Quando la vita esplose

“Libera dalla schiavitù, la vita finalmente esplose”

 

Più di mezzo miliardo di anni fa la vita esplose. La biodiversità si fece largo sul pianeta come un bulldozer in una cava. Nel cambriano ebbero origine la maggior parte dei gruppi animali esistenti oggigiorno.

Da semplici microbi, le creature si evolsero in qualcosa di più grande (macroscopicamente) e più complesso (geneticamente). Tutto iniziò 570 milioni di anni fa; sono talmente tanti che forse persino il cervello umano ha difficoltà a contarli e a comprendere a fondo le miriadi di variazioni geologiche e paleontologiche che avvengono sul pianeta in questo lasso di tempo: mezzo miliardo di anni.

Incredibile!

Per tre miliardi di anni la Terra era stata popolata da organismi unicellulari e pluricellulari semplici; poi successe qualcosa, 700/800 milioni di anni fa il pianeta fu interessato da una serie di estese glaciazioni che portarono al fenomeno della Snowball Earth, ovvero la Terra a “Palla di Neve”. Dopo questo lunghissimo periodo freddo, circa 580 milioni di anni fa, queste glaciazioni terminarono; la fusione della gigantesca calotta di ghiaccio permise all’ossigeno di raggiungere una soglia critica tale da consentire lo sviluppo di organismi pluricellulari complessi.

La vita esplose.

Come ho scritto prima, le più antiche evidenze fossili risalgono a circa 570 milioni di anni fa. Tuttavia si tratta di datazioni per difetto sui registri fossili. Gli studi genetici sugli organismi viventi indicano che forme di vita complesse esistevano anche prima.

Snowball earth
Ricostruzione digitale della Snowball Earth.

Nel periodo geologico ediacarano avvenne la glaciazione di Gaskiers (molto breve, due milioni di anni circa, anche meno). L’ediacarano è ritenuto dai geologi un vero e proprio periodo misterioso. Molti organismi fossili sono conosciuti solo per l’impronta lasciata nei fanghi, o nelle ceneri vulcaniche; molti organismi dell’ediacarano non assomigliano nemmeno agli animali viventi oggi.

Sull’isola di Terranova, in America del nord, si trova un promontorio roccioso chiamato Mistaken Point (letteralmente Punto Sbagliato), a causa dei naufragi, infatti i capitani lo scambiavano per un altro punto, da cui il nome.

A Mistaken Point sono però emersi dettagli geologici e paleontologici davvero straordinari e meravigliosi. Il sito (non è l’unico dell’ediacarano) è studiato da decadi, eppure i paleontologi vi vedono chiaramente uno scenario nuovo e rivoluzionario.

Mistaken Point
Mistaken Point, sull’isola di Terranova.

Molti fossili scoperti a Mistaken Point non nuotavano, né strisciavano pur assomigliando, alcuni di loro, a scheletri di serpenti. Erano forme di vita diverse, la maggior parte delle persone ne ignora persino l’esistenza, per non parlare dei creazionisti (ma questa è un’altra storia). In quest’angolo flagellato dalle gelide onde oceaniche dell’Atlantico settentrionale è conservato questo antico fotogramma del pianeta, come una vecchia foto in bianco e nero, la scintilla della grande vita che sarebbe esplosa nei milioni di anni successivi.

Uno dei fossili dell’ediacarano di Mistaken Point.

“Qui, per la prima volta, la vita è diventata grande”. Dice il paleontologo Marc Laflamme, dell’Università di Toronto.

Per risolvere questo mistero bisogna però fare qualche passo indietro: nell’Australia del 1946, quando il geologo Reginald Sprigg scoprì degli strani fossili sulla collina di Ediacara (da cui il nome del periodo). Sprigg dapprincipio non sapeva che quei fossili risalissero a 550 milioni di anni fa, ovvero dieci milioni di anni prima dell’esplosione del cambriano.

Ci sono somiglianze con la fauna fossile dell’isola di Terranova: questi organismi erano molto simili tra loro, insomma erano connessi, in qualche maniera.

Australia Edicariano
Australia, strato guida dell’ediacarano marcato con un disco di bronzo.

I siti scoperti e attribuiti all’ediacarano sono 40 e sono sparsi in molteplici località del mondo, eccetto l’Antartide (solo perché coperto di ghiacci, ancora per poco tuttavia, stando al tasso di scioglimento dei ghiacci).

La domanda a questo punto è obbligatoria: che cosa, dopo miliardi di anni in cui il nostro pianeta fu popolato da soli microbi, consentì a questi organismi di diventare più grandi e di diffondersi in tutto il pianeta?

Prima che la fauna di Ediacara si diffondesse sulla Terra, l’evoluzione funzionava a scala perlopiù microscopica; ciò era dovuto anche alla carenza di ossigeno planetaria, che alimentava (e alimenta tuttora) il metabolismo animale.

Mar Bianco ediacarano
Mar Bianco, Russia. Uno dei 40 siti dell’ediacarano.

Nel 2016, sulla prestigiosa rivista Nature fu pubblicato un articolo che evidenziava come, nell’atmosfera terrestre, la percentuale di ossigeno richiedeva non meno di cento milioni di anni per incrementare dall’1% al 10%, innescando, così, l’esplosiva diffusione della vita.

Due miliardi di anni fa vi fu un primo incremento di ossigeno terrestre, grazie ai batteri marini che lo generavano con la fotosintesi. Tuttavia i livelli si mantennero bassi per un altro miliardo di anni. Tra i 717 e i 635 milioni di anni fa vi furono tre glaciazioni molto potenti che ricoprirono a intervalli l’intero pianeta (fenomeno Terra a Palla di Neve, come è conosciuto tra gli scienziati). Durante queste glaciazioni, i livelli di ossigeno aumentarono.

Australia, fossile dell'ediacarano.
Australia, fossile dell’ediacarano.

Queste tre glaciazioni (dalla più antica) furono la Sturtiana, la Marinoana e la Gaskiers. Durante la prima gli scienziati hanno scoperto che gli oceani era più ossigenati in superficie, ma non in profondità, dove si accumulò molto ferro. Durante la seconda glaciazione si nota la comparsa di invertebrati e un livello maggiore di ossigeno, ma è dopo l’ultima glaciazione che, con lo scioglimento dei ghiacci, in concomitanza di eruzioni vulcaniche, l’anidride carbonica fece da effetto serra, riscaldando l’atmosfera.

Fusione dei ghiacci, aumento dell’ossigeno ed evoluzione delle cellule più complesse consentirono agli organismi dell’ediacarano di prosperare?

Probabilmente.

Questi organismi avevano generalmente forme a fronda, un paleontologo tedesco li definì strutture biologiche a trapunta. La nutrizione doveva comunque essere un problema per queste creature, non essendo provviste di bocca, né di intestino, né di ano, né di testa e né di occhi.

Fauna edicariana
Ricostruzione digitale della fauna dell’ediacarano.

Molti di questi organismi presentavano una sorta di disco di ancoraggio, un rizoide che faceva presa sul fondo marino, permettendo a queste forme a fronda di muoversi nell’acqua, o fluttuare. Inoltre i fondali marini di mezzo miliardo di anni fa erano ricoperti di tappeti microbici. Tuttavia queste creature a fronda non erano piante, quindi non potevano sfruttare la fotosintesi, oltretutto vivevano a più di mille metri di profondità, dove non c’era luce (e tuttora non c’è).

Quindi come si nutrivano?

L’ipotesi più accreditata dagli scienziati è che questi organismi si nutrissero tramite osmotrofia, ovvero assorbivano le sostanze nutrienti dissolte nell’acqua tramite la superficie corporea. 

La fauna ediacarana si estinse circa 540 milioni di anni fa, all’inizio del Cambriano. Molti scienziati sono concordi sul fatto che si tratti di una sorta di esperimento evolutivo fallito di vita pluricellulare.

Perché?

Alcuni paleontologi canadesi hanno una loro teoria, in parte basata anche sui fossili rinvenuti in un sito ediacarano della Namibia. Sostanzialmente i vermi cominciarono ad avere strutture complesse che non li facevano limitare al solo strisciare sui fondali oceanici, come era sempre stato, ma potevano scavare i fanghi con lunghi tunnel, grazie all’evoluzione di una muscolatura complessa.

Namibia
Namibia. Sito geologico dell’ediacarano.

Inoltre ci furono cambiamenti anche nella chimica oceanica, gli scheletri dei fossili mostrano ricchezza di calcio. Questi fattori sembrano essere la chiave per questo mistero. L’ipotesi dei vermi e delle loro tracce sembra confermata soprattutto in un sito australiano, dove la roccia ricorda il formaggio svizzero, per come è tappezzata di tracce di vermi (icniti, in geologia).

“Lo sviluppo della muscolatura complessa in questi vermi segna l’inizio del Cambriano”. Dice il paleontologo australiano James Gehling.

In ultima analisi c’è un punto importantissimo, scoperto da un gruppo di paleontologi canadesi in Ontario. Costoro, sempre analizzando le icniti di molti siti, hanno individuato che questi vermi, oltre ad aver sviluppato una muscolatura atta a cambi di direzione nelle tre dimensioni, non tornavano in aree già battute dai vecchi tunnel: ciò indica capacità cerebrali superiori. Non cercavano il cibo a caso, girovagando senza meta, erano metodici! I ricercatori affermano che il cambriano corrisponde alla fase in cui il comportamento fu codificato nel genoma.

Cambriano
Ricostruzione di un mare del cambriano.

La fauna dell’ediacarano fu praticamente soppiantata da questi organismi più efficienti, che dettero la scintilla per l’esplosione della vita nel successivo mezzo miliardo di anni.

Qualcuno potrebbe chiedere: come si quantifica questa esplosione oggi?

Bene. Prendiamo la classe di animali dominante: gli artropodi. Questi sono composti dagli insetti, dagli aracnidi e dai crostacei. Al momento vi sono un milione duecentoquattordici mila e duecentonovantacinque specie di artropodi conosciuti. Sono davvero un esercito, rispetto a noi mammiferi.

ragno
I ragni fanno parte degli artropodi.

Gli artropodi hanno caratteristiche comuni tra di loro, come l’esoscheletro (ovvero esterno) resistente e il corpo segmentato in sezioni. Gamberi, insetti stecco, cavallette, granchi, stomatopodi, ragni, scorpioni ecc… E potrei continuare ancora, oltre un milione di specie, e probabilmente molte devono ancora essere scoperte.

Già nell’ordoviciano, circa 450 milioni di anni fa, gli artropodi erano ben diversificati, con la famigerate e stupende trilobiti (ormai estinte), che molti di voi avranno certamente visto. La proliferazione degli animali del cambriano si deve anche a un modo nuovo di alimentare il proprio corpo: nutrendosi di altri animali. I predatori sono il motore della vita, essi evolsero bocche per mangiare e le prede svilupparono esoscheletri più resistenti. Fu una vera e propria corsa agli armamenti quella che avvenne tra gli artropodi, e non solo.

trilobite
Trilobite del Marocco.

Il rapporto preda-predatore è sempre stato uno dei più forti motori evolutivi e macro-evolutivi in natura, come anche dimostrato dal prof. Douglas Emlen.

Gli artropodi non furono l’unica classe interessata all’esplosione della vita e dall’evoluzione negli ultimi 500 milioni di anni, anzi. Ecco un elenco con relativi numeri relativi alle specie moderne:

  • Cordati, comprendenti pesci, uccelli, rettili, mammiferi e anfibi. Attualmente si conoscono 68.045 specie.
  • Molluschi, 117.358 specie conosciute.
  • Cnidari, ovvero attinie, coralli e meduse. Attualmente si conoscono 10.303 specie.
  • Echinodermi, ovvero stelle marine e ricci di mare. Si conoscono 7.509 specie.
  • Poriferi, ovvero le spugne. 8716 specie
  • Platelminti. Vermi piatti. 29.285 specie.
  • Anellidi, ovvero i vermi metamerici. 17.210 specie conosciute.
  • Briozoi. 5.650 specie.
  • Nematodi. Sono i vermi cilindrici. 24.773 specie.

Poi ci sono altri Phylum (gruppo tassonomico) minori con poche specie.

Cordati
Esempi di cordati.

Tutto questo per capire come, da un punto di vista evolutivo, la vita nell’ultimo mezzo miliardo di anni è letteralmente esplosa, nonostante la Terra sia vecchia di quattro miliardi e mezzo di anni. I numeri come dicevo sono relativi alle specie moderne, quindi nel calderone andrebbero inseriti anche quelli relativi alle specie fossili, ormai estinte, di cui ovviamente di moltissime di loro non si ha proprio notizia della loro esistenza. Ciò è dovuto anche al processo di fossilizzazione, notevolmente complesso.

Ci sono specie che vivono sulla Terra da tento immemore, chissà se noi umani, comparsi solo in tempi recenti sul pianeta, riusciremo a sopravvivere…

Aaronne Colagrossi

 

Intervista per il sito vendereunlibro.com

Aaronne Colagrossi
Rodolfo Monacelli intervista Aaronne Colagrossi per il sito vendereunlibro.com

 

Ho conosciuto Aaronne qualche mese fa, dopo l’acquisto di un corso (realizzato insieme a Emanuele Properzi) su Facebook.

Ha sempre dimostrato grandissimo impegno (perché se non ti impegni tu a promuovere il tuo libro, non lo farà nessuno) e ha raggiunto grandi risultati.

Per questo ti voglio presentare la tua storia.

 

Chi è Aaronne Colagrossi e come mai hai iniziato a fare lo scrittore?

Sono un geologo con una grande passione per la natura in tutte le sue forme.

Sin da ragazzo ho sempre avuto un diario su cui lasciavo le mie impressioni quotidiane e i miei pensieri. Iniziai a scrivere quasi per caso: un caldo pomeriggio di luglio del 2009.

Quel pomeriggio scrissi alcune pagine del mio primo romanzo Megalodon il predatore perfetto. In pochi mesi completai la prima bozza e fu così che tutto iniziò. Da allora non mi sono più fermato e ho pubblicato sei libri, ora sto per pubblicarne un settimo e sto lavorando a un ottavo per il 2019.

Qual è l’argomento dei tuoi libri?

Nei quattro romanzi che ho scritto tratto principalmente il mare, sotto molteplici aspetti.

In Megalodon parlo di un gigantesco squalo preistorico, nella Trilogia della Pirateria narro le gesta di questi tre filibustieri del 1600.

Tuttavia mi piace sperimentare nuove argomentazioni e nuovi stili; infatti nel 2017 ho pubblicato due diari di viaggio, uno sulla Transilvania (attraversata in treno in inverno) e uno sul Botswana (una spedizione scientifica tra Okavango e Kalahari).

Sto per pubblicare un diario di viaggio subacqueo con descrizioni specialmente del mondo sottomarino e sto lavorando a un romanzo ambientato nella Seconda Guerra Mondiale. Inoltre ho in sospeso un racconto horror e ho in mente anche un romanzo thriller per il 2020. Insomma: amo saggiare più argomentazioni in questa mia passione per la scrittura, non mi piace chiudermi in uno stile o in un argomento unico.

Hai pubblicato i tuoi libri con un editore o col Self Publishing?

