Intervista con il pirata… Aaronne Colagrossi ci racconta il libro Pirati Sotto Scacco

Pirati Sotto Scacco - Aaronne Colagrossi
Intervista a cura di Andrea Mucedola. Tratta interamente dal sito http://www.ocean4future.org

Un nuovo appuntamento con l’avventura. Aaronne Colagrossi, geologo, reporter e scrittore ci stupisce sempre con storie ricche di suspense e colpi di scena. Lo intervistiamo per voi per scoprire il suo nuovo romanzo.

Ormai è dal 2012 che scrivi attivamente, sia romanzi sia diari di viaggio. Pirati Sotto Scacco è il tuo sesto libro e terzo di una trilogia che riguarda la lunga e complessa storia della pirateria. Dove prendi gli input storici per scrivere romanzi di questo tipo?

Diciamo che tutto inizia dal fatto che mi documento moltissimo, potrei dire che il 50% del tempo dedicato alla creazione di un libro (qualsiasi), io lo passo documentandomi sui più disparati argomenti, dal meccanismo di sparo di un dato fucile utilizzato in un certo periodo alle motivazioni politiche ed economiche di guerre, colonie e re. Assorbo come una spugna tutto quello che posso trovare su un determinato periodo storico. In questi mesi, per esempio, sto scrivendo un romanzo sulla Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico, ma la ricerca bibliografica che sto facendo sulla guerra, va avanti da ormai quasi due anni. Per i miei tre romanzi sulla pirateria la ricerca bibliografica di base è stata la stessa ed è durata quasi tre anni, poiché i romanzi erano ambientati nello stesso periodo storico, tuttavia tutte e tre le storie, pur essendo scollegate tra loro, sono strettamente interconnesse a eventi reali realmente accaduti e a personaggi storici realmente esistiti. Sono un maniaco dei dettagli e non tralascio nemmeno quelli nautici, anzi mi avvalgo di persone esperte nel campo. Per la trilogia completa sono stato aiutato da due navigatori oceanici. La bibliografia sulla pirateria del centennio compreso tra il 1630 e il 1730 è davvero ampia e complessa, ma soprattutto i libri migliori sono in inglese. Consiglio i testi dell’americano Benerson Little, sono delle vere bibbie tra noi appassionati di pirateria.

Tu sei un geologo, come sappiamo anche dai tuoi articoli su ocean4future, ma da dove nasce questa tua passione del mare? Che tra l’altro ti ha portato più di una volta a contatto con gli squali, le tue creature preferite.

Il punto è proprio questo: la geologia è lo studio delle scienze della terra, che comprende tutto il nostro pianeta e ciò che lo riguarda. Io amo sia le montagne sia il mare, indifferentemente. La passione per gli squali nasce dal film Lo Squalo, che vidi all’età di tre anni, da allora è stato un crescendo di ammirazione, per questi splendidi animali. Ho avuto modo di scrivere anche la mia prima tesi sulla paleontologia degli squali e un romanzo sul grande squalo megalodon. Alcuni anni fa ottenni anche il mio primo brevetto sub e ho avuto modo di nuotare con gli squali martello, i grigi, i famigerati Carcharhinus longimanus e, non per ultimo, il re del mare: il grande squalo bianco. Inoltre ho scoperto che ci sono molti geologi con la passione per il mare e le immersioni, non siamo pochi.

Grande squalo bianco. A. Colagrossi 2012.

In Pirati Sotto Scacco questi vagabondi del mare si ritrovano a inseguire, e a essere inseguiti, da un convoglio spagnolo per recuperare degli idoli indigeni. Sono fatti realmente accaduti?

In parte sì. Tutto iniziò il giorno di Natale del 2015, stavo navigando su internet e m’imbattei nel museo di storia pre-colombiana di Cartagena de Indias, in Colombia. Vi erano tantissime statue in oro con gemme, raffiguranti animali e altri simboli da idolatrare, com’era solito presso le popolazioni indigene. Alcune di queste popolazioni, come i Cueva, citati nel romanzo, avevano molti di questi oggetti di splendida manifattura. Molte popolazioni furono letteralmente sterminate dai Conquistadores spagnoli. I Cueva trovarono la loro fine definitiva nel 1520 circa. Così mi balenò l’idea di ambientare un romanzo nel 1664, molto tempo dopo la loro scomparsa, con un gruppo di pirati che cercava di recuperare alcuni idoli d’oro dei Cueva dalle mani degli spagnoli per portarli nella Francia di Luigi XIV. Ecco come nacque Pirati Sotto Scacco.

