Diario di viaggio: Sudafrica.

Spinto dalla mia passione per gli squali, il mondo del mare e la geologia, qualche tempo fa mi recai in Sudafrica per un vero e proprio safari subacqueo (e geologico) con una spedizione italiana guidata dal Dott. A. De Maddalena. Passammo sette giorni tra grandi squali bianchi, balene franche australi, delfini, pinguini e otarie; circondati da un quadro naturale di montagne frastagliate e spiagge chilometriche bianche come lo zucchero, su cui si infrangevano onde oceaniche di colore blu cobalto: il regno del grande squalo bianco.

Un vero trionfo di colori e di sensazioni, di cui ne porto tuttora un magnifico ricordo, indelebile; un’esperienza di vita nel vero senso della parola.

Capo di Buona Speranza
Il signore del mare.

Le nostre giornate erano scandite dall’oceano e dai suoi abitanti; la sveglia all’alba era indispensabile per recarci immediatamente nel piccolo porto, dove il White Pointer II (l’imbarcazione del team del fotografo naturalistico Chris Fallows, BBC, Discovery Channel, Air Jaws), ci portava in mare. L’alba, infatti, è il momento migliore per osservare il grande squalo bianco (Carcharodon carcharias) nella sua attività predatoria ai danni delle otarie orsine del Capo (Arctocephalus pusillus), sull’isola di Seal Island, un isolotto roccioso su cui risiede una colonia di circa 60.000 otarie.

Il contrasto di luce creato con l’alzarsi del sole permette al grande predatore di individuare le otarie orsine del Capo, senza essere a sua volta visto dalle prede, se non quando è ormai troppo tardi e l’attacco è ormai nella fase finale. I mammiferi rientrano in piccoli gruppi all’isola di Seal Island, dopo una notte passata in oceano a nutrirsi; il grande squalo ha difficoltà però a selezionare il singolo individuo in un gruppo che nuota compatto, così predilige attaccare gli individui solitari.

Tuttavia lo squalo bianco mira prevalentemente ai cuccioli, inesperti, che nuotano generalmente da soli. Il grande cacciatore, una volta individuata la preda, rasenta il fondale, accelera, si verticalizza nella colonna d’acqua, ed esplode dalle acque con la povera otaria tra le mascelle, costellate da denti bianchi e triangolari. Naturalmente non sempre la caccia va a buon fine e il piccolo mammifero riesce talvolta a fuggire, magari riportando lievi ferite.

Il sole rosso si alza dietro le montagne.

Non scorderò mai il primo giorno in mare. L’onda lunga oceanica era scura e tetra nell’alba, gli uccelli marini saettavano davanti la prua con le loro grida da strega e i nostri pensieri correvano sul grande squalo bianco e il suo regno acqueo. Eravamo arrivati da pochi minuti sul lato sud dell’isola quando Fallows urla a squarciagola: “Predation“. Premere la leva del gas e virare di bordo fu una cosa unica per il fotografo. Mi sono sentito trasportato nella scena dell’inseguimento de “Lo Squalo” di Spielberg.

Arrivammo sul posto che però lo squalo aveva già ucciso il mammifero marino e lo stava scuotendo con un vigore e una forza straordinari, tali che mi fecero accapponare la pelle. La quantità di sangue in acqua era immensa; lo squalo, dopo aver ucciso l’otaria (adulta), cominciò a fare dei lenti cerchi intorno all’aerea dell’attacco. Lascio immaginare le nostre prime frasi a quell’incontro (molti di noi avevano visto il grande bianco solo nei documentari; ci sembrava di essere in un sogno); la scarica di fotografie fu lunghissima, consumando spazio sulle schede di memoria. Quando lo squalo ritenne che fosse ormai arrivato il momento giusto, trascinò il cadavere sott’acqua, divorandolo in tranquillità.

Il White Pointer II ci porta in mare; la gabbia antisqualo è pronta.

