambi in una sorta di maledizione. Ci sentivamo sotto scacco perenne, da cui il titolo che, ovviamente, non trascende dal “viaggio dell’eroe” del protagonista, un pirata inglese, che scopre un po’ se stesso nella sua odissea attraverso il Mar dei Caraibi, ivi compreso l’amore per una prigioniera spagnola. È stato molto bello scrivere questo libro, quasi una sfida nell’interpretazione psicologia di alcuni personaggi, anche.

Cosa c’è di autobiografico in questo libro?

C’è un pezzettino di me in molti personaggi, come la determinazione e la caparbietà nel raggiungere un obiettivo prefissato, nonostante le avversità e i problemi. Oppure la lealtà, quella vera e non quella che va comprata a suon di monete. Tuttavia ho inserito anche alcuni aspetti che odio profondamente nella vita, come la slealtà, o la pedofilia, tra l’altro molto frequente nelle comunità pirata delle colonie nelle Indie.

A quali progetti stai lavorando adesso?

Sto lavorando a un romanzo sulla Seconda Guerra Mondiale, ambientato nel Pacifico, dove avvenne la più grande guerra navale fino ad allora combattuta; la storia del romanzo è interconnessa al mio libro sulla pirateria Inferno Blu Cobalto, un seguito, insomma. La storia parte negli anni quaranta, quando un gruppo di archeologi ritrova le tombe dei pirati in Inghilterra e da lì riparte l’immensa caccia al tesoro del protagonista del primo libro. Tutto avviene nel momento in cui i giapponesi si preparano ad attaccare Pearl Harbor. Poi sto lavorando anche un nuovo diario di viaggio, una crociera subacquea che ho fatto l’anno scorso alle isole Brothers e a Daedalus Reef, nel cuore del Mar Rosso, per vedere gli squali martello e i Longimanus, un’esperienza di vita subacquea incredibile. Spero che possano vedere la luce al più presto.

Carcharhinus longimanus. A. Colagrossi 2017.

Prezzo: EUR 9,99
Andrea Mucedola 2018

Diario di viaggio: Sudafrica.

Spinto dalla mia passione per gli squali, il mondo del mare e la geologia, qualche tempo fa mi recai in Sudafrica per un vero e proprio safari subacqueo (e geologico) con una spedizione italiana guidata dal Dott. A. De Maddalena. Passammo sette giorni tra grandi squali bianchi, balene franche australi, delfini, pinguini e otarie; circondati da un quadro naturale di montagne frastagliate e spiagge chilometriche bianche come lo zucchero, su cui si infrangevano onde oceaniche di colore blu cobalto: il regno del grande squalo bianco.

Un vero trionfo di colori e di sensazioni, di cui ne porto tuttora un magnifico ricordo, indelebile; un’esperienza di vita nel vero senso della parola.

Capo di Buona Speranza

Il signore del mare.

Le nostre giornate erano scandite dall’oceano e dai suoi abitanti; la sveglia all’alba era indispensabile per recarci immediatamente nel piccolo porto, dove il White Pointer II (l’imbarcazione del team del fotografo naturalistico Chris Fallows, BBC, Discovery Channel, Air Jaws), ci portava in mare. L’alba, infatti, è il momento migliore per osservare il grande squalo bianco (Carcharodon carcharias) nella sua attività predatoria ai danni delle otarie orsine del Capo (Arctocephalus pusillus), sull’isola di Seal Island, un isolotto roccioso su cui risiede una colonia di circa 60.000 otarie.

Il contrasto di luce creato con l’alzarsi del sole permette al grande predatore di individuare le otarie orsine del Capo, senza essere a sua volta visto dalle prede, se non quando è ormai troppo tardi e l’attacco è ormai nella fase finale. I mammiferi rientrano in piccoli gruppi all’isola di Seal Island, dopo una notte passata in oceano a nutrirsi; il grande squalo ha difficoltà però a selezionare il singolo individuo in un gruppo che nuota compatto, così predilige attaccare gli individui solitari.