Geoff Hunt, Vascello.
Geoff Hunt, Vascello.

In quanto tempo hai scritto Pirati Sotto Scacco?

Iniziai il giorno stesso di quel Natale, proseguii per tutte le vacanze e per tutto il mese di gennaio, scrivendo una prima bozza. In genere non mi stabilisco una trama ben precisa e mi piace “esplorare” man mano i miei personaggi e le loro attività nella storia, frase dopo frase, paragrafo dopo paragrafo. Feci leggere la bozza al mio editor, che ne rimase entusiasta, così continuai per altri due mesi, poi creai un gruppo di lettura, per analizzare il romanzo e le sue “falle”. Scrissi molti capitoli integrativi. In totale credo di averlo scritto in sei mesi, distribuiti a intervalli nell’arco di tutto il 2016.

Come mai scrivere ben tre romanzi su quest’argomento un po’ desueto, la pirateria?

Sono stato sempre un grande appassionato di pirateria, naturalmente da ragazzo la mia passione era prettamente cinematografica, o legata ai romanzi di Emilio Salgari e Robert L. Stevenson. In età adulta decisi di documentarmi bene e sistematicamente sia sulle tecniche sia sul quadro geopolitico che portò allo sviluppo della pirateria nelle Indie Occidentali e Orientali. Quello che ho scoperto in questi ultimi due anni in realtà mostra tutt’altro che un argomento desueto. Ci sono moti scrittori in Italia e all’estero che scrivono di pirateria.

La lettura di un libro comincia già dal titolo. Perché questo titolo: Pirati Sotto Scacco?

Il titolo è derivato proprio dal fatto che non mi do mai una trama quando scrivo. Mi spiego: mentre scrivevo il libro, mi rendevo conto che, per quanto questi pirati fossero abili e spietati, in realtà non riuscivano a liberarsi del nemico spagnolo: si sentivano in una specie di trappola. E io stesso avevo difficoltà a trovare una via d’uscita ai personaggi, quasi fossimo caduti entrambi in una sorta di maledizione. Ci sentivamo sotto scacco perenne, da cui il titolo che, ovviamente, non trascende dal “viaggio dell’eroe” del protagonista, un pirata inglese, che scopre un po’ se stesso nella sua odissea attraverso il Mar dei Caraibi, ivi compreso l’amore per una prigioniera spagnola. È stato molto bello scrivere questo libro, quasi una sfida nell’interpretazione psicologia di alcuni personaggi, anche.

Cosa c’è di autobiografico in questo libro?

C’è un pezzettino di me in molti personaggi, come la determinazione e la caparbietà nel raggiungere un obiettivo prefissato, nonostante le avversità e i problemi. Oppure la lealtà, quella vera e non quella che va comprata a suon di monete. Tuttavia ho inserito anche alcuni aspetti che odio profondamente nella vita, come la slealtà, o la pedofilia, tra l’altro molto frequente nelle comunità pirata delle colonie nelle Indie.

A quali progetti stai lavorando adesso?

Sto lavorando a un romanzo sulla Seconda Guerra Mondiale, ambientato nel Pacifico, dove avvenne la più grande guerra navale fino ad allora combattuta; la storia del romanzo è interconnessa al mio libro sulla pirateria Inferno Blu Cobalto, un seguito, insomma. La storia parte negli anni quaranta, quando un gruppo di archeologi ritrova le tombe dei pirati in Inghilterra e da lì riparte l’immensa caccia al tesoro del protagonista del primo libro. Tutto avviene nel momento in cui i giapponesi si preparano ad attaccare Pearl Harbor. Poi sto lavorando anche un nuovo diario di viaggio, una crociera subacquea che ho fatto l’anno scorso alle isole Brothers e a Daedalus Reef, nel cuore del Mar Rosso, per vedere gli squali martello e i Longimanus, un’esperienza di vita subacquea incredibile. Spero che possano vedere la luce al più presto.

Carcharhinus longimanus. A. Colagrossi 2017.
Prezzo: EUR 8,99
Andrea Mucedola 2018

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi

La parola emigrare ha un significato preciso, ovvero spostarsi temporaneamente o permanentemente in un altro luogo dopo un viaggio più o meno lungo, soprattutto per problemi lavorativi, come avviene anche negli ultimi anni a molti giovani (e non solo) italiani. Tuttavia nel corso del tardo Ottocento e del Novecento furono molti i bastimenti che accompagnarono milioni di italiani nei viaggi transoceanici, verso le due Americhe, o in Australia, o nell’Africa meridionale. Per dare dei numeri, tra il 1870 e il 1970 furono ventiquattro milioni, gli italiani che lasciarono la nostra penisola.