Nei giorni a seguire eseguimmo molte immersioni in gabbia antisqualo; vedere il grande squalo bianco in mare, mentre nuota verso di te, è come tornare indietro nel tempo, non ci si sente nella nostra epoca, ma nella preistoria, sembra di vedere un dinosauro vivente. Quello che mi ha colpito vedendoli è capire il perché venga definito “grande”: sono davvero animali possenti e massicci, con una circonferenza ben lontana dalla sinuosità degli altri squali. Un vero signore del mare, tuttavia in acqua noi siamo visitatori in un mondo sconosciuto; bisogna sempre portare rispetto per quel mondo.

Otarie orsine del Capo si riposano sulle rocce.

La gabbia veniva ancorata sempre lungo la fiancata dell’imbarcazione, in modo da permettere ai visitatori di scendere, senza l’ausilio di nessun brevetto, in mare, in apnea al massimo. Ricordo un’immersione in particolare: io ero in apnea sul fondo della gabbia, ero stufo di sentire le urla degli operatori: squalo a destra o squalo a sinistra. Così presi un bel respiro e scesi sul fondo, aggrappandomi alla griglia metallica per rilassarmi per un paio di minuti in totale osservazione, circondato dai crepitii del mare, fu in quel momento che vidi un puntolino bianco risalire dagli abissi verdastri. Da principio non capii cosa fosse: mi resi conto che era la punta del muso di un grande bianco che ascendeva nella colonna d’acqua. Si mostrò davanti i miei occhi in tutta la sua immensità, il ventre bianco neve come la balena bianca di Achab, per esplodere dalle acque e rubare l’esca di tonno. Risalii in superficie tra le urla di felicità del gruppo a bordo e della mia compagna di gabbia, Simona, che aveva visto il grande predatore saltare dinanzi a lei. Fu una sequenza straordinaria, impressa a fuoco nella mia mente… Il grande squalo bianco… capolavoro della storia evolutiva naturale…

Grande squalo bianco.

Nel tragitto di andata (o di ritorno) era sovente fare parecchi incontri di altri animali, in particolare delfini del Capo (Delphinus capensis) e balene franche australi (Eubalaena australis). Le balene sono frequenti nel periodo di settembre in particolare e, credetemi, sentire un animale pesante 50 tonnellate che respira è una cosa meravigliosa, indescrivibile; non sopporto che ci siano popoli che ancora ammazzano esseri di tale bellezza naturalistica. La costa meridionale del Sudafrica è definita Whale Coast proprio a causa del fatto che nei periodi primaverili australi le mamme vengono con i cuccioli; è possibile vederli davvero vicini alla spiaggia, un giorno pranzammo in un ristorante con le balene che soffiavano alla base della scarpata del belvedere, che pasto felice fu.

Il panorama della False Bay.

I delfini sono sempre centinaia, anzi, un giorno contammo più di duemila esemplari che correvano e saltavano tutto intorno a noi, non sapevo dove puntare la macchina fotografica; ero letteralmente ubriaco di natura selvaggia, nemmeno mille fotografie potrebbero raccontare quel momento com’è tuttora rappresentato nella mia mente, perché la bellezza del viaggiare sta nel fatto che ciò che si vede rimane a noi, nessuno può togliercelo. 

Un delfino segue la scia della nostra imbarcazione.
Aspetti geologici e curiosità.

Nel contempo, però, la mia “deformazione” geologica di osservatore di campagna, che mi accompagna sempre, perfino sott’acqua, non mi evitò di compiere qualche indagine a occhio nudo sul panorama che mi si poneva davanti. Sì perché la mia curiosità si accese il primo giorno che ci avvicinammo a Seal Island (al centro della False Bay), notai immediatamente una tipologia di roccia che entrava in netto contrasto con quella delle montagne sulle sfondo. Rientrammo in porto il pomeriggio e, dopo la lezione di zoologia con De Maddalena, ci recammo alla Boulders Beach (spiaggia dei macigni, non a caso), a due passi dal centro abitato di Simon’s Town, nonché importante porto militare sul versante orientale della penisola del capo di Buona Speranza.