Il primo romanzo lo pubblicai con un editore di Verona, piuttosto grosso anche, con cui il libro di esordio (Megalodon) raggiunse le 1500 copie vendute in tutta Italia. Non ero soddisfatto della promozione, tuttavia, che facevo praticamente da solo. Quindi nel 2015 mi ripresi i diritti per una futura pubblicazione.

Nel 2016 sperimentai il Self Publishing su Amazon; sperimentare è la parola corretta perché testai letteralmente un romanzo sulla pirateria che avevo appena scritto (Capo Tiburon). Quando l’editing fu terminato caricai il file e i risultati furono immediati e positivi, mi sono trovato benissimo, difatti tutti i miei libri sono ora sulla piattaforma Amazon e i risultati sono più che ottimi.

Quello che voglio dire è che un testo, prima di pubblicarlo in Self Publishing, va comunque controllato e ricontrollato in tutti i suoi aspetti (grammatica, trama, ecc) prima dell’upload finale sulla piattaforma. Bisogna seguire un protocollo rigido, molto simile a quello di una casa editrice (per così dire). Io sono molto severo con i miei scritti, anche perché le recensioni arrivano presto e possono essere anche molto dure.

Perché hai scelto il Self Publishing?

I motivi sono tanti, ma quello principale è legato al sistema promozionale italiano. Questo ha delle enormi falle per le case editrici medie e piccole. A meno di pubblicare con il gruppo Mondadori (che tappezza tutto il territorio italiano con il nostro libro) nella stragrande maggioranza dei casi la propria opera finirà abbandonata da qualche parte.

Inoltre molte case editrici chiedono un contributo da parte dell’autore nella pubblicazione, cosa che io trovo disgustosa, a dir poco. La mia prima casa editrice non ha mai chiesto un soldo, ed è quello il modo di aiutare un neo autore a pubblicare, tuttavia dopo un anno il mio libro giaceva semi morente da qualche parte, difatti iniziai immediatamente a lavorare tramite i social network per la mia promozione personale.

Ci parli del tuo ultimo libro?

Il mio ultimo libro è Pirati Sotto Scacco. È un romanzo storico sulla pirateria ambientato nel 1664, nei Caraibi. Qui un gruppo di pirati cerca di strappare alcuni idoli d’oro dalle grinfie degli spagnoli.

Il libro è in parte basato su eventi realmente accaduti, in particolare lo sterminio del popolo dei Cueva da parte dei Conquistadores spagnoli nel 1520. Iniziai a scriverlo il giorno di Natale del 2016; dopo tre fasi di editing, nel marzo 2018, ho finalmente pubblicato il libro su Amazon, sia cartaceo sia e-book.

Che strumenti e modalità di promozione hai utilizzato?

Iniziai con Facebook nel 2012, aprendo una pagina autore (tuttora attiva con quasi 2500 likes) con cui mi promuovevo, caricando spezzoni del primo libro, ecc.

Nel 2016 aprii anche il mio sito (aaronnecolagrossi.com) dove, oltre alle schede complete dei libri che ho pubblicato, inserisco anche articoli storici e scientifici sulle argomentazioni più disparate, tratti dalle mie passioni.

Naturalmente la piattaforma Amazon permette di avere una pagina autore, dove le proprie opere sono presentate come se fosse un sito personale vero e proprio. Questo triangolo (Facebook, sito personale e Amazon) mi ha permesso di raggiungere migliaia di persone in tutta Italia.

Nel 2018 ho seguito anche un corso con Rodolfo Monacelli ed Emanuele Properzi dove ho acquisito innumerevoli strumenti atti a migliorare l’attività promozionale su Facebook e i social network in generale, la qual cosa è stata di vitale importanza, unita anche alle pubblicazioni che hanno raccolto un certo seguito, ovviamente.

Quali sono stati i tuoi risultati?

I risultati sono stati a dir poco ottimali. Inferno Blu Cobalto è uscito nell’agosto del 2017 e un anno dopo ha raggiunto le 2200 copie vendute in tutta ItaliaCapo Tiburon ha raggiunto e superato le 1000Pirati Sotto Scacco è uscito a marzo e ha già raggiunto le 500 copie in circa sei mesi.

Considerando che l’attività promozionale la faccio tutta da solo e che ho creato uno zoccolo di lettori che mi segue, non sono numeri cattivi. Naturalmente ogni testo deve piacere e bisogna porlo nella giusta maniera all’eventuale lettore; anche la copertina è importantissima, mi avvalgo di grafici in Italia, in USA e in Sudafrica.

Ci vuoi parlare dei tuoi prossimi progetti?

Sì certo, come ho detto ho vari progetti di scrittura che sto portando avanti. In particolare un romanzo sulla Seconda Guerra Mondiale abbastanza complesso, cui sto lavorando da due anni, specialmente per lo studio bibliografico, cosa che io seguo in maniera maniacale, anche per le precedenti opere sulla pirateria. Poi vi sono alcuni racconti, altri romanzi per il 2020, ecc. Non mi piace fermarmi e non intendo farlo, scrivere è un piacere immenso, terapeutico quasi.

Ti ringrazio per l’intervista Aaronne e alla prossima.

 

Contatti e Libri di Aaronne Colagrossi

 

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Chi è Rodolfo Monacelli?

Webmarketer e Blogger mi occupo di procurare visibilità e aumentare i profitti a scrittori e a piccole case editrici attraverso Internet. Fondatore nel 2015 di vendereunlibro.com. Seguimi e scopri come usare la comunicazione su Internet per vendere il tuo libro.

Presentazione Trilogia dei Pirati

Cari amici, ho realizzato questo nuovo montaggio del video della presentazione della Trilogia dei Pirati, con audio migliorato e diapositive in sovraimpressione, così che possiate seguirlo meglio, rispetto alla diretta che feci sulla mia pagina facebook. Per qualsiasi domanda lasciatemi un commento oppure scrivetemi in privato a info@aaronnecolagrossi.com.

Di seguito i link della trilogia ebook su amazon; per chi la volesse cartacea e scontata rispetto al prezzo amazon (con dedica), mi contatti sempre in privato a info@aaronnecolagrossi.com

Intervista per il Gruppo Facebook “Io Leggo Il Romanzo Storico”

Linda bertasi e alcuni membri del gruppo intervistano Aaronne Colagrossi in merito alla sua trilogia di romanzi storici sulla pirateria.

 

LINDA BERTASI: Partiamo dalla STORIA, da dove nasce questa tua passione?

Nasce dal fatto che ho sempre amato leggere e apprendere quanti più dati possibili sulla storia dell’uomo. Ma nella mia vita non amo solo la storia, c’è anche la passione per le scienze e il mare.

LINDA BERTASI: EDITING, a chi ti affidi?

Ho un editor che si occupa di ciò che scrivo, specialmente in campo nautico. Inoltre, per ogni libro che scrivo, organizzo un gruppo di lettura che analizza la storia a fondo.

LINDA BERTASI: RICERCA, fondamentale in uno storico. Quale iter segui?

Bibliografia anglosassone, principalmente, ma anche italiana. Per la trilogia sulla pirateria ho eseguito uno studio bibliografico durato quasi tre anni, sia da un punto di vista geopolitico sia nautico e delle sue tecniche.

LUCIA SCARPA: Buongiorno! Volevo chiedere: quanto contano i personaggi secondari nelle tue storie? La caratterizzazione dei personaggi rimane uguale all’idea originale o varia durante la scrittura? Grazie!

Contano tantissimo, e ne tengo grande considerazione. la caratterizzazione rimane pressoché simile. Nel caso di Inferno Blu Cobalto, una storia molto lunga (640 pagine per tre anni di eventi narrati), vi è una certa evoluzione nei personaggi, tutti.

GIANCARLA ERBA: Buongiorno Aaronne. Ascolti musica quando scrivi? Se sì, quale?

Assolutamente sì, sia colonne sonore sia rock-blues, come anche classica, amo moltissimo anche il Bolero di Ravel. Non riuscirei a scrivere senza musica, praticamente.

GIANCARLA ERBA: Qual è il casus belli che ti spinge a scrivere una storia?

Dipende. L’ultima storia sulla pirateria (Pirati Sotto Scacco) è nata mentre guardavo le immagini del museo di antropologia di Cartagena De Indias in Colombia. Un’altra nacque da un incubo e mi svegliai, scrivendo sul taccuino l’idea. Ho sempre un taccuino dove scrivo immediatamente tutto quello che mi passa per la testa.

GIANCARLA ERBA: Meglio romanzi o saggi?

Preferisco romanzi, mi piace creare e leggere nuovi mondi, per così dire.

GIANCARLA ERBA: Quando scrivi come ti organizzi? Sei metodico o aspetti di essere ispirato?

No sono metodico. Scrivo tutti i giorni, generalmente un capitolo al giorno e rileggo i precedenti per eventuali correzioni.

FLAVIA GUZZO: Buongiorno Aaronne, e complimenti per la tua produzione! Casa editrice o self-publishing, e perché?

Grazie Flavia. Il primo romanzo fu con una casa editrice media di Verona, Poi decisi di sperimentare Amazon con un racconto e mi trovai bene, così decisi per il self-publishing. 

ALESSANDRA LEONARDI: Ciao, qual è il tuo periodo storico preferito?

Il periodo tra il 1630 e il 1730, Indie Orientali e Occidentali, ma anche la guerra di Secessione Americana è tra i miei periodi preferiti.

PITTI DU CHAMP: Ciao Aaronne. Un periodo e un luogo del quale non scriveresti mai?

Non ce ne sono, in realtà qualsiasi periodo è un potenziale candidato per una mia storia.

PITTI DU CHAMP: Non ho ancora letto niente di tuo. Come si strutturano i tuoi libri? Hanno solo un’ambientazione storica o fatti storici realmente accaduti che fanno da colonna? E ci sono apparizioni di personaggi storici vissuti oppure son tutti di fantasia? Grazie.

Ho studiato varie tecniche per la strutturazione di un romanzo di azione e avventura. I miei modelli sono Clive Cussler, Michael Crichton e Wilbur Smith. Ma ho studiato anche quelle di Stephen King e della coppia Preston&Child. Nella trilogia sulla pirateria molti fatti citati sono realmente accaduti, come anche alcuni personaggi.

LINDA BERTASI: Parliamo del romanzo Inferno Blu Cobalto. Input, personaggi, ambientazione, tematiche e messaggio?

Volevo scrivere la storia di un uomo e delle sue vicissitudini per la salvezza, ecco come nacque questo romanzo, ma volevo fosse ambientato sul mare. I personaggi sono di fantasia, ma ci sono anche personaggi realmente esistiti e le vicende si basano in parte sulla storia di William Dampier. Il messaggio è la possibilità di cambiare in una persona, una cosa molto difficile da fare.

GIANCARLA ERBA: Autori che ti ispirano?

Joseph Conrad, Clive Cussler, Michael Crichton, Stephen King, Wilbur Smith, H.P. Lovecraft, E.A. Poe, Emilio Salgari, Preston&Child, Patrick O’Brian, Valerio Evangelisti, Peter Benchley e tanti altri.

GIANCARLA ERBA: C’è un libro che vorresti aver scritto?

Sì: Jurassic Park.

GIANCARLA ERBA: E uno che sei felice di NON aver scritto?

Oddio non mi viene.

GIANCARLA ERBA: Qual è il momento migliore per scrivere per te, di giorno o di notte?

In genere scrivo la mattina, o il pomeriggio, talvolta entrambi. Tuttavia ho notato che d’estate sono meno produttivo.

LINDA BERTASI: La tua passione per subacquea e squali sono mai stati fonte d’ispirazione?

Sì assolutamente, e  parecchio anche. Il primo romanzo è iniziato grazie alla mia passione per gli squali, se non l’avessi avuto, probabilmente non avrei mai iniziato a scrivere seriamente.

LINDA BERTASI: Pirateria, perché?

Ho sempre amato questo periodo storico, ma volevo conoscere a fondo anche le motivazioni che portarono a questa epopea, così feci un lungo studio bibliografico e iniziai a scrivere Inferno Blu Cobalto e Capo Tiburon.

LINDA BERTASI: Il tuo pensiero sul self-publishing?

Mi trovo benissimo, soprattutto con Amazon. Uso abitualmente tre piattaforme e devo dire che hanno sempre risolto i problemi che potevano presentarsi. Inoltre il sistema promozionale è davvero ottimo.

LINDA BERTASI: Il tuo rapporto con i social e l’auto promozione?

All’inizio non è stato facile, ma ora sto cercando (e riuscendo) di coltivare il mio pubblico creando un triangolo tra Amazon, Facebook e il mio sito WordPress. Si tratta di un lavoro continuo e costante, il pubblico non si crea in un giorno, nemmeno in un mese. La mia pagina autore FB è attiva dal 2012 con più di duemila iscritti.

LINDA BERTASI: Nei tuoi romanzi coniughi eros e storia?

Certamente, lo trovo molto reale e necessario. I personaggi apparirebbero piatti altrimenti.

GIANCARLA ERBA: Quanto ci metti della tua persona nei tuoi personaggi?

Diciamo che c’è un pezzo di me un po’ in tutti i personaggi.

GIANCARLA ERBA: Scriveresti un romanzo su commissione? Magari su un tema che non ti piace troppo?

Non saprei, in effetti forse avrei dei problemi, però mi piacerebbe provare.

GIANCARLA ERBA: A proposito: ci sono altri generi oltre lo storico-avventuroso che apprezzi e ai quali ti vorresti approcciare come scrittore?

Certo, ho scritto anche diari di viaggio e sto pianificando un thriller, quindi sì e spero di farlo anche presto.

LINDA BERTASI: Parlaci un po’ anche degli altri tuoi storici.

Dunque, i tre romanzi storici sono sulla pirateria, il primo è Capo Tiburon, basato su eventi reali avvenuti ad Haiti nel 1635, dove un gruppo di pirati, guidati da Pierre Le Grand, attaccò un galeone spagnolo. Il secondo è Inferno Blu Cobalto, l’odissea del comandante Knight e dei sui uomini su tre oceani per sfuggire alla perfidia inglese, ambientato nel 1666 e basato su eventi reali. Il terzo è Pirati Sotto Scacco, anche questo basato su eventi in parte reali, in particolare lo sterminio del popolo Cueva da parte dei Conquistadores.

PATRIZIA INES ROGGERO: Solo pirati o anche corsari? Questi ultimi ti affascinano in egual modo?

Sì, diciamo che mi affascinano le storie alla Patrick O’Brian per intenderci, poi in realtà le differenze tra i primi e i secondi erano solo le lettere di marca e, talvolta, titoli nobiliari che permettevano a nobili di armare navi per la guerra corsa in determinati periodi, un po’ come nel ciclo dei Courteney di Wilbur Smith.

LINDA BERTASI: Ruba un personaggio storico e inseriscilo in un tuo romanzo. Chi scegli?

Sir Francis Drake, spero di scrivere qualcosa su di lui in futuro.

LINDA BERTASI: Sali sulla macchina del tempo e scegli destinazione e epoca. Dove sei finito?

Sceglierei la Port Royal del 1660. Giamaica.

LINDA BERTASI: Cena con un autore del passato. Chi scegli?

Joseph Conrad, idolo supremo.