Molti dovevano vendere tutto quello che possedevano per poter comprare un biglietto di sola andata per una di queste destinazioni. C’era chi si vendeva il mulo, la vigna, la casa e quant’altro.

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi

 

Ho deciso di scrivere questo articolo dopo aver visitato il Galata museo del mare di Genova, dove è stato ricostruito il viaggio di un migrante oltre oceano; consiglio a tutti di visitare questo splendido museo. Inoltre il giorno dopo la mia visita è iniziato il Festival del Mare 2018, dove l’argomento dell’emigrazione italiana in terza classe è stato affrontato in maniera molto esaustiva.

Ma veniamo al nostro argomento, dopo che la persona svolgeva presso gli uffici tutte le pratiche per l’acquisto del biglietto, senza rischiare di non essere ammesso nel paese nel quale voleva trasferirsi (per esempio gli Stati Uniti avevano stilato una lista ben precisa dopo il 1911), egli poteva finalmente imbarcarsi per intraprendere il lungo viaggio. La compagnia marittima Navigazione Generale Italiana forniva ampi dettagli su molti aspetti riguardanti la navigazione oceanica e le regole da rispettare.

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi
USA, Ellis Island, accoglienza.

Per coloro che erano diretti in Nord America, le condizioni climatiche di viaggio, specialmente per chi partiva nei mesi invernali, non erano propriamente ottimali, poiché il freddo pungente, il mare mosso e l’umidità potevano rendere il viaggio transoceanico un vero inferno, soprattutto per le persone meno avvezze alla vita di mare, come coloro che provenivano dalle zone interne della penisola italiana, e magari non avevano mai nemmeno visto il mare, come mi hanno raccontato alcuni emigranti ormai anziani che andarono nelle Americhe negli anni cinquanta.

Il giorno della partenza era condito da tristezza per molti, di felicità per pochi (clandestini), magari c’erano persone che avevano perso le famiglie in una delle due guerre mondiali, per esempio, ed erano ormai orfani. Insomma c’era un panorama davvero variopinto. Naturalmente per le navi in partenza da Genova non vi erano solo genovesi; ma tanti altri, come piemontesi, o emiliani anche. Inoltre spesso le navi facevano sosta a Napoli, dove prelevavano passeggeri da tutta l’Italia meridionale, praticamente. Le navi passeggeri facevano poi rotta per lo stretto di Gibilterra, se dirette verso le Americhe, o per il canale di Suez per quelle dirette in India, Cina e Australia.

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi

Salito a bordo, il passeggero doveva sistemare il bagaglio, seppur misero in taluni casi. Per questo scopo sussisteva la bagagliera. Infatti il problema principale era che i dormitori a bordo erano in realtà degli spazi angusti. Questi dovevano ospitare il maggior numero di persone. Erano ammessi nei dormitori o un fagotto, o un sacco, o una piccola cassa con pochi beni vestiari e generi alimentari. Tutto il resto: vestiti, camice, effetti personali, casse e bauli grandi, andava chiuso nella bagagliera. Spesso questa rimaneva chiusa sino all’arrivo, dopo settimane in mare. Praticamente si rimaneva con gli stessi vestiti indosso per tutto il viaggio, molto spesso inumiditi dalla pioggia, dal sale, o sporcati di cibo, di vomito, di urina e di feci. Un vero strazio! Come potete immaginare.

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi

Tuttavia il dormitorio doveva seguire regole ben precise e ben descritte nel Regio Decreto n. 375 del 10 luglio 1901. In sostanza cosa recitava tale norma? Elencava per esempio le misure delle cuccette, esse non dovevano essere inferiori in lunghezza a 180 cm per 56 di larghezza. Inoltre il R.D. vietava la presenza delle cuccette (a castello) vicino ai locali caldaie e della sala macchine. Infine i dormitori erano separati tra maschi e femmine.

Esattamente, proprio per evitare promiscuità, dai sette anni in su, gli uomini erano separati dalle donne e dai bambini. Ciò era in parte dovuto ad alcune leggi degli Stati Uniti D’America, che regolavano i flussi migratori in entrata a Ellis Island; non erano ammesse navi che avessero, per esempio, più di tre ordini di cuccette per ogni dormitorio, ma solo due. Le navi invece dirette in America meridionale lasciarono per moltissimi anni tre ordini di cuccette.

Ricostruzione dormitorio maschile. Genova, Galata Museo del Mare.