Graniti di Seal Island.

Su questa splendida spiaggia trova alloggio una cospicua colonia di circa 3000 pinguini africani del capo (Spheniscus demersus). Mentre camminavo tra i meravigliosi (da un punto di vista evolutivo) uccelli marini, il puzzle geologico si compose nella mia mente come un mazzo di carte disposto ordinatamente su un tavolo da gioco: erano gli stessi graniti che componevano Seal Island. Quelle erano rocce vecchie di seicento milioni di anni, come mi confermò un geologo olandese di Simon’s Town; graniti bianchi e tondeggianti come uova di airone e con le stesse straordinarie sfumature.

Boulders Beach.

La penisola rocciosa del capo di Buona Speranza, unica nel suo genere, penetra come l’artiglio di un leone nell’oceano Atlantico meridionale. A lungo si è ritenuto che il promontorio fosse il divisore idrografico tra l’oceano Indiano e l’Atlantico: in realtà è capo Agulhas, posto verso est (e composto delle stesse rocce del cugino occidentale) a porre il limite idrografico tra i due maestosi oceani nell’estremo sud del continente africano. La penisola del capo, dal profilo alto e massiccio simile alla testa di un rinoceronte, segna il confine occidentale della False Bay (in afrikaans Valsbaai). Tale corpo d’acqua è infine delimitato a oriente da capo Hangklip, che si biforca come la lingua di un serpente in pieno oceano. L’area della False Bay, nonché i due promontori, possono suddividersi in tre aree geomorfologiche:

  •  L’area del capo di Buona Speranza, comprendente anche il parco naturale della Table Mountain e la riserva naturale di Cape Point.
  • L’area delle pianure del capo (le Cape Flats).
  • L’area capo Hangklip, comprendente anche il parco naturale di Kogelberg.

Da un punto di vista puramente geologico, invece, l’area mostra tre principali sequenze rocciose, molto, molto antiche, che dominano incontrastate il panorama della False Bay e del capo di Buona Speranza.

La prima di queste successioni è il gruppo Malmesbury (per gruppo, in geologia, si intende un’associazione di formazioni) di età non inferiore ai 650 milioni di anni (precambriano superiore) e composto da rocce metamorfiche e sedimentarie.

Dettaglio dei graniti della Boulders Beach.

Nello specifico si incontrano, a grande scala, arenarie da correnti di torbida (rocce sedimentarie), ardesie (rocce metamorfiche, le famose lavagne di scuola, abbondanti anche in Italia) e grovacche (dal tedesco minerario Grauwacke, in inglese Greywacke); la grovacca è una roccia sedimentaria clastica mal cernita, un’arenaria immatura (da un punto di vista sedimentologico) e, alcuni scienziati ne sono convinti, sembrerebbe avere tra le origini anche i Lahar (dal giavanese: lava), ovvero colate di fango, di rocce piroclastiche e di acqua, lungo i fianchi dei vulcani.

Il gruppo Malmesbury include al suo interno, come fosse un corpo estraneo, la formazione dei Graniti della Penisola (Peninsula Granite Intrusion), un corpo granitico appunto, di età non inferiore ai 630 milioni di anni. Questa intrusione plutonica viene considerata una gigantesca batolite (batholith in inglese); le batoliti sono enormi strutture, estese anche per diverse migliaia di chilometri quadrati, che si generano all’interno della crosta terrestre nei processi orogenetici che portano alla formazione delle montagne, in particolare quando i processi di anatessi fondono la roccia, permettendone (in milioni di anni) la risalita crostale.

Affioramento di una parte del gruppo Malmesbury.

Un magnifico esempio di batolite è l’Half Dome, un monolite granitico nel Parco nazionale di Yosemite (U.S.A). Le batoliti granitiche dell’area del capo di Buona Speranza affiorano in maniera piuttosto estesa, ma un magnifico esempio è Seal Island, dove, da milioni di anni, gli squali bianchi pattugliano in un continuo anello della morte i fondali dell’isolotto.