LINDA BERTASI: La difficoltà maggiore quando scrivi?

L’accuratezza storica, sono un maniaco dei dettagli e non mi piace tralasciare cose o fatti.

LINDA BERTASI: La scena più complicata da scrivere?

Le sequenze navali, soprattutto la precisione nelle manovre nautiche.

LINDA BERTASI: Il romanzo a cui sei più legato tra i tuoi?

Megalodon, il predatore perfetto.

LINDA BERTASI: Il romanzo storico in cui vorresti vivere?

Il corsaro nero.

LINDA BERTASI: Reportage. Pregi e difetti?

Bellissimi, ma sono per un pubblico più selezionato; in genere ho notato che chi legge reportage non ama molto i romanzi.

DAVIDE CARLINI: Buongiorno. Perdonate l’ignoranza, mi potete spiegare nel dettaglio cosa intendete per reportage?

Tecnicamente sarebbe un servizio giornalistico, però si può intendere anche una sorta di diario di viaggio corredato da foto e testi.

LINDA BERTASI: Il luogo tra quelli visitati, che porti nel cuore?

L’Africa, mi è rimasta davvero nel cuore.

SONIA MORGANTI: Quanto il tuo background culturale e professionale orienta il tuo approccio alla narrazione e alla ricerca? La forma mentis del geologo aiuta ad analizzare nella profondità i fatti e i personaggi?

Sui personaggi in parte, ma sugli aspetti geografici e le ambientazioni moltissimo, perché avendo nozioni su un po’ tutto il globo riesco a districarmi in parecchi ambiti, sia in terra sia in mare.

LINDA BERTASI: Perché scrivi?

Perché mi fa stare bene, lo trovo molto terapeutico quasi; è forse una delle cose più belle che ho scoperto.

LINDA BERTASI: Tre aggettivi per definire il libro Inferno Blu Cobalto?

Seducente, nobile, imponente.

LINDA BERTASI: Tre motivi per leggerlo?

Principalmente vi sarebbe la conoscenza storica di un periodo molto oscuro, sotto molti aspetti. Poi il libro ha visto un editing nautico, quindi gli appassionati di mare potranno trarne solo beneficio. Inoltre la storia narrata si districa in molteplici ambientazioni, molti lettori lo hanno trovato affascinante.

LINDA BERTASI: Progetti futuri?

Sto scrivendo il seguito di Inferno Blu Cobalto, ambientato nella seconda guerra mondiale e intitolato provvisoriamente Guerra Blu Cobalto, sostanzialmente un gruppo di archeologi prosegue sulle orme del comandante Knight, ma non voglio svelare altro. Poi in parallelo sto scrivendo un diario di viaggio subacqueo, intitolato provvisoriamente Avventure nel Mar Rosso, dove abbiamo fatto immersioni con gli squali, ma è stata una grande avventura subacquea sotto vari aspetti, volevo raccontarla.

GABRIEL WOLF: Ciao Aaronne, è un vero piacere per fare la tua conoscenza, anche io condivido l’amore per il mare, la biologia marina e le immersioni subacquee, nonché il fascino per quella magnifica e spaventosa creatura che è il C. megalodon, a questo punto vorrei chiederti se nei tuoi romanzi mantieni sempre e comunque un rigido rigore scientifico oppure ti piace indulgere anche a ipotesi più avventate e meno ortodosse, se questo può essere funzionale per la trama?

Il piacere è mio credimi. Diciamo che mi piace ancorare le storie a elementi reali, nel caso scientifico la faccenda si complica, tuttavia nel caso di Megalodon qualche licenza me la sono presa, senza esagerare però, come avvenne nel romanzo di Steve Alten. La nuova edizione di Megalodon sta riscuotendo già un certo successo.

GIUSY MARRONE: Buongiorno, hai degli interessi molto variegati, cosa molto importante per uno scrittore, secondo me. Quale genere letterario ti permette di più di approfondire le tue passioni?

Grazie Giusy, sì sono parecchio curioso. Mi piace approfondire molteplici aspetti, diciamo che il genere avventura stricto sensu è quello che mi piace di più, ma ce ne sono tanti. Amo anche i saggi tecnici su determinati argomenti, scientifici e storici, che mi permettono di approfondire i più disparati argomenti, dalle tecnologie sottomarine al meccanismo di sparo di uno Spencer del vecchio West.

LAURA CIALE’: In percentuale, quanto prevale il vero sulla fantasia nei tuoi libri?

Ciao Laura, diciamo 70% fittizio, 30% vero. Nel caso di Capo Tiburon, esso è basato interamente su un evento storico ben preciso, che ebbe luogo in una notte, quindi in quel caso 90% vero, 10% fittizio.

TIZIANA LIA: Ciao Aaronne, ho letto alcune tue risposte e la coniugazione eros e storia mi piace molto. Se dovessi abbandonare per una volta lo storico, che genere ti piacerebbe tentare? Grazie infinite.

Ciao Tiziana, sì sto programmando un libro su un serial killer in Italia e un poliziesco, quindi mi piace sperimentare vari generi, non mi piace chiudermi in una nicchia, d’altronde ho sperimentato anche il reportage di viaggio, con buoni risultati (non eccessivi) e un techno-thriller su una spedizione abissale (Megalodon). In più sto lavorando a una sceneggiatura horror, ma al momento il progetto è un po’ arenato per mancanza di tempo materiale.

DAVIDE CARLINI: Mi piacerebbe fare una domanda pratica al signor Colagrossi, ma anche il parere di qualche altro gentile appartenente al gruppo sarebbe gradito: ripercorrendo le rotte di corsari e pirati, quale sarebbe la destinazione più suggestiva, ricca di riferimenti, di testimonianze e di resti materiali in giro per il mondo?

I luoghi sono tantissimi, certamente per l’epopea della pirateria ci sono le Indie Occidentali, come Giamaica, Tortuga, Petit-Goave, Bahamas, Roatan, Saint kitts, Cartagena de Indias, South Carolina e tanti altri. Poi ci sono le indie Orientali, Madagascar, per esempio. Poi c’è tutta l’area del Mediterraneo e la costa nordafricana, sino alla Turchia.

DAVIDE CARLINI: Se non fosse sprofondata in mare, Port Royal sarebbe ancora un luogo carico di fascino e atmosfera? Ho fatto qualche ricerca sull’isola di Tortuga, ma sembra che le tracce rimaste siano quasi del tutto cancellate. Luogo quasi rimasto incontaminato ma molto difficile da approcciare immagino.

Verissimo, su Port Royal ti consiglio questo mio articolo (Clicca). Sulla Tortuga invece ti consiglio questo (Clicca).

MACRINA MIRTI: Ciao Aaronne, sono una vecchia signora, quindi ti do del tu. Hai parlato dei pirati nel Mediterraneo. Hai mai pensato a una storia alto-medioevale? Ho scoperto che in quel periodo i pirati saraceni hanno davvero sconvolto le coste dell’Italia, spingendosi anche a centinaia di chilometri verso l’interno.

Tutti e tre i romanzi sulla pirateria che ho scritto sono ambientati tra il 1635 e il 1670, l’epopea per eccellenza dei pirati, cui seguì poi l’era di Blackbeard e gli altri pirati. Questi sono i periodi storici che preferisco. Il periodo della guerra di corsa nel Mediterraneo, Genova e Venezia, lo amo parecchio e spero di scrivere qualcosa in futuro. Mi affascina anche il periodo greco-romano, anzi, spero di poter scrivere un romanzo di pirateria ambientato in quel periodo, d’altronde i Romani introdussero il termine corsaro.

Termine Intervista.

Prezzo: EUR 14,99

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Intervista per il Gruppo Facebook “amici squali 2009-2018”

Carcharodon carcharias
Viviana Vale intervista Aaronne Colagrossi.

 

1- Da quanto tempo segui o ami gli squali?

Dal 1983, quando vidi per la prima volta il film Lo Squalo di Steven Spielberg. Avevo tre anni e rimasi terrorizzato. Tuttavia, crescendo, quella paura si trasformò in fascino e ammirazione per queste creature del mare. In seguito lessi anche il romanzo di Benchley. A nove anni mia zia mi regalò il libro Squali, della Rizzoli. Con quel libro mi innamorai definitivamente di questi magnifici predatori. Quando mi iscrissi a geologia, ebbi la fortuna di fare la tesi in stratigrafia e paleontologia degli squali. Nell’area di studio della mia regione, il Molise, era stato ritrovato un dente di Carcharocles megalodon, ora a Napoli. Scoprii altre sette specie di squali fossili nell’area, insieme ad alcuni pesci ossei. Consolidai definitivamente la mia passione per questi animali.

2 – Cosa ne pensi degli squali?

Sono animali magnifici, eleganti, regali quasi. Sono rimasti quasi immutati per quattrocento milioni di anni. Se aveste fatto un’immersione nei mari di quasi mezzo miliardo di anni fa, avreste certamente riconosciuto uno squalo. A parte alcuni dettagli, sono cambiati pochissimo. Tuttavia il nemico uomo è sempre presente. Ogni anno 70 milioni di squali vengono uccisi dalla pesca, compresa la orrenda piaga del depinnamento degli squali, rigettati vivi in mari in molti casi, solo per una zuppa di dubbio gusto.

Squalo pinna bianca oceanico, Carcharhinus longimanus. Egitto, Daedalus Reef.
3 – A parte la passione per gli squali, quella per i pirati come nasce?

Nasce dal fatto che sono sempre stato un amante del mare e di tutto quello che lo riguarda. Naturalmente in principio la mia passione per la pirateria nacque nella mia adolescenza, quando lessi i romanzi di Emilio Salgari e Robert L. Stevenson. In seguito decisi di approfondire l’argomento e feci quasi due anni di studi bibliografici, prima di scrivere la mia trilogia di romanzi sulla pirateria.

4 – Com’è nata la passione per lo scrivere?

Diciamo che ho sempre avuto un diario su cui scrivevo le mie impressioni, sin da ragazzo si può dire. Nel luglio del 2009 cominciai a fantasticare su una possibile storia ambientata in mare e con gli squali. In tre mesi scrissi la prima bozza di Megalodon il predatore perfetto. Il romanzo vide la luce nel 2012. Da allora non mi sono più fermato, ho pubblicato altri 3 romanzi sul mare e 2 diari di viaggio, uno sulla Romania e uno sul Botswana.

5 – Quando scrivi, a che tipo di lettore pensi?

Sinceramente non lo so. Penso più che altro al fatto che scrivendo, instauro un rapporto invisibile con un potenziale lettore nel futuro, quando il libro verrà pubblicato, quindi cerco di accompagnarlo nella mia storia.

6 – Come deve essere il tuo pubblico ideale?

Non ho un pubblico ideale, perché mi piace spaziare su più argomenti di scrittura. Quindi cerco sempre di pensare a un lettore potenziale e a come potrei accompagnarlo nel corso del libro, senza farlo perdere. È una tecnica che ho studiato da Stephen King, il quale critica alcuni suoi colleghi di non sapere far immedesimare il lettore nella storia, estraniandolo dalla stessa. Ecco, cerco di seguire i suoi consigli, naturalmente è molto difficile, perché bisogna scrivere un romanzo ma nel contempo mantenere una certa linea, come un binario.

7 – In che atmosfera ti piace scrivere i tuoi libri?

In genere in isolamento completo, anche di parecchie ore, o interi week end, unica richiesta: la musica. Mi piace ascoltare musica quando scrivo, dalla rock, alla classica, alle colonne sonore.

8 – A parte la fase di editing, rileggi i tuoi libri dopo la pubblicazione?

Certamente, non spesso, perché la storia è comunque vivida nella mia mente, però rileggo di frequente alcuni passaggi, che talvolta vorrei cambiare o memorizzare ancora meglio, soprattutto quelli ricchi di dettagli tecnici.

9 – Perché un lettore dovrebbe leggere i tuoi libri?

Penso che un lettore che ami il mare e l’avventura in generale ne possa trarre grande beneficio. Il libro Il Regno Degli Elefanti, per esempio, è un diario di viaggio della spedizione che ho fatto in Botswana, ma ha visto una fase di editing da parte dell’Università di Napoli, quindi le nozioni scientifiche sono estremamente accurate. In Megalodon il predatore perfetto, ho inserito le maggiori scoperte scientifiche riguardanti il grande squalo preistorico. Sono tutti dati accurati scientificamente. Anche la trilogia sulla pirateria è accurata in senso storico, ci sono persino personaggi realmente esistiti. Un potenziale lettore potrebbe trarne solo beneficio.

AARONNE COLAGROSSI LIBRO ELEFANTI
Il Regno Degli Elefanti (2017), diario di viaggio sul Botswana.
10 – Quale tra i tuoi libri è il tuo preferito?

Tecnicamente Megalodon il predatore perfetto, anche se li amo tutti, perché sono frutto di tantissimo lavoro. Inferno Blu Cobalto ha visto, tra scrittura, editing e pubblicazione, quasi tre anni di lavoro. Non un mese, si parla di anni, quindi si crea quasi un rapporto viscerale con il manoscritto, in generale.

11 – Cosa sognavi di fare da bambino?

L’esploratore degli oceani e delle terre emerse, un misto tra geologo, Indiana Jones e Matt Hooper de Lo Squalo. Volevo studiare anche gli squali, in parte ci sono riuscito grazie alla geologia e alla mia passione per le scienze. Tuttavia non sono uno zoologo nel senso stretto del termine; non ti nascondo, però, che sto pensando di prendermi anche la laurea in Scienze Naturali in futuro e fare una tesi sul grande squalo bianco in Australia o Sudafrica, o sui Carcharhinus longimanus del Mar Rosso; entrambe queste specie le ho incontrate in immersione (Sudafrica ed Egitto) e me ne sono innamorato. Ma per il momento è ancora un sogno nel cassetto.

Grande squalo bianco, Carcharodon carcharias. Sudafrica.
12 – Il tuo lavoro e le tue passioni spesso ti portano a stare via da casa, senti la mancanza della tua terra, il Molise?

Solo in parte. Dipende dal periodo. In questo periodo no, per esempio. Amo molto la mia terra, ma purtroppo offre molto poco.

13 – Stai lavorando a nuovi progetti? Magari un seguito di Megalodon il predatore perfetto, che io adoro, e che tra l’altro a luglio vedrà la nuova edizione sia e-book sia cartacea, è corretto?

Sì sto lavorando a due progetti in questo periodo. Il primo è un romanzo storico sulla Seconda Guerra Mondiale, ed è il seguito di Inferno Blu Cobalto. La storia vede impegnati due archeologi americani nella scoperta delle tombe dei pirati del primo libro. Tutto ciò avviene mentre i tedeschi e i giapponesi sono sul piede di guerra. Infatti il titolo provvisorio del libro è: Guerra Blu Cobalto, per richiamare gli eventi del primo libro. Il secondo libro che sto scrivendo è il diario di viaggio della crociera sub cui ho preso parte nel settembre del 2017 in Mar Rosso, tra Egitto e Arabia. Abbiamo visitato il regno dello squalo martello e del già citato longimanus. Ma è stata una vera avventura subacquea: delfini, tartarughe, miliardi di pesci, relitti, barriere coralline, altre specie di squali, barracuda enormi, tonni. Insomma: un safari della subacquea. La risposta è sì: ho scritto già un incipit del seguito di Megalodon il predatore perfetto. La nuova edizione è finalmente pronta e disponibile, con nuova copertina, sia cartacea sia e-Book su Amazon, in futuro comincerò a dedicarmi al seguito del gigantesco squalo preistorico.