Ma come erano questi dormitori? Un medico dell’epoca, tale Teodorico Rosati, scrisse: “L’impressione di disgustosa ripugnanza che si ha nel scendere in una stiva dove hanno dormito degli emigranti è tale che, provata una sola volta, non si dimentica più!“.  Rosati continua: “L’emigrante si sdraia vestito e calzato sul letto, ne fa deposito di fagotti e valigie, i bambini vi lasciano orine e feci; i più vi vomitano; tutti, in una maniera o nell’altra, l’hanno ridotto, dopo qualche giorno, in una cuccia da cane. A viaggio compiuto, quando non lo si cambia, ciò che accade spesso, è lì come fu lasciato, con sudiciume e insetti, pronto a ricevere il nuovo partente“.

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi

La realtà era questa: dormitori in cui vivevano e dormivano centinaia di uomini e donne sporchi, senza nessuna possibilità di lavarsi. Se a ciò aggiungiamo umidità, ambienti scarsamente areati, mal di mare e poca illuminazione, potete certamente immaginare le condizioni gravose in cui queste persone erano costrette a viaggiare, sia maschi sia femmine, nonché i bambini. Non a caso la maggior parte dei migranti di terza classe preferiva passare la maggior parte della giornata in coperta, onde evitare il fetore. Tuttavia per coloro che si trasferivano in Nord America nei mesi invernali, attraversare l’Atlantico non permetteva di starsene molto tempo in coperta, sbattuti dal vento gelido e dalle frequenti burrasche.

Ma la vita quotidiana a bordo non prevedeva solo dormite e passeggiate, bisognava utilizzare anche i gabinetti per espletare le proprie funzioni e per garantire un minimo di abluzioni. All’inizio del ventesimo secolo poche navi disponevano di elettricità a bordo e quasi nessuna aveva un impianto di scarico a pressione. Nel 1888, De Amicis scriveva: “I luoghi che dovrebbero dare pulizia e igiene sono in realtà orridi e per mille e cinquecento viaggiatori di terza classe non c’è un bagno“.

Viaggio di un emigrato italiano sui piroscafi
Bagni a bordo. Genova, Galata Museo del Mare

Nella seconda classe le cose miglioravano di parecchio, ma bisognava tenere conto che sui piroscafi dell’epoca, quelli destinati all’emigrazione, come il Città Di Torino, i posti destinati alla seconda classe erano quaranta e quelli per la prima solo venti, a fronte dei mille e quattrocento totali, il grosso delle persone andava in terza. Anche se in un ambiente ristretto, le cabine offrivano comunque qualche sorta di comfort: un piccolo stipetto, un lavabo, una porta che si poteva chiudere, una stanza tutto sommato pulita e soprattutto il vaso da notte. Insomma era possibile viaggiare nel vero senso del termine. Ma non è tutto: i passeggeri di prima e di seconda avevano a disposizione i locali interni della nave, nonché locali mensa separati dagli altri; si poteva mangiare a tavola con tovaglioli e posate, con un vitto migliore, e di parecchio anche. 

Ecco cosa scrive invece il dottor Rosati in merito ai pasti di terza classe: “Accovacciati sulla coperta, presso le scale, col piatto tra le gambe e il pezzo di pane fra i piedi, mangiavano il loro pasto come i poverelli alle porte dei conventi. È un avvilimento dal lato morale e un pericolo da quello igienico, perché ognuno può immaginarsi che cosa sia una coperta di piroscafo sballottato dal mare, sulla quale si rovesciavano tutte le immondizie volontarie e involontarie di quelle popolazioni viaggianti“.

I medici come Rosati, prima del 1895, non erano obbligatori per i viaggi destinati all’oceano Indiano o nelle Americhe, oltre Gibilterra e Suez, insomma. Quindi la figura del medico di bordo divenne obbligatoria da questa data in poi. Probabilmente non era nemmeno sufficiente, considerando che il piroscafi transoceanici potevano imbarcare dalle 900 alle 2400 persone. De Amicis scrisse: “E dican quel che voglion gli igienisti che han fissato il numero necessario dei metri cubi d’aria, la carne umana è troppo ammassata, e che una volta si facesse peggio, non scusa“.