La terza macro successione rocciosa presente nell’area è denominata gruppo della Montagna della Tavola (Table Mountain Group) che si è depositata su superficie erosiva delle due precedenti. L’età di questo gruppo è variabile tra i 360 e i 540 milioni di anni. Alcune delle rocce del suddetto gruppo sono ben visibili sul versante orientale della penisola, lungo la strada che raggiunge la riserva di Cape Point.

Sequenza arenacea alla base del capo di Buona Speranza.

Questo gruppo è composto da sequenze ben precise che, in maniera sommaria, mostrano le seguenti rocce: si hanno arenarie marroni e nere, peliti rosa, argille laminate marroni, arenarie quarzose (ben visibili sulle scogliere a reggipoggio a picco sull’oceano), e, infine, da particolarissime tilliti ben litificate (tra le più rare al mondo) dovute a processi sedimentari dei ghiacciai (depositi di morene).

Queste tilliti sudafricane (insieme ad altri depositi antichissimi sparsi nel mondo) sembrerebbero essere tra gli elementi di base di una teoria scientifica (The Snowball Earth, letteralmente terra a palla di neve) secondo la quale, circa 500 milioni di anni fa, la temperatura della terra si abbassò tanto da provocarne una vera e propria glaciazione, anzi, secondo alcuni scienziati americani, sembrerebbero esserci state ripetute glaciazioni tra i 500 e i 950 milioni di anni fa.

Grazie per l’attenzione… Alcuni video li trovate qui

Aaronne Colagrossi.

Intervista da parte di ocean4future.org in merito al romanzo Inferno Blu Cobalto.

Intervista di Andrea Mucedola, ocean4future.org

Dopo il grande successo di Megalodon, il predatore perfetto e Capo Tiburon, Aaronne Colagrossi ci parla di Inferno Blu Cobalto, il suo nuovo libro sul mondo dei pirati…

I suoi primi libri, Megalodon il predatore perfetto, Capo Tiburon, In treno oltre le foreste ed ora Inferno Blu Cobalto hanno raccolto un grande successo. Sta ora lavorando a un diario di viaggio sul Botswana, altri due romanzi e due racconti. E’ proprio a seguito del successo del suo ultimo libro, Inferno Blu Cobalto, che abbiamo deciso di raggiungerlo per intervistarlo.

Megalodon il predatore perfetto Aaronne Colagrossi
Megalodon il predatore perfetto

Parlaci di te e del tuo amore per la scrittura: come nasce?

Ho sempre avuto un diario su cui scrivo, sin da ragazzo, le mie impressioni e i miei pensieri. Nel 2009 cominciai a fantasticare su una storia ambientata in mare; tutto cominciò per caso, in un caldo pomeriggio di luglio. Nell’arco di due mesi scrissi la bozza del mio primo romanzo Megalodon il predatore perfetto. Scrivere è un qualcosa che mi rilassa; lo trovo profondamente terapeutico. Quando scrivo mi isolo per ore e ore, talvolta interi fine settimana. Non mi pesa affatto, anzi mi piace e mi far stare bene. Quindi prima di tutto io scrivo per me stesso, naturalmente mi fa piacere quando le persone leggono e apprezzano ciò che scrivo; faccio sempre leggere le mie fatiche ad alcune persone estremamente abili e critiche in vari ambiti. Spero di non fermarmi mai nello scrivere, anche perché quando capita, il secondo giorno devo prendere il taccuino e buttare giù qualcosa. Sto male altrimenti!

Quali libri e autori pensi che ti abbiano profondamente influenzato e perché?