Prezzo: Vedi su Amazon.it
Un grazie di cuore a Viviana per il tempo che mi ha dedicato.

 

DICONO DI ME

DICONO DI ME - AARONNE COLAGROSSI - ROMANZO

 

Romanzo INFERNO BLU COBALTO – 4 LUGLIO 2018 by CLIENTE AMAZON 1970 – 5 stelle su 5

Questo romanzo è imponente, avvincente, audace. Ci si sente coinvolti immediatamente in questa storia sul mare ambientata nel 1666. I personaggi sono caratterizzati benissimo e ho particolarmente apprezzato il linguaggio multietnico della ciurma pirata, cosa peraltro vera da un punto di vista puramente storico. Le atmosfere ricordano Emilio Salgari, Crichton, Smith, persino Patrick O’Brian; la struttura dei capitoli e dei dialoghi è veloce e non annoia. La ricostruzione storica è eccellente e le sequenze nautiche sono curate nei minimi dettagli. Il linguaggio è semplice e l’autore riesce a coinvolgere il lettore, quasi accompagnandolo per mano nella lunga storia del comandante Charles Lee Knight. Leggerò certamente gli altri due libri sulla pirateria, Capo Tiburon e Pirati Sotto Scacco.

Romanzo pirati sotto scacco – 1 maggio 2018 by gabrio – 5 stelle su 5

Consigliatissimo!!! Ennesimo romanzo sulla pirateria che ti affascina dalla prima all’ultima pagina! Ti immedesimi nei personaggi e ti lasci trasportare nelle loro avventure! Non vedi l’ora di arrivare alla fine! Ho provato le stesse emozioni di quando leggo un romanzo di John Grisham! Aspetto con ansia il prossimo!

Romanzo Capo Tiburon – 7 novembre 2016 by cliente amazon – 5 stelle su 5

Quando un racconto, seppur breve, ti fa vivere quasi in prima persona una storia…beh, per quel che mi riguarda, ha perfettamente centrato l’obiettivo! Una scrittura scorrevole e colorata, mai scontata, che ti porta davvero a camminare sulla tolda di una nave della filibusta, a sentire l’odore del mare, osservare le peculiari caratteristiche di ogni membro dell’equipaggio e goderti ogni attimo di una trama avvincente e avventurosa. Spero ci sarà un seguito!

Romanzo megalodon – 24 maggio 2018 by giampaolo – 5 stelle su 5

Ho atteso di essere disteso sotto l’ombrellone per avere la location perfetta per addentrarmi nel mondo marino stupendamente descritto in questo libro. Ringrazio l’autore che firma la copia del romanzo che vi arriverà a casa. A me è piaciuto molto, ci sono molte spiegazioni scientifiche sulla vita degli squali e del (forse) estinto Megalodonte. Nella trama vengono trattati argomenti a difesa dell’ambiente come l’abominio della pesca alle balene. Il testo è ben scritto e di facile comprensione, scorre piacevolmente. Personalmente mi ha tenuto aggrappato ad ogni pagina. Lo consiglio a tutti gli amanti del genere e a chi ha letto la famosa saga “Meg”. Complimenti dott. Colagrossi!

reportage il regno degli elefanti – 1 maggio 2018 by pietro – 5 stelle su 5

Questo bellissimo libro racconta la spedizione svolta nel 2016 in Africa da Aaronne Colagrossi e da altri studiosi. Conosco la prosa fluente ed impeccabile di questo autore per aver recensito altri suoi bellissimi libri. Ho trovato la stessa prosa in questo splendido libro in cui c’è anche tutto il fascino e tutta la magia del continente che ha rappresentato la culla della vita sulla terra.

reportage in treno oltre le foreste – 24 aprile 2018 by lara – 5 stelle su 5

Uno splendido viaggio non convenzionale attraverso uno dei luoghi più antichi e magici dell’ Europa, con gli scatti e le parole che solo un grande viaggiatore con l’avventura nel cuore può trasmettere.

romanzo inferno blu cobalto – 23 marzo 2018 by andy – 5 stelle su 5

Sono un grande fan dei pirati, ma ho un po’ la puzza sotto il naso nei confronti dei romanzi sui pirati, vale a dire che non solo molti non mi soddisfano, ma che abbandono la lettura della gran parte di essi senza neanche finirli. Questo libro invece si fa leggere tutto d’un fiato. Avventure sui mari, epiche battaglie, amori impossibili e tesori nascosti, tutto scritto in maniera mirabile e minuziosa dal punto di vista terminologico e storico, senza che tuttavia questo appesantisca la lettura. Grandissima e graditissima sorpresa, è un romanzo che consiglio spassionatamente! YO-HO!

Romanzo megalodon – 23 luglio 2018 by Marco Crosa – 5 stelle su 5

Senza stare a scomodare le solite formule altisonanti quali “la risposta italiana a Meg di Steve Alten”, che lasciamo volentieri ai soliti esperti del marketing di seconda scelta, il confronto appare inevitabile. Ma se il più blasonato elasmobranco statunitense primeggia forse per taglio hollywoodiano e cinematografico (e conseguentemente alquanto caciarone, ma lo diciamo con affetto) e la serie di Steve Alten può essere assimilata a un franchise di “popcorn movies” ben confezionati, nel caso del libro di Colagrossi potremmo tracciare un parallelo verosimile con una rigorosa docufiction della BBC o del National Geographic. Gli aspetti tecnici e paleontologici sono infatti di ben altro livello rispetto alla seppur godibilissima saga alteniana, e possono costituire un utile compendio introduttivo alla scoperta dell’affascinante creatura preistorica e altri giganti del mare. Particolarmente affascinante l’ipotesi sulla misteriosa “capacità segreta” del megalodonte (non approfondiamo per evitare spoiler), e davvero emozionante e ben riuscita la scena dell’incontro a grande profondità tra il beneamato squalone e i batiscafi posacavi. Nel complesso un’ottima lettura per chi ama la narrativa di squali e desidera acquisire qualche utile (e verosimile) rudimento su di essi. Un plauso all’autore!

novel cape Tiburon (english edition) – april 13th 2016 by Julianna Bella Doerreson – 5 stars 

Cape Tiburon is a story filled with pirates, Spanish sailors, and details of the capture of the Spanish galleon and ensuing battle. I loved the detail in this. Aaronne Colagrossi knows the sea and has researched his story well. I found this adventure one I could not put down. Fast paced and well written.

romanzo inferno blu cobalto – 27 maggio 2018 by Annamaria cocomazzi – 5 stelle su 5 – pagina facebook

Aaronne Colagrossi, un figlio di questa terra molisana che le fa dono di un piccolo capolavoro: Inferno blu cobalto.
Una storia avvincente, fluidamente narrata, in grado di condurre il lettore in un viaggio verso terre lontane con passione e curiosità, attraverso un’attenta scelta dei personaggi, dei loro sogni, dei loro errori, delle loro passioni.
PIRATI. Uomini valorosi, mai banali con un codice etico che stride con il loro passato ma che è in grado di farci apprezzare valori come lealtà, amicizia, amore, rispetto dei patti.
Anche dal “fondo” della vita, anche da chi si è macchiato di orrendi crimini, l’autore è riuscito nel non facile compito di donarci il piacere della lettura e la soavita` di una storia narrata con grande competenza!

romanzo inferno blu cobalto – 11 luglio 2018 by lively – 5 stelle su 5

Sarete subito catapultati a bordo di una nave pirata della seconda metà del seicento. Lo scenario storico è ricostruito benissimo e l’autore colloca perfettamente i personaggi (alcuni realmente esistiti) nel contesto del romanzo. Le sequenze nautiche sono dettagliate e non annoiano per niente, anzi, sembra di essere in mezzo alle onde su velieri pronti a massacrare il nemico a colpi di sciabola e di cannone. La storia inoltre è molto avvincente, con un pizzico di romanticismo che non guasta per niente. Anche i dialoghi sono ben fatti, si apprezza particolarmente il carattere multietnico di una vera ciurma pirata, con inglesi, francesi, spagnoli ecc… Insomma questo romanzo vi trascinerà davvero sul mare con questi uomini assetati di sangue e bottino…

reportage il regno degli elefanti – 9 aprile 2018 by alessio langella – 5 stelle su 5

Per chi come me ama l’Africa e non perde occasione per tornarci, leggere questo diario di viaggio in Botswana è stato piacere puro. L’autore riesce a trasmettere perfettamente le sensazioni che si provano in quei territori, i colori, gli odori, gli stati d’animo, ciò che comunemente viene definito il mal d’Africa.

Romanzo pirati sotto scacco – 1 maggio 2018 by Pietro Z.- 5 stelle su 5

Un libro molto avvincente, dai contenuti forti ed intensi, ambientato sui suggestivi scenari del mar dei Caraibi, fra fondali corallini e profondità di color blu cobalto. Una storia appassionante, dove una variopinta ciurma di disperati bucanieri costituita da avanzi di galera, disertori, rinnegati e banditi sanguinari, su una nave piccola, ma agile e veloce, si lancia all’abbordaggio contro i quattro potenti galeoni spagnoli che scortano una nave diretta in Spagna con a bordo i cinque preziosissimi idoli d’oro sottratti nel secolo precedente al popolo Cueva. Sarà un’impresa difficile e sanguinosa quella che dovranno affrontare i pirati per mettere le mani sul prezioso malloppo, da consegnare poi al Governatore francese della Tortuga per riscuotere il compenso prestabilito. Una storia molto coinvolgente, con un finale imprevisto e spettacolare.

Romanzo Capo Tiburon – 31 maggio 2018 by andy – 5 stelle su 5

L’unico difetto del libro del buon Aaronne è che finisce subito, mentre il lettore ne vorrebbe sempre di più di pirati, di ordini urlati, di imprecazioni al demonio, di battaglie e di uccisioni. Poco male, perché ci sono gli altri suoi libri che sono altrettanto belli e che possono saziare la nostra sete d’avventura. Quello che mi piace dei suoi libri, questo compreso, è che, oltre all’indubbio talento da scrittore, si può percepire il suo minuzioso lavoro di ricerca storica e cura dei dettagli. Si badi bene però, il tutto è messo non lì come pomposa ostentazione (come invece fanno autori inspiegabilmente più famosi di lui), ma sempre al servizio della storia. E’ uno che ama quello che scrive, e questo trasuda da ogni pagina. Più che promosso! Ora scusatemi, vado a mettermi una benda sull’occhio e una finta gamba di legno e mi scolo una bottiglia di rum. Fino al suo prossimo libro.

romanzo inferno blu cobalto – 30 aprile 2018 by Alessandra Bancalà – 5 stelle su 5 – pagina facebook

Ho letto le ultime 150 pagine di “Inferno Blu Cobalto” tutte d’un fiato, ho avuto una giornata intera e me la sono passata con i miei bucanieri preferiti! 
Sono rimasta di stucco! 
Il finale è stratosferico! Mi sono divertita, ho avuto timore per loro, mi sono intenerita, ho pianto e alla fine ho gioito con il capitano e chi l’ha seguito nella sua scelta… E pianto per chi alla fine non ce l’ha fatta… 
Era molto tempo che desideravo inoltrarmi in un’avventura di questo genere, e devo dire che Aaronne ha colto totalmente l’anima di un avventura piratesca che non solo è scritta magistralmente sia nei contenuti storici e tecnici, descrivendo ogni situazione nei minimi particolari, ma che tocca l’anima e il cuore… Mi ha divertita ed emozionata… Mi ha permesso finalmente di poter viaggiare con l’immaginazione in giro per tutti gli oceani del pianeta, accompagnata dai miei personaggi preferiti, 
pirati e bucanieri… 
Sono impaziente di ricevere il nuovo libro “Pirati sotto scacco” che Aaronne oggi mi ha prontamente spedito, per immergermi ancora in queste straordinarie avventure…
Come ti dissi tempo fa Aaronne, un romanzo piratesco per ogni stagione… 
Il “meraviglioso” capitano Knight e la sua ciurma mi hanno accompagnato durante l’inverno…
Nuova stagione nuova avventura… Non vedo l’ora di conoscere il prossimo capitano di ventura durante l’estate!
La migliore pubblicità è la soddisfazione delle persone…
Ed io farò sempre ottima pubblicità ad Aaronne e i suoi romanzi… 
Con stima Alessandra B.

reportage in treno oltre le foreste – Maggio 2017 – rivista bimestrale “hera” by dottor alessandro moriccioni

Frutto della collaborazione del romanziere e geologo Aaronne Colagrossi e del cameraman e fotografo Luciano Baccaro, questo libro è un viaggio tra parole e immagini nell’entroterra poco noto della Romania incastrata tra i Carpazi e la Transilvania. Qui sopravvivono culture e folclori congelati nel tempo, qui si giunge con il treno della meraviglia direttamente da Bucarest col sapore di una transiberiana. Ed ecco che, sfogliandolo, ci sentiamo letteralmente trasportati nella terra del silenzio dove foto rigorosamente in bianco e nero illustrano testi ugualmente ovattati. E c’è qualcosa di Vivian Maier in tutti gli sguardi, nei paesaggi, negli “attori” che Baccaro coglie in fragrante con la sua macchina. Qualcosa di Hemingway nell’incedere descrittivo di Colagrossi.

Romanzo Capo Tiburon – 4 maggio 2016 by flo72 – 5 stelle su 5

Questo racconto non troppo breve di ambientazione pirati è davvero bello.
L’autore scrive molto bene, con termini adatti al periodo e mai banali e con un uso che definirei temerario delle metafore e similitudini (tanto che in alcuni punti, non tanti, forse sono persino troppe, più di una nella stessa frase)
I due gruppi di personaggi (pirati e militari) sono caratterizzati splendidamente con il loro modo di parlare differenziato con cura.
Divertente, curato nei dettagli e senza refusi o errori che abbia potuto notare. Validissimo.

Romanzo megalodon – 30 agosto 2017 by walter la marca – 5 stelle su 5

Magnifico romanzo di avventura che, prendendo spunto da dati scientifici, crea una storia di pura fantasia, ambientandola ai giorni nostri con una dovizia di particolari che immergono il lettore, letteralmente, nelle profondità abissali dell’oceano. Per chi ama l’avventura e la vita in mare: “Perfetto! Lettura consigliata”.