Tuttavia lo squalo bianco mira prevalentemente ai cuccioli, inesperti, che nuotano generalmente da soli. Il grande cacciatore, una volta individuata la preda, rasenta il fondale, accelera, si verticalizza nella colonna d’acqua, ed esplode dalle acque con la povera otaria tra le mascelle, costellate da denti bianchi e triangolari. Naturalmente non sempre la caccia va a buon fine e il piccolo mammifero riesce talvolta a fuggire, magari riportando lievi ferite.

Il sole rosso si alza dietro le montagne.

Non scorderò mai il primo giorno in mare. L’onda lunga oceanica era scura e tetra nell’alba, gli uccelli marini saettavano davanti la prua con le loro grida da strega e i nostri pensieri correvano sul grande squalo bianco e il suo regno acqueo. Eravamo arrivati da pochi minuti sul lato sud dell’isola quando Fallows urla a squarciagola: “Predation“. Premere la leva del gas e virare di bordo fu una cosa unica per il fotografo. Mi sono sentito trasportato nella scena dell’inseguimento de “Lo Squalo” di Spielberg.

Arrivammo sul posto che però lo squalo aveva già ucciso il mammifero marino e lo stava scuotendo con un vigore e una forza straordinari, tali che mi fecero accapponare la pelle. La quantità di sangue in acqua era immensa; lo squalo, dopo aver ucciso l’otaria (adulta), cominciò a fare dei lenti cerchi intorno all’aerea dell’attacco. Lascio immaginare le nostre prime frasi a quell’incontro (molti di noi avevano visto il grande bianco solo nei documentari; ci sembrava di essere in un sogno); la scarica di fotografie fu lunghissima, consumando spazio sulle schede di memoria. Quando lo squalo ritenne che fosse ormai arrivato il momento giusto, trascinò il cadavere sott’acqua, divorandolo in tranquillità.

Il White Pointer II ci porta in mare; la gabbia antisqualo è pronta.

Nei giorni a seguire eseguimmo molte immersioni in gabbia antisqualo; vedere il grande squalo bianco in mare, mentre nuota verso di te, è come tornare indietro nel tempo, non ci si sente nella nostra epoca, ma nella preistoria, sembra di vedere un dinosauro vivente. Quello che mi ha colpito vedendoli è capire il perché venga definito “grande”: sono davvero animali possenti e massicci, con una circonferenza ben lontana dalla sinuosità degli altri squali. Un vero signore del mare, tuttavia in acqua noi siamo visitatori in un mondo sconosciuto; bisogna sempre portare rispetto per quel mondo.

Otarie orsine del Capo si riposano sulle rocce.

La gabbia veniva ancorata sempre lungo la fiancata dell’imbarcazione, in modo da permettere ai visitatori di scendere, senza l’ausilio di nessun brevetto, in mare, in apnea al massimo. Ricordo un’immersione in particolare: io ero in apnea sul fondo della gabbia, ero stufo di sentire le urla degli operatori: squalo a destra o squalo a sinistra. Così presi un bel respiro e scesi sul fondo, aggrappandomi alla griglia metallica per rilassarmi per un paio di minuti in totale osservazione, circondato dai crepitii del mare, fu in quel momento che vidi un puntolino bianco risalire dagli abissi verdastri. Da principio non capii cosa fosse: mi resi conto che era la punta del muso di un grande bianco che ascendeva nella colonna d’acqua. Si mostrò davanti i miei occhi in tutta la sua immensità, il ventre bianco neve come la balena bianca di Achab, per esplodere dalle acque e rubare l’esca di tonno. Risalii in superficie tra le urla di felicità del gruppo a bordo e della mia compagna di gabbia, Simona, che aveva visto il grande predatore saltare dinanzi a lei. Fu una sequenza straordinaria, impressa a fuoco nella mia mente… Il grande squalo bianco… capolavoro della storia evolutiva naturale…

Grande squalo bianco.