All’età di 5 anni lessi “Lo Squalo” di Peter Benchley. Per un bambino come me amante del mare e degli squali fu una vera folgorazione, mi si aprì un mondo. Un autore che invece mi ha influenzato profondamente è Michael Crichton, scomparso nel 2008, autore di capolavori come Andromeda, Il silenzio degli abissi, Mangiatori di morte, Jurassic Park e il Mondo perduto, e naturalmente L’isola dei pirati (uscito postumo). Un autore di cui nutro un profondo rispetto. Negli ultimi anni sto apprezzando molto Stephen King e Wilbur Smith, due veri geni della scrittura. Sono tutti scrittori con uno stile semplice e diretto, che sono riusciti ad entrare nel mio cuore con la loro capacità di espressione. Non mi stancherò mai di leggere le loro opere e le consigli a tutti. Poi naturalmente ci sono tantissimi altri autori che hanno influenzato il mio modo di scrivere ma non voglio dilungarmi troppo.

In treno oltre le foreste Aaronne Colagrossi Luciano Baccaro
In Treno Oltre Le Foreste

Inferno Blu Cobalto sta avendo un notevole successo di pubblico, come d’altronde i romanzi precedenti, perché hai deciso di scrivere, dopo il tuo secondo libro, Capo Tiburon (edito anche in inglese), un nuovo romanzo sulla pirateria?

La storia della pirateria antica ha sempre avuto su di me un che di affascinante e coinvolgente, sia per ciò che riguarda la nautica e le sue tecniche, sia per i contesti geopolitici nei quali si era sviluppata. La pirateria ha origini antichissime, dai tempi degli antichi Egiziani sino ai Romani, per arrivare alla famosa epopea (1630-1730) della pirateria delle Indie Occidentali (Caraibi) e Orientali (Oceano Indiano).  Quando iniziai a scrivere questo libro, nel 2014, volevo raccontare la storia di un pirata cercando di trasmettere le stesse sensazioni che ebbi da ragazzo nel leggere i miei primi romanzi d’avventura. Volevo però anche dare il giusto tono storico al manoscritto, infatti nel romanzo sono presenti molti personaggi, sia realmente esistiti che fittizi, distribuiti in varie località del globo. In particolare nella storia sono citate, localizzate e descritte molteplici località geografiche, soprattutto colonie, città, isole, vulcani e catene montuose, nonché vaste aree marine e zone costiere.

Quanto tempo hai impiegato a scrivere questo libro? Quale ambiente preferisci per scrivere? Descrivi un po’ l’atmosfera e l’ambiente che tu preferisci quando scrivi i tuoi libri? 

Ho impiegato circa due anni per scriverlo, apportare il giusto editing tramite un editor e raccogliere le sensazioni del gruppo di lettura che avevo creato con alcuni amici; per studiare la bibliografia storica ho impiegato invece circa tre mesi, vari testi però, anche in inglese. In genere scrivo nel mio studio, sia a penna che su Word, al computer. Unica richiesta è la musica, mi piace scrivere sentendo musica, dal Rock, alla Classica sino alle Colonne Sonore. Generalmente metto un po’ di musica, mi prendo un caffè, disattivo il cellulare, Facebook e mi isolo nel mio “mondo”, per così dire. Ne riemergo solo dopo parecchie ore.

Pierre Le Grand
Pierre Le Grand, protagonista di Capo Tiburon. (Realmente esistito)

In quale genere letterario collocheresti la tua opera e quali sono i temi principali del libro?

Il mio è un racconto di avventura e di tipo storico incentrato sulla Pirateria, il coraggio e l’ avventura.

La lettura di un libro comincia già dal titolo. Perché questo titolo?

Semplice. Il mare, l’elemento su cui la pirateria si muove dalle Indie Occidentali alle Orientali, diventa improvvisamente un elemento quasi nemico per i protagonisti, un vero inferno blu cobalto. Ne leggerete delle belle.

Come definiresti il tuo stile? A quale autore del presente o del passato ti senti (o aspireresti) di somigliare?

Bella domanda. Tutte le persone che hanno letto sia il mio primo romanzo che il secondo concordano su un punto: sono estremamente diretto e semplice nello stile e nelle strutturazione dei dialoghi. I tre autori ai quali mi ispiro, come stile, sono Michael Crichton, Wilbur Smith e Stephen King.