Romanzo Capo Tiburon – 27 aprile 2018 by Marcoil – 4 stelle su 5

Siamo nel 1635 e la nave pirata con 29 filibustieri a bordo è alla deriva. Amo le storie di mare, di pirati e d’avventura e questo romanzo non ha certo tradito le mie aspettative.
I fatti sono ispirati a una storia vera e ha come protagonista Pierre Le Grand.
Conoscevo la storia del capitano Le Grand e del famoso attacco al galeone spagnolo vicino al Capo Tiburón, sulla costa occidentale dell’isola di Hispaniola e come detto in precedenza, queste sono le storie che amo leggere.
La scrittura si presenta fluida e si evince il grande lavoro di ricerca che contraddistingue queste pagine.
Perché 4 stelle invece che 5?
Avrei voluto questo romanzo più corposo, qualche pagina in più non sarebbe stata male.
Un bravo all’autore.

novel cape Tiburon (english edition) – may 8th 2017 by Mrs Hardyon – 5 stars 

The author strips down the characters in their essence, as they struggle to survive. He does not romanticize either cruelty or humanity, but simply writes a captivating story.

reportage il regno degli elefanti – 8 gennaio 2018 by lively – 5 stelle su 5

Un bel diario di viaggio sull’Africa che racconta la spedizione nel 2016 nel Botswana; il libro è corredato da tantissime foto a colori e in Bianco e nero a pellicola. Sono immagini amatoriali ma conservano tutta la magia dell’Africa. Libro molto scorrevole e interessante.

Romanzo pirati sotto scacco – 16 giugno 2018 by paolo – 5 stelle su 5

Anche in questo romanzo avventura e adrenalina si sommano in un susseguirsi di eventi, il tutto condito come al solito da un pizzico di romanticismo assolutamente non invadente e piacevole.

romanzo inferno blu cobalto – 22 giugno 2018 by Andrea D. – 5 stelle su 5 

Scoperto per caso, a causa della copertina col veliero che mi ha attratto subito. Come l’ho iniziato a leggere mi ha catturato immediatamente! Se vi piacciono i romanzi d’avventura, gli inseguimenti in mare, pirati e corsari, la storia del 1600/1700, se vi è piaciuto “Black Sails” o “Master & Commander” e le vicende di cappa e spada, allora avete trovato il libro che fa per voi. La ricostruzione storica è eccellente, le descrizioni curate ed evocative, ottime note per informare il lettore di termini specifici. Ho particolarmente apprezzato come la ciurma, proveniente da varie parti del mondo, usasse di volta in volta alcune espressioni nel proprio idioma d’origine. Piacevole, avvincente, interessante, davvero una lettura da gustare. Adesso sicuramente comprerò gli altri suoi libri sui pirati e anche il resto della sua produzione!

romanzo inferno blu cobalto – 30 luglio 2018 by giacomo – 5 stelle su 5 

Libro piratesco davvero bello, tra i vari libri che trattano il tema questo è sicuramente quello che mi è piaciuto maggiormente, tutti i personaggi sono ben caratterizzati, la lettura è scorrevole e mai noiosa, consigliatissimo!

Romanzo Capo Tiburon – 21 settembre 2016 by agostino casula – 5 stelle su 5

Devo dire che il libro è stato in grado di stupirmi piacevolmente sia per descrizione dei personaggi sia per il testo a livello generale; nonostante sia un breve racconto, è scorrevole e avvincente, ti tiene incollato dall’inizio alla fine, anche grazie alle dettagliatissime descrizioni. Faccio i miei complimenti al signor Colagrossi per questo libro che è davvero bello e ben strutturato su tutti i fronti, spero di poter leggere presto un’altra sua opera! Faccio ancora le mie congratulazioni per i dettagli anche sui personaggi (che forse è stata la cosa che mi ha colpito di più, grandissimo!), così realistici .Grazie per avermelo consigliato.

Romanzo Capo Tiburon – 9 maggio 2017 by viviana v. – 5 stelle su 5

Quando leggo un libro e mi trovo in mezzo ai personaggi, vuol dire che il libro è stato scritto bene e sopratutto in modo semplice. Ho già letto un libro di Aaronne Colagrossi e fidatevi di me: i suoi libri sono dei capolavori. Lo consiglio 100 miliardi di volte.

romanzo inferno blu cobalto – 15 agosto 2018 by riccardo manuali – 4 stelle su 5 

Il mondo dei pirati mi ha sempre affascinato, sin da quando da piccolo trovai per caso in edicola un fumetto che mi fece sognare ad occhi aperti per mesi… quindi mi capita ogni tanto di cercare qualche libro o film che possa farmi rivivere quei momenti. Il mitico Jack Sparrow sicuramente ci è riuscito, la serie Black Sails sicuramente no (dato che mi sono fermato alla seconda stagione). Per i libri concordo che Salgari abbia una marcia in più, ma questo Inferno Blu Cobalto non mi è dispiaciuto, anzi… e ho voluto premiarlo con 4 stelle anche se il libro forse è risultato essere un po’ troppo lungo e alcune sezioni sono risultate un po’ troppo lente. Però sicuramente meglio di altri libri che mi erano capitati tra le mani.

Romanzo pirati sotto scacco – 5 settembre 2018 by andy – 5 stelle su 5

L’ennesimo libro del buon Aaronne a cui mi incollo, l’ennesima conferma di un talento puro, di uno scrittore sopraffino e di uno storico minuzioso. Le sequenze di guerra e battaglie le ho trovate perfette, cruente al punto giusto, credibili e lineari. I personaggi sono ben caratterizzati e il linguaggio tecnico è usato ‘col cucchiaio’, per non confondere il lettore un po’ distratto o non esperto in materia. Che dire, ormai non più una sorpresa ma una bellissima certezza. Sarò sicuramente uno dei suoi lettori più assidui anche in futuro. E se dovesse deluderci… beh, non lo farà, pena un giro sotto la chiglia della nave in compagnia degli squali! AAAAAHHHHHRRRRRRRRR!

Romanzo megalodon – 27 agosto 2018 by pietro z.- 5 stelle su 5

Un’altro ottimo romanzo d’avventura di Aaronne Colagrossi, anche questo ambientato su scenari marini suggestivi, ma anche in abissi oceanici infidi e orridi. La storia questa volta parte da Fernandina, isola dell’arcipelago delle Galapagos, dove vengono ritrovati, all’interno di un calamaro gigante in decomposizione, dei denti non fossilizzati lunghi 18 centimetri che gli scienziati ritengono appartenere ad un Carcharocles megalodon, enorme squalo preistorico vissuto sulla terra da venti milioni a tre milioni di anni fa ed ormai ritenuto estinto. Uno squalo dalle misure terrificanti, pari a circa 20 metri di lunghezza per 50 tonnellate di peso. Da questo evento si snoda una storia di scontri sanguinosi e mortali negli abissi dell’oceano fra spaventosi giganti del mare. Una storia dal sapore fantascientifico che talora assume anche decise venature horror e che non sarà facile dimenticare.

Romanzo Capo Tiburon – 15 ottobre 2016 by guido cogliandro – 5 stelle su 5

Un libro con contenuti fantastici, la lettura scorre in modo piacevole, la storia è accattivante ed è raccontata in modo magistrale dall’autore, insomma sembra di appartenere alla filibusta.
Complimenti Aaronne Colagrossi.

Romanzo pirati sotto scacco – 22 ottobre 2018 by max – 5 stelle su 5

Dopo Inferno Blu Cobalto e Capo Tiburon (un raccontino agile e tranquillo) ecco un altro libro di Aaronne Colagrossi. In assoluto il migliore sui pirati che abbia letto negli ultimi anni. Ben documentato, con la giusta dose di suspance, violenza, e le competenze marinaresche per poter raccontare di orzate, abbordaggi, andatura di bolina, ecc. Veramente notevole.

Romanzo Capo Tiburon – 17 ottobre 2018 by annozero – 5 stelle su 5

Ho letto Capo Tiburon dopo aver visto recensioni positive su Inferno Blu Cobalto, dello stesso autore. Avendo visto che quest’ultimo libro era preceduto da un altro a tema piratesco ho deciso di iniziare con ordine e leggere questa prima opera sui pirati di Aaronne Colagrossi. Che dire? Un tuffo nel passato, e soprattutto un tuffo nelle acque dei Caraibi al tempo dei celebri filibustieri. Il lettore si ritrova immediatamente in quell’affascinante quanto rozzo mondo dei predoni del mare. Il ritmo è incalzante e la brevità dello scritto permette la lettura tutta d’un fiato senza però risultare sommario o povero. Adoro da sempre la letteratura piratesca e questo libro non ha nulla da invidiare ad altri forse più celebri, in fatto di avventura quanto di accuratezza storica.
E’ stato un piacere navigare con i pirati di Colagrossi e non vedo l’ora di tuffarmi nelle nuove avventure di Inferno Blu Cobalto e Pirati sotto scacco!

 

 

 

Intervista con il pirata… Aaronne Colagrossi ci racconta il libro Pirati Sotto Scacco

Pirati Sotto Scacco - Aaronne Colagrossi
Intervista a cura di Andrea Mucedola. Tratta interamente dal sito http://www.ocean4future.org

Un nuovo appuntamento con l’avventura. Aaronne Colagrossi, geologo, reporter e scrittore ci stupisce sempre con storie ricche di suspense e colpi di scena. Lo intervistiamo per voi per scoprire il suo nuovo romanzo.

Ormai è dal 2012 che scrivi attivamente, sia romanzi sia diari di viaggio. Pirati Sotto Scacco è il tuo sesto libro e terzo di una trilogia che riguarda la lunga e complessa storia della pirateria. Dove prendi gli input storici per scrivere romanzi di questo tipo?

Diciamo che tutto inizia dal fatto che mi documento moltissimo, potrei dire che il 50% del tempo dedicato alla creazione di un libro (qualsiasi), io lo passo documentandomi sui più disparati argomenti, dal meccanismo di sparo di un dato fucile utilizzato in un certo periodo alle motivazioni politiche ed economiche di guerre, colonie e re. Assorbo come una spugna tutto quello che posso trovare su un determinato periodo storico. In questi mesi, per esempio, sto scrivendo un romanzo sulla Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico, ma la ricerca bibliografica che sto facendo sulla guerra, va avanti da ormai quasi due anni. Per i miei tre romanzi sulla pirateria la ricerca bibliografica di base è stata la stessa ed è durata quasi tre anni, poiché i romanzi erano ambientati nello stesso periodo storico, tuttavia tutte e tre le storie, pur essendo scollegate tra loro, sono strettamente interconnesse a eventi reali realmente accaduti e a personaggi storici realmente esistiti. Sono un maniaco dei dettagli e non tralascio nemmeno quelli nautici, anzi mi avvalgo di persone esperte nel campo. Per la trilogia completa sono stato aiutato da due navigatori oceanici. La bibliografia sulla pirateria del centennio compreso tra il 1630 e il 1730 è davvero ampia e complessa, ma soprattutto i libri migliori sono in inglese. Consiglio i testi dell’americano Benerson Little, sono delle vere bibbie tra noi appassionati di pirateria.

Tu sei un geologo, come sappiamo anche dai tuoi articoli su ocean4future, ma da dove nasce questa tua passione del mare? Che tra l’altro ti ha portato più di una volta a contatto con gli squali, le tue creature preferite.

Il punto è proprio questo: la geologia è lo studio delle scienze della terra, che comprende tutto il nostro pianeta e ciò che lo riguarda. Io amo sia le montagne sia il mare, indifferentemente. La passione per gli squali nasce dal film Lo Squalo, che vidi all’età di tre anni, da allora è stato un crescendo di ammirazione, per questi splendidi animali. Ho avuto modo di scrivere anche la mia prima tesi sulla paleontologia degli squali e un romanzo sul grande squalo megalodon. Alcuni anni fa ottenni anche il mio primo brevetto sub e ho avuto modo di nuotare con gli squali martello, i grigi, i famigerati Carcharhinus longimanus e, non per ultimo, il re del mare: il grande squalo bianco. Inoltre ho scoperto che ci sono molti geologi con la passione per il mare e le immersioni, non siamo pochi.

Grande squalo bianco. A. Colagrossi 2012.

In Pirati Sotto Scacco questi vagabondi del mare si ritrovano a inseguire, e a essere inseguiti, da un convoglio spagnolo per recuperare degli idoli indigeni. Sono fatti realmente accaduti?

In parte sì. Tutto iniziò il giorno di Natale del 2015, stavo navigando su internet e m’imbattei nel museo di storia pre-colombiana di Cartagena de Indias, in Colombia. Vi erano tantissime statue in oro con gemme, raffiguranti animali e altri simboli da idolatrare, com’era solito presso le popolazioni indigene. Alcune di queste popolazioni, come i Cueva, citati nel romanzo, avevano molti di questi oggetti di splendida manifattura. Molte popolazioni furono letteralmente sterminate dai Conquistadores spagnoli. I Cueva trovarono la loro fine definitiva nel 1520 circa. Così mi balenò l’idea di ambientare un romanzo nel 1664, molto tempo dopo la loro scomparsa, con un gruppo di pirati che cercava di recuperare alcuni idoli d’oro dei Cueva dalle mani degli spagnoli per portarli nella Francia di Luigi XIV. Ecco come nacque Pirati Sotto Scacco.

Geoff Hunt, Vascello.
Geoff Hunt, Vascello.

In quanto tempo hai scritto Pirati Sotto Scacco?

Iniziai il giorno stesso di quel Natale, proseguii per tutte le vacanze e per tutto il mese di gennaio, scrivendo una prima bozza. In genere non mi stabilisco una trama ben precisa e mi piace “esplorare” man mano i miei personaggi e le loro attività nella storia, frase dopo frase, paragrafo dopo paragrafo. Feci leggere la bozza al mio editor, che ne rimase entusiasta, così continuai per altri due mesi, poi creai un gruppo di lettura, per analizzare il romanzo e le sue “falle”. Scrissi molti capitoli integrativi. In totale credo di averlo scritto in sei mesi, distribuiti a intervalli nell’arco di tutto il 2016.

Come mai scrivere ben tre romanzi su quest’argomento un po’ desueto, la pirateria?

Sono stato sempre un grande appassionato di pirateria, naturalmente da ragazzo la mia passione era prettamente cinematografica, o legata ai romanzi di Emilio Salgari e Robert L. Stevenson. In età adulta decisi di documentarmi bene e sistematicamente sia sulle tecniche sia sul quadro geopolitico che portò allo sviluppo della pirateria nelle Indie Occidentali e Orientali. Quello che ho scoperto in questi ultimi due anni in realtà mostra tutt’altro che un argomento desueto. Ci sono moti scrittori in Italia e all’estero che scrivono di pirateria.

La lettura di un libro comincia già dal titolo. Perché questo titolo: Pirati Sotto Scacco?

Il titolo è derivato proprio dal fatto che non mi do mai una trama quando scrivo. Mi spiego: mentre scrivevo il libro, mi rendevo conto che, per quanto questi pirati fossero abili e spietati, in realtà non riuscivano a liberarsi del nemico spagnolo: si sentivano in una specie di trappola. E io stesso avevo difficoltà a trovare una via d’uscita ai personaggi, quasi fossimo caduti entrambi in una sorta di maledizione. Ci sentivamo sotto scacco perenne, da cui il titolo che, ovviamente, non trascende dal “viaggio dell’eroe” del protagonista, un pirata inglese, che scopre un po’ se stesso nella sua odissea attraverso il Mar dei Caraibi, ivi compreso l’amore per una prigioniera spagnola. È stato molto bello scrivere questo libro, quasi una sfida nell’interpretazione psicologia di alcuni personaggi, anche.

Cosa c’è di autobiografico in questo libro?