Nel tragitto di andata (o di ritorno) era sovente fare parecchi incontri di altri animali, in particolare delfini del Capo (Delphinus capensis) e balene franche australi (Eubalaena australis). Le balene sono frequenti nel periodo di settembre in particolare e, credetemi, sentire un animale pesante 50 tonnellate che respira è una cosa meravigliosa, indescrivibile; non sopporto che ci siano popoli che ancora ammazzano esseri di tale bellezza naturalistica. La costa meridionale del Sudafrica è definita Whale Coast proprio a causa del fatto che nei periodi primaverili australi le mamme vengono con i cuccioli; è possibile vederli davvero vicini alla spiaggia, un giorno pranzammo in un ristorante con le balene che soffiavano alla base della scarpata del belvedere, che pasto felice fu.

Il panorama della False Bay.

I delfini sono sempre centinaia, anzi, un giorno contammo più di duemila esemplari che correvano e saltavano tutto intorno a noi, non sapevo dove puntare la macchina fotografica; ero letteralmente ubriaco di natura selvaggia, nemmeno mille fotografie potrebbero raccontare quel momento com’è tuttora rappresentato nella mia mente, perché la bellezza del viaggiare sta nel fatto che ciò che si vede rimane a noi, nessuno può togliercelo. 

Un delfino segue la scia della nostra imbarcazione.

Aspetti geologici e curiosità.

Nel contempo, però, la mia “deformazione” geologica di osservatore di campagna, che mi accompagna sempre, perfino sott’acqua, non mi evitò di compiere qualche indagine a occhio nudo sul panorama che mi si poneva davanti. Sì perché la mia curiosità si accese il primo giorno che ci avvicinammo a Seal Island (al centro della False Bay), notai immediatamente una tipologia di roccia che entrava in netto contrasto con quella delle montagne sulle sfondo. Rientrammo in porto il pomeriggio e, dopo la lezione di zoologia con De Maddalena, ci recammo alla Boulders Beach (spiaggia dei macigni, non a caso), a due passi dal centro abitato di Simon’s Town, nonché importante porto militare sul versante orientale della penisola del capo di Buona Speranza.

Graniti di Seal Island.

Su questa splendida spiaggia trova alloggio una cospicua colonia di circa 3000 pinguini africani del capo (Spheniscus demersus). Mentre camminavo tra i meravigliosi (da un punto di vista evolutivo) uccelli marini, il puzzle geologico si compose nella mia mente come un mazzo di carte disposto ordinatamente su un tavolo da gioco: erano gli stessi graniti che componevano Seal Island. Quelle erano rocce vecchie di seicento milioni di anni, come mi confermò un geologo olandese di Simon’s Town; graniti bianchi e tondeggianti come uova di airone e con le stesse straordinarie sfumature.

Boulders Beach.

La penisola rocciosa del capo di Buona Speranza, unica nel suo genere, penetra come l’artiglio di un leone nell’oceano Atlantico meridionale. A lungo si è ritenuto che il promontorio fosse il divisore idrografico tra l’oceano Indiano e l’Atlantico: in realtà è capo Agulhas, posto verso est (e composto delle stesse rocce del cugino occidentale) a porre il limite idrografico tra i due maestosi oceani nell’estremo sud del continente africano. La penisola del capo, dal profilo alto e massiccio simile alla testa di un rinoceronte, segna il confine occidentale della False Bay (in afrikaans Valsbaai). Tale corpo d’acqua è infine delimitato a oriente da capo Hangklip, che si biforca come la lingua di un serpente in pieno oceano. L’area della False Bay, nonché i due promontori, possono suddividersi in tre aree geomorfologiche:

  • L’area del capo di Buona Speranza, comprendente anche il parco naturale della Table Mountain e la riserva naturale di Cape Point.
  • L’area delle pianure del capo (le Cape Flats).
  • L’area capo Hangklip, comprendente anche il parco naturale di Kogelberg.

Da un punto di vista puramente geologico, invece, l’area mostra tre principali sequenze rocciose, molto, molto antiche, che dominano incontrastate il panorama della False Bay e del capo di Buona Speranza.

La prima di queste successioni è il gruppo Malmesbury (per gruppo, in geologia, si intende un’associazione di formazioni) di età non inferiore ai 650 milioni di anni (precambriano superiore) e composto da rocce metamorfiche e sedimentarie.

Dettaglio dei graniti della Boulders Beach.