Cosa c’è di autobiografico in questo libro?

Diciamo che c’è un pezzettino di me in ogni singolo pirata dell’equipaggio del comandante Knight.  Mi sono ispirato molto alla letteratura di genere e alla cinematografia relativa. In merito ai personaggi ho preso ispirazione sia da alcune persone che conosco, decisamente caratteristiche sia nell’aspetto che nel carattere, sia da personaggi del mondo dello spettacolo, in particolare dal cinema. Ci sono facce che mi ispirano molto e mi colpiscono per la loro determinazione. Ciò che ha ispirato il mio libro è la pura e semplice passione per il mare e tutto ciò che lo riguarda, ivi compresa la storia della pirateria e della nautica.

C’è qualche personaggio del libro in cui ti riconosci particolarmente?

Come ho detto c’è un piccolo pezzettino di me in ogni personaggio pirata che prende parte alla storia. Quindi il mio io è sparpagliato tra le pagine, tuttavia nel comandante Charles Lee Knight ci sono molti aspetti che riguardano la mia personalità.

Copertina Capo Tiburon Aaronne Colagrossi
Capo Tiburon

A chi è rivolto questo libro, quale pensi che sia il tuo pubblico ideale e per quale motivo?

Finora è stato letto sia da persone adulte sia ragazzi adolescenti. Non credo che ci sia una fascia di età specifica. Penso che sia indirizzato a tutti gli amanti del mare, dell’avventura nel più ampio senso del termine, della storia e dell’azione. Si tratta di una storia in cui il protagonista matura, cambiando molti aspetti della sua personalità e arrivando a capire davvero quale è il suo coraggio nell’affrontare le avversità della storia: un vero e proprio viaggio dell’eroe, insomma. Tuttavia una storia semplice e diretta, che non vi farà annoiare.

Immagina di fare la presentazione del tuo ultimo libro davanti ad un vasto pubblico. Come scriveresti le prime righe di introduzione al tuo discorso?

“Che cosa sapete veramente della pirateria? Siamo abituati a vedere il pirata armato di sciabola e tricorno al cinema ma chi erano veramente questi personaggi che hanno segnato un’epopea, a volte scrivendo  la storia con le loro gesta. Knight fu uno di questi, tuttavia non vedrete il suo nome nei libri di storia, perché era un pirata, un nemico del genere umano, per l’ordine costituito. Eppure Knight e la sua ciurma di filibustieri attraversarono il globo per trovare la salvezza e fare giustizia. Dal suo nome nasce questa storia di fantasia ambientata nel mar dei Caraibi, nel 1666. Il Reaper, una nave pirata di Port Royal in Giamaica, attacca una nave ad est di Cuba. Ma la preda catturata si rivela di tutt’altra pasta: è una nave inglese. Carlo II d’Inghilterra, il potente sovrano, brama vendetta e vuole il comandante Charles Lee Knight: vivo o morto, non fa differenza. Charles Lee Knight affronterà il suo destino attraverso oceani, isole sconosciute, avventure, indigeni, battaglie navali, tempeste, violenze, morte, prigionia, bottini … l’amore.”

Se dovessi consigliare una colonna sonora da scegliere come sottofondo durante la lettura del tuo libro, cosa sceglieresti?

Decisamente il CD di Master and Commander, Sfida ai confini del mare, un film indimenticabile, interpretato da Russel Crowe (il Gladiatore) e basato sui romanzi di Patrick O’Brian, tra l’altro uno dei miei autori preferiti.

Port Royal_la Sodoma del Nuovo Mondo
Giamaica, baia di Port Royal.

A chi è dedicato questo libro, oppure, a chi lo dedicheresti?

È dedicato a mia madre, donna davvero tenace verso le avversità della vita, un po’ come il protagonista del mio romanzo. Ma anche in memoria di mio nonno materno, fiero marinaio d’Italia nella seconda guerra mondiale.