C’è un pezzettino di me in molti personaggi, come la determinazione e la caparbietà nel raggiungere un obiettivo prefissato, nonostante le avversità e i problemi. Oppure la lealtà, quella vera e non quella che va comprata a suon di monete. Tuttavia ho inserito anche alcuni aspetti che odio profondamente nella vita, come la slealtà, o la pedofilia, tra l’altro molto frequente nelle comunità pirata delle colonie nelle Indie.

A quali progetti stai lavorando adesso?

Sto lavorando a un romanzo sulla Seconda Guerra Mondiale, ambientato nel Pacifico, dove avvenne la più grande guerra navale fino ad allora combattuta; la storia del romanzo è interconnessa al mio libro sulla pirateria Inferno Blu Cobalto, un seguito, insomma. La storia parte negli anni quaranta, quando un gruppo di archeologi ritrova le tombe dei pirati in Inghilterra e da lì riparte l’immensa caccia al tesoro del protagonista del primo libro. Tutto avviene nel momento in cui i giapponesi si preparano ad attaccare Pearl Harbor. Poi sto lavorando anche un nuovo diario di viaggio, una crociera subacquea che ho fatto l’anno scorso alle isole Brothers e a Daedalus Reef, nel cuore del Mar Rosso, per vedere gli squali martello e i Longimanus, un’esperienza di vita subacquea incredibile. Spero che possano vedere la luce al più presto.

Carcharhinus longimanus. A. Colagrossi 2017.
Prezzo: EUR 8,99
Andrea Mucedola 2018

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi

La parola emigrare ha un significato preciso, ovvero spostarsi temporaneamente o permanentemente in un altro luogo dopo un viaggio più o meno lungo, soprattutto per problemi lavorativi, come avviene anche negli ultimi anni a molti giovani (e non solo) italiani. Tuttavia nel corso del tardo Ottocento e del Novecento furono molti i bastimenti che accompagnarono milioni di italiani nei viaggi transoceanici, verso le due Americhe, o in Australia, o nell’Africa meridionale. Per dare dei numeri, tra il 1870 e il 1970 furono ventiquattro milioni, gli italiani che lasciarono la nostra penisola.

Molti dovevano vendere tutto quello che possedevano per poter comprare un biglietto di sola andata per una di queste destinazioni. C’era chi si vendeva il mulo, la vigna, la casa e quant’altro.

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi

 

Ho deciso di scrivere questo articolo dopo aver visitato il Galata museo del mare di Genova, dove è stato ricostruito il viaggio di un migrante oltre oceano; consiglio a tutti di visitare questo splendido museo. Inoltre il giorno dopo la mia visita è iniziato il Festival del Mare 2018, dove l’argomento dell’emigrazione italiana in terza classe è stato affrontato in maniera molto esaustiva.

Ma veniamo al nostro argomento, dopo che la persona svolgeva presso gli uffici tutte le pratiche per l’acquisto del biglietto, senza rischiare di non essere ammesso nel paese nel quale voleva trasferirsi (per esempio gli Stati Uniti avevano stilato una lista ben precisa dopo il 1911), egli poteva finalmente imbarcarsi per intraprendere il lungo viaggio. La compagnia marittima Navigazione Generale Italiana forniva ampi dettagli su molti aspetti riguardanti la navigazione oceanica e le regole da rispettare.

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi
USA, Ellis Island, accoglienza.

Per coloro che erano diretti in Nord America, le condizioni climatiche di viaggio, specialmente per chi partiva nei mesi invernali, non erano propriamente ottimali, poiché il freddo pungente, il mare mosso e l’umidità potevano rendere il viaggio transoceanico un vero inferno, soprattutto per le persone meno avvezze alla vita di mare, come coloro che provenivano dalle zone interne della penisola italiana, e magari non avevano mai nemmeno visto il mare, come mi hanno raccontato alcuni emigranti ormai anziani che andarono nelle Americhe negli anni cinquanta.

Il giorno della partenza era condito da tristezza per molti, di felicità per pochi (clandestini), magari c’erano persone che avevano perso le famiglie in una delle due guerre mondiali, per esempio, ed erano ormai orfani. Insomma c’era un panorama davvero variopinto. Naturalmente per le navi in partenza da Genova non vi erano solo genovesi; ma tanti altri, come piemontesi, o emiliani anche. Inoltre spesso le navi facevano sosta a Napoli, dove prelevavano passeggeri da tutta l’Italia meridionale, praticamente. Le navi passeggeri facevano poi rotta per lo stretto di Gibilterra, se dirette verso le Americhe, o per il canale di Suez per quelle dirette in India, Cina e Australia.

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi

Salito a bordo, il passeggero doveva sistemare il bagaglio, seppur misero in taluni casi. Per questo scopo sussisteva la bagagliera. Infatti il problema principale era che i dormitori a bordo erano in realtà degli spazi angusti. Questi dovevano ospitare il maggior numero di persone. Erano ammessi nei dormitori o un fagotto, o un sacco, o una piccola cassa con pochi beni vestiari e generi alimentari. Tutto il resto: vestiti, camice, effetti personali, casse e bauli grandi, andava chiuso nella bagagliera. Spesso questa rimaneva chiusa sino all’arrivo, dopo settimane in mare. Praticamente si rimaneva con gli stessi vestiti indosso per tutto il viaggio, molto spesso inumiditi dalla pioggia, dal sale, o sporcati di cibo, di vomito, di urina e di feci. Un vero strazio! Come potete immaginare.

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi

Tuttavia il dormitorio doveva seguire regole ben precise e ben descritte nel Regio Decreto n. 375 del 10 luglio 1901. In sostanza cosa recitava tale norma? Elencava per esempio le misure delle cuccette, esse non dovevano essere inferiori in lunghezza a 180 cm per 56 di larghezza. Inoltre il R.D. vietava la presenza delle cuccette (a castello) vicino ai locali caldaie e della sala macchine. Infine i dormitori erano separati tra maschi e femmine.

Esattamente, proprio per evitare promiscuità, dai sette anni in su, gli uomini erano separati dalle donne e dai bambini. Ciò era in parte dovuto ad alcune leggi degli Stati Uniti D’America, che regolavano i flussi migratori in entrata a Ellis Island; non erano ammesse navi che avessero, per esempio, più di tre ordini di cuccette per ogni dormitorio, ma solo due. Le navi invece dirette in America meridionale lasciarono per moltissimi anni tre ordini di cuccette.

Ricostruzione dormitorio maschile. Genova, Galata Museo del Mare.

Ma come erano questi dormitori? Un medico dell’epoca, tale Teodorico Rosati, scrisse: “L’impressione di disgustosa ripugnanza che si ha nel scendere in una stiva dove hanno dormito degli emigranti è tale che, provata una sola volta, non si dimentica più!“.  Rosati continua: “L’emigrante si sdraia vestito e calzato sul letto, ne fa deposito di fagotti e valigie, i bambini vi lasciano orine e feci; i più vi vomitano; tutti, in una maniera o nell’altra, l’hanno ridotto, dopo qualche giorno, in una cuccia da cane. A viaggio compiuto, quando non lo si cambia, ciò che accade spesso, è lì come fu lasciato, con sudiciume e insetti, pronto a ricevere il nuovo partente“.

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi

La realtà era questa: dormitori in cui vivevano e dormivano centinaia di uomini e donne sporchi, senza nessuna possibilità di lavarsi. Se a ciò aggiungiamo umidità, ambienti scarsamente areati, mal di mare e poca illuminazione, potete certamente immaginare le condizioni gravose in cui queste persone erano costrette a viaggiare, sia maschi sia femmine, nonché i bambini. Non a caso la maggior parte dei migranti di terza classe preferiva passare la maggior parte della giornata in coperta, onde evitare il fetore. Tuttavia per coloro che si trasferivano in Nord America nei mesi invernali, attraversare l’Atlantico non permetteva di starsene molto tempo in coperta, sbattuti dal vento gelido e dalle frequenti burrasche.

Ma la vita quotidiana a bordo non prevedeva solo dormite e passeggiate, bisognava utilizzare anche i gabinetti per espletare le proprie funzioni e per garantire un minimo di abluzioni. All’inizio del ventesimo secolo poche navi disponevano di elettricità a bordo e quasi nessuna aveva un impianto di scarico a pressione. Nel 1888, De Amicis scriveva: “I luoghi che dovrebbero dare pulizia e igiene sono in realtà orridi e per mille e cinquecento viaggiatori di terza classe non c’è un bagno“.

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi
Bagni a bordo. Genova, Galata Museo del Mare

Nella seconda classe le cose miglioravano di parecchio, ma bisognava tenere conto che sui piroscafi dell’epoca, quelli destinati all’emigrazione, come il Città Di Torino, i posti destinati alla seconda classe erano quaranta e quelli per la prima solo venti, a fronte dei mille e quattrocento totali, il grosso delle persone andava in terza. Anche se in un ambiente ristretto, le cabine offrivano comunque qualche sorta di comfort: un piccolo stipetto, un lavabo, una porta che si poteva chiudere, una stanza tutto sommato pulita e soprattutto il vaso da notte. Insomma era possibile viaggiare nel vero senso del termine. Ma non è tutto: i passeggeri di prima e di seconda avevano a disposizione i locali interni della nave, nonché locali mensa separati dagli altri; si poteva mangiare a tavola con tovaglioli e posate, con un vitto migliore, e di parecchio anche. 

Ecco cosa scrive invece il dottor Rosati in merito ai pasti di terza classe: “Accovacciati sulla coperta, presso le scale, col piatto tra le gambe e il pezzo di pane fra i piedi, mangiavano il loro pasto come i poverelli alle porte dei conventi. È un avvilimento dal lato morale e un pericolo da quello igienico, perché ognuno può immaginarsi che cosa sia una coperta di piroscafo sballottato dal mare, sulla quale si rovesciavano tutte le immondizie volontarie e involontarie di quelle popolazioni viaggianti“.

I medici come Rosati, prima del 1895, non erano obbligatori per i viaggi destinati all’oceano Indiano o nelle Americhe, oltre Gibilterra e Suez, insomma. Quindi la figura del medico di bordo divenne obbligatoria da questa data in poi. Probabilmente non era nemmeno sufficiente, considerando che il piroscafi transoceanici potevano imbarcare dalle 900 alle 2400 persone. De Amicis scrisse: “E dican quel che voglion gli igienisti che han fissato il numero necessario dei metri cubi d’aria, la carne umana è troppo ammassata, e che una volta si facesse peggio, non scusa“.

Ricostruzione infermeria. Genova, Galata Museo del Mare

Le condizioni igieniche carenti e la moltitudine di persone favorivano le malattie, per cui la presenza di un medico di bordo era davvero necessaria. Malattie come gastroenteriti e bronchiti si diffondevano rapidamente e non tardavano a mietere vittime tra i passeggeri più deboli, come bambini e anziani. Il morbillo falciava molte vittime infantili; non erano rari i casi di epidemie di morbillo sulle navi, con obbligo di quarantena per l’intera nave. Il medico di bordo non aveva mezzi necessari a contrastare tali epidemie e il buon Rosati cita che spesso il comandante prendeva un paio di uomini dall’equipaggio e gli faceva indossare il camice bianche con la croce, improvvisandoli infermieri. Nel 1884 un piroscafo italiano, con un epidemia di colera, fu respinto a colpi di cannone nel porto di Montevideo. Nel 1905, il Città Di Torino, segnalò nella traversata quasi cinquanta morti tra febbre tifoide, bronchite e morbillo. 

Le navi erano oggetto della visita preliminare, in base al regolamento della sanità marittima, l’articolo 59 del Regio Decreto 29 settembre 1895. La commissione incaricata doveva accertarsi sulla qualità dei viveri e delle bevande, sulla quantità dei medicinali presenti a bordo, sulle buone condizioni di salute dell’equipaggio, sulla pulizia generale dei locali equipaggio, sul corretto numero di passeggeri imbarcati e su una corretta areazione in tutti i locali del bastimento. 

Una figura di bordo importantissima era il commissario. A bordo dei piroscafi il Regio Commissario aveva un ruolo quasi paragonabile a quello del comandante. Il commissario compilava anche la lista passaporti, particolarmente importante per sbarcare a Ellis Island, negli Stati Uniti. Il commissario si occupava anche del mantenimento della disciplina, sedando risse, furti, violenze sessuali nei dormitori femminili, arrestando portatori di armi da fuoco, o coloro che non possedevano il biglietto (questi non sarebbero stati accettati in USA e avrebbero dovuto pagarsi anche il rientro in Italia) e, non per ultimo, toglieva le bevande alcoliche.

Ricostruzione ufficio del commissario di bordo. Genova, Galata Museo del Mare.

Nonostante ciò, gli emigranti maschi creavano molti problemi con il gioco d’azzardo e con il porto di armi da taglio, come lame e pugnali. A bordo del piroscafo Giava (misto vela-carbone), mi ha colpito un episodio tratto dal diario di Angelo Tosi del 1887-88, l’autore cita vari accoltellamenti tra elementi di bande rivali della Calabria. Un altro grosso problema erano i clandestini, in particolare coloro privi di passaporto per motivi penali e aiutati da amici, alla partenza, a salire a bordo per nascondersi. Il commissario allestiva una speciale squadra, comandata da un sottufficiale, che scandagliava ogni angolo della nave, mettendo in cella i malviventi.

Ma altri ruoli equipaggio importanti erano i macchinisti, abbandonati nei lontani locali nel cuore della nave e comandati dal direttore di macchina. Comunque è vero: la sala macchine era (ed è anche oggi) un mondo a sé, separato dal resto della nave, per così dire. Su queste navi i macchinisti oliavano continuamente le giunture e i fuochisti alimentavano le caldaie, un lavoro da inferno! 

Sì perché le caldaie dovevano rimanere sempre a una determinata temperatura, per fare in modo di avere sempre la corretta pressione nel sistema. Un’altra operazione da fare era la pulizia della cenere delle stesse caldaie; naturalmente era incandescente e andava buttata in mare. La vita dei fuochisti prevedeva turni anche di sedici ore; alla fine di questi il personale poteva andare in coperta a prendere un po’ d’aria e a rilassarsi. I loro alloggi erano vicini alle macchine, poiché in caso di emergenza dovevano subito essere pronti, naturalmente ciò significava un caldo infernale in estate e al passaggio dei tropici. Tuttavia il pericolo maggioro, quasi di morte, per un fuochista, era in caso di tempesta, poiché rischiavano di essere scaraventati vicino ai portelli incandescenti; senza contare il rischio di ritorni di fiamma.

In definitiva questi viaggi hanno segnato un’epopea, sia per i passeggeri sia per il personale impiegato a bordo, considerando che prima del 1890 i piroscafi non avevano scali prestabiliti, come avvenne successivamente. In sostanza in base alle necessità della nave o magari meteorologiche, il bastimento poteva fermarsi nel taluno o nel talaltro porto. Quindi era in sostanza una navigazione abbastanza avventurosa. Le malattie, come abbiamo visto, erano sempre in agguato, anche per il personale dell’equipaggio, senza contare gli incidenti di bordo.

Non era una vita semplice e i viaggi erano molto difficoltosi.