Nello specifico si incontrano, a grande scala, arenarie da correnti di torbida (rocce sedimentarie), ardesie (rocce metamorfiche, le famose lavagne di scuola, abbondanti anche in Italia) e grovacche (dal tedesco minerario Grauwacke, in inglese Greywacke); la grovacca è una roccia sedimentaria clastica mal cernita, un’arenaria immatura (da un punto di vista sedimentologico) e, alcuni scienziati ne sono convinti, sembrerebbe avere tra le origini anche i Lahar (dal giavanese: lava), ovvero colate di fango, di rocce piroclastiche e di acqua, lungo i fianchi dei vulcani.

Il gruppo Malmesbury include al suo interno, come fosse un corpo estraneo, la formazione dei Graniti della Penisola (Peninsula Granite Intrusion), un corpo granitico appunto, di età non inferiore ai 630 milioni di anni. Questa intrusione plutonica viene considerata una gigantesca batolite (batholith in inglese); le batoliti sono enormi strutture, estese anche per diverse migliaia di chilometri quadrati, che si generano all’interno della crosta terrestre nei processi orogenetici che portano alla formazione delle montagne, in particolare quando i processi di anatessi fondono la roccia, permettendone (in milioni di anni) la risalita crostale.

Affioramento di una parte del gruppo Malmesbury.

Un magnifico esempio di batolite è l’Half Dome, un monolite granitico nel Parco nazionale di Yosemite (U.S.A). Le batoliti granitiche dell’area del capo di Buona Speranza affiorano in maniera piuttosto estesa, ma un magnifico esempio è Seal Island, dove, da milioni di anni, gli squali bianchi pattugliano in un continuo anello della morte i fondali dell’isolotto.

La terza macro successione rocciosa presente nell’area è denominata gruppo della Montagna della Tavola (Table Mountain Group) che si è depositata su superficie erosiva delle due precedenti. L’età di questo gruppo è variabile tra i 360 e i 540 milioni di anni. Alcune delle rocce del suddetto gruppo sono ben visibili sul versante orientale della penisola, lungo la strada che raggiunge la riserva di Cape Point.

Sequenza arenacea alla base del capo di Buona Speranza.

Questo gruppo è composto da sequenze ben precise che, in maniera sommaria, mostrano le seguenti rocce: si hanno arenarie marroni e nere, peliti rosa, argille laminate marroni, arenarie quarzose (ben visibili sulle scogliere a reggipoggio a picco sull’oceano), e, infine, da particolarissime tilliti ben litificate (tra le più rare al mondo) dovute a processi sedimentari dei ghiacciai (depositi di morene).

Queste tilliti sudafricane (insieme ad altri depositi antichissimi sparsi nel mondo) sembrerebbero essere tra gli elementi di base di una teoria scientifica (The Snowball Earth, letteralmente terra a palla di neve) secondo la quale, circa 500 milioni di anni fa, la temperatura della terra si abbassò tanto da provocarne una vera e propria glaciazione, anzi, secondo alcuni scienziati americani, sembrerebbero esserci state ripetute glaciazioni tra i 500 e i 950 milioni di anni fa.

Grazie per l’attenzione… Alcuni video li trovate qui

Aaronne Colagrossi.

Inferno Blu Cobalto – Intervista da parte di ocean4future.org

Inferno Blu Cobalto Aaronne Colagrossi pirateria
Intervista a cura di Andrea Mucedola. Tratta interamente dal sito http://www.ocean4future.org

Dopo il grande successo di Megalodon, il predatore perfetto e Capo Tiburon, Aaronne Colagrossi ci parla di Inferno Blu Cobalto, il suo nuovo libro sul mondo dei pirati…

I suoi primi libri, Megalodon il predatore perfetto, Capo Tiburon, In treno oltre le foreste ed ora Inferno Blu Cobalto hanno raccolto un grande successo. Sta ora lavorando a un diario di viaggio sul Botswana, altri due romanzi e due racconti. E’ proprio a seguito del successo del suo ultimo libro, Inferno Blu Cobalto, che abbiamo deciso di raggiungerlo per intervistarlo.