Spero di avervi incuriosito con la pirateria… ora sta a voi perdervi nei miei libri… [Amazon]


 

 

 

 

Georgia australe: paradiso sospeso.

Nel lontano oceano Atlantico meridionale, a mille miglia a est da capo Horn, svetta solitaria e silenziosa la Georgia Australe (o Georgia del sud); l’isola rocciosa si erge maestosa come una gigantesca mezzaluna di 180 chilometri di lunghezza.

Come scrissero alcuni balenieri del novecento, vedendola dal mare sembra un Himalaya appena emerso dalle acque del Diluvio Universale: un’apparizione eccezionale, picchi di ghiaccio, pinnacoli di roccia e distese nevose perenni fin dove occhio possa mirare. La sua natura è aspra e bella ma mutevole allo stesso tempo, il cielo terso si può chiudere improvvisamente per una tempesta di neve, per poi riaprirsi nuovamente al sole. È come se l’isola fosse segnata da un destino maledetto, dicevano gli antichi esploratori.

La prima descrizione dell’isola, e il suo corretto posizionamento geografico, risalgono al 1675, quando un commerciante inglese incappò in una tempesta al largo di capo Horn, dovette deviare per migliaia di chilometri, approdando nella selvaggia South Georgia.

Georgia Australe: paradiso sospeso
Ernest Shackleton e la sua scialuppa.

Ernest Shackleton vi arrivò con cinque uomini su una scialuppa, dopo 16 mesi di stenti nelle terre antartiche. Era il 24 aprile del 1916 quando un piccola scialuppa, attrezzata alla meno peggio, salpa dalla sperduta e disabitata isola Elephant, a poca distanza dall’Antartide, per raggiungere la Georgia del Sud, approdo saltuario di baleniere, ad una distanza di circa 700 miglia nautiche, circa 1300 chilometri in un mare complesso da navigare… A bordo ci sono sei uomini, già stremati da mesi di fatiche, sopravvissuti allo stritolamento da parte dei ghiacci della loro nave, la Endurance. Inutile dire che quell’isola sembrò a quei disperati un paradiso al confronto dell’inferno dal quale proveniva. Al loro comando c’era un uomo inossidabile, Ernest Shackleton.

Da un punto di vista geologico la South Georgia fa parte di un frammento di crosta continentale un tempo unito alla Penisola Antartica e al Sud America. Tutti i frammenti di questa crosta continentale (Georgia A, Isole Sandwich Australi, Isole Orcadi Meridionali, ecc) si sono spostati verso est nel corso di milioni di anni. L’isola della G. A. è composta prevalentemente da rocce sedimentarie del Mesozoico con bellissime sequenze torbiditiche. Si riscontrano anche rocce ignee di attività vulcanica nel lato meridionale.

Georgia Australe: paradiso sospeso
Mappa fisica della Georgia Australe.

Geograficamente l’arcipelago presenta numerose vette montuose, con ben undici cime sopra i 2000 metri di altitudine; la più alta è Monte Paget con i suoi 2935 metri s.l.m. Ma il panorama splendido delle montagne è deturpato lungo le coste dalle decine d’impianti arrugginiti e dismessi, per la lavorazione delle balene; molti di questi impianti oggi sono stati occupati da colonie di pinguini e foche.

Il paradosso si trasforma in miracolo: l’isola, un tempo teatro di uno dei più grandi massacri di mammiferi marini, oggi pullula di una quantità tale di animali marini da far pensare a come fosse il mondo prima dell’invenzione della lancia, dell’arco e del fucile.

Nel 1775 James Cook arrivò nella Georgia Australe a bordo dell’HMS Resolution, facendone una dettagliata descrizione ma trascrivendo, ahimè, che vi era una straordinaria abbondanza di foche.

Georgia Australe: paradiso sospeso
Elefanti marini del Sud in lotta per le femmine.