Aaronne Colagrossi 

 

 

 

Recensione “In Treno Oltre Le Foreste” – Rivista “Hera” n.5 2017

In treno oltre le foreste Aaronne Colagrossi Luciano Baccaro

Il libro In Treno Oltre Le Foreste è un diario di viaggio nel senso più ampio della parola, corredato da tante foto analogiche in bianco e nero del coautore.

Sulla rivista bimestrale Hera n.5 del 2017, nella sezione “La sala degli archivi”, fu fatta una gradita e inaspettata recensione del libro, da parte del dott. Alessandro Moriccioni, curatore delle recensioni librarie. Riporto interamente il giudizio espresso.

Questo libro autoprodotto (ma facilmente reperibile, clicca qui) è un’autentica perla, un piccolo capolavoro. Frutto della collaborazione del romanziere e geologo Aaronne Colagrossi e del cameraman e fotografo Luciano Baccaro, questo libro è un viaggio tra parole e immagini nell’entroterra poco noto della Romania incastrata tra i Carpazi e la Transilvania. Qui sopravvivono culture e folclori congelati nel tempo, qui si giunge con il treno della meraviglia direttamente da Bucarest col sapore di una transiberiana.

Ed ecco che, sfogliandolo, ci sentiamo letteralmente trasportati nella terra del silenzio dove foto rigorosamente in bianco e nero illustrano testi ugualmente ovattati. E c’è qualcosa di Vivian Maier in tutti gli sguardi, nei paesaggi, negli “attori” che Baccaro coglie in fragrante con la sua macchina. Qualcosa di Hemingway nell’incedere descrittivo di Colagrossi.

La neve, gli alberi, i fiumi, i palazzi, le stagioni  e le persone si fondono nello sferragliare del treno, che non si sente ma ci accompagna da lontano come una litania nella testa.

Ed è chiaro che si tratta della sola giusta colonna sonora a cui aggiungerei il lamento di un violino lontano, in una casa nella foresta.

Alessandro Moriccioni.

Il libro In Treno Oltre Le Foreste è disponibile su Amazon esclusivamente in formato cartaceo.

Recensione rivista Hera

1863 – Gettysburg – L’America spezzata.

Gettysburg - Aaronne Colagrossi

Unione, una parola che in America ha una storia profonda e complessa. Dall’aprile del 1861 all’aprile 1865 gli schiavisti, riuniti sotto la Confederazione degli Stati Uniti, si batterono per l’indipendenza dall’Unione, che il presidente Lincoln era intenzionato a mantenere ad ogni costo. Sia i confederati sia i nordisti pensavano di risolvere e vincere la guerra in poco tempo: ma non andò così. La storia parla chiaro, più di mezzo milioni di morti in cinque anni di guerra. La battaglia di Gettysburg è quindi solo un tassello nella grande scacchiera della guerra creatasi in quegli anni, tuttavia molto importante.

L’Unione incominciò ad avere la meglio solo a partire dal 1863, a luglio, per essere precisi, nella battaglia di Gettysburg, in Pennsylvania; più di centocinquantamila uomini si scontrarono in quella che è definita la battaglia più grande del Nord America. Cinquantunmila uomini caddero sul campo e più di trentamila rimasero orrendamente feriti e mutilati.

Stampa dell’epoca sulla battaglia di Gettysburg.

Ma facciamo un passo indietro all’inverno: a gennaio 1863.

All’inizio dell’anno il generale Robert E. Lee era decisamente ottimista per come stavano andando le sorti della guerra, in favore dei confederati. Nonostante la sua armata della Virginia del Nord avesse subito ingenti perdite l’anno prima, anche gli schiavisti avevano dato una batosta all’armata del Potomac dell’Unione. La situazione a gennaio era quindi sostanzialmente positiva per il sud; i due eserciti erano accampati sul lati opposti delle rive del fiume Rappahannock, in attesa che finisse l’inverno.

Il freddo era insopportabile e i viveri, soprattutto tra le file dei sudisti, non erano ottimali. Alloggiati in baracche e tendopoli, riscaldati dai soli fuochi, i soldati dei due eserciti, sui loro diari ritrovati e recuperati, descrissero situazioni molto simili:

Neve, gelo e pioggia quasi tutti i giorni; le strade e le piste sono impraticabili, tale che è impossibile spostarsi.

Gennaio 1863. Fotografia del campo nordista.

Il morale era comunque alto tra i sudisti. Il 2 gennaio, il soldato della Confederazione William F. Brand scrisse sul suo diario:

Penso che la situazione per la nostra confederazione stia migliorando e spero che tra non molto saremo un popolo libero e indipendente. Il morale della truppa è alto.

La situazione rimase così fino al 27 aprile, quando i nordisti attraversarono il fiume per dar battaglia alla confederazione. Il 1 maggio i sudisti ottennero una nuova vittoria: quella della battaglia di Chancellorsville, definita la “Battaglia perfetta di Lee”.

Soldati dell’Unione sul lato occidentale del fiume Rappahannock, nei pressi di Fredericksburg. Virginia.

La battaglia durò sei giorni, sino al 6 maggio e vi perse la vita anche uno dei migliori generali di Lee, Thomas “Stonewall”Jackson. Il presidente Lincoln invece sostituì il generale nordista Joseph Hooker con il comandante George G. Meade, a causa della sconfitta.

NB. La sostituzione avvenne però il 28 giugno, quando Hooker, infastidito dai modi di Lincoln, presentò le dimissioni. Il presidente le accettò immediatamente e nominò Meade, che dovette recarsi subito verso nord, a Gettysburg, dove era stato avvistata l’armata di Lee.

Il generale Lee ora mirava a invadere la Pennsylvania, dove avrebbe ottenuto rifornimenti e cibo nelle ricche fattorie, permettendo alla Virginia, martoriata dalla guerra, di giungere a un meritato riposo; ciò avrebbe permesso di spingere il nemico verso nord, costringendolo in uno scontro che Lee riteneva di poter vincere.

Il generale Robert E. Lee, comandante dell’armata confederata della Virginia.

I due reggimenti cominciarono ad avanzare verso nord, muovendosi in parallelo alle Blue Ridge Mountains, come immensi serpenti pronti a scontrarsi in una battaglia senza tempo.

Le marce cui erano sottoposti entrambi gli eserciti erano estenuanti. Il 5° reggimento di fanteria confederata della Virginia, ridotto a 600 unità, si unì con altri quattro reggimenti, formando la brigata Stonewall, comandata dal generale Thomas “Stonewall”Jackson; nel solo 1862 il 5° reggimento aveva marciato per 2400 km nei territori dell’America, cui dovevano sommarsi i 1100 della prima metà del 1863.

Dall’altra parte i nordisti non furono da meno; l’83° reggimento di fanteria della Pennsylvania, creato nel 1861 da mille volontari, tutti contadini delle fattorie del nord, fu decimato di 600 unità da battaglie e malattie. In quei primi mesi del 1863 il reggimento aveva già marciato per 1200 km, cercando di stanare l’esercito sudista di Lee.

Il presidente Lincoln visita un campo nordista.

L’11 giugno l’armata confederata delle Virginia superò il villaggio di Flint Hill, verso ovest, rispetto alla posizione stimata dai nordisti. Infatti l’armata di Lee mirava a valicare le montagne a occidente, per marciare poi indisturbato verso nord.

Il 13, il 14 e il 15 giugno l’esercito sudista (che avanzava attraverso le montagne) si scontrò con le forze dell’unione, nei pressi di Winchester , che presidiavano la città dal 1862. I sudisti fecero 2000 prigionieri.

Il 17 giugno i nordisti dell’83° mangiarono la foglia e i comandanti mandarono la cavalleria dell’Unione verso ovest, cercando di individuare la posizione di Lee, avvenne un sanguinoso scontro alla base dei monti Blue Ridge.

Il 21 giugno, però, i nordisti ricevettero un aiuto cruciale dall’83° reggimento della fanteria della Pennsylvania, subendo una sola perdita su un campo di battaglia di ben 27 km di estensione.

La marcia dei due eserciti verso nord, che portò allo scontro di Gettysburg, in Pennsylvania. In rosso i movimenti dei sudisti, in blu quelli dei nordisti.

Il caldo era soffocante, mentre i sudisti attraversavano i monti Blue Ridge, un soldato del 5° reggimento scrisse:

Faceva caldo e le strade erano polverose e asciutte. La polvere sollevata dai carri e dall’artiglieria ci si appiccicava addosso, rendendoci marroni come la polvere stessa.

Il 24 giugno, quando ormai il 5° reggimento confederato era penetrato in Pennsylvania e il morale era alto, un altro soldato scrisse sul suo diario:

La gente è molto arrendevole e ubbidisce docilmente alle nostre richieste. Credo che saremo in grado di fare molto, per arrivare a una pace onorevole.

Tuttavia la musica per i soldati sudisti cambiò il 27 giugno, quando il generale Lee venne a sapere da una spia civile che le forze dell’Unione erano vicine. Lee interruppe la sua avanzata nel cuore dell’America, per radunare le truppe a Gettysburg. Ma non fu così semplice; infatti il 30 giugno, nei dintorni della cittadina, il generale unionista John Buford Jr avvistò dei confederati nella periferia. Buford dispose immediatamente una linea difensiva, supponendo che l’armata di Lee fosse vicina. Il generale telegrafò al comando quel giorno stesso.

I confederati sono a quattro miglia dalla mia posizione.

Il generale nordista John Buford Jr.
Primo giorno di battaglia. 1 luglio 1863. Gettysburg.

I primi cannoni a sparare furono quelli nordisti del generale Buford, in prima linea.

Alle ore 10.00, il ventiquattrenne Rufus Dawse, tenente colonnello dell’armata nordista del Potomac, agli ordini del generale Buford, attaccò valorosamente i confederati, ma quella che dapprincipio sembrava una ritirata del nemico, divenne ben presto un attacco. I sudisti, ben protetti dietro una massicciata ferroviaria, ricambiarono pan per focaccia. Una mischia mortale per Dawse e i suoi uomini, che riuscirono a comunque a spuntarla contro i confederati, sopraffacendoli in venti minuti netti. 

Truppe confederate in marcia all’entrata di Gettysburg.

Gettysburg era circondata dai soldati confederati dell’armata di Lee. Ciò che sembrava un piccolo scontro casuale contro gli uomini del generale Buford, montò ben presto in qualcosa di molto più grande: una battaglia. La più grande combattuta in Nord America.

Il generale dell’Unione George G. Meade (ingegnere topografo) arrivò fresco di nomina sul campo di battaglia. La sua mente calcolò immediatamente la situazione e il generale individuò alcune colline alle spalle della città. Ordinò di creare delle difese su quei rilievi, in posizione sopraelevata; un vantaggio che non intendeva perdere entro la sera.

Il comandante dell’esercito nordista del Potomac, il generale Geroge G. Meade.

Il generale sudista Lee era invece determinato, quella mattina, e voleva vincere l’intera guerra, non solo quella battaglia. La sera precedente, il 30 giugno, aveva scritto sul suo diario:

Possiamo avere una grande opportunità, qui a Gettysburg.

Quel primo giorno di battaglia, il sergente unionista Amos Humiston, un ex baleniere arruolatosi dopo un discorso di Lincoln, fu respinto in città dai confederati del generale Ewell (sostituito dopo la morte di “Stonewall” Jackson); l’unità del sergente Humiston subì pesanti perdite; quello stesso pomeriggio il soldato verrà ferito al torace, morirà con la foto dei figli in mano poco dopo la mezzanotte per un emorragia interna. Quella foto fu pubblicata alla fine della guerra, due anni dopo, la moglie riconobbe i figli e fu finalmente riconosciuto anche il sergente (ancora non si usavano le piastrine di identificazione), cui venne dedicato un monumento.

IL generale sudista Thomas Jonathan Perez Jackson “Stonewall”. Dopo la morte gli successe il generale Ewell.

I nordisti avevano ordine di sparare a ogni soldato dell’Unione che si fosse rifiutato di fare il proprio dovere. Quando il tenente colonnello unionista Joshua L. Chamberlain lesse la missiva ne rimase perplesso e turbato; non poteva pretendere di più dai suoi uomini, che erano allo stremo da ormai parecchi mesi. Il tenente colonnello sapeva, però, che se avessero perso questa battaglia, le sorti della guerra sarebbero rimaste a favore dei confederati e niente li avrebbe fermati dal raggiungere la capitale, Washington D.C.

Alle quattro del pomeriggio la situazione dei confederati era molto buona, l’armata sudista della Virginia stava vincendo l’ennesima battaglia e Lee se ne rallegrò.

I generali confederati non si aspettavano una grande mole di soldati dell’Unione, ciò generò un po’ di confusione iniziale, poiché il nemico fu stimato in un numero minore; si aspettavano infatti solo una strenua resistenza da parte della popolazione locale. Lee non intendeva far del male ai civili, così mandò precisi dispacci relativi all’argomento.

Uccidere civili solo per difesa personale.

In un altro dispaccio Lee sembrò piuttosto irato verso alcuni ufficiali comandanti, così scrisse per tutti:

Dobbiamo colpire l’esercito Yankee e dobbiamo essere veloci.

I nordisti dettero ordine alla popolazione civile di nascondersi in casa e di non uscire; alcuni si nascosero addirittura nel caveau della banca. Le persone di colore, già dal 30 giugno, cominciarono a scappare verso nord, sulla Underground Railroad; sostanzialmente si trattava di un percorso di luoghi sicuri utilizzato dagli schiavi in fuga verso nord, diretti principalmente verso New York e Philadelphia. In caso di cattura i confederati non esitavano a mozzare gli orecchi e a recidere i tendini delle ginocchia, storpiandoli a vita.

Ufficiali nell’accampamento nordista di Gettysburg.

La ricchezza del sud dipendeva dalla schiavitù, principale fonte dell’economia per molti stati confederati, per un totale di 3,5 miliardi di dollari, per essere precisi.

I confederati nel tardo pomeriggio erano quindi in vantaggio. Lee ordinò al tenente generale Richard S. Ewell di conquistare due colline, sulle quali si erano ritirati i nordisti fuggiti dalla città. Ma il generale decise di attendere i rinforzi; questo, secondo gli storici moderni, è considerato uno dei grandi “se” della battaglia. Se avesse eseguito immediatamente l’ordine di Lee cosa sarebbe successo? I nordisti avrebbero avuto il tempo di rinforzare le difese con trincee di terra e tronchi? Non lo sapremo mai, la storia racconta altro.

Il generale sudista Richard S. Ewell.

Comunque quella prima sera la bandiera confederata sventolava sulla città di Gettysburg; i morti, in entrambi gli eserciti, erano migliaia e i feriti languivano in una sorta di limbo in attesa del verdetto dei medici, definiti “segaossa”, poiché spesso l’amputazione dell’arto ferito, mediante sega, era l’unica via di salvezza per il malcapitato.

Fortunatamente c’erano dei primi anestetici, come il recentemente scoperto cloroformio e la morfina, distribuita regolarmente. In ultima analisi si utilizzava il whisky per stordire il paziente. Un medico in genere impiegava dodici minuti per amputare; tuttavia gli strumenti non venivano puliti tra un intervento e un altro, troppa perdita di tempo, così le infezioni erano frequenti. Solo cinque feriti su dieci sopravvivevano a un’amputazione veloce sul campo di battaglia. 

I morti sul campo di battaglia.