Parlaci di te e del tuo amore per la scrittura: come nasce?

Ho sempre avuto un diario su cui scrivo, sin da ragazzo, le mie impressioni e i miei pensieri. Nel 2009 cominciai a fantasticare su una storia ambientata in mare; tutto cominciò per caso, in un caldo pomeriggio di luglio. Nell’arco di due mesi scrissi la bozza del mio primo romanzo Megalodon il predatore perfetto. Scrivere è un qualcosa che mi rilassa; lo trovo profondamente terapeutico. Quando scrivo mi isolo per ore e ore, talvolta interi fine settimana. Non mi pesa affatto, anzi mi piace e mi far stare bene. Quindi prima di tutto io scrivo per me stesso, naturalmente mi fa piacere quando le persone leggono e apprezzano ciò che scrivo; faccio sempre leggere le mie fatiche ad alcune persone estremamente abili e critiche in vari ambiti. Spero di non fermarmi mai nello scrivere, anche perché quando capita, il secondo giorno devo prendere il taccuino e buttare giù qualcosa. Sto male altrimenti!

Quali libri e autori pensi che ti abbiano profondamente influenzato e perché?

All’età di 5 anni lessi “Lo Squalo” di Peter Benchley. Per un bambino come me amante del mare e degli squali fu una vera folgorazione, mi si aprì un mondo. Un autore che invece mi ha influenzato profondamente è Michael Crichton, scomparso nel 2008, autore di capolavori come Andromeda, Il silenzio degli abissi, Mangiatori di morte, Jurassic Park e il Mondo perduto, e naturalmente L’isola dei pirati (uscito postumo). Un autore di cui nutro un profondo rispetto. Negli ultimi anni sto apprezzando molto Stephen King e Wilbur Smith, due veri geni della scrittura. Sono tutti scrittori con uno stile semplice e diretto, che sono riusciti ad entrare nel mio cuore con la loro capacità di espressione. Non mi stancherò mai di leggere le loro opere e le consigli a tutti. Poi naturalmente ci sono tantissimi altri autori che hanno influenzato il mio modo di scrivere ma non voglio dilungarmi troppo.

In treno oltre le foreste Aaronne Colagrossi Luciano Baccaro
In Treno Oltre Le Foreste

Inferno Blu Cobalto sta avendo un notevole successo di pubblico, come d’altronde i romanzi precedenti, perché hai deciso di scrivere, dopo il tuo secondo libro, Capo Tiburon (edito anche in inglese), un nuovo romanzo sulla pirateria?

La storia della pirateria antica ha sempre avuto su di me un che di affascinante e coinvolgente, sia per ciò che riguarda la nautica e le sue tecniche, sia per i contesti geopolitici nei quali si era sviluppata. La pirateria ha origini antichissime, dai tempi degli antichi Egiziani sino ai Romani, per arrivare alla famosa epopea (1630-1730) della pirateria delle Indie Occidentali (Caraibi) e Orientali (Oceano Indiano).  Quando iniziai a scrivere questo libro, nel 2014, volevo raccontare la storia di un pirata cercando di trasmettere le stesse sensazioni che ebbi da ragazzo nel leggere i miei primi romanzi d’avventura. Volevo però anche dare il giusto tono storico al manoscritto, infatti nel romanzo sono presenti molti personaggi, sia realmente esistiti che fittizi, distribuiti in varie località del globo. In particolare nella storia sono citate, localizzate e descritte molteplici località geografiche, soprattutto colonie, città, isole, vulcani e catene montuose, nonché vaste aree marine e zone costiere.

Quanto tempo hai impiegato a scrivere questo libro? Quale ambiente preferisci per scrivere? Descrivi un po’ l’atmosfera e l’ambiente che tu preferisci quando scrivi i tuoi libri? 