Ricostruzione infermeria. Genova, Galata Museo del Mare

Le condizioni igieniche carenti e la moltitudine di persone favorivano le malattie, per cui la presenza di un medico di bordo era davvero necessaria. Malattie come gastroenteriti e bronchiti si diffondevano rapidamente e non tardavano a mietere vittime tra i passeggeri più deboli, come bambini e anziani. Il morbillo falciava molte vittime infantili; non erano rari i casi di epidemie di morbillo sulle navi, con obbligo di quarantena per l’intera nave. Il medico di bordo non aveva mezzi necessari a contrastare tali epidemie e il buon Rosati cita che spesso il comandante prendeva un paio di uomini dall’equipaggio e gli faceva indossare il camice bianche con la croce, improvvisandoli infermieri. Nel 1884 un piroscafo italiano, con un epidemia di colera, fu respinto a colpi di cannone nel porto di Montevideo. Nel 1905, il Città Di Torino, segnalò nella traversata quasi cinquanta morti tra febbre tifoide, bronchite e morbillo. 

Le navi erano oggetto della visita preliminare, in base al regolamento della sanità marittima, l’articolo 59 del Regio Decreto 29 settembre 1895. La commissione incaricata doveva accertarsi sulla qualità dei viveri e delle bevande, sulla quantità dei medicinali presenti a bordo, sulle buone condizioni di salute dell’equipaggio, sulla pulizia generale dei locali equipaggio, sul corretto numero di passeggeri imbarcati e su una corretta areazione in tutti i locali del bastimento. 

Una figura di bordo importantissima era il commissario. A bordo dei piroscafi il Regio Commissario aveva un ruolo quasi paragonabile a quello del comandante. Il commissario compilava anche la lista passaporti, particolarmente importante per sbarcare a Ellis Island, negli Stati Uniti. Il commissario si occupava anche del mantenimento della disciplina, sedando risse, furti, violenze sessuali nei dormitori femminili, arrestando portatori di armi da fuoco, o coloro che non possedevano il biglietto (questi non sarebbero stati accettati in USA e avrebbero dovuto pagarsi anche il rientro in Italia) e, non per ultimo, toglieva le bevande alcoliche.

Ricostruzione ufficio del commissario di bordo. Genova, Galata Museo del Mare.

Nonostante ciò, gli emigranti maschi creavano molti problemi con il gioco d’azzardo e con il porto di armi da taglio, come lame e pugnali. A bordo del piroscafo Giava (misto vela-carbone), mi ha colpito un episodio tratto dal diario di Angelo Tosi del 1887-88, l’autore cita vari accoltellamenti tra elementi di bande rivali della Calabria. Un altro grosso problema erano i clandestini, in particolare coloro privi di passaporto per motivi penali e aiutati da amici, alla partenza, a salire a bordo per nascondersi. Il commissario allestiva una speciale squadra, comandata da un sottufficiale, che scandagliava ogni angolo della nave, mettendo in cella i malviventi.

Ma altri ruoli equipaggio importanti erano i macchinisti, abbandonati nei lontani locali nel cuore della nave e comandati dal direttore di macchina. Comunque è vero: la sala macchine era (ed è anche oggi) un mondo a sé, separato dal resto della nave, per così dire. Su queste navi i macchinisti oliavano continuamente le giunture e i fuochisti alimentavano le caldaie, un lavoro da inferno! 

Sì perché le caldaie dovevano rimanere sempre a una determinata temperatura, per fare in modo di avere sempre la corretta pressione nel sistema. Un’altra operazione da fare era la pulizia della cenere delle stesse caldaie; naturalmente era incandescente e andava buttata in mare. La vita dei fuochisti prevedeva turni anche di sedici ore; alla fine di questi il personale poteva andare in coperta a prendere un po’ d’aria e a rilassarsi. I loro alloggi erano vicini alle macchine, poiché in caso di emergenza dovevano subito essere pronti, naturalmente ciò significava un caldo infernale in estate e al passaggio dei tropici. Tuttavia il pericolo maggioro, quasi di morte, per un fuochista, era in caso di tempesta, poiché rischiavano di essere scaraventati vicino ai portelli incandescenti; senza contare il rischio di ritorni di fiamma.

In definitiva questi viaggi hanno segnato un’epopea, sia per i passeggeri sia per il personale impiegato a bordo, considerando che prima del 1890 i piroscafi non avevano scali prestabiliti, come avvenne successivamente. In sostanza in base alle necessità della nave o magari meteorologiche, il bastimento poteva fermarsi nel taluno o nel talaltro porto. Quindi era in sostanza una navigazione abbastanza avventurosa. Le malattie, come abbiamo visto, erano sempre in agguato, anche per il personale dell’equipaggio, senza contare gli incidenti di bordo.

Non era una vita semplice e i viaggi erano molto difficoltosi.

Aaronne Colagrossi