Un’innovazione che ha reso la Guerra di Secessione Americana particolarmente sanguinosa è stata la palla di fucile di tipo Minié. La pallottola presentava una concavità posteriore e delle scanalature laterali che ne miglioravano la precisione e la gittata nei fucili.

Pallottole di tipo “Minié”.

Al momento dell’impatto, la palla Minié tendeva a fracassare l’osso, appiattendosi e lacerando i tessuti. Le alte concentrazioni batteriche presenti nelle scanalature mandavano velocemente in setticemia l’arto colpito; se non si fosse proceduto all’amputazione immediata, il soldato sarebbe certamente morto di cancrena in meno di 72 ore.

Amputazione di una gamba nel campo nordista.

I prigionieri, in entrambi gli eserciti furono parecchi, tuttavia rientravano nel patto di “Libertà condizionale”. 

Gettysburg. Foto che ritrae prigionieri confederati.

Stipulato da entrambi gli eserciti, tale patto prevedeva che il prigioniero fosse messo in una sorta di libertà, ma un pezzo di carta lo obbligava a non combattere, pena la morte immediata sul posto. In periodi dell’anno stabiliti, sia i nordisti sia i sudisti, si ritrovavano in territori neutrali per effettuare lo scambio dei prigionieri.

La sera il generale Robert  Lee scrisse sul suo diario:

Con la giornata di domani si decideranno le sorti di tutta la guerra.

Secondo giorno di battaglia. 2 luglio 1863. Gettysburg.

Quella mattina i generali di entrambi gli schieramenti si riunirono per stabilire i movimenti di battaglia di quel giorno. Il generale Lee era piuttosto inquieto:

Per ogni minuto che aspettiamo il nemico Yankee si rafforza sempre di più.

I confederati di Lee ebbero anche un grave problema: la cavalleria. Nella prima giornata infatti sembrava essere letteralmente scomparsa, per prelevare cibo e rifornimenti in un raid a sud, cosa che mandò su tutte le furie Lee, cieco sul campo di battaglia, fino a metà del secondo giorno, per giunta. La cavalleria, all’epoca, erano gli occhi e le orecchie di un esercito. Tuttavia Lee si scusò con il maggiore generale James Ewell Brown “Jeb” Stuart, comandante della divisione di cavalleria confederata; lo fece anche perché Stuart era un grande uomo di tattica e di coraggio, ammirato persino in Europa, in Inghilterra. I suoi cavalieri lo tenevano in grande considerazione, per la sua grande capacità di leadership e per il suo carisma.

Il generale confederato James Ewell Brown “Jeb” Stuart, comandante della cavalleria sudista.

Questo errore, tuttavia, non passò inosservato al generale nordista Meade, che in sole due ore organizzò i rinforzi sulle colline, approfittando dell’assenza della cavalleria confederata.

Gli storici moderni affermano che se i confederati avessero avuto sul campo due semplici walkie-talkie, avrebbero cambiato le sorti della guerra e della moderna America.

Ma anche i nordisti ebbero un problema da risolvere: Meade non aveva contatti telegrafici con il presidente Lincoln. Il telegrafo era infatti utilizzatissimo a scopi militari. I confederati, in qualche maniera, avevano abbattuto i pali del telegrafo. Meade utilizzò le bandiere di campo per inviare, in una sorta di codice morse, segnali ai reggimenti alle spalle, che poterono così comunicare con Washington.

I nordisti, specialmente Meade, riponevano grande fiducia nell’estremo fianco sinistro della difesa, comandato dal colonnello Chamberlain. I sudisti miravano alla  collina presidiata dal colonnello. Chamberlain resistette a una prima carica. Dopo pochi minuti ne seguì una seconda: resistette anche a quella. Il fumo denso dei moschetti riempì il bosco, ma i confederati non si arresero e ordirono una terza carica, calpestando persino i compagni morti, o feriti. 

I dintorni della cittadina erano tappezzati di cadaveri a perdita d’occhio.

I nordisti del colonnello resistettero ancora. I sudisti fecero una quarta carica, urlando come cani rabbiosi: il bosco era un inferno, i morti a centinaia. Chamberlain infine ordinò la carica per respingerli definitivamente, la tromba nordista suonò e gli Yankee attaccarono: i confederati non riuscirono a contrastarla e dovettero soccombere.

Il tenente colonello nordista Joshua L. Chambelain.

Il piano dei sudisti era quello di lanciare, all’attacco delle colline, due brigate alla volta.

Ogni trenta minuti due brigate e così via, spezzando le difese nordiste. Le urla di quel primo pomeriggio si mescolarono alle voci dei cannoni.

Il piano di Lee era comunque basato su informazioni sbagliate, a peggiorare il tutto fu la mancata presenza della cavalleria di Stuart, tutto ciò non permise di attaccare con un numero sufficiente di uomini il fianco sinistro, dove si trovava Chamberlain, che Lee sperava di far cadere il prima possibile.

I nordisti, d’altro canto, fecero un piccolo errore, assolutamente non gradito dal comandante in capo Meade; infatti il maggiore generale Daniel Sickles avanzò alla base della collina Cemetery Ridge, spezzando la linea di difesa unionista e lasciando un vuoto alle spalle. Lo fece senza ordini diretti, poiché era insoddisfatto della postazione assegnatali da Meade. Sickles, ricco proprietario di piantagioni, pieno di sé, egoista e spesso insubordinato (l’unica persona importante per Sickles era Sickles stesso, diceva spesso), con il suo comportamento rischiò di far perdere l’intera battaglia.

Il generale nordista Daniel E. Sickles, noto per aver contravvenuto agli ordini di Meade.

Quando i confederati attaccano, infatti, concentrano le energie direttamente sul III Corpo, comandato da Sickles, isolato; Sickles fu ferito da un cannone, che gli tranciò di netto una gamba e sventrò il cavallo che montava. I suoi stessi soldati esultarono, odiando il generale egoista; gli unionisti di Sickles, quelli vivi, si ritirarono nuovamente in collina, nel frattempo Meade aveva dovuto rinforzare il vuoto creato dal generale insubordinato. 

Il generale confederato James Longstreet, capo del primo corpo d’armata e braccio destro di Lee, definirà in futuro quelle tre ore di battaglia come quelle più sanguinose ed eroiche che si siano mai viste in tutta la guerra di secessione.

A Culp’s Hill la situazione era un bagno di sangue, le trincee nordiste resistevano agli attacchi confederati, che definirono quel bosco “Il recinto del massacro.”

Una delle colline difese dai nordisti: Little Round Top Hill.

Meade dispose i cannoni e fece un fuoco di sbarramento con l’artiglieria. La sera i combattimenti proseguirono, fino a tarda notte, soprattutto su Culp’s Hill. Tuttavia i confederati, superiori di numero, non avanzarono, pensando di avere davanti un nemico ben più numeroso, in cima alla collina: invece c’era un terzo dei soldati previsti, lassù. Ma la cosa peggiore fu che i confederati non seppero di trovarsi a meno di 400 metri dalle riserve, dalle provviste e dai depositi di artiglieria dell’esercito dell’Unione. Se solo avessero saputo, i confederati avrebbero potuto vincere la battaglia di Gettysburg.

Nella tarda giornata, la divisione del pittoresco e controverso maggiore generale George Pickett, arrivò al campo confederato; il generale assaporava la battaglia imminente, era impaziente di lasciare il suo segno sul campo, tra i valorosi. La sua occasione sarebbe presto arrivata, molto presto.

Secondo giorno di scontri. Sickles contravviene agli ordini di Meade e porta una divisione nordista alla base della collina, un errore che rischiò di far perdere la battaglia all’Unione.

La sera del secondo giorno, nel campo confederato non c’era una bella atmosfera. L’umore era molto basso, sia tra gli uomini sia tra gli ufficiali; il generale Lee si chiuse per ore nella sua casa, aveva bisogno di riflettere. Verso mezzanotte Lee  ebbe una nuova discussione tattica con Stuart, chiedendogli di eseguire i suoi ordini alla lettera. 

Terzo giorno di battaglia. 3 luglio 1863. Gettysburg.

All’alba il generale Lee si recò sul campo di battaglia e istruì personalmente due divisioni sulla tattica da adottare quel giorno; il generale ordinò di spaccare la linea centrale del fronte nordista, convinto che i federali avessero rafforzato le ali dello schieramento, diminuendo l’attenzione al corpo centrale. Longstreet espresse il suo dubbio in merito all’effettivo successo di tale manovra, ma Lee non intendeva cambiare idea. Il comandante dell’armata della Virginia era conscio che il giorno prima aveva sfiorato la vittoria e l’amaro in bocca era tangibile.

Il braccio destro di Lee, il generale confederato James Longstreet.

L’esitazione di Longstreet agli ordini di Lee (per ottimi motivi strategici tuttavia), fu usata come pretesto nei mesi successivi per la perdita della battaglia, ciononostante né nei mesi a seguire né negli anni successivi, il valore del generale Longstreet fu intaccato, tanto da dimostrarsi una delle più grandi personalità, persino del dopoguerra, molto rispettato anche dai nordisti stessi per il grande intelletto tattico militare.

Longstreet dispose le varie unità confederate, ordinando a Pickett di mantenere l’asse centrale e di caricare direttamente al centro, come voleva Lee.

I confederati lanciarono il primo attacco a Culp’s Hill, ma Lee si rese subito conto che qualcosa non stava andando per il verso giusto. Alle 11 del mattino l’attacco alla collina era terminato, senza che i nordisti avessero mollato la difesa principale. Lee allora decise di lanciare l’offensiva decisiva: 12000 soldati comandati da Pickett per spezzare l’armata del Potomac.

Terzo giorno di scontri. I nordisti si chiudono a forma di amo sulle colline. I sudisti non riescono a fare breccia nelle formazioni difensive.

Lee però decise di dar voce prima ai cannoni della confederazione: 160 cannoni sudisti disposti su una linea di 3 km, contrastati da 100 cannoni nordisti: il più grande fuoco d’artiglieria di fila mai visto dapprima in Nord America. I tuoni delle cannonate raggiunsero i 70 km di distanza, gli artiglieri persero sangue dalle orecchie per ore e molti lamentarono movimenti delle viscere, a causa degli spostamenti d’aria.

Un cannone a canna liscia napoleonico da 12 libbre, molto usato nella Guerra di Secessione Americana.

Il cannone d’ordinanza dell’esercito unionista era a canna rigata; l’interno della canna era costruito con strisce di ferro battuto spesso dodici centimetri. Ideato nel 1861, era preciso e affidabile, con granate che esplodevano all’impatto.

La carica Shrapnel da 16 libbre con il suo carico di palle mortali.

Ma era possibile sparare anche le granate Shrapnel: queste scoppiavano in aria, sopra le teste dei nemici, davvero devastante. Entrambe le file adoperavano anche i cannoni napoleonici a canna liscia, caricati con il Canister; questa era una sacca esplosiva di latta con 28 palle di ferro al suo interno. Quando esplodevano, mutilavano qualsiasi cosa.

I confederati di Longstreet erano finalmente pronti per la carica finale al centro dello schieramento, lo stesso Pickett sembrava infervorato come un demonio, tanto da non riuscire a stare in sella, come raccontarono i suoi uomini. L’attacco, noto come “Carica di Pickett”, iniziò verso le tre del pomeriggio, dopo il fuoco d’artiglieria dei cannoni confederati.

Canister per cannoni, caricato con palle di ferro,

Come aveva previsto Longstreet, la carica fu un vero e proprio massacro. Lee era amareggiato. La cavalleria sudista di Stuart fece due attacchi durante tutta la giornata, uno avvenne fuori dall’area di Gettysburg, per colpire i carri di rifornimento dei nordisti, Stuart attaccò corpo a corpo, con la sciabola.

Al termine dell’attacco confederato, Lee aveva perso un terzo della sua armata, Pickett era disperato, la sua intera divisione era stata annientata, nonostante l’atto eroico dei suoi uomini. Lee radunò i suoi uomini e si prese la colpa di tutto quello che era successo in quei maledetti tre giorni, ma i suoi uomini lo difesero, confortando il vecchio generale.

Il generale sudista George E. Pickett, noto per l’attacco finale definito “Carica di Pickett”.

Il 4 luglio fu dedicato principalmente alla raccolta dei feriti, Lee rafforzò le linee difensive, aspettandosi un contrattacco da parte del generale Meade, cosa che non avvenne, poiché questi decise di non assumersene il rischio, cosa che fu in seguito criticata.

L’odore di morte era ovunque, cadaveri in decomposizione, sangue rappreso e feriti che strillavano in cerca di un aiuto. Quell’odore avrebbe perseguitato Gettysburg per molti mesi a seguire.

Un campo ospedale nella periferia di Gettysburg, nell’agosto del 1863.

Il 12 luglio, nove giorni dopo il termine della battaglia, i confederati in ritirata verso il Maryland furono inseguiti dai nordisti. Il soldato sudista Oliver W. Norton ricordò così quei giorni tragici:

Migliaia di uomini sono rimasti senza scarpe, ma continuiamo a combattere con coraggio, adesso possiamo finire la guerra… sono stanco, sfinito, non mi tolgo le scarpe da una settimana e a volte mi sdraio sotto la pioggia torrenziale.

Il 13 luglio gli esploratori nordisti riferirono che la colonna di carri, su cui  viaggiavano i feriti dell’esercito sudista, era lunga 24 km. 

Il 21 luglio i nordisti continuarono a incalzare i sudisti in scontri e inseguimenti di tipo guerriglia. L’armata confederata della Virginia decise di abbandonare 2000 dei 4000 carri da trasporto, per velocizzare la marcia verso sud. Tuttavia anche l’esercito nordista era stremato, migliaia di uomini morirono tra il 4 e il 20 luglio, per infezione da cancrena. I cavalli che trascinavano l’artiglieria dell’armata del Potomac erano esausti e morirono per il caldo e la fatica.

Carri e cadaveri di cavalli della confederazione, alla periferia di Gettysburg.

La fame perseguitava entrambi gli eserciti in marcia verso sud, inseguitori e fuggiaschi si ritrovarono talvolta faccia a faccia nei cespugli di rovi per mangiare more, in abbondanza, per poi spararsi a vicenda. 

Soldati della confederazione morti in una trincea.

Il generale Lee cercava di contrastare la caccia dei nordisti, emanava tre dispacci di ordini al giorno: all’alba, a mezzogiorno e a mezzanotte.

Il 30 luglio un sodato confederato scrisse:

I cavalli sono distrutti, riescono a stento a trascinare i cannoni. Stamattina hanno mangiato mais per la prima volta dopo 20 giorni.

Ad agosto avvennero diserzioni in massa nell’esercito sudista di Lee. I disertori ricatturati furono giustiziati sul posto.

Il morale dei nordisti, invece, si rafforzò notevolmente dopo Gettysburg. Capirono che Lee poteva essere affrontato e battuto. Per molti aspetti questa battaglia è stata la più significativa di tutta la Guerra di Secessione Americana, segnando un punto di svolta nella storia dell’America moderna.

Lo spirito d’indipendenza dei confederati, però, era più duro da sconfiggere di quanto si pensasse e la guerra durò per altri due sanguinosi anni.

Aaronne Colagrossi

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