Dieci anni dopo arrivarono le prime imbarcazioni per la caccia. Nella sola stagione 1800-1801 una sola delle 18 navi inviate uccise 57.000 otarie orsine antartiche (Arctocephalus gazella). Fu portata quasi all’estinzione. Per non parlare della popolazione di elefante marino del Sud (Mirounga leonina), cacciato per l’olio che si otteneva dal suo grasso, fu ridotto alla quasi estinzione.

Poi fu la volta delle baleniere, che dapprima si dedicarono ai cetacei più lenti, come balene franche, megattere e capodogli; dopo il novecento, con l’avvento delle macchine a vapore, vennero erette stazioni baleniere direttamente lungo le coste della Georgia Australe, dedicandosi anche al massacro della balenottera comune e della balenottera azzurra. Negli anni venti furono introdotte le navi fabbrica, o officina, che macellavano direttamente in mare. (Leggi altro articolo sull’argomento: [Leggi la descrizione])

Georgia Australe: paradiso sospeso
1917, vecchia foto che ritrae una stazione baleniera di macello.

Ma ora sono le stazioni baleniere a essere estinte sull’isola, sono i cacciatori di foche a essersi estinti, tutti scomparsi nel tempo. Eccettuata la balenottera azzurra, quasi tutte le specie cacciate sono ritornate in auge, con popolazioni da capogiro in alcuni casi. Vi è addirittura una colonia di pinguini reali (Aptenodytes patagonicus) che conta 300 mila individui; era scesa a circa 1100 individui. La popolazione di elefanti marini del Sud conta invece circa 6000 individui.

Georgia Australe: paradiso sospeso
Georgia Australe, stazione macello balene in disuso.

Ma qual è il segreto di questa esplosione di vita che ha sempre caratterizzato questo paradiso sospeso?

Il krill è la risposta. Un piccolo crostaceo dell’ordine Euphausiacea. Le colonie di krill (una parola di origine norvegese) raggiungono dall’Antartide l’isola in milioni d’individui, divenendo l’alimento base per balene, foche, pinguini e tutti i predatori che accompagnano questi animali, tra cui squali e orche.

Purtroppo ogni tanto il fiume di krill antartico sembra perdere la retta via, per così dire. Un esempio ne è stata la penuria registrata nel 2004 e nel 2009. Le cause sono ancora sconosciute ma gli scienziati concordano su due probabilità: variazione ciclica nella popolazione di krill, o cambiamenti climatici che influiscono sulle correnti antartiche.

Georgia Australe: paradiso sospeso
Krill che si nutre di fitoplancton sotto il ghiaccio.

La scomparsa di diverse piattaforme di ghiaccio nel perimetro antartico sembra influire sullo svernamento delle larve di krill, che poi migrano.

Gli iceberg che vagano intorno alla Georgia Australe sono aumentati negli ultimi anni, sono molto belli è vero (per una foto ricordo) ma rappresentano un pericolo in agguato per le migliaia di specie marine che subiscono i cambiamenti climatici che stanno interessando l’intero pianeta.

Aaronne Colagrossi

Un grazie di cuore al sito Ocean 4 Future

Il Vecchio Swan.

Il vecchio Swan aveva circa ottantaquattro anni, ma era ancora robusto e con lunghi capelli neve, che incorniciavano un viso largo e severo, quasi saggio. Era sempre di buon umore e piuttosto generoso, soprattutto verso i giovanissimi dell’equipaggio, mozzi di quindici anni. Beveva poco, o di rado, e aveva servito in gioventù nell’esercito inglese; era molto coraggioso, tuttora, nonostante l’età.

Sapeva maneggiare molto bene le lunghe pistole, ma non i moschetti, che trovava poco pratici. Era in mare da ormai quarant’anni, da quando aveva lasciato l’esercito, non aveva mai sofferto il mal di mare, anche nelle peggiori tempeste, né altre malattie, che abbondavano nelle Indie Occidentali, come malaria e dissenteria.

Da William Dampier. Memorie di un bucaniere.

Aaronne Colagrossi