Ho impiegato circa due anni per scriverlo, apportare il giusto editing tramite un editor e raccogliere le sensazioni del gruppo di lettura che avevo creato con alcuni amici; per studiare la bibliografia storica ho impiegato invece circa tre mesi, vari testi però, anche in inglese. In genere scrivo nel mio studio, sia a penna che su Word, al computer. Unica richiesta è la musica, mi piace scrivere sentendo musica, dal Rock, alla Classica sino alle Colonne Sonore. Generalmente metto un po’ di musica, mi prendo un caffè, disattivo il cellulare, Facebook e mi isolo nel mio “mondo”, per così dire. Ne riemergo solo dopo parecchie ore.

Pierre Le Grand
Pierre Le Grand, protagonista di Capo Tiburon. (Realmente esistito)

In quale genere letterario collocheresti la tua opera e quali sono i temi principali del libro?

Il mio è un racconto di avventura e di tipo storico incentrato sulla Pirateria, il coraggio e l’ avventura.

La lettura di un libro comincia già dal titolo. Perché questo titolo?

Semplice. Il mare, l’elemento su cui la pirateria si muove dalle Indie Occidentali alle Orientali, diventa improvvisamente un elemento quasi nemico per i protagonisti, un vero inferno blu cobalto. Ne leggerete delle belle.

Come definiresti il tuo stile? A quale autore del presente o del passato ti senti (o aspireresti) di somigliare?

Bella domanda. Tutte le persone che hanno letto sia il mio primo romanzo che il secondo concordano su un punto: sono estremamente diretto e semplice nello stile e nelle strutturazione dei dialoghi. I tre autori ai quali mi ispiro, come stile, sono Michael Crichton, Wilbur Smith e Stephen King.

Cosa c’è di autobiografico in questo libro?

Diciamo che c’è un pezzettino di me in ogni singolo pirata dell’equipaggio del comandante Knight.  Mi sono ispirato molto alla letteratura di genere e alla cinematografia relativa. In merito ai personaggi ho preso ispirazione sia da alcune persone che conosco, decisamente caratteristiche sia nell’aspetto che nel carattere, sia da personaggi del mondo dello spettacolo, in particolare dal cinema. Ci sono facce che mi ispirano molto e mi colpiscono per la loro determinazione. Ciò che ha ispirato il mio libro è la pura e semplice passione per il mare e tutto ciò che lo riguarda, ivi compresa la storia della pirateria e della nautica.

C’è qualche personaggio del libro in cui ti riconosci particolarmente?

Come ho detto c’è un piccolo pezzettino di me in ogni personaggio pirata che prende parte alla storia. Quindi il mio io è sparpagliato tra le pagine, tuttavia nel comandante Charles Lee Knight ci sono molti aspetti che riguardano la mia personalità.

Copertina Capo Tiburon Aaronne Colagrossi
Capo Tiburon

A chi è rivolto questo libro, quale pensi che sia il tuo pubblico ideale e per quale motivo?

Finora è stato letto sia da persone adulte sia ragazzi adolescenti. Non credo che ci sia una fascia di età specifica. Penso che sia indirizzato a tutti gli amanti del mare, dell’avventura nel più ampio senso del termine, della storia e dell’azione. Si tratta di una storia in cui il protagonista matura, cambiando molti aspetti della sua personalità e arrivando a capire davvero quale è il suo coraggio nell’affrontare le avversità della storia: un vero e proprio viaggio dell’eroe, insomma. Tuttavia una storia semplice e diretta, che non vi farà annoiare.

Immagina di fare la presentazione del tuo ultimo libro davanti ad un vasto pubblico. Come scriveresti le prime righe di introduzione al tuo discorso?

“Che cosa sapete veramente della pirateria? Siamo abituati a vedere il pirata armato di sciabola e tricorno al cinema ma chi erano veramente questi personaggi che hanno segnato un’epopea, a volte scrivendo  la storia con le loro gesta. Knight fu uno di questi, tuttavia non vedrete il suo nome nei libri di storia, perché era un pirata, un nemico del genere umano, per l’ordine costituito. Eppure Knight e la sua ciurma di filibustieri attraversarono il globo per trovare la salvezza e fare giustizia. Dal suo nome nasce questa storia di fantasia ambientata nel mar dei Caraibi, nel 1666. Il Reaper, una nave pirata di Port Royal in Giamaica, attacca una nave ad est di Cuba. Ma la preda catturata si rivela di tutt’altra pasta: è una nave inglese. Carlo II d’Inghilterra, il potente sovrano, brama vendetta e vuole il comandante Charles Lee Knight: vivo o morto, non fa differenza. Charles Lee Knight affronterà il suo destino attraverso oceani, isole sconosciute, avventure, indigeni, battaglie navali, tempeste, violenze, morte, prigionia, bottini … l’amore.”

Se dovessi consigliare una colonna sonora da scegliere come sottofondo durante la lettura del tuo libro, cosa sceglieresti?

Decisamente il CD di Master and Commander, Sfida ai confini del mare, un film indimenticabile, interpretato da Russel Crowe (il Gladiatore) e basato sui romanzi di Patrick O’Brian, tra l’altro uno dei miei autori preferiti.

Port Royal_la Sodoma del Nuovo Mondo
Giamaica, baia di Port Royal.

A chi è dedicato questo libro, oppure, a chi lo dedicheresti?

È dedicato a mia madre, donna davvero tenace verso le avversità della vita, un po’ come il protagonista del mio romanzo. Ma anche in memoria di mio nonno materno, fiero marinaio d’Italia nella seconda guerra mondiale.

Spero di avervi incuriosito con la pirateria… ora sta a voi perdervi nei miei libri… [Amazon]


 

 

 

 

Georgia australe: paradiso sospeso.

Georgia Australe: paradiso sospeso

Nel lontano oceano Atlantico meridionale, a mille miglia a est da capo Horn, svetta solitaria e silenziosa la Georgia Australe (o Georgia del sud); l’isola rocciosa si erge maestosa come una gigantesca mezzaluna di 180 chilometri di lunghezza.

Come scrissero alcuni balenieri del novecento, vedendola dal mare sembra un Himalaya appena emerso dalle acque del Diluvio Universale: un’apparizione eccezionale, picchi di ghiaccio, pinnacoli di roccia e distese nevose perenni fin dove occhio possa mirare. La sua natura è aspra e bella ma mutevole allo stesso tempo, il cielo terso si può chiudere improvvisamente per una tempesta di neve, per poi riaprirsi nuovamente al sole. È come se l’isola fosse segnata da un destino maledetto, dicevano gli antichi esploratori.

La prima descrizione dell’isola, e il suo corretto posizionamento geografico, risalgono al 1675, quando un commerciante inglese incappò in una tempesta al largo di capo Horn, dovette deviare per migliaia di chilometri, approdando nella selvaggia South Georgia.

Georgia Australe: paradiso sospeso
Ernest Shackleton e la sua scialuppa.

Ernest Shackleton vi arrivò con cinque uomini su una scialuppa, dopo 16 mesi di stenti nelle terre antartiche. Era il 24 aprile del 1916 quando un piccola scialuppa, attrezzata alla meno peggio, salpa dalla sperduta e disabitata isola Elephant, a poca distanza dall’Antartide, per raggiungere la Georgia del Sud, approdo saltuario di baleniere, ad una distanza di circa 700 miglia nautiche, circa 1300 chilometri in un mare complesso da navigare… A bordo ci sono sei uomini, già stremati da mesi di fatiche, sopravvissuti allo stritolamento da parte dei ghiacci della loro nave, la Endurance. Inutile dire che quell’isola sembrò a quei disperati un paradiso al confronto dell’inferno dal quale proveniva. Al loro comando c’era un uomo inossidabile, Ernest Shackleton.

Da un punto di vista geologico la South Georgia fa parte di un frammento di crosta continentale un tempo unito alla Penisola Antartica e al Sud America. Tutti i frammenti di questa crosta continentale (Georgia A, Isole Sandwich Australi, Isole Orcadi Meridionali, ecc) si sono spostati verso est nel corso di milioni di anni. L’isola della G. A. è composta prevalentemente da rocce sedimentarie del Mesozoico con bellissime sequenze torbiditiche. Si riscontrano anche rocce ignee di attività vulcanica nel lato meridionale.

Georgia Australe: paradiso sospeso
Mappa fisica della Georgia Australe.

Geograficamente l’arcipelago presenta numerose vette montuose, con ben undici cime sopra i 2000 metri di altitudine; la più alta è Monte Paget con i suoi 2935 metri s.l.m. Ma il panorama splendido delle montagne è deturpato lungo le coste dalle decine d’impianti arrugginiti e dismessi, per la lavorazione delle balene; molti di questi impianti oggi sono stati occupati da colonie di pinguini e foche.

Il paradosso si trasforma in miracolo: l’isola, un tempo teatro di uno dei più grandi massacri di mammiferi marini, oggi pullula di una quantità tale di animali marini da far pensare a come fosse il mondo prima dell’invenzione della lancia, dell’arco e del fucile.

Nel 1775 James Cook arrivò nella Georgia Australe a bordo dell’HMS Resolution, facendone una dettagliata descrizione ma trascrivendo, ahimè, che vi era una straordinaria abbondanza di foche.

Georgia Australe: paradiso sospeso
Elefanti marini del Sud in lotta per le femmine.

Dieci anni dopo arrivarono le prime imbarcazioni per la caccia. Nella sola stagione 1800-1801 una sola delle 18 navi inviate uccise 57.000 otarie orsine antartiche (Arctocephalus gazella). Fu portata quasi all’estinzione. Per non parlare della popolazione di elefante marino del Sud (Mirounga leonina), cacciato per l’olio che si otteneva dal suo grasso, fu ridotto alla quasi estinzione.

Poi fu la volta delle baleniere, che dapprima si dedicarono ai cetacei più lenti, come balene franche, megattere e capodogli; dopo il novecento, con l’avvento delle macchine a vapore, vennero erette stazioni baleniere direttamente lungo le coste della Georgia Australe, dedicandosi anche al massacro della balenottera comune e della balenottera azzurra. Negli anni venti furono introdotte le navi fabbrica, o officina, che macellavano direttamente in mare. (Leggi altro articolo sull’argomento: [Leggi la descrizione])

Georgia Australe: paradiso sospeso
1917, vecchia foto che ritrae una stazione baleniera di macello.

Ma ora sono le stazioni baleniere a essere estinte sull’isola, sono i cacciatori di foche a essersi estinti, tutti scomparsi nel tempo. Eccettuata la balenottera azzurra, quasi tutte le specie cacciate sono ritornate in auge, con popolazioni da capogiro in alcuni casi. Vi è addirittura una colonia di pinguini reali (Aptenodytes patagonicus) che conta 300 mila individui; era scesa a circa 1100 individui. La popolazione di elefanti marini del Sud conta invece circa 6000 individui.

Georgia Australe: paradiso sospeso
Georgia Australe, stazione macello balene in disuso.

Ma qual è il segreto di questa esplosione di vita che ha sempre caratterizzato questo paradiso sospeso?

Il krill è la risposta. Un piccolo crostaceo dell’ordine Euphausiacea. Le colonie di krill (una parola di origine norvegese) raggiungono dall’Antartide l’isola in milioni d’individui, divenendo l’alimento base per balene, foche, pinguini e tutti i predatori che accompagnano questi animali, tra cui squali e orche.

Purtroppo ogni tanto il fiume di krill antartico sembra perdere la retta via, per così dire. Un esempio ne è stata la penuria registrata nel 2004 e nel 2009. Le cause sono ancora sconosciute ma gli scienziati concordano su due probabilità: variazione ciclica nella popolazione di krill, o cambiamenti climatici che influiscono sulle correnti antartiche.

Georgia Australe: paradiso sospeso
Krill che si nutre di fitoplancton sotto il ghiaccio.

La scomparsa di diverse piattaforme di ghiaccio nel perimetro antartico sembra influire sullo svernamento delle larve di krill, che poi migrano.

Gli iceberg che vagano intorno alla Georgia Australe sono aumentati negli ultimi anni, sono molto belli è vero (per una foto ricordo) ma rappresentano un pericolo in agguato per le migliaia di specie marine che subiscono i cambiamenti climatici che stanno interessando l’intero pianeta.

Aaronne Colagrossi

Un grazie di cuore al sito Ocean 4